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Una chiesa romanica in Sardegna

Ci siamo trovati a passarle vicino più volte senza mai soffermarci. Visibilissima dalla 131 e apparentemente irraggiungibile. Ma sabato abbiamo deciso finalmente di farci un salto. In un piccolo altipiano roccioso che domina la valle dei nuraghi del meilogu è stata costruita questa chiesetta.
NS di Cabu Abbas è stata edificata intorno al XII-XIII secolo D.C., la facciata principale è esposta a Nord mentre l’abside guarda verso l’imponente nuraghe di Santu Antine.

La traduzione letterale significa “a capo dell’acqua”. Non a caso sorge in una zona estremamente ricca di corsi d’acqua.
Sempre sulla facciata è possibile notare una scultura antropomorfa che alcuni ricondurrebbero ad una divinità precristiana.

L’interno della chiesetta è a navata unica in trachite. Per molto tempo è stata anche la residenza dei Monaci di Montecassino.

Viene aperta una sola volta all’anno in occasione della festa che si tiene l’8 settembre, dal Comitato spontaneo delle “Vergini”. Ogni anno viene nominata una Prioressa e la stessa apertura del portone rappresenta quasi un rito di iniziazione per le donne.
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17/07/17
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Magiche gradazioni che vanno dal blu fiordaliso, al pervinca, all'azzurro ed al verde persiano... per il mare di Scilla, Reggio Calabria - Italia

#scilla #sea #castle #italia #amazing #beach #queenechicosempreconte
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Creazioni originali di Maria Antonietta Uggias con componenti primordiali:
Acqua,Farina, Aria e Fuoco.
Buon pranzo amici.
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Necropoli di Su Crucifissu Mannu

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera


La necropoli ipogeica di Su Crucifissu Mannu è un sito archeologico situato nella Nurra, regione della Sardegna nord-occidentale, e più precisamente in prossimità della strada statale 131 Carlo Felice, nel tratto che unisce i centri abitati di Sassari e Porto Torres, dai quali dista rispettivamente undici e cinque chilometri.

La necropoli si trova all'interno di un porzione di territorio che registra una rilevante presenza di monumenti preistorici distanti fra loro poche centinaia di metri. Tra i più importanti da segnalare il complesso di Monte d'Accoddi, le aree funerarie di Su Crucifissu Mannu, Li Lioni, Sant'Ambrogio, Su Jaiu, Spina Santa e Marinaru, i dolmen e menhir di Frades Muros, oltre ad una decina di nuraghi.

Il sepolcreto, scavato su un banco orizzontale di roccia calcarea, comprende almeno ventidue domus de janas, tutte realizzate nel periodo compreso tra il Neolitico Recente (IV millennio a.C.) e l'Eneolitico Iniziale (III millennio a.C.) ed intensamente utilizzate, salvo sporadici riutilizzi in epoca romana, sino al tempo della Cultura di Bonnanaro (1.500 a.C. circa).

Le tombe risultano tutte pluricellulari, ossia composte da più vani comunicanti; al loro interno si accede attraverso un pozzetto o calatoia ("a proiezione verticale") oppure mediante un corridoio orizzontale detto dromos ("a proiezione longitudinale"). Lungo le pareti della grande stanza principale, che in alcuni ipogei è provvista di pilastro centrale, si aprono le celle più piccole dalle quali in taluni casi si dipartono radialmente altri piccoli ambienti, fino ad arrivare, come nel caso della Tomba XIII, ad un totale di 14 vani.

Alcune stanze sono adornate con gli elementi simbolici (protomi taurine diversamente stilizzate) ed architettonici (gradini, portelli sagomati, architravi) tipici del periodo, scolpiti a bassorilievo nella roccia; nella Tomba IV è presente anche l'elemento della falsa porta, allusione forse all'impossibilità per i vivi di accedere al regno dei morti.

L'esplorazione del sito ha portato alla luce abbondanti quantità di ceramiche di Cultura di Bonnanaro, ma anche bottoni a calotta sferica, forati, quattro brassard (bracciali da arciere) del Vaso Campaniforme ed infine tre idoletti cicladici con la figura della Dea Madre. Tra i ritrovamenti anche un cranio umano che presenta documentazione di trapanazione in vivo.

Degna di nota, sul piano di roccia soprastante alcune domus, la presenza per un ampio tratto di profondi solchi paralleli prodotti probabilmente dal protratto passaggio di carri o slitte forse adibite al trasporto di blocchi di pietra per la realizzazione di edifici nella vicina Turris Libissonis, l'attuale Porto Torres.
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12/07/17
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Fiato sospeso di fronte alla forza della natura, contemplazione di paesaggi battuti dal vento e ricoperti di macchia mediterranea, fascino misterioso acuito da un secolo di isolamento, che ne ha preservato la natura: dapprima stazione sanitaria ‘di quarantena’, poi campo di prigionia durante la Grande Guerra, infine carcere di massima sicurezza, sino all’istituzione del parco. Ecco le sensazioni generate dai sentieri aspri e assolati dell’isola dell’Asinara. Le sue ricchezze naturalistiche dal 1997 fanno parte del parco nazionale omonimo e sono separate dalla spiaggia della Pelosa e dall’isola Piana dal passaggio dei Fornelli, canale dipinto d’azzurro intenso. A garantire l’integrità dell’ecosistema anche insediamenti ‘miti’, come l’operosa comunità che nel 1885 fu costretta ad abbandonare l’isola e fondò il borgo di Stintino.

Potrai percorrere in mountain bike, a cavallo, a bordo di fuoristrada o trenini i sentieri segnalati all’interno di oltre cinquemila ettari di territorio protetto. L’asinello bianco ne è il simbolo identitario. Lo incontrerai quasi ovunque in escursione, insieme a mufloni, cinghiali, cavalli, e, tra i volatili, gabbiano corso, marangone dal ciuffo, falco pellegrino e gazza. Alti promontori, alternati a spiagge di sabbia soffice e acque cristalline, tra cui le cale dei Ponzesi, Sabina e Sant’Andrea, proteggono la rigogliosa flora: 678 specie, di cui 29 endemiche.

Il mare dell’Asinara è uno scrigno di tesori. Nel 2002 è stata istituita l’area marina a tutela di biodiversità, micro e macroambienti sommersi. Un paradiso per l’osservazione dei fondali costituiti da anfratti, canaloni e spaccature e che custodiscono anche relitti, uno di fronte al molo di Cala Reale. A occidente la costa sprofonda vertiginosamente con falesie coperte da alghe e fauna dai colori intensi, mentre a oriente declina gradualmente con sabbia e scogli. Il litorale è colonizzato da specie rare, come alga rossa e patella gigante, poco più a largo potrai fare sorprendenti incontri coi delfini.
BUON LUNEDÌ A TUTTI !
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10/07/17
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Carlo Marras ph
Costume Sardo
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È il primo sito archeologico aperto all'interno di un impianto ancora produttivo. Il Fai ha restaurato l'impianto originario di inizio Novecento, i vecchi uffici e le vecchie officine. Ma tutt'intorno c'è l'impianto attivo - e questa è la particolarità unica - anch'esso visitabile. Così, insieme agli ambienti di inizio Novecento (diventato il monumento di archeologia industriale), si vedono le vasche rosa in cui il sale sta "maturando" per la raccolta di fine ottobre e novembre.

E poco distante c'è l'impianto Syndial dove Eni lavora il cloro. Intorno pale eoliche che svettano sulla laguna e sullo sfondo i monti di Capoterra.

Il lavoro del Fai cerca di portare sviluppo sostenibile in un'area nata dall'intuizione di un imprenditore illuminato, l'ingegner Luigi Conti Vecchi, tra il 1921 e il 1929, e gli scempi fatti dalla politica industriale in Sardegna negli anni Sessanta e Settanta. La visita alle saline è un'immersione nella storia economica dell'isola di un secolo e insieme uno sguardo struggente sulla particolarità naturalistica di questa terra.
SALINE CONTI VECCHI
CAGLIARI
I suoi uffici,le vecchie case dismesse,le vasche di evaporazione e vasche del sale(2700 ettari) .
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13/06/17
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