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Il Martirio di san Lorenzo, commissionato da Cosimo I de' Medici, e realizzato nel 1569 da Agnolo di Cosimo, detto il Bronzino, mette in risalto le radici della produzione artistica di quest'ultimo. Il viaggio a Roma del 1546 permise a questo straordinario artista di poter osservare e conoscere le linee e le forme di Michelangelo, il quale stava lavorando nello stesso periodo alla Cappella Paolina. Il Bronzino realizza dunque un'opera sacra su modelli michelangioleschi, come si può notare dal fitto intrico di corpi muscolosi rappresentati. La posa di san Lorenzo, al centro del dipinto, rievoca molto quella della Venere del Pontormo, il cui disegno su cartone è stato realizzato proprio da Michelangelo, ma anche l'Adamo della Sistina. Il braccio del santo infatti è steso verso l'imperatore Valeriano, il quale ripete il gesto come fosse Dio, anche se in questo caso, più che dargli la vita lo condanna a morte.
Lo stesso imperatore Valeriano richiama alla memoria la figura di Giuliano de' Medici nella Sagrestia Nuova, sita nella chiesa di San Lorenzo in Firenze.
La scena del dipinto viene definita dall'architettura di fondo, che ricorda la cupola di San Pietro, e i due portici opposti che, invece di rendere unitaria la scena, la spezzano. Sotto le logge è possibile osservare due sculture: a sinistra Mercurio, re messaggero, simbolo del commercio e delle scienze, sotto cui sono legate le figure del Bronzino, dell'Allori e del Pontormo, mentre a destra troviamo Ercole.
Per chi volesse andare a vedere dal vivo l'opera sappiate che si trova nella navata sinistra della basilica di San Lorenzo a Firenze.

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12/03/16
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Il Congresso degli Arguti - Il Facchino

Questa fontana, in marmo Caristo - cipollino antico, che rappresenta un uomo con indosso la divisa tipica dei portatori d'acqua e di vino mentre tiene tra le mani un caratello* zampillante alimentato dall' acquedotto dell'Acqua Vergine,  nasce tra il 1586 e il 1598 probabilmente per volere della " Corporazione degli Acquaroli ", il Vanvitelli in una sua perizia del 1751 l'attribuisce a Michelangelo mentre il D'Onofrio l'attribuisce a Jacopo Del Conte la cui vena artistica di ispirazione michelangiolesca avrebbe indotto il Vanvitelli in errore (alcuni ritengono che fu lo stesso Jacopo Del Conte a pagare la sua opera che, pur messa a disposizione del pubblico, doveva abbellire la facciata del palazzetto in cui abitava); originariamente il Facchino faceva parte della facciata di Palazzo Grifoni in via del Corso a fronte della chiesa di San Marcello, ma, nel 1872 per preservare la fontana ferita dagli urti delle carrozze e dalle sassate dei ragazzi che vi giocavano intorno venne spostata in via Lata e addossata a palazzo De Carolis che aveva inglobato nel frattempo palazzo Grifoni e palazzo Del Ponte, in questo spostamento il Facchino perse la sua edicola architravata, la vasca notevolmente più ampia e un'epigrafe scritta dall'abate Godard che recitava:

"Abundio Ritio
in publicis stillicidiis coronato
in ligandis super ligandisque sarcinis
expertissimo
Qui vexit quantum volvit
Vixit quantum potuit
et dum vini cadum intus
et exstra portabat
nolens obit

A Abbondio Rizio
coronato sul pubblico marciapiede
nel legare e sollevare fardelli
espertissimo
il quale portò quanto peso volle
visse quanto potè
ma un giorno mentre un barile di vino in spalla
e un altro in corpo portava
morì senza volerlo

Quest'iscrizione oltre a svelare il nome del personaggio scolpito: Abbondio Rizio* e il suo  apprezzamento per il vino, ricordava lo strano rituale a cui dovevano sottoporsi i nuovi facchini: i colleghi più anziani dopo averli incoronati con una corona fatta di bieta e varie verdure, gli facevano ripetutamente battere il sedere sul marciapiede ( in pubblicus stillicidiis coronato ), nel punto esatto della postazione a loro riservata, la cerimonia che costituiva l'ufficiale presa di possesso del luogo di lavoro, si concludeva sempre allegramente in osteria.

Nel 573 i Goti nel tentativo di espugnare la città difesa dal brillantissimo generale bizantino Bellisario danneggiarono gravemente tutti gli acquedotti che successivamente subirono numerosi interventi di riattivazione delle condutture, ma non sufficienti per il ripristino delle innumerevoli fontane di Roma e il popolo sotto questa carestia usufruiva dell'acqua del Tevere per lavarsi e di quella dei facchini per bere; durante il giorno dietro modesto compenso l'acqua era offerta per le strade e le case in botti e botticelle riempite volutamente di notte alla fontana di Trevi probabilmente per evitare di pagare la tassa sull'acqua citata in un documento del 1500:

"Che qualunque acquarolo che piglia acqua dalla fontana di Trevi de continovo tutto lo anno, paghi in tutti julii cinque: item, che tutti cavalli et muli che caricano acqua alla fontana, paghi baiocchi cinque per ciasche bestia".

Tra il 1572  e il 1585 Gregorio XIII decise di promuovere un'opera di ristrutturazione profonda degli acquedotti che diede come risultato finale il ritorno dell'acqua abbondante a Roma il che decretò nel 1590 la fine del mestiere di approvvigionatore d'acqua, e prestando un po' di attenzione alle date, si nota che la fontana del Facchino " prendeva vita " proprio quando questo mestiere stava morendo.

Al marmo di via lata Gian Battista Marini dedicò questo madrigale:

"O con che grato ciglio,
Villan cortese, agli assetati ardenti
Offri dolci acque algenti
Io ben mi meraviglio
Se vivo sei, qual tu rassembri a noi,
Come in lor mai non bagni i labri tuoi.
Forse non ami i cristallini umori,
Ma di Bacco i licori!

Caratello*= contenitore di legno a forma di botte con una capienza variabile tra i 25 e i 200 litri

Abbondio Rizio*= L'immaginazione popolare riconosceva nel volto del Facchino quello di Martin Lutero o quello del gesuita Marco Antonio De Dominis, che imprigionato a Castel S. Angelo su ordine  di Paolo VI, si avvelenò 

© Sciarada Sciaranti

#RomaCaputMundi  
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L'altare di Lorenzo Mattielli (Vicenza 1687 - 1748 Dresda), raffigurante s. Giovanni da Nepomuceno, si trova nella chiesa di S. Pietro a Vienna. L'opera si trova a destra dell'altare maggiore e del presbiterio, in opposizione al pulpito ornato dorato di Matthias Steinl (1644- 1727), scolpito nel 1726, il quale presenta in cima al baldacchino una rappresentazione della Santissima Trinità. Lorenzo Mattielli fu bravissimo nello sfruttare la parte angolare dell'altare, dando vita a una stupenda opera d'arte. Si può fruire di questo capolavoro sia frontalmente che lateralmente, mostrandoci una prospettiva molto interessante. Il materiale utilizzato è il legno, che fu poi dorato e argentato, quest'ultimo per le sole parti delle nuvole e dell'acqua. Lo sviluppo dei volumi dei personaggi determinano la riflessione della luce sui corpi delle altre figure producendo giochi di luci ed ombre. Una particolarità dell'altare sta nel fatto che si ha la percezione del movimento e inoltre l'opera, come in parte la chiesa di per sé, mostra un forte senso del dramma e della teatralità. In basso, il basamento presenta tre dipinti ad olio su tela: nel primo a sinistra viene rappresentato il santo, in quello centrale la morte dello stesso e infine a destra è raffigurata santa Walpurg. Queste opere sono state posizionate lì non soltanto per dare memoria al canonico ma anche perché hanno una funzione importante, ovvero quella di nascondere i pilastri alla base dell'altare. Per capire meglio la forza dell'opera bisogna parlare della storia del santo Giovanni da Nepomuceno. Egli nacque in Boemia nel 1330 e iniziò i suoi studi ecclesiastici a Praga. Venne consacrato sacerdote dal vescovo della città. Il Re Venceslao lo volle a corte e fu nominato dalla consorte, Giovanna di Baviera, come suo personale confessore. Il Re, corrotto, temendo l'infedeltà della moglie e confuso dal fatto che il canonico non volesse svelare cosa la Regina dicesse durante i loro incontri, decise di ucciderlo. Ordinò ai suoi scagnozzi di gettarlo nel fiume Moldava durante la notte, in modo da non essere interrotto da un'eventuale ribellione popolare. Era l'anno 1393. Ciò che ci viene raccontato dallo scultore vicentino è l'esatto momento dell'omicidio del canonico boemo. Il Re alla nostra destra si erge fiero e potente, con la mano destra tesa ordina a suoi soldati di gettare il canonico dal ponte. Quest'ultimo viene rappresentato come fosse un antico imperatore romano, si evince benissimo dalle sue vesti e dal portamento trionfante. La caduta del canonico sottolinea una forte drammaticità grazie al movimento che Mattielli ha saputo dare alle figure e il santo, mentre precipita dal ponte, viene a trovarsi in nuovo spazio, che non è più quello legato all'altare quanto a quello della chiesa. L'opera d'arte è come se stesse comunicando direttamente con noi spettatori, coinvolgendoci ancor di più. In alto troviamo la visione della Madonna, seduta su una corona di nuvole e circondata da angeli e putti. Questo evento, che in realtà scinde dal momento della morte di s. Giovanni, è pur sempre un episodio importante della sua vita. La Madonna guarda verso il basso, osservando la caduta del santo, come fosse in attesa della sua venuta in cielo.
D'altronde lo stesso canonico, nonostante il momento terribile della morte, sembra trovar pace. In questo frangente Mattielli è stato bravissimo a far dialogare assieme questi due eventi, sviluppandoli all'usino e creando un unico imperdibile momento. Accanto alla figura della Madonna, sulla destra troviamo un angelo seduto su un capitello della chiesa, il quale non solo rappresenta un punto di collegamento tra la scena del martirio sulla terra e la visione celeste ma anche l'intenzione di Mattielli nel ricreare un forte dialogo tra l'altare e la chiesa stessa, fondendo gli stili e creando uno spazio unico capace di impressionare i fedeli. Si può quindi dedurre che l'opera tende a svilupparsi dall'alto verso il basso, nel nostro spazio. San Giovanni da Nepomuceno è qui raffigurato con il tipico abito dei canonici cioè l'almuzia e tiene in mano il crocifisso. Normalmente il canonico in arte viene rappresentato con la palma del martirio, che in questo caso è in mano ad un angelo, il quale si trova sotto la figura del santo. Secondo la leggenda inoltre, nell'istante della caduta del canonico, sul pelo dell'acqua e intorno al suo capo, apparvero cinque stelle e queste da quel momento divennero simbolo del Santo. Sul luogo della sua morte, sul ponte Carlo a Praga, in ceco Karlův most, si trova la sua statua che viene vista e toccata da tantissimi turisti ogni giorno. Secondo la tradizione se si tocca con la mano sinistra la croce e le stelle nello stesso momento si può esprimere un desiderio che si avvererà, mentre se si tocca la sua statua si può avere fortuna.
L'intera chiesa di s. Pietro inoltre è da considerarsi come fosse un enorme palcoscenico: basti vedere in contro-facciata e nelle torrette su cui poggia il tamburo della cupola dove ci sono delle aperture, come se rappresentassero delle balconate o delle gallerie teatrali.
Tutto ciò rispecchia la società del tempo: nel Seicento infatti si sviluppò e si diffuse l'amore verso l'arte teatrale. Con il fiorire del Barocco, lo stile sfarzoso ed elegante si è legato al gusto del dramma e della teatralità. Lorenzo Mattielli riuscì con quest'opera non solo a inserire le caratteristiche tipiche del Barocco ma anche alcune provenienti dall'arte rinascimentale. La caduta del canonico è la chiave di tutto: centro del dramma della morte, tipico del barocco e punto di contatto con l'esterno, importante nel Rinascimento. La caduta è dunque l'elemento che connette l'arte barocca e l'arte rinascimentale. Grazie all'operato di Mattielli possiamo essere pienamente consapevoli e partecipi di ciò che sta accadendo al martire. 
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2015-03-05
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Emozionante..non ci sono altre parole per descrivere il sentimento che per almeno mezza giornata ha tormentato il mio animo. Quando scelsi dal catalogo on line della Biblioteca Nazionale Austriaca il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci non mi sarei aspettata tutto ciò. C'è da dire prima di tutto che già soltanto la Biblioteca è qualcosa di spettacolare, avete presente la Bella e la Bestia? Ecco sembra di essere lì...oh amo i libri! Tornando a noi, mi sono presentata, carta d'identità alla mano e il “libro” che mi hanno consegnato era un volume davvero enorme e pesante. Il codice che ho sfogliato si tratta ovviamente di un fac simile di quello che si trova oggi all'Ambrosiana di Milano. 
Ho sempre pensato che Leonardo da Vinci fosse un genio ma vederlo dal “vivo” è qualcosa di magico. Mentre tentavo di leggere cosa scriveva mi sono sentita molto vicina a lui, non so bene il motivo. Ho trovato disegni molto eleganti e puliti altri più sporchi e poco precisi, come se durante la notte avesse avuto un'illuminazione che lo ha costretto ad alzarsi di corsa per non far volare via quel pensiero. Questo codice che ho avuto la fortuna di sfogliare può essere definito una sorta di Zibaldone: disegni, calcoli, appunti. A lui dobbiamo le attuali conoscenza scientifiche e matematiche. Un aspetto che mi ha colpito molto è la scrittura. Forse non tutti lo sanno ma Leonardo Da Vinci era solito usare la scrittura speculare: con essa la lettura è possibile solo se la si guarda con l'aiuto dello specchio. 
Questo metodo da lui utilizzato si crede oggi sia espressione e sintomo di malattie quali la dislessia. A me personalmente piace credere che lo abbia fatto apposta per rendere le sue emozioni e i suoi pensieri più personali, per rendersi unico...ma forse è solo una mia fantasia!. Accanto alle sue stupende creazioni ci sono diversi calcoli, immagino servissero per dargli le proporzioni di quello che di lì a poco avrebbe disegnato.
Un'altra cosa che mi ha molto colpita di questo volume è stato il disegno di uomo, anzi di un mezzo uomo: un disegno dove le parti del corpo umano vengono trasformate in quelle di un drago o di una papera a sinistra, con delle ali al posto delle braccia, con un unicorno sulla testa, con un V sul petto destro e un occhio umano al posto del ginocchio. Secondo alcuni questo disegno sta a rappresentare il disagio interiore e le preoccupazioni del grande artista toscano.
Nell'occasione volevo spiegarvi brevemente la storia di questi preziosissimi disegni e bozze: tutto inizia con una fine, la morte del genio Leonardo ad Amboise nel 1519. Il Re Francesco I fu la persona più vicina all'artista ed è a lui che gli lascia tutto ciò che aveva. Alla sua morte le opere di Leonardo furono date a Fra Melzi. Nel 1570 l'eredità del genio passa al figlio di quest'ultimo, Orazio il quale non capendo l'importanza di ciò che aveva tra le mani le vende a Pompeo Leoni (1582-1590). Quest'ultimo sotto Filippo II di Spagna raccolse i documenti in due volumi: “Drawning of maschines and of secrets arts” e “Codex Arundel”. Leoni si sposta a Milano nel 1604 e alla sua morte lascia il codice a Polidoro Calchi che lo vende a Galeazzo Arconati nel 1622, il quale lo dona all'Ambrosiana di Milano nel 1636. Nel 1796 purtroppo Napoleone decise di portarlo in Francia ma grazie al Congresso di Vienna del 1814 e al volere del Duca di Wellington il codice ritornò a casa, a Milano. Solo in tempi più recenti, nel 1962 Paolo VI decise di far restaurare i codici dell'Ambrosiana portandoli a una comunità di Monache di Grottaferrata, nei pressi di Roma. Quest'ultime integrarono alcune parti con della carta giapponese.
Secondo il Dottor Galluzzi in questo modo, finalmente, possiamo vedere come lavorava Leonardo. E in effetti è una grande conquista per gli storici dell'arte e per tutti gli appassionati. In questo modo anche nel nostro piccolo possiamo sentirci vicini al grande maestro.  
"...E veramente il cielo ci manda talora alcuni che non rappresentano la umanità sola, ma la divinità istessa, acciò da quella come da modello, imitandolo, possiamo accostarci con l'animo e con l'eccellenzia dell'intelletto alle parti somme del cielo..." - Giorgio Vasari, Edizione Torrentiniana del 1550
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2014-10-04
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Questa imponente chiesa, dal carattere neogotico, si eleva imponente nella splendida città di Vienna. La traduzione italiana è "Chiesa Votiva", questo perché si voleva ringraziare il Signore dello scampato pericolo, relativo cioè al tentato omicidio dell'Imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria da parte di un ungherese. Venne iniziata nel 1856 e fu terminata ben 23 anni dopo, quando cioè fu consacrata nel 1879. La splendida costruzione la dobbiamo all'architetto ventiseienne Heinrich von Ferstel, il quale con il suo progetto sbaragliò la concorrenza degli altri 74 progetti presentati!
Il messaggio che si voleva dare con la costruzione di questa chiesa non si limitava soltanto al ringraziamento divino ma si voleva creare un luogo di protezione per tutti i popoli del Danubio sotto l'impero Asburgico, in modo che essi potessero sentirsi a casa. La chiesa è un esempio lampante del neogotico. Di per sé questa parola sta ad indicare un revival delle forme gotiche per esprimere un'arte nazionale, ed è quello che accadde in Germania e in Austria durante il XIX secolo. L'interno è molto simile alle basiliche poiché si divide in tre navate e ha un bellissimo transetto che interseca perpendicolarmente, proprio all'altezza del presbiterio, le tre navate della chiesa. 
La Votivkirche presenta splendide vetrate colorate che la irradiano silenziosamente, nonostante la parte vicino al transetto rimanga buia. Appena entrati si possono ammirare inoltre bellissimi lampadari. La chiesa di per sé è spoglia ma ha alcuni tesori che devono essere ricordati: la tomba del conte Niklas Salm, che fu uno dei protagonisti della difesa contro i turchi del 1529, la quale si trova nella Cappella Battesimale e poi sulla cantoria in contro-facciata si può osservare l'organo a canne che fu costruito nel 1878.
La Votivkirche è davvero un piccolo gioiello viennese, da vedere assolutamente. 
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2014-09-14
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Christian Daniel Rauch fu uno scultore tedesco, nacque in Assia nel 1777 e fu molto importante in quanto creò la scuola di Berlino. Morì a Dresda nel 1857. Famoso per le sue opere legate all'ambiente funerario e celebrativo possiamo ricordare: il sarcofago della regina Luisa nel mausoleo di Charlottenburg e il mausoleo a Federico il Grande. La sua tipicità sta nell'uso di una scultura classicheggiante fusa ad un vivo realismo, ereditata dai grandi Shadow, Canova e Thorwaldsen. L'opera su cui vorrei soffermarmi è la Kranzwerfende Viktoria. Questa Vittoria alata si trova all'Alte Nationalgalerie di Berlino e si presenta maestosa, bella e fiera di sé. 
La Vittoria sembra esser seduta su di un trono di roccia e ha nella mano destra una corona di alloro. La figura volge la testa verso destra e il suo sguardo sembra aver catturato qualcosa in lontananza. I canoni classici di bellezza sono vicini ai dettami di Winckelmann e l'avvicinamento a Canova e a Thorvaldensen, avvenuto a Roma, ha portato ad uno sviluppo dello stile di Rauch.
Il suo viso dalle forme semplici e così perfette rapiscono il mio sguardo. Nonostante non sia molto espressiva, la luce del giorno che entra dalla finestra di fianco, sottolinea i contorni e la sua bellezza eterea. Lo straordinario panneggio dona alla statua sensualità ma allo stesso tempo la sua postura conferisce rispetto.
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2014-08-23
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