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FRANCO. Ritratto di un generale, dal Riff all'Alzamiento.
Francisco Franco y Bahamonde era nato ad El Ferrol, in Galizia, nel 1892, da una modesta famiglia borghese, con sangue italiano-Vietti- ed ebreo. Piccolo, grassoccio, un volto molliccio ed una voce in falsetto (Queipo de Llano lo chiamava Paca la Culona) non aveva nulla di carismatico. Non aveva mai fatto politica, se non in Marocco, trattando con i ribelli del Riff, dividendone i capi, tradendoli per non dare loro il tempo di tradire lui. Non aveva mai viaggiato fuori della Spagna e del Marocco, non parlava le lingue. Era un uomo facile da sottovalutare: errore in cui molti caddero, dai capi marocchini a quelli repubblicani, dai suoi colleghi a Hitler e Mussolini sino ai leader sovietici e statunitensi della Guerra fredda.
Era invece un uomo di incredibile freddezza e capacità, di intelligenza straordinaria, probabilmente il più grande politico in dodici secoli di storia spagnola, un uomo che aveva imparato a trattare con gli uomini nella sua Legione straniera e durante la rivolta del Riff, quando bisognava alternativamente combattere e negoziare. Il Duce e il Führer non si rendevano conto che, per quanto potessero atteggiarsi a condottieri, Franco lo era davvero: un generale, un militare di professione che i gradi se li era guadagnati con le promozioni sul campo, e non un caporale. Anche se, come affermò, a ragione, Filippo Anfuso, il generale Francisco Franco era esperto di battaglie coloniali che comportavano piccole operazioni, molte fucilazioni.
Figlio di un commissario navale iscritto alla Massoneria (sicuramente massone fu anche il fratello di Fancisco, Ramòn, e secondo alcune fonti, anche lo stesso Franco fu iniziato in una loggia militare, prima di diventare, per opportunismo politico, ferocemente avverso alla Massoneria).il giovane Francisco avrebbe voluto entrare all’Accademia Nvale, ma questa aveva sospeso gli arruolamenti, e Franco entrò in quella militare. Nel 1910, a diciott’anni, venne subito inviato in Marocco, per inquadrare i Regulares, ebbe la sorte di scontrarsi con uno dei capi della rivolta, el Mizzian, di cui i berberi dicevano che solo una pallottola d’oro potesse ucciderlo. Lo uccise una mitragliatrice di Franco. Divenne capitano. Poco dopo una pallottola toccò a lui, e lo ridusse in fin di vita. Per farlo morire maggiore venne promosso: non morì, e venne mandato ad Oviedo come comandante di battaglione; richiamato in Marocco passò come lugarteniente di Millan Astray nel costituendo Tercio Etranjeros: uomini cui era più facile chiedere di morire che di osservare una rigida disciplina. Franco riuscì ad imporla, ed a fare in pochissimo tempo del Tercio la migliore unità spagnola, la più dura, la più efficente e la più disciplinata. Il giornalista americano Webb Miller raccontò un aneddoto di cui fu personalmente testimone. Franco stava ispezionando un reparto avanzato durante la distribuzione del rancio, quando un legionario gli gettò in faccia una gavetta protestando per il vitto immangiabile. Franco rimase impassibile, estrasse la pistola e sparò in faccia al legionario, poi proseguì l’ispezione senza una parola. Quando Millan Astray venne gravissimamente ferito, Alfonso XIII volle che il Tercio fosse affidato a Franco: no hay quien lo supere.
Allorché Primo de Rivera, divenuto dittatore proprio per risolvere la crisi marocchina, propose il ritiro di tutte le guarnigioni sulla costa, si opposero solo i colonnelli Mola e Franco. Questi propose uno sbarco di sorpresa ad Alhucemas, roccaforte dei ribelli. Era un’impresa rischiosissima, e dopo molte esitazioni, si decise di attuarla. Franco e i suoi legionari avrebbero dovuto creare la prima testa di ponte. Alhucemas fu una grande vittoria che salvò il Marocco spagnolo, e Franco divenne generale a 32 anni, ricevendo la sua seconda medalla militar e venendo nominato comandante dell’Accademia di Saragozza.
All’abdicazione di re Alfonso XIII, Franco ordinò ai cadetti di rispettare le istituzioni, e di ubbidire sempre al legittimo governo, qualunque esso fosse. Rifiutò di aderire al complotto antirepubblicano organizzato da Sanjurjo e Mola; ma il ministro della Guerra, Manuel Azaña, futuro presidente della Repubblica nel 1936, colui che aveva giurato di triturare l’esercito, non solo non fu riconoscente al generale Franco, ma sciolse l’Accademia.
Franco rispettò l’ordine, invitando i cadetti ad ubbidire anch’essi disciplinatamente. Ma concluse il proprio proclama con Viva la Spagna! Anziché con Viva la Repubblica!
Azaña lo convocò, e glielo fece notare, aggiungendo che si augurava fosse una distrazione.
Signor ministro, rispose Franco, io non dico niente senza averlo prima scritto, e non scrivo niente senza averci prima riflettuto.
Nel 1934, quando, dopo la sconfitta delle sinistre, i comunisti e gli anarchici catalani ed asturiani insorsero, Franco venne inviato nelle Asturie. Chiese prima che fossero concessi i pieni poteri all’esercito, e poi spezzò la schiena ai minatori. Come ricompensa, Franco ebbe dal presidente Gil Robles la carica di Capo di Stato Maggiore. Fu lui a destituire Sanjurjo e Miaja, giudicati troppo di destra.
Quando però le sinistre, malgrado gli scarsi risultati elettorali, tornarono al potere, Azaña, adesso primo ministro, allontanò Franco dalla Spagna, inviandolo nelle Canarie (Franco era ritenuto troppo fedele alla repubblica per essere rimosso: nel 1930 il fratello Ramon aveva anche tentato un colpo di stato filo repubblicano insieme con Queipo de Llano), richiamando invece in servizio Miaja.
Prima di partire, Franco venne contattato da José Antonio Primo de Rivera, che lo invitò ad incontrare i generali Mola e Varela ed il colonnello Yagüe.
Mola avvisò Franco che il Frente Popular si stava preparando a processarlo in quanto responsabile della repressione nelle Asturie. Franco non disse nulla sul momento, e partì per Las Palmas.
Quando però, dal discorso tenuto da Largo Caballero davanti alle Cortes, Franco ebbe la conferma della realtà delle parole di Mola, tramite il cifrario che gli era stato consegnato, contattò gli insorti, dando la propria adesione all’alzamiento.
Ma Franco rimase fedele ai suoi principi di ubbidienza alle autorità: il 23 giugno inviò una lettera al primo ministro Gaspar Quiroga, che era anche ministro della Guerra, in cui denunciava la progressiva disgregazione delle forze armate da parte delle sinistre, ed affermava:
(...) Assumerei una grave responsabilità e mancherei alla lealtà se non facessi presenti i pericoli rappresentati, per la disciplina dell’esercito, dalla mancanza di intima soddisfazione e dallo stato di inquietudine materiale e morale che sono diffusi tra gli ufficiali ed i sottufficiali (...)
Elencando le provocazioni e le aggressioni contro i militari da parte delle sinistre, non contrastate dalle autorità, i trasferimenti punitivi, i sospetti contro le Forze Armate.
(...) Mentono coloro che Le presentano l’esercito come ostile alla Repubblica e che fanno apparire come cospirazione l’inquietudine, la dignità ed il patriottismo degli ufficiali.
Invitava il ministro a prendere immediate misure di equità, e di giustizia per evitare future lotte civili.
Franco si volle mettere in pace la coscienza: cospiratore sì, ma aveva anche dato al governo la possibilità di evitare una strage che il futuro Caudillo non avrebbe mai voluta. Non ebbe risposta.
La ebbe invece dai generali cospiratori. Franco avrebbe avuto il comando delle sue vecchie truppe d’Africa, i Regulares e i legionari del Tercio; ma i ribelli non seppero- o forse, non fidandosi ancora del tutto, non vollero- dire la data precisa dell’alzamiento.
Francisco Franco la seppe solo a mezzogiorno del diciassette luglio, quando alla radio sentì che un certo Pedro faceva gli auguri di compleanno ad un tal Rodriguez. Era il messaggio che significava
Le truppe d’Africa si sono sollevate stamattina.
Nello stesso momento decollava da Londra un bimotore della Olley Company, affittato da un cero Bolin, con a bordo un funzionario di Scotland Yard, Pollard, sua moglie Diana, e una donna quasi sicuramente appartenente ai servizi segreti britannici, Dorothy Watson. Bolin aveva chiesto al pilota di seguire la rotta Londra Croydon- Tetuan, facendo scalo a Las Palmas per imbarcare un tale. Il tale era, ovviamente, Franco, in borghese e con gli occhiali scuri. Il giorno seguente, 18 luglio, il futuro Jefe del Estado, il futuro Caudillo raggiunse Tetuan e le truppe d’Africa.
Lo stesso giorno il primo ministro Largo Caballero telefonò al ministro della guerra Quiroga.
Che fa Franco?, chiese.
Franco è ben guardato alle Canarie.
Da Pierluigi Romeo di Colloredo, Frecce Nere! Le Camicie Nere in Spagna 1936- 1937, ITALIA storica, Genova 2012.
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