Drammi senza filtri: quali conseguenze?


Nei giorni immediatamente successivi ad un avvenimento tragico, come un attentato terroristico o un terremoto, i social pullulano di immagini e video dell’accaduto, ai quali è difficile sottrarsi. Quali sono le conseguenze di questa esposizione, volontaria e non, a contenuti forti, drammatici e senza alcun filtro? Cosa ci spinge a filmare e condividere questi avvenimenti? E’ il risultato fisiologico di una comunità iperconnessa che comunica in tempo reale attraverso i social o c’è dell’altro? Forse una paura profonda che cerchiamo di demonizzare con un clic e una condivisione?
Nonostante Facebook cerchi di applicare dei filtri in grado di esaminare i contenuti che vengono caricati, è sempre più comune trovarsi sotto gli occhi il video di una aggressione o una scena cruenta come la foto di un bambino sfigurato dagli orrori della guerra. C’è chi le condivide una ad una, sollecitando i propri follower a fare altrettanto, a volte anche con fare minaccioso (“Chi non condivide è complice!”), c’è chi salta di testata giornalistica in testata giornalistica alla frenetica ricerca dell’ultimo video, di quello più esplicito.

Marie-France Marin e colleghi si sono posti una domanda interessante: esistono effetti sull’organismo dei “social-spectator” che assistono ad eventi drammatici condivisi e rimbalzati sul web? La risposta, basata su un totale di 56 soggetti (28 uomini e 28 donne) mostra che l’esposizione, attraverso i media, ad accadimenti negativi reali influenza i processi fisiologici e psicologici degli spettatori, prevalentemente delle donne, alle quali determina un aumento della reattività allo stress e una maggiore propensione all’elaborazione cognitiva delle informazioni, a discapito del sistema emotivo.

La strana attrazione che proviamo nei confronti del tragico è comunque comune ai più, ma oggi che la possibilità di comunicare il dolore – spesso altrui – è più semplice ed immediata rispetto al passato, le conseguenze di questa esposizione sono decisamente più evidenti. Posare lo sguardo su un dramma lontano quanto spaventoso può rappresentare una forma di esorcismo che bisogna però imparare a riconoscere, controllare ed educare; il rischio è che si ottenga l’effetto contrario: non più un avvicinamento empatico all’evento e alle vittime, bensì un’assuefazione che rischia di banalizzare e togliere significato.
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Licenziato per ‘uso improprio di Facebook’


Secondo un’indagine di Adecco denominata “Work Trends Study”, che in Italia ha coinvolto 2.742 candidati e 143 reclutatori, 1 candidato su 3 viene escluso dalla possibilità di essere assunto per “uso improprio di Facebook”. Foto imbarazzanti, contenuti inopportuni, condivisioni e appartenenza a gruppi inadeguati, possono, in un numero di casi sempre crescente, portare anche al licenziamento.
Dovremmo forse ripensare alla separazione che spesso si fa tra identità virtuale ed identità ‘reale’. Se prima definivamo identità come tutto ciò che riguarda l’individuo nella sua entità distinguibile e riconoscibile dagli altri all’interno di determinati contesti sociali, culturali e professionali, oggi dobbiamo aggiungere a quest’ultimi anche il contesto “virtuale” che internet ha generato.
Arnold Roosendaal conia il termine “persona digitale”, con il preciso intento di andare ad eliminare quello scarto tra virtuale e reale, definendola come “la rappresentazione digitale di un individuo reale, che può essere connessa a questo individuo comprendendone una quantità sufficiente di dati rilevanti, per essere usata come delega dell’individuo”. Quindi, in una realtà in cui non esistono più nickname dietro ai quali nascondersi, ritenere la nostra presenza su Facebook o Twitter meno reale di quanto possa essere la nostra persona ‘in carne ed ossa’ non ha più senso di esistere.
Anche giuridicamente la distinzione non esiste più, come dimostra la sentenza di un giudice del tribunale di Monza (Tribunale di Monza, IV sez. civile, 2 marzo 2010 n.770): “Coloro che si iscrivono a Facebook sono ben consci delle grandi potenzialità offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono”.
Far coincidere le nostre due rappresentazioni, reale e digitale, fa scaturire nell’individuo una nuova responsabilità e consapevolezza di sé, significa prendersi il carico di essere se stessi ed esserlo al meglio. E, dato che il mondo virtuale sembra diventare sempre più predominante, è buona cosa tenere comportamenti ed atteggiamenti corretti sia offline che online.
Pensare ai nostri profili social non più come un’immagine astratta o distante da noi, o come una vetrina virtuale dove tutto ci è concesso, ma come una reale finestra su ciò che siamo potrebbe salvaguardare il nostro posto di lavoro o aiutarci a trovarne uno!
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“Follower”: quando l’App ti segue… letteralmente!


Chi è totalmente insensibile al numero dei propri followers scagli la prima pietra! Inutile negarlo, essere “seguiti” da una più vasta platea social è una soddisfazione che ci concediamo con frequenza sempre maggiore.
Ma come ti sentiresti se qualcuno potesse seguirti… letteralmente?
E’ la domanda di partenza dell’App “Follower”, di Lauren McCarthy, programmatrice e performer.
Il concetto è semplicissimo: scarichi l’App, rispondi a due semplici domande e segnali un paio di disponibilità. Se vieni scelto dall’artista avrai l’opportunità, grazie al segnale GPS, di essere spiato e pedinato da una persona per 24 ore. Uno sguardo onnipresente che ti accompagnerà per tutto il corso della giornata.
L’intento provocatorio è chiaro, ma nondimeno inquietante. Forse perché, concettualmente, non così lontano da ciò che più o meno inconsapevolmente facciamo ogni giorno sui nostri social.
Con una sostanziale differenza tuttavia. Sui social, infatti, scegliamo accuratamente i momenti da condividere e rendere pubblici, mentre con “Follower” ogni momento sarà sotto lo sguardo di un osservatore esterno.
Ma cosa ha spinto le persone ad iscriversi a Follower? Un complesso narcisistico? Una domanda di riconoscimento? Il desiderio di sentirsi meno soli?
“Alcuni hanno scritto che volevano partecipare per pura curiosità, altri per ricevere supporto o perché desideravano sentirsi realmente connessi con qualcuno, altri perché volevano mostrarmi una storia” racconta Lauren McCarthy. Un aspetto interessante, infatti, è stato scoprire che la maggior parte delle persone ha esibito la propria semplice ed autentica quotidianità.
Ideata come performance artistica,“Follower” apre interessanti spunti di riflessione sulla direzione che i social stanno prendendo, tra pubblicazione di foto e posizioni, aggiornamenti in tempo reale, dirette e reactions.
“Li seguo tutto il giorno, cerco di immaginare cosa stanno per fare, cosa dicono e pensano” ha raccontato McCarthy. “È stranamente intimo. Alla fine del giorno mi sento di conoscerli, sento di aver condiviso un’esperienza”.
Ad oggi, “Follower” è disponibile solo a New York, ma non è escluso che arrivi in altre città.
Sicuro di voler ancora essere “seguito”?
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Tinder: il take-away delle relazioni 2.0


Tinder, la rinomata App di incontri, sembra aver liberato la pratica degli appuntamenti online dall’inibizione che la caratterizzava. Questo perché, a differenza di molti competitors, l’account è legato al profilo Facebook in modo che sia più facile e spontaneo “metterci la faccia”. 50 milioni di iscritti nel mondo, di cui 9 in Italia, presente in 196 paesi e in 30 lingue differenti, per un totale di 26 milioni di “matches” al giorno.
Ed è con questa semplicità che un’industria da 22 miliardi di euro solo in Europa, mette in atto il take away dei rapporti interpersonali 2.0.
Ma è proprio questa estrema facilità che porta con sé un preoccupante rovescio della medaglia: un uso eccessivo di Tinder può assecondare lo sviluppo di una dipendenza sessuale? Parliamo di un disturbo che si sta affacciando solo oggi, non con poche polemiche, nel DSM V, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ma del quale sicuramente non si può ignorare l’esistenza. La letteratura a riguardo non è ancora vastissima, certo è che Tinder, agli occhi di una persona incline alla dipendenza sessuale, appare come un distributore automatico della sua droga preferita!
“Quad”, portale d’informazione sulle nuove dipendenze, definisce le persone affette da dipendenza sessuale come soggetti che “invece di approcciarsi alla sessualità come relazione, comunicazione, scambio di piacere, momento privilegiato dell’intimità, la vivono in modo ossessivo, divenendone dipendenti”; nella sex addiction si è portati a focalizzare i propri pensieri e comportamenti esclusivamente nella ricerca ‘immediata’ di soddisfazione sessuale.
Tra le conseguenze riscontrabili troviamo il deterioramento delle relazioni sociali e un aumento dell’ansia, ma anche svalutazione di sé e malinconia. Insomma, un disturbo che può davvero essere condizionante e che va ad intaccare la rete sociale e la progettualità di un individuo.
Se proviamo a digitare Tinder su Google, una volta superata l’ingente mole di tutorial su come usarlo efficacemente, ci imbattiamo nelle testimonianze di chi è finalmente uscito dal tunnel degli incontri online, proprio come se parlassimo di una sostanza stupefacente. Sono persone giovani, consapevoli di quanto l’App abbia influito sulla loro capacità di creare rapporti sani e vividi, minacciata dalla paura di mettersi in gioco realmente, al di là della fugace avventura di una notte.
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