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«Se dovessimo costruire l’amicizia su solide fondamenta, dovremmo voler bene agli amici per amor loro e non per amor nostro».
Charlotte Brontë
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Charlotte Brontë, nasceva il 21 aprile 1816 (1816-1855), scrittrice inglese
 
Furono giorni allegri quelli a Thornfield Hall; e anche pieni di occupazioni: che differenza dai primi tre mesi di calma, monotonia e solitudine che avevo trascorso sotto il suo tetto! Ogni triste pensiero sembrava adesso allontanato dalla casa, ogni malinconia dimenticata: vi era vita dappertutto e movimento da mattina a sera. Non si poteva attraversare la galleria, un tempo così silenziosa, né entrare nelle camere sul davanti, un tempo così vuote, senza incontrare una svelta cameriera o un valletto azzimato.
                La cucina, la dispensa, la sala della servitù, l'anticamera avevano la stessa vivacità; e i saloni restavano vuoti e silenziosi solo quando il cielo azzurro e il calmo sole di quella mite primavera chiamavano gli ospiti nel parco. Anche quando cambiò il tempo e per alcuni giorni cadde una pioggia continua, nessuna nube parve oscurare quella allegria, solo che i passatempi in casa divennero più vivaci e mutarono continuamente per compensare la mancanza di divertimenti all'aperto.
                La prima sera in cui mi domandavo che cosa avrebbero fatto fu proposto un nuovo passatempo: parlavano di «sciarade figurate», ma, nella mia ignoranza, non capivo il termine. Venne ordinato ai domestici di spostare le tavole della sala da pranzo, le luci furono disposte altrimenti, le sedie messe a semicerchio di fronte all'arco. Mentre il signor Rochester e gli altri signori dirigevano queste operazioni, le signore correvano su e giù per le scale chiamando le loro cameriere. La signora Fairfax fu convocata per dare informazioni circa le risorse della casa in fatto di scialli, abiti, stoffe di ogni genere; alcuni guardaroba del terzo piano furono messi a soqquadro: sottovesti imbottite o cerchiate, gonne di raso, vecchie sete lavorate, guarnizioni di pizzo ecc., vennero portate giù a bracciate dalle cameriere: dopo una selezione le cose scelte furono ammucchiate nel salottino attiguo al salotto.
                Frattanto il signor Rochester aveva nuovamente chiamato attorno a sé le signore e stava scegliendo quelle che dovevano far parte del suo gruppo. «La signorina Ingram è dei miei, naturalmente», disse: dopo di che scelse le due signorine Eshton e la signora Dent. Per caso mi trovavo vicina a lui avendo appena assicurato il fermaglio del braccialetto della signora Dent, che si era slacciato, così si rivolse anche a me.
                «Volete giocare?», domandò. Scossi la testa. Non insistette, come temevo che avrebbe fatto, e tornai tranquillamente alla mia solita sedia.
                Lui e i suoi aiutanti si ritirarono allora dietro la tenda: l'altro gruppo, guidato dal colonnello Dent, prese posto sul semicerchio di sedie. Uno degli uomini, il signor Eshton, vedendomi, sembrò proporre di farmi giocare; ma Lady Ingram si oppose immediatamente.
                «No», la sentii dire: «ha l'aria troppo stupida per un giuoco come questo».
                Poco dopo suonò un campanello e la tenda fu alzata. Entro l'arco apparve la grossa figura di Sir George Lynn, che era stato scelto dal signor Rochester, avvolta in un bianco lenzuolo: davanti a lui, su di un tavolo, era aperto un grande libro; e al suo fianco stava Amy Eshton, chiusa nel mantello del signor Rochester, con un libro in mano. Qualcuno, non visto, suonò allegramente il campanello; allora Adèle (che aveva insistito per essere inclusa nel gruppo del suo tutore) saltò fuori spargendo intorno a sé dei fiori di un cestino appeso al suo braccio. Poi apparve la splendida signorina Ingram tutta in bianco, con un lungo velo e una ghirlanda di rose intorno alla fronte; al suo fianco veniva il signor Rochester e insieme si avvicinarono al tavolo. Si inginocchiarono, mentre la signora Dent e Louisa Eshton, pure in bianco, si fermavano dietro di loro. Seguì una cerimonia di soli gesti, nella quale era facile riconoscere la pantomima di uno sposalizio. Al termine, il colonnello Dent e il suo gruppo si consultarono bisbigliando per un paio di minuti e poi il colonnello disse ad alta voce:
                «Sposa!». Il signor Rochester si inchinò e la tenda ricadde.
                Prima che si alzasse ancora trascorse un lungo intervallo. Quando si riaprì per la seconda volta, mostrò una scena molto più elaborata. Il salotto, come ho già detto, era sopraelevato di due gradini rispetto alla sala da pranzo; e, a un paio di iarde dall'ultimo gradino, apparve un grande bacile di marmo, che di solito era nella serra, circondato da piante esotiche e con dentro dei pesci dorati: era stato preso di lì, non senza fatica considerando la sua grandezza e il suo peso.
                Seduto sul tappeto, a fianco del bacile, si vedeva il signor Rochester, avvolto in scialli e con un turbante in testa. I suoi occhi neri, la sua pelle bruna e i lineamenti orientali si adattavano perfettamente al costume: era il vero modello di un emiro maomettano, destinato a strangolare o a essere strangolato con la corda dell'arco. Poi si fece avanti la signorina Ingram. Anche lei era travestita da orientale: si era annodata alla vita una sciarpa cremisi, un fazzoletto ricamato le cingeva la testa; le braccia tornite eran nude, in una reggeva una brocca posta con grazia sul capo. L'abbigliamento, i lineamenti, il portamento e tutto l'insieme suggerivano l'idea di una principessa ebrea al tempo dei patriarchi; e tale era certo il personaggio che ella intendeva rappresentare.
                Si accostò al bacile e si chinò su di esso come per riempire la brocca; poi se la pose nuovamente sulla testa. L'uomo seduto accanto al pozzo le si avvicinò come per chiederle qualche cosa: «E subito ella abbassò la sua brocca sulla mano, e gli diede da bere». Lui allora trasse dal petto uno scrigno, lo aprì e mostrò magnifici braccialetti e orecchini a cerchio; la donna mimò stupore e ammirazione; e l'uomo inginocchiandosi pose il tesoro ai suoi piedi; gli sguardi e i gesti di lei manifestarono incredulità e gioia; lo straniero le infilò i braccialetti ai polsi e le mise gli orecchini. Erano Eliezer e Rebecca: mancavano solo i cammelli.
                Il gruppo proposto per indovinare si raccolse di nuovo: a quanto sembrava non riuscivano a mettersi d'accordo sulla parola o sulla sillaba che la scena doveva significare. Il colonnello Dent, loro portavoce, chiese il «quadro dell'intero», e allora la tenda fu ancora calata.
                Alzatasi una terza volta, apparve solo una parte del salotto; il resto era nascosto da uno schermo formato da uno scuro e rudimentale panneggio. Il bacile di marmo era stato tolto; al suo posto vi erano un tavolo di abete e una sedia di cucina: questi oggetti erano illuminati dalla fioca luce di una lanterna, poiché le candele erano state tutte spente.
                Nel mezzo di questa squallida scena sedeva un uomo con i pugni stretti sulle ginocchia e gli occhi chini a terra. Riconobbi il signor Rochester, sebbene la sua faccia imbrattata, gli abiti in disordine (la giacca gli pendeva da un braccio come se gli fosse stata strappata di dosso in una rissa), l'espressione torva e disperata, i capelli irti e arruffati lo rendevano quasi irriconoscibile. Quando si mosse, si udì il rumore delle catene che gli legavano i polsi.
                «Prigione!», esclamò il colonnello Dent, e la sciarada fu così risolta.
                Trascorso un certo intervallo, necessario agli attori per riprendere i loro abiti normali, essi rientrarono nella sala da pranzo. Il signor Rochester era con la signorina Ingram, che si complimentava con lui per le sue qualità di attore.
                «Sapete», disse lei, «che dei tre personaggi quello in cui mi siete piaciuto di più è stato l'ultimo? Oh, se foste vissuto solo pochi anni fa, che magnifico bandito-gentiluomo sareste stato!».
                «Mi sono lavato via tutta la fuliggine dalla faccia?», le chiese lui.
                «Ahimè, sì: ed è un vero peccato! Quella truccatura da furfante vi stava benissimo».
                «Vi piacerebbe dunque un eroe della strada?».
                «Un eroe inglese della strada è quello che si avvicina di più a un bandito italiano, e questo potrebbe essere superato solo da un pirata levantino».
                «Bene, chiunque sia, ricordatevi che siete mia moglie; ci siamo sposati un'ora fa in presenza di tutti questi testimoni». Lei ebbe un riso soffocato e arrossì.
                «Adesso, Dent», continuò il signor Rochester, «tocca a voi». E, mentre l'altro gruppo si ritirava dietro la tenda, lui e i suoi occuparono le sedie rimaste vuote. La signorina Ingram si mise alla sua destra; gli altri si sedettero ai loro lati. Adesso non guardavo più gli attori, né attendevo con interesse che la tenda si alzasse; la mia attenzione era assorbita dagli spettatori; i miei occhi, che poco prima erano fissi sull'arco, adesso erano irresistibilmente attratti dal semicerchio di sedie. Non ricordo più quale sciarada fosse rappresentata dal colonnello Dent e dal suo gruppo, quale parola avessero scelto e come se la siano cavata; ma vedo ancora il confabulare che seguiva ogni scena: vedo il signor Rochester volgersi verso la signorina Ingram e la signorina Ingram verso di lui; la vedo inclinare la testa su di lui fino a sfiorargli quasi la spalla con i suoi neri riccioli che ondeggiavano contro la guancia; sento i loro reciproci bisbigli; rievoco gli sguardi scambiati; e anche qualche cosa dei sentimenti risvegliati in me da quello spettacolo mi torna alla memoria in questo momento.
                Ti ho detto, lettore, che avevo imparato ad amare il signor Rochester: certo non potevo adesso disamarlo solo perché mi ero accorta che egli aveva cessato di occuparsi di me - potevo infatti passare ore in sua presenza senza che mai volgesse gli occhi dalla mia parte - né perché vedevo tutte le sue attenzioni rivolte a una gran dama che non si degnava di toccarmi, nel passare, con un lembo del suo abito, e che, se per caso il suo sguardo scuro e imperioso cadeva su di me, subito lo distoglieva come da un oggetto immeritevole della sua attenzione. Non potevo certo disamarlo solo perché ero sicura che avrebbe sposato presto questa gran dama... perché leggevo in lei ogni giorno l'orgogliosa sicurezza delle intenzioni di lui a suo riguardo... perché scorgevo continuamente in lui una forma di corteggiamento che, sebbene in apparenza noncurante e inteso piuttosto a farsi cercare che a cercare, era tuttavia cattivante nella sua stessa noncuranza e irresistibile nel suo stesso orgoglio.
                In queste circostanze non c'era niente che potesse raffreddare o cancellare il mio amore, ma al contrario molto per portarmi alla disperazione. E molto anche, come puoi credere, lettore, per far sorgere la gelosia: se pure una donna della mia condizione poteva pretendere di essere gelosa di una donna come la signorina Ingram. Ma io non ero gelosa o lo ero molto raramente... la natura della pena che soffrivo non potrebbe essere espressa con questa parola. La signorina Ingram era una classe al di sotto della gelosia: era troppo inferiore per ispirare questo sentimento. Scusatemi l'apparente paradosso: so quel che voglio dire. Ella era molto appariscente, ma non era naturale. Era bella, era una donna brillante; ma la sua anima era gretta e il suo cuore arido per natura: niente fioriva spontaneamente su quel terreno, nessun frutto naturale offriva il ristoro della sua freschezza. Non era buona, non era originale: ripeteva frasi fatte tolte da libri: non esprimeva e non aveva idee personali. Ostentava alti toni di sentimento, ma ignorava ogni impulso di simpatia o di umanità; non c'erano in lei né sincerità né tenerezza. Lo si vedeva nell'antipatia che provava per la piccola Adèle: spesso la respingeva con qualche epiteto offensivo se le andava vicino; a volte le ordinava di uscire dalla stanza, e sempre la trattava con freddezza e astio. Altri occhi, oltre i miei, osservavano queste manifestazioni di carattere... le osservavano da vicino, con obiettività e acutezza. Sì, il futuro sposo, il signor Rochester stesso, esercitava sulla sua fidanzata una continua sorveglianza; e proprio da questa acutezza, da questa sua cautela, da questa perfetta e chiara consapevolezza dei difetti della sua bella, da questa ovvia assenza di passione nei suoi sentimenti verso di lei sorgeva la mia continua e torturante pena.
                Vedevo che egli la sposava per ragioni di famiglia, o forse politiche, perché gli erano utili il suo rango e la sua parentela; sentivo che non l'amava e che le qualità di lei non avrebbero mai potuto conquistare l'amore di lui. Era questo il punto... la zona dolente in cui i nervi venivano tormentati... l'alimento e il sostegno della mia febbre: lei non poteva piacergli.
                Se avesse conquistato subito la vittoria e lui le avesse concesso e posto sinceramente ai piedi il suo cuore, io mi sarei coperta il volto, mi sarei tirata da parte e (figuratamente) sarei morta per loro. Se la signorina Ingram fosse stata una donna buona e generosa, dotata di forza, calore, tenerezza e saggezza, avrei dovuto affrontare una lotta mortale con due tigri: la gelosia e la disperazione; poi, col cuore straziato e a pezzi, l'avrei ammirata... avrei riconosciuto la sua superiorità e sarei rimasta tranquilla per il resto dei miei giorni: quanto più totale fosse stata la sua superiorità, tanto più profonda sarebbe stata la mia ammirazione... tanto più sinceramente tranquilla la mia pace. Ma, come stavano le cose, l'osservare gli sforzi della signorina Ingram per affascinare il signor Rochester, essere testimone dei loro ripetuti fallimenti, e che lei nella sua vanità mai più immaginava ma al contrario sicura che ogni sua freccia colpisse il bersaglio, si vantava fatuamente del successo, mentre il suo orgoglio e il suo egoismo respingevano sempre più lontano ciò che voleva attrarre... l'esser testimone di tutto questo significava per me essere sottoposta a un tempo a una tensione continua e a uno snervante controllo.
                Perché, a ogni fallimento di lei, io vedevo come avrebbe potuto avere successo. Gli strali, che continuamente mancavano il petto del signor Rochester e cadevano innocui ai suoi piedi, potevano, lo sapevo, se lanciati da una mano più sicura, giungere nel profondo del suo cuore orgoglioso... richiamare l'amore nei suoi occhi severi e la dolcezza sul suo volto sarcastico; o, meglio ancora, si sarebbe potuta compiere senza armi una silenziosa conquista.
                «Perché mai», mi domandavo, «non riesce ad avere maggiore influenza su di lui pur godendo il privilegio di essergli così vicina? Certo non sa amarlo con sincerità o con vero affetto! Se così fosse, non avrebbe bisogno di spander sorrisi, di lanciare continuamente occhiate, di assumere un'aria sofisticata e di civettare. Mi sembra che potrebbe, solo sedendoglisi tranquilla al fianco, parlando poco e guardando ancor meno, essere molto più vicina al suo cuore. Ho visto sul suo volto un'espressione molto diversa da quella che lo indurisce ora quando lei lo avvicina con tanta vivacità; ma allora si manifestava spontaneamente: non era sollecitata da arti da cortigiana e da manovre calcolate; era sufficiente accettarla, rispondendo senza pretese alle sue domande, rivolgendosi a lui senza moine quando era necessario, e allora quell'espressione cresceva, diveniva sempre più dolce e cordiale e riscaldava come un benefico raggio di sole. Come farà a piacergli quando saranno sposati? Non credo che ci riuscirà; eppure ci si potrebbe riuscire; e sua moglie potrebbe essere, ne sono sicura, la donna più felice sotto il sole».
                Non ho ancora detto una parola di condanna sul progetto del signor Rochester di sposarsi solo per interesse o per ragioni di parentela. Quando scoprii che questa era la sua intenzione, ne rimasi stupita: lo avevo giudicato incapace di scegliere una moglie per motivi così volgari; ma quanto più consideravo la condizione, l'educazione ecc. di entrambe le parti, tanto meno mi sentivo di giudicare e condannare sia lui sia la signorina Ingram per agire secondo le idee e i principi istillati in loro, senza dubbio, fin dall'infanzia. Tutta la loro classe si atteneva a quei principi: immaginai dunque che, per farlo, avessero ragioni che io non potevo indagare. Mi sembrava che, se fossi stata un gentiluomo come lui, mi sarei unito solo a una moglie che potessi amare; ma l'evidenza stessa dei vantaggi che un tale comportamento offriva alla felicità di un marito mi convinceva che dovevano esserci, contro di esso, argomenti che ignoravo completamente: altrimenti tutti avrebbero senza dubbio agito come io avrei voluto.
                Ma non solo su questo punto stavo diventando indulgente con il mio padrone: andavo dimenticando tutti i suoi difetti, che un tempo avevo attentamente osservato. I primi tempi mi ero impegnata a studiare ogni lato del suo carattere: a considerare il cattivo e il buono e a formare un giudizio obiettivo dopo aver soppesato l'uno e l'altro. Adesso non vedevo più il cattivo. Il sarcasmo che mi aveva respinta, i suoi modi scostanti che una volta mi avevano spaventata erano solo condimenti piccanti di un piatto scelto: la loro presenza stuzzicava, la loro assenza lo avrebbe reso insipido al confronto. E quanto a quel vago qualche cosa - un'espressione sinistra o angosciata, di scaltrezza o di impotenza? - che appariva a tratti nei suoi occhi a un attento osservatore, e subito tornava a nascondersi prima che si riuscisse a penetrarla profondamente: quel qualche cosa che mi sgomentava o mi faceva rabbrividire come se vagassi su un terreno vulcanico e all'improvviso il suolo cominciasse a sussultare e ad aprirsi sotto di me, questo qualche cosa lo scorgevo ogni tanto, e con il tumulto nel cuore: ma non con la paralisi nei nervi. Invece di sfuggirlo, desideravo solo scoprirne arditamente il mistero; e consideravo felice la signorina Ingram perché un giorno avrebbe potuto guardare a suo agio nel fondo, esplorarne i segreti e analizzare la loro natura.
                Frattanto, mentre pensavo solo al mio padrone e alla sua futura moglie - vedevo solo loro, sentivo solo i loro discorsi e consideravo importanti solo i loro movimenti -, il resto della compagnia continuava a divertirsi e a interessarsi a varie cose. Lady Lynn e Lady Ingram come due bambole tenevano solenni conferenze durante le quali scuotevano i loro due turbanti l'una verso l'altra e alzavano le quattro mani in gesti via via di sorpresa, di mistero, di orrore a seconda dell'argomento dei loro pettegolezzi. La dolce signora Dent parlava con la mite signora Eshton, ed entrambe mi rivolgevano a volte una parola cortese o un sorriso. Sir George Lynn, il colonnello Dent e il signor Eshton discutevano di politica, o di affari della contea, o di questioni giudiziarie. Lord Ingram faceva la corte a Amy Eshton; Louisa suonava o cantava con uno dei giovani Lynn; e Mary Ingram ascoltava languidamente le galanterie dell'altro. Talora tutti, come per un comune accordo, sospendevano il loro giuoco di controscena per osservare e ascoltare gli attori principali: perché, dopo tutto, il signor Rochester e - in quanto strettamente collegata a lui - la signorina Ingram erano la vita e l'anima della compagnia. Se lui rimaneva assente anche per un'ora, si verificava un evidente calo d'umore nei suoi ospiti; e il suo ritorno non mancava mai di dare nuovo impulso e vivacità alla conversazione.
 
da Jane Eyre (edizione Garzanti)
 
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Yeah, so absolutely adore this story....

One of my favourite parts. So passionate, full of feeling and struggle

"Do you think I am an automaton? — a machine without feelings? and can bear to have my morsel of bread snatched from my lips, and my drop of living water dashed from my cup? Do you think, because I am poor, obscure, plain, and little, I am soulless and heartless? You think wrong! — I have as much soul as you — and full as much heart! And if God had gifted me with some beauty and much wealth, I should have made it as hard for you to leave me, as it is now for me to leave you. I am not talking to you now through the medium of custom, conventionalities, nor even of mortal flesh: it is my spirit that addresses your spirit; just as if both had passed through the grave, and we stood at God's feet, equal — as we are!"

"No - no - Jane; you must not go. No - I have touched you, heard you, felt the comfort of your presence - the sweetness of your consolation: I cannot give up these joys. I have little left in myself - I must have you. The world may laugh - may call me absurd, selfish - but it does not signify. My very soul demands you: it will be satisfied: or it will take deadly vengeance on its frame." Edward Rochester

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