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IL RACCONTO DELLA SIBILLA APPENNINICA DALLA VETTA PIÙ ALTA DEI MONTI SIBILLINI CON IL PROGRAMMA RAI “LINEA BIANCA”

Prendere parte al programma “Linea Bianca”, condotto da Massimiliano Ossini per RAI 1, è stato come essere catapultati all'interno di un film d'azione: le voci che gridano “Vai! Vai! Vai!”, la corsa con la testa piegata sotto le pale roteanti dell'elicottero, il motore che prende progressivamente giri, i pattini che si staccano dalla piccola elisuperficie di Arquata del Tronto; e poi via su, sempre più su, lungo il fianco precipite del Monte Vettore, con l'elicottero che abbandona l'ombra della valle e si innalza nell'azzurro illuminato dal biancore accecante della neve, salendo senza mai fermarsi, oltre le creste sottili e arcuate della grande montagna, fino a raggiungere il pianoro leggermente inclinato della cima, regno di candido ghiaccio, sin quasi alla croce piegata dalla potenza del fulmine, sotto un cielo dal lucore cristallino, privo di nuvole fino al lontano Mare Adriatico, scintillante di blu nell'atmosfera azzurra inondata dai raggi del sole.

Lassù, tra i cristalli ghiacciati modellati dalle raffiche gelide, in una solitudine abbagliante che discende da ogni lato verso un diverso abisso, l'attività si fa tesa e frenetica, mentre i professionisti della RAI, guidati da Ossini, effettuano le riprese necessarie alla costruzione della puntata, tra interviste, monologhi, voli del drone, steadycams, e microfoni da sistemare accuratamente per limitare l'opera demolitrice del vento.

E poi, alla presenza della Sibilla, lontana, ma ben visibile oltre lo strapiombo vertiginoso e la vallata che il Monte Vettore stesso racchiude, si parla di quel fantastico racconto leggendario, e della leggenda dei Laghi di Pilato, custoditi nella conca glaciale di quella titanica montagna innevata.

E infine, via di nuovo, come si vede fare al cinema: l'elicottero che giunge, nuovamente, da lontano, il ronzio del motore che diviene un rombo sempre più intenso; l'atterraggio sulla vetta, tra gli spruzzi della neve scagliati tutt'attorno dalla potenza della grande elica; la corsa, la salita, le pale che continuano a girare, perché non possono, non devono fermarsi, per non rischiare di perdere stabilità e assetto; e poi via, girando attorno alle creste altissime del Monte Vettore, guadagnando una visione preziosa e indimenticabile di Castelluccio e del Pian Grande, oceano non più d'erba ma di ghiaccio rilucente, abbacinante, illuminato dai raggi radenti del sole pomeridiano. E infine giù, verso la base, sospesi nell'aria, solcando ancora il vuoto vertiginoso al di sopra della valle del Tronto. Come in una pellicola, come al cinema, come in un film.

Ma non è affatto un film. Perché, lì sotto, ci sono le macerie di Arquata, con la visione tragica, struggente degli archi che, fino alla notte del 24 agosto 2016, sorreggevano le case del borgo; e vederle da quassù, volandoci sopra quasi in verticale, è un'immagine che fa piangere il cuore.

Non si tratta affatto di un film, perché Massimiliano Ossini e la sua validissima, preparatissima troupe sono venuti apposta qui, ad Arquata, sui Monti Sibillini, per rendere ancora testimonianza di quanto è successo: per ricordare a tutti che il terremoto c'è stato, che non bisogna dimenticare questi luoghi, questa gente; e che promuovere queste terre, anche in televisione, significa contribuire alla loro rinascita, affinché non si spengano i riflettori su questa drammatica vicenda, perché nessuno possa dimenticare.

E mi ha colpito la grande energia di Ossini, persona sorridente e alla mano, che, in poche ore, è stata in grado di condurre verso gli obiettivi prefissati una complessa macchina organizzativa, decidendo sequenze, inquadrature e testi, gestendo con disinvoltura varie interviste ad alta quota, effettuando almeno quattro voli in elicottero, sciando con tranquillità sul ghiaccio fin quasi ai Laghi di Pilato, per poi cambiare montagna e, da lì, dai prospicienti Monti della Laga, planare verso il fondovalle in parapendio, non senza avere in precedenza inforcato la moto di un amico del luogo ed essersi cimentato con quel potente mezzo, in una pausa delle riprese, lungo quelle meravigliose strade di montagna. Il tutto guidando i suoi uomini con evidenti doti di leadeship, con autorevolezza ma senza mai perdere in gentilezza e signorilità, nemmeno nei momenti di maggior tensione, sempre presenti quando si realizzano produzioni in esterni e in condizioni così particolarmente proibitive.

Una bellissima esperienza, dunque, e una giornata di grande importanza per un territorio che ha bisogno di far parlare di sé, per non essere dimenticato. Per potere essere messo in condizioni di rinascere, al più presto.
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18/01/19
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /13. IL LEGAME DI NEGROMANZIA CHE UNISCE MORGANA E LE SIBILLE

Stiamo consultando il Folium 40v del Codex Vindobonensis Ser. Nova 2663, denominato “Ambraser Heldenbuch”, un manoscritto che contiene l'unica versione integrale sopravvissuta del poema "Erec", risalente al dodicesimo secolo. In quella pagina di pergamena è rinvenibile un brano su «Famurgan», o Morgana la Fata, nel quale la sorellastra di Re Artù viene rappresentata e apprezzata nella sua qualità di abile guaritrice e maga potente, esperta nell'arte degli incantamenti.

Ma a mano a mano che ci inoltriamo nella lettura, la descrizione comincia ad assumere una piega del tutto diversa. Ed ecco come Hartmann von Aue presenta i nuovi, sinistri tratti che caratterizzano Morgana la Fata (Fig. 1):

«Essa viveva marcatamente contro Dio: perché sotto il suo comando erano gli uccelli delle terre disabitate, dei boschi e dei campi, e ciò che è più importante per me, gli spiriti maligni, che sono chiamati dèmoni, erano sotto il suo controllo. Poteva compiere cose meravigliose, perché anche i draghi dell'aria e i pesci del mare le tributavano obbedienza».

[Nel testo originale in antico tedesco: «sÿ lebete vaſt wider got - wann es wartette jr gepot - das gefugl zu dem wilde - on walde vnd on geuilde - vnd daz mich daz maiſte - die vbeln geiſte - die da tiefln ſint genant - die waren alle vnnder jr handt - ſÿ mochte wunder machen - wann jr muſten die trachen - von den lufften bringen - ſtewre zu jrn dingen - die Viſche von dem wage»].

E c'è ancora dell'altro. Hartmann von Aue è ora pronto per porre in scena la trasformazione finale di Morgana in un vero e proprio dèmone, un'entità che partecipa della natura dell'Inferno e che è in grado di governare con un singolo gesto le più oscure potenze del sottosuolo (Fig. 2):

«Essa aveva anche comunanza con il profondo dell'Inferno, il demonio le era compagno. Egli era costretto a obbedirle, anche se protetto dalle fiamme, e tutto ciò che avesse desiderato dal reame della terra, lei avrebbe potuto ottenerlo senza contrasto. Nessuna pianta sarebbe cresciuta sulla terra, se lei non lo avesse voluto, così come io muovo la mia mano».

[Nel testo originale in antico tedesco: «auch het ſÿ mage - tieff in der helle - der teufl was jr gefelle - der ſant jr ſteure - auch aus dem feure - wieuil ſy des wolte - vnd was ſÿ haben ſolte - von erdtriche - des nam ſÿ im angſtliche - alles ſelb genug - die erde dhain wurtzen trug - Ir ware jr crafft erkannt - als mir mein ſelbs hanndt»].

La rappresentazione di Morgana la Fata che abbiamo potuto leggere fino a questo punto, scritta dall'autore tedesco Hartmann von Aue alla fine del dodicesimo secolo, potrebbe ben adattarsi alle caratteristiche e ai tratti principali che raffigurano la Sibilla Appenninica, così come essa apparirà di fronte ai nostri occhi più di due secoli dopo, nelle opere di Andrea da Barberino e Antoine de la Sale: una donna che è quasi una divinità, un essere demoniaco, in stretto contatto con le potenze ctonie, che può lanciare incantesimi per creare illusioni e indurre trasformazioni in uomini e animali (e qui risultano essere ancora mancanti gli aspetti sensuali della Sibilla, ma, come vedremo in seguito, anche questi sono in procinto di apparire in successive rappresentazioni di Morgana).

Malgrado tutto ciò, in questo brano sembrerebbe in ogni caso mancare una prova che possa risultare palesemente inconfutabile in merito a una effettiva connessione con le Sibille. Esiste questa prova?

È vero o non è vero che Morgana la Fata, un personaggio di primo piano appartenente al ciclo arturiano, è connessa strettamente, incontrovertibilmente con la tradizione delle Sibille, gli oracoli profetanti risalenti al mondo classico?

Sì, è vero. E questa indiscutibile evidenza viene fornita dallo stesso Hartmann von Aue, esattamente nei versi che seguono quelli da noi già citati in precedenza.

Andiamo dunque a vedere in quale modo Hartmann von Aue prosegua con la sua descrizione di Morgana (Fig. 3):

«Da quando la Sibilla è morta, e Erichto è perita, della quale Lucano ci parlò, e le arti magiche che esse potevano comandare sono sparite ormai da tanto tempo, con essa sono pienamente ritornate (ma di questo non voglio raccontare troppo ora, perché troppo tempo occorrerebbe). Da quell'epoca, sulla terra non c'è stata forse alcuna altra signora delle arti magiche se non Morgana la Fata, della quale narrai. Non esiste uomo più saggio, che intendesse lenire le sofferenze più intense, di colui al quale essa potrebbe creare un unguento. Sì, io credo che se anche un uomo cercasse ovunque, seppure con grande impegno nei libri di magia, mai potrebbe trovare tali potenti arti come quelle che essa praticò contro Cristo».

[Nel testo originale in antico tedesco: «Seyt daz ſibilla erſtarb - vnd Ericto verdarb - von der vns Lucanuſ zalt - daz jr zauberlich gewalt - wem ſÿ wolte gepot - der dauor was lanng todt - daz er erſtund wol geſunt - von der ich euch hie zeſtund - nu nicht mer fagen wil - wann es wurde ze vil - sy gewan das erdtrich - das wiſſet warlich - von zauberlichen ſÿnne - nie beſſer maiſterÿnne - dann Famurgan - von der ich euch geſaget han - wann da were er nicht weÿſer man - wer im wolte daran - nemen gros laſter - auch ſeÿ ein phlaſter - fur jn gebruefen kunde - Ja wann man nÿndert funde - wie ſere man ſy wolte erſuchen - die crafft aus Artztpuchen - ſo krefftigkliche liſte - die ſy wider criſte»].

Ecco qui la connessione, ecco l'anello mancante tra la Materia di Bretagna, con la sua maga e guaritrice Morgana la Fata, e il mondo delle Sibille classiche. È esattamente qui che Hartmann von Aue, nell'anno 1185, stabilisce un legame diretto tra la sorellastra di Re Artù e le Sibille, appartenenti a un'antica tradizione greco-romana e mediterranea.

E questo legame è basata sulle arti magiche, e sulla familiarità con il Demonio e con le potenze maligne del sottosuolo. E, oltre a questo, sulla negromanzia.

Perché le Sibille del mondo classico, assieme a Morgana la Fata, sono ora incluse in una medesima compagnia nella quale un ruolo primario viene rappresentato da Erichto, l'empia maga greca che era solita praticare rituali negormantici sui cadaveri degli uomini. Uno dei personaggi più ripugnanti della letteratura antica, una strega orrenda, raffigurata nel primo secolo dall'autore latino Marco Anneo Lucano nella sua "Pharsalia" (Libro VI): una potente negromante, dall'aspetto terrificante, in grado di risuscitare i morti a una nuova, abominevole vita e trarre responsi oracolari direttamente dai loro corpi corrotti.

L'Erichto di Lucano, proprio come Morgana la Fata di Hartmann von Aue, è una alleata delle potenze oscure: secondo Lucano, essa è «cara alle divinità degli Inferi» («grata deis Erebis»), conosce «le dimore ctonie e i misteri di Plutone» («domos Stygias arcanaque Ditis»), e «nessuna preghiera essa rivolge ai cieli, né l'aiuto divino invoca con supplice canto» («nec superos orat nec cantu supplice numen auxiliare vocat»).

In questo quadro tenebroso, negromantico, a quale specifica Sibilla sta facendo riferimento Hartmann von Aue? Egli non lo dice. Ma la nostra mente corre immediatamente a una delle Sibille più celebri: la Sibilla Cumana, e alla sua più antica manifestazione, la Sibilla Cimmeria, entrambe dimoranti presso la città di Cuma, in Italia.

È infatti la Sibilla Cumana ad essere celebrata da Publio Virgilio Marone nel Libro VI dell'"Eneide" come guida di Enea nell'Ade. È la Sibilla Cumana a proferire spaventose profezie, «enigmi paurosi essa canta mugghiando nell’antro, la verità avvolgendo di tenebra» («Cumaea Sibylla - horrendas canit ambages antroque remugit - obscuris vera involvens»). È la Sibilla Cumana a vivere nei suoi «segreti, agghiaccianti recessi, l'antro immane della Sibilla» («horrendaque procul secreta Sibyllae antrum immane»). E ancora, è la Sibilla Cumana che ordina a Enea di rendere un sacrificio a Ecate, la divinità greca associata con la stregoneria e la negromanzia, con l'eroe troiano che «innalza un'invocazione a Ecate, chiamando i cieli e l'Erebo potente» («voce vocans Hecaten caeloque Ereboque potentem»). Infine, è l'oracolo Cimmerio, secondo Strabone, lo storico e geografo greco, nonché una Sibilla, secondo Sesto Aurelio Vittore, a presiedere il tempio «dove i morti rendono profezie come se fossero ancora vivi».

Morgana la Fata. Una Sibilla, forse la Cumana. E una strega ellenica, Erichto.

Nel dodicesimo secolo, in un contesto letterario di lingua tedesca, queste tre figure sono considerate come le maghe più potenti del mondo intero. E tutte e tre hanno legami con il mondo ctonio, e con le maligne entità che dimorano nell'oscura tenebra del sottosuolo. E tutte hanno a che fare con responsi oracolari, ottenuti per mezzo di una delle arti considerate più empie e soggette alla massima esecrazione: la negromanzia, l'arte di trattare con i morti al fine di ottenere profezie per i vivi.

Ma cosa ha a che fare, tutto questo, con la nostra ben più tarda, quattrocentesca Sibilla Appenninica?

La strada verso il quindicesimo secolo è ancora molto lunga. Qui stiamo ancora considerando un poema cavalleresco minore, "Erec", scritto da un poeta tedesco minore, Hartmann von Aue, più di duecento anni prima dell'apparizione letteraria della Sibilla Appenninica tra le vette scoscese degli Appennini italiani.

Eppure, come vedremo nei prossimi articoli, la rotta del mito dirigerà il proprio corso esattamente in quella ben precisa direzione.

Ulteriori indizi, rinvenibili nei due secoli successivi, mostreranno come Morgana la Fata, potente negromante, antico oracolo, dimorante in un isolato luogo incantato, in stretta relazione con le più tenebrose potenze del sottosuolo, a mano a mano accentuerà la propria parentela con le Sibille, e con una specifica tipologia di Sibilla.

Con questo processo, un processo che andremo a ripercorrere nei prossimi articoli, essa si avvicinerà sempre di più alla sua destinazione finale: una Sibilla degli Appennini.
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13/01/19
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /12. LE SIBILLE E FAMURGAN, SIGNORA DELLE ARTI ARCANE

Correva l'anno 1185 e, secondo gli studiosi, un cavaliere e poeta originario della Germania, Hartmann von Aue, componeva un poema in rima intitolato "Erec", un adattamento tratto dal ben più popolare "Erec et Enide" di Chrétien de Troyes.

Hartmann von Aue non era destinato a diventare il più famoso poeta tedesco della sua epoca: venti anni dopo, Wolfram von Eschenbach, in seguito riconosciuto come uno dei più influenti autori dell'intera letteratura medievale, avrebbe composto il suo "Parzival", probabilmente il più grande poema epico tedesco che sia mai stato scritto; e Gottfried von Strassburg stava per vergare "Tristano", un'altra pietra miliare nel meraviglioso scenario della Materia di Bretagna. In Francia, Chrétien de Troyes stava arricchendo il ciclo arturiano con capolavori quali "Yvain" e "Lancelot".

Eppure, sarà proprio Hartmann von Aue a fornire ai ricercatori di oggi la più strabiliante evidenza della connessione letteraria che collega Morgana la Fata e le Sibille, con specifici riferimenti ad attributi che saranno poi attribuiti alla Sibilla Appenninica.

Una prova che è stata quasi del tutto ignorata per secoli da chiunque, in grado però di spiegare molti degli eventi letterari successivi; un'evidenza che stiamo ora per presentare a una vasta platea di ricercatori e studiosi.

Dobbiamo ricordare come, durante il dodicesimo secolo, Morgana abbia mantenuto i propri tratti originali in qualità di donna saggia e sapiente, un aspetto assai interessante che sarà in seguito attribuito anche alla più tarda Sibilla degli Appennini. In uno dei più antichi romanzi appartenenti al ciclo arturiano, “Yvain ou le Chevalier au Lion” di Chrétien de Troyes, scritto nel 1180, Morgana appare come «la Saggia» («Morge la sage»), con riferimento alle proprie abilità di guaritrice: una qualificazione della quale godrà anche la Sibilla Appenninica, che Andrea da Barberino chiamerà «savia Sibilla» e «sapientissima Sibilla» nel suo "Guerrin Meschino" (Fig 1 - La Morgana di “Yvain” tratta dal folium 216r del manoscritto Français 1450 conservato presso il Département des Manuscrits della Bibliothèque Nationale de France, e la Sibilla dall'edizione a stampa del 1480 di "Guerrin Meschino").

Ma un mutamento stava per avere luogo. Alla fine di quello stesso dodicesimo secolo, Hartmann von Aue scrive "Erec". E, in esso, troviamo qualcosa di assolutamente straordinario e inaspettato. E del tutto dimenticato.

L'unica copia esistente di "Erec" è conservata a Vienna, presso l'Österreichische Nationalbibliothek, la Biblioteca Nazionale Austriaca, nel Codex Vindobonensis Ser. Nova 2663: si tratta del famosissimo manoscritto denominato “Ambraser Heldenbuch”, un'opera del sedicesimo secolo che contiene una raccolta di venticinque narrazioni epiche scritte in antico tedesco, tutte risalenti al dodicesimo e tredicesimo secolo (Fig. 2 - la miniatura di apertura dell' “Ambraser Heldenbuch”).

Il Folium 40 contiene lo specifico indizio, databile al dodicesimo secolo, che modifica la nostra percezione dell'evoluzione del racconto leggendario concernente una Sibilla degli Appennini.

In questo episodio, Erec viene ferito, e la Regina Ginevra se ne prende cura presso la corte di re Artù. La Regina possiede un magico unguento, una medicina speciale in grado di guarire ogni ferita e di lenire ogni dolore. Un unguento donatole da Morgana la Fata, che noi già conosciamo nella sua veste di esperta guaritrice, in accordo con l'antichissima tradizione da noi citata in un precedente articolo (Fig. 3):

«Per chiunque voglia sapere da dove questo unguento provenga, esso fu lasciato molto tempo fa da Morgana la Fata, la sorella del Re, quando essa morì».

[Nel testo originale in antico tedesco: «wundert nu dhainen man - der es gerne vernéme - von wannen ditz phlaſter kime - das hette Famurgan - des kuniges ſchweſter da verlan - lanng daruor da ſÿ erſtarb»].

Nel poema di Hartmann von Aue, inizialmente Morgana la Fata, «Famurgan», viene presentata come quella stessa benigna guaritrice che già conosciamo dall'antica tradizione tramandataci da Goffredo di Monmouth e in origine ascrivibile all'autore classico Pomponio Mela. E anche gli aspetti magici descritti da von Aue sono simili a quelli che abbiamo già potuto rinvenire nella "Vita Merlini" di Goffredo di Monmouth, con l'aggiunta del fatto che ora Morgana viene trasformata in una entità pienamente divina (Fig. 4):

«Quali immensi poteri e arti arcane sono periti con lei! Ella era una dea. Le meraviglie da lei compiute non possono essere raccontate, dobbiamo tacere su di esse, le meraviglie che quella donna ha saputo compiere. Ma, per quanto possibile, vi racconterò ciò che so. Quando manifestava i propri magici poteri, essa poteva viaggiare attorno al mondo con grande velocità e rapidamente tornare indietro. Non so chi le avesse insegnato tutto ciò. Prima che voi poteste muovere una mano o sbattere le palpebre, ella poteva lasciarvi e poi riapparire con la medesima velocità. Ella viveva come desiderava; nell'aria o sulla terra - se avesse voluto, avrebbe potuto dormire tra le onde o vivere sott'acqua. Non era difficile per lei, avrebbe potuto anche vivere con facilità nel fuoco o nella rugiada; quella dama sapeva come fare tutto ciò. E se lo avesse voluto, avrebbe potuto trasformare chiunque in un uccello o in un animale. E poi gli avrebbe rapidamente restituito la sua forma usuale. Ella conosceva ogni sorta di arti magiche».

[Nel testo originale in antico tedesco: «was ſtarcher liſte an jr verdarb - von frembden ſÿnnen - sÿ was ein gottinen - Man mag die wunder nit geſagen - von Ir man mus jr mer verdagen - der die ſelb fraw phlag - doch ſo ich maiſte mag - ſo ſag ich was ſÿ kunde - wenn ſy begunde - augen jr zauberliſt - ſo het ſy in kurtzer friſt - die welt vmbfarn da - vnd kam wider ſa - ich waÿſs nit wer ſy es lerte - ee ich die vmbkerte - oder zugeſchluege die pra - ſo fuer ſÿ hin vnd ſchin doch fa - sÿ lebete ir vil werde - im luffte als auf der erde - mochte ſy zu rue ſchweben - auf dem wage vnd darundter leben - auch was jr das vnteure - ſÿ wonnet in dem fewre - alſo ſanfft als auf dem tawe - ditz kunde die fraue - vnd ſo ſy des began - ſo mochte ſy den man - Ze vogel oder ze tiere - darnach gab ſy im ſchiere - wider ſein geſchafft - ſÿ kunde doch zaubers die kraft»].

Dunque, Morgana viene qui rappresentata come una potente, abilissima maga, che ben conosceva l'arte della magia e degli incantamenti («ſÿ kunde doch zaubers die kraft»).

Ma il tempo di «Famurgan» come una mera guaritrice benigna è ormai finito, e per la prima volta la magia nera e la negromanzia fanno la propria sinistra apparizione.

Tratti inquietanti, che Hartmann von Aue, alla fine del dodicesimo secolo, intenderà associare con specifiche figure appartenenti a una tradizione antichissima, che si perde tra le nebbie del mondo antico.

Egli, infatti, stabilirà una connessione e inequivocabile tra Morgana la Fata e le Sibille. Come andremo a vedere nel prossimo articolo.
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12/01/19
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /11. UNA MAGA E ORACOLO DI NOME MORGANA

Nel nostro precedente articolo, abbiamo visto come un poema letterario medievale, “Floriant et Florète”, databile al tredicesimo secolo, ponga in scena una magica dama, dotata di poteri incantati e dimorante in un magico palazzo all'interno di una montagna molto speciale, situata in Italia.

Ma questa dama non è la Sibilla Appenninica, e quella montagna non è un picco appartenente alla catena degli Appennini. Ed è un dato di fatto come la Sibilla Appenninica faccia la propria apparizione solamente a partire dall'inizio del quindicesimo secolo, preceduta da negromantiche regine caratterizzate da alcuni tratti assai simili, rappresentate nel poema francese "Huon d'Auvergne" e nel romanzo "Ugone d'Avernia" di Andrea da Barberino.

Chi è dunque la magica signora che parrebbe condividere un certo numero di aspetti assai significativi che certamente appartengono, invece, come ci eravamo abituati a considerare, alla Sibilla degli Appennini?

Il poema “Floriant et Florète” ci indica una direzione ben precisa, e forse inattesa: quella dama è Morgana la Fata, e sembrerebbe proprio che anch'essa sia solita vivere in luoghi nascosti o sotterranei, come il Monte Etna, il grande vulcano siciliano.

Ed esiste anche un altro poema, anch'esso risalente al tredicesimo secolo, "Claris et Laris", il quale pone sulla scena un regno incantato, il quale presenta molti tratti in comune con la magica residenza della Sibilla Appenninica, sebbene ne sia signora una ben differente regina, che stiamo cominciando già a conoscere: di nuovo, Morgana, la sorellastra di Re Artù.

Ma chi è Morgana la Fata?

In questo articolo, non osiamo di certo avventurarci in un impari confronto con questa straordinaria figura, che è parte integrante del ciclo arturiano: attraverso i secoli, essa è stata oggetto di una ricerca incessante e approfondita, nei domini della letteratura, della mitografia, della storia e della psicologia, e non rientra negli obiettivi del presente lavoro il discutere in dettaglio l'origine, le caratteristiche, i tratti e i significati di questo fiabesco personaggio, un protagonista indiscusso delle leggende e delle tradizioni connesse con la Materia di Bretagna.

La più nota descrizione del personaggio di Morgana è contenuta nell'opera, famosa nel mondo, “Le Morte d'Arthur” di Thomas Malory, pubblicata per la prima volta a Londra nel 1485: in essa, Morgana è la perfida sorellastra di Re Artù, una maga determinata a perseguire la rovina del proprio fratellastro, sospinta da un odio implacabile. Una figura maligna, un personaggio negativo, e un'esperta negromante.

Eppure, questo è solo il risultato finale di un lungo processo attraverso il quale il personaggio di Morgana ha subìto significative trasformazioni, a cominciare da un punto di partenza particolarmente significativo.

Perché la più antica menzione conosciuta che riguardi Morgana e che sia riportata in un testo scritto è rinvenibile nella “Vita Merlini” ("Vita di Merlino") di Goffredo di Monmouth, redatta attorno al 1150 e disponibile nella sua interezza in un solo manoscritto (Cotton MS Vespasian E IV, folia 112v–138v), conservato presso la British Library di Londra. Un'opera nella quale l'autore ci racconta di un'isola speciale, un'isola incantata (Fig. 1):

«L'Isola dei Frutti, che è chiamata anche 'Fortunata',
così nominata per l'abbondanza che essa stessa offre:
non è necessaria, sui campi coltivati, l'opera rustica degli agricoltori;
non c'è coltivazione se non di ciò che la natura regala:
Messi e uve sono prodotte in grande quantità,
e gli alberi da frutto prosperano tra i boschi e le distese di prati;
la terra offre di tutto invece che mere erbe,
e lì si vive per cento anni o anche più».

[Nel testo originale latino: «Insula Pomorum qua Fortunata vocatur,
Ex re nomen habet, quia per se singula profert:
Non opus est illi sulcantibus arva colonis;
Omnis abest cultus nisi quem natura ministrat:
Ultro foecundas segetes producit et uvas,
Nataque poma suis pretonso germine silvis;
Omnia gignit humus vice graminis ultro redundans.
Annis centenis aut ultra vivitur illic»].

Secondo Goffredo di Monmouth, in questa isola paradisiaca vivrebbero nove sorelle, nove fate, delle quali la più bella è la stessa Morgen, dotata del dono della saggezza e del sapere della guarigione, nonchè di magici poteri:

«Lì nove sorelle guidate da leggi benigne
provvedono guida a chi si reca a loro dalle nostre terre:
La prima tra di esse è la più esperta nell'arte del guarire;
supera le altre sorelle per la leggiadria dell'aspetto;
Morgana è il suo nome, e ha appreso ciò che di utile
ogni erba possiede, per curare i corpi languenti;
Le è anche nota l'arte per la quale conosce il mutar di forma,
e come solcare i cieli con nuove ali quasi come Dedalo;
quando lo desidera, essa è a Brest, Chartres o Pavia,
e quando vuole ritorna scivolando nell'aria presso i nostri lidi.
E si dice che abbia anche insegnato alle proprie sorelle la scienza dei numeri».

[Nel testo originale latino:
«Ilic jura novem geniali lege sorores
Dant his qui veniunt nostris ex partibus ad se:
Quarum que prior est fit doctior arte medendi;
Exceditque suas forma prestante sorores;
Morgen ei nomen, didicitque quid utilitatis
Gramina cuncta ferant, ut languida corpora curet;
Ars quoque nota sibi qua scit mutare figuram,
Et resecare novis quasi Dedalus aera pennis;
Cum vult est Bristi, Carnoti, sive Papie,
Cum vult in nostris ex aere labitur horis.
Hancque mathematicam dicunt didicisse sorores»].

Dunque, secondo questa antichissima rappresentazione, Morgen vive presso un'isola incantata, feconda di ogni genere di frutto. Tra le nove sorelle, è la più affascinante, è una guaritrice e una fata, grazie alla propria abilità nel mutare di forma, e volare.

Nella magica isola, prosegue Goffredo di Monmouth, Morgen riceve re Artù, ferito, in un meraviglioso palazzo, e gli chiede di rimanere presso di lei per un tempo senza fine, affinché le sue ferite possano guarire:

«[...] Con il principe ci recammo lì,
e Morgen ci accolse con gli onori più adeguati,
e nelle sue camere pose il re su un letto d'oro
[...] disse infine che egli sarebbe potuto guarire
se per un lungo tempo fosse rimasto con lei
e se avesse voluto ricevere le cure della sua medicina».

[In the original Latin text: «[...] cum principe venimus illuc,
Et nos quo decuit Morgen suscepit honore,
Inque suis talamis posuit super aurea regem
[...] tandemque redire salutem
Posse sibi dixit, si secum tempore longo
Esset, et ipsius vellet medicamine fungi»].

Una dimora incantata, appartata, isolata, abitata da una regina delle fate, un luogo dove riposare per sempre. E quell'isola, come riferisce lo stesso Goffredo di Monmouth in un'altra opera, l' “Historia Regum Britanniae” (Libro XI, Capitolo II, nel testo tratto dal folium 53v del manoscritto Latin 6040 conservato presso il Département des Manuscrits della Bibliothèque Nationale de France, risalente alla fine del dodicesimo secolo - Fig. 2), è la favolosa isola di Avalon:

«[...] Anche l'illustre Re Artù fu ferito mortalmente, ed egli fu portato nell'isola di Avalon per curare le proprie ferite».

[Nel testo originale latino: «Sed et inclytus ille Arturus rex letaliter vulneratus est, qui illinc ad sananda vulnera sua in insulam Avallonis evectus»].

Ma, secondo gli studiosi, la descrizione di Goffredo di Monmouth deriverebbe da un brano ancora più antico, proveniente direttamente dal primo secolo e dall'età romana. Le nove sorelle menzionate dall'autore medievale parrebbero essere tratte da "De Situ Orbis", un'opera redatta dallo scrittore latino Pomponio Mela, un antico geografo classico.

Pomponio Mela, infatti, dipinge un'isola assai speciale (che gli studiosi identificano con l'odierna Île de Sein, un'isola posta di fronte alla costa della Bretagna, in Francia), così come rinvenibile nel testo tratto da una preziosa edizione stampata a Parigi nel 1507 (Fig. 3):

«Nel mare Britannico, di fronte alle coste degli Ossismi, si trova Sena, che grandemente illustre è a causa del divino oracolo Gallico, in merito al quale si racconta che le sacerdotesse, santificate da una perpetua verginità, siano in numero di nove: sono chiamate Gallizene, e si ritiene che, grazie ai peculiari poteri dei quali dispongono, esse possano suscitare i mari e i venti con i loro canti magici, e che possano tramutarsi in qualsivoglia animale esse desiderino, curare ciò che è incurabile tra gli altri popoli, conoscere il futuro e preannunciarlo, ma ciò non viene rivelato se non ai naviganti, e solo se ci si ponga in viaggio per consultarle».

[Nel testo originale latino: «Sena in Britannico mari Ossismicis adversa litoribus, Gallici numinis oraculo insignis est, cuius antistites perpetua virginitate sanctae numero novem esse traduntur: Gallizenas vocant, putantque ingeniis singularibus praeditas maria ac ventos concitare carminibus, seque in quae velint animalia vertere, sanare quae apud alios insanabilia sunt, scire ventura et praedicare, sed nonnisi deditas navigantibus, et in id tantum ut se consulerent profectis»].

E così, la medesima Morgana - che in età medievale abbiamo visto essere una fata dimorante all'interno di magiche città e italici vulcani - alla sorgente del proprio mito appare essere connessa ad un luogo incantato o particolarmente benedetto, presentando inoltre i tratti di una profetessa dotata di poteri oracolari, di una sacerdotessa, di una guaritrice e di una maga, capace di volare, trasformarsi e comandare il vento e il mare per mezzo dei propri incantesimi. Essa viveva in una magica dimora, all'interno della quale, a un potente re e cavaliere, fu chiesto di rimanere per sempre.

Tutte queste caratteristiche si presentavano mescolate e intrecciate tra di loro, nel più antico sembiante di questa fata nordeuropea. Caratteristiche che non risultano essere affatto estranee alla più tarda profetessa la cui origine forma l'oggetto della nostra investigazione, la Sibilla Appenninica.

Sembra palese come un qualche genere di flebile legame possa sussistere tra Morgana la Fata e la Sibilla degli Appennini: alcuni tratti fondamentali che esse sembrano condividere, una qualche sovrapposizione tra i rispettivi ruoli come signore di dimore incantate, e un accenno al fatto che montagne molto speciali possano essere rilevanti per entrambe.

Eppure, questo non è che l'inizio. Quanto più procediamo nella nostra investigazione, tanto più il legame tra le due figure diventerà sempre più esteso e più stabile.

Perché sussiste uno strabiliante punto di svolta.

Un punto di svolta che è stato dimenticato per secoli e secoli. Un elemento che collega, fortemente e indelebilmente, Morgana la Fata e il mondo delle Sibille. Una relazione che viene stabilita, tra di esse, in un poema cavalleresco minore, scritto da un poeta secondario, in un territorio che non è né la Britannia, né la Francia, le due principali patrie della Materia di Bretagna.

Questa connessione non è stata mai adeguatamente esplicitata prima della pubblicazione del presente lavoro. Quindi, ciò che stiamo per presentare costituisce una assoluta pietra miliare nello studio della leggenda della Sibilla Appenninica: il punto di passaggio tra Morgana e le Sibille, con una speciale rilevanza per ciò che in seguito diventerà la futura Sibilla degli Appennini.

Vediamo insieme di cosa stiamo parlando.
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10/01/19
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /10. UNA FATA DALLA BRITANNIA IN TERRA ITALIANA

Stiamo per incontrare magiche regine e regni sotterranei, in terra italiana: eppure, il reame che stiamo per visitare non è quello della Sibilla Appenninica.

È possibile che questo peculiare elemento, connesso alla presenza di residenze incantate all'interno di montagne molto speciali, possa costituire un ulteriore elemento narrativo estraneo alla vera natura della leggenda che riguarda una Sibilla degli Appennini? Potrebbe essere, questo, un passo cruciale che stiamo per compiere nel delicato processo di rimuovere i concentrici livelli narrativi che celano il nucleo pulsante del mito che vive e opera tra i Monti Sibillini, nella catena degli Appennini?

Vediamo insieme cosa stiamo per trovare.

Uno degli esempi più antichi, e quasi del tutto sconosciuti, di uno schema narrativo concernente un magico regno presente in terra d'Italia è rinvenibile in un manoscritto quasi del tutto dimenticato, originariamente conservato presso Newbattle Abbey, un monastero benedettino situato non lontano da Edimburgo, in Scozia. Il manoscritto contiene “Floriant et Florète” (Fig. 1), un romanzo cavalleresco minore redatto in antico francese e databile alla seconda metà del tredicesimo secolo. Il manoscritto, composto da sessantanove fogli, fu scoperto all'interno della biblioteca dell'abbazia nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo e pubblicato nel 1873, ed è attualmente conservato presso la New York Public Library (manoscritto De Ricci, n. 122). Di questo romanzo, esistono anche ulteriori versioni manoscritte databili al quindicesimo secolo e conservate presso la Bibliothèque Nationale de France (Département des Manuscrits, Français 1492 e 1493), con il titolo "Le Roment de Floriant et de Flourete", ma il manoscritto scozzese ne costituisce l'esemplare più antico e, inoltre, è il solo testo esistente che ne conservi la forma di poema in metrica.

Il racconto narrato in “Floriant et Florète” stabilisce un legame diretto tra le leggende del ciclo di Re Artù, appartenenti alla Materia di Bretagna, e il mondo mediterraneo e italiano. La vicenda si svolge in Sicilia, l'isola situata all'estremo meridione d'Italia: poco dopo la sua nascita, il figlio del re di Sicilia Elyadus viene rapito da tre fate la cui signora è una potente negromante. Il bambino viene cresciuto in un palazzo incantato, situato in un luogo molto speciale (che nomineremo tra poco), e chiamato con il nome di Floriant. Successivamente, Floriant è inviato dalla regina delle fate dalla Sicilia fino alla corte di Re Artù, in Britannia. Il giovane diviene un valoroso cavaliere. Quando egli viene finalmente informato della sua regale ascendenza, Re Artù e tutti i cavalieri della Tavola Rotonda si obbligano ad aiutarlo: gli promettono che riconquisteranno la Sicilia al suo legittimo dominio contro l'usurpatore Maragoz. Artù salpa per la Sicilia, egli e i suoi cavalieri combattono l'usurpatore e il suo alleato, l'Imperatore di Costantinopoli, presso Monreale e a Palermo, e Floriant viene così reintegrato nella sua regalità.

Alcuni ricercatori (Megan Moore, 2014) hanno visto in questo antico poema un tentativo di gettare un ponte tra la Materia di Bretagna e la regione del Mediterraneo, con l'autore che pone in scena una guerra tra Re Artù e i dominatori di Bisanzio, e ritrae nel testo alcuni mercanti originari di Palermo, che viaggiano tra la Sicilia e la Britannia per vendere e scambiare ogni sorta di merci («marcheant sunt arrivez - Qui de Palerne furet né. - Droit de Bretaigne revenoient - Dras et marchandise aportoient», Folium 24r).

In mezzo a tutto questo materiale, c'è uno specifico elemento che vogliamo porre in evidenza: in modo quasi incredibile, questo poema cavalleresco fa entrare in scena una montagna d'Italia, una regina delle fate e un regno nel quale nessuno mai può morire.

È forse, questa regina, la Sibilla Appenninica? No: si tratta di «Morgain», conosciuta anche come Fata Morgana, la celebre sorellastra di Re Artù; e la montagna italiana è il Mongibello, l'antico nome del Monte Etna, il vulcano che si erge in prossimità della città di Catania, in Sicilia.

«Tre fate provenienti dal mare - La regina d'esse è chiamata - Morgana, la sorella di re Artù [...] - Morgana, senza attendere oltre - afferrò il bambino [Floriant], e se ne tornarono indietro - Verso il Mongibello diressero il proprio cammino - dove si trovava il loro castello [...] - Esse ben nutrirono e ben si occuparono di quel bambino».

[Nel testo originale in antico francese: «Trois fées de la mer salée - La mestresse d'aux ert nommée - Morgain, la suer le roi Artu [...] - Morgain, sans plus de demorée, - L'a pris. Aitant s'en tornernet, - Vers Mongibel s'acheminerent - Quar c'estoit lor mestre chastel [...] - Bien le font norrir et garder», Folium 5v].

Presso il Mongibello, o Monte Etna, Floriant riceve «addestramento in tutte le arti» («Morgan [...] par nuit m'embla, - Droit à Mongibel m'emporta, - Bien me fist norrir et garder - Et de tous les ars doctrinner», Folium 30v). Una volta divenuto un adolescente, Floriant chiede a Morgana quale sia la sua vera ascendenza:

«Un giorno venne a Morgana - Floriant, e le domandò: - "Dama, fece egli, ascoltate. - Io credo fermamente che voi siate mia madre, - ma io non conosco mio padre." - Quando Morgana lo udì parlare in questo modo, [... ella disse] "E savete in quale luogo ve ne andrete? - Da re Artù, e a lui così direte - che Morgana, sua sorella, lo saluta».

[Nel testo originale in antico francese: «Un jor est à Morgain venu - Florians, si li demanda: - "Dame, fet-il, entendez çà. - Bien croi que vous estes ma mere, - Mais je ne connois pas mon pere." - Quant Morgain l'ot ansi parler, [... fet-ele] "Et savez quel part vous irois? - Au roi Arti, si li dirois - Que Morgain, sa soeur, le salue», Folia 7r e 7v].

Mongibello, il magico castello della montagna, è un luogo nel quale non è possibile morire. Ecco come Morgan descrive questa qualità a Floriant, il quale al termine del poema è ormai prossimo alla morte (Folium 69v - Fig. 2):

«Amico mio, voi dovete morire
E da questa vita dipartirvi,
Nulla può esservi d'aiuto,
Nessuna medicina potrà darvi giovamento:
Per questo vi feci venire qui.
Sappiate, vedendo con i vostri occhi e senza menzogne
Che questo castello [Mongibello] è incantato;
Sappiate che questa è la verità:
Nessun uomo può qui giungere a morte.
Re Artù, quando egli dovrà morire,
Sarà condotto qui dai miei fratelli;
Quando sarà sul punto di morire,
Sappiate che io lo porterò qui».

[In the original Old French text:
«Amis, vous deviez mourir
Et de cest siecle departir,
Nus ne vous i péust aidier,
Mecine n'i éust mestier:
Por itant vous fis ci venir.
Sachiès de voir et sanza mentir
Que cist chastuaus [Mongibel] si est feez;
Sachiéz que ço est veritez:
Nus hons ne puet caienz mori.
Li rois Artus, au defenir,
Mes freres, i ert amenez;
Quant il sera à mort navrez,
Sachiez que je l'i amenrai».

Il manoscritto termina alcuni versi dopo le parole che abbiamo qui citato. Nondimeno, è possibile conoscere la parte finale di “Floriant et Florète” grazie ai manoscritti quattrocenteschi disponibili presso la Bibliothèque Nationale de France: sia Floriant che Florète entrano nel Mongibello per vivere una vita eterna e senza fine, e «dopo questo, non vi fu più nessuno che avesse udito parlare di loro» («Et oncques puis ne fut nul qui ouist parler d'eulx»).

Per quanto possa oggi sembrare incredibile, dobbiamo ricordare come "Floriant et Florète” non sia affatto l'unico testo antico a stabilire una particolarissima connessione tra Re Artù e il Monte Etna in qualità di luogo del suo riposo immortale (Fig. 3). Benché, secondo un'antichissima tradizione, Artù stia ancora vivendo una vita senza fine nell'isola incantata di Avalon, in Gran Bretagna, alcuni autori medievali hanno inteso tramandare una localizzazione alquanto differente: il Mongibello, in Sicilia, è infatti menzionato da Gervasio di Tilbury nei suoi "Otia Imperialia", scritto all'inizio del tredicesimo secolo; da Cesario di Heisterbach con il suo “Dialogus Miraculorum”, risalente al 1220 circa; e da Stefano di Borbone, nel “Tractatus de diversis materiis predicabilibus”, un'opera databile alla prima metà del tredicesimo secolo. Tutti questi autori pongono l'immortale Re Artù al di sotto del Monte Etna, una prova manifesta della migrazione di narrazioni e racconti appartenenti alla Materia di Bretagna dall'Europa settentrionale all'Italia, e ritorno, in massima parte grazie all'ininterrotto girovagare di cantastorie e recitatori, che erano soliti percorrere le strade di tutto il continente. Ma gli autori citati non forniscono, comunque, ulteriori dettagli in merito alla magica dimora nascosta all'interno del vulcano siciliano.

Per quanto riguarda “Floriant et Florète”, il fatto che colpisce è che, circa centocinquanta anni prima che "Guerrin Meschino" e "Il Paradiso della Regina Sibilla" fossero scritti, un poema cavalleresco narrasse già di una signora delle fate, che viveva all'interno di una montagna molto speciale - un vulcano - situata in Italia, e la cui dimora era un luogo incantato, caratterizzato dal dono dell'immortalità. Inoltre, come nella leggenda di “Tannhäuser”, che risale al medesimo periodo di "Guerrin Meschino" e del "Paradiso", un protagonista principale della storia svaniva per sempre nel regno fatato, per non essere più visibile nel nostro mondo.

E quella dama delle fate non era affatto la Sibilla Appenninica: si trattava, invece, di Morgana, una figura di primaria rilevanza appartenente al ciclo arturiano.

La Sibilla Appenninica e Morgana la Fata: quale genere di legame esiste tra le due, se veramente ne esiste uno?

Nel prossimo articolo, vedremo come una connessione, effettivamente, esista. E il legame è così forte da farci addirittura sospettare che le due dame abbiano molto in comune.

Molto più di quanto non potremmo mai aspettarci.
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07/01/19
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /9. UNA REGINA CHE REGNA SU UN LUOGO INCANTATO (MA NON È LA SIBILLA APPENNINICA)

Come abbiamo avuto modo di illustrare nei precedenti articoli, sappiamo come la grotta della Sibilla Appenninica non costituisca affatto l'unico esempio letterario di un luogo protetto, nascosto, spesso collocato su una montagna, ricolmo di meravigliosi palazzi e stupendi giardini, abitato da una maligna entità, spesso una sorta di sinistra dama.

Abbiamo incontrato una tale regina delle arti negromantiche, dimorante in un magico castello, nel poema francese "Huon d'Auvergne":

«Tu devi sapere che il nostro capitano
è una dama di qui della montagna [...]
nessuna così saggia fu mai nella Bretagna
Ella è regina della negromanzia [...]
«ella conosce tutto il latino delle arti magiche
se saprai domandare e ben raccontare [...]
potrai conoscere
come recarti fino al monte dell'inferno»

[nel testo originale franco-italiano:
«Tu dé saver ch'el nostro capetaine
È una dame de çà da la montagne [...]
Nian si savia fui in Bertagne;
De negromencia ella è sovraine [...]
de negromançia sa tuto lo latin
Se tu te saveré domandar e contar a lei ben vexin [...]
E può saver da lie tuto lo train
Como tu anderé al munte inferin»].

E una figura analoga troviamo anche nell'"Ugone d'Avernia" di Andrea da Barberino:

«Sappi, che nostro signore è una dama, passata quella montagna; ch'è bella e saggia, più che niun'altra che sia; ed è la migliore negromanta del mondo; e sappi, che se tu vieni a lei, ed ella ti potrà mostrare, e insegnare il modo che tu fornirai la tua bisogna [... qui è] una città, che tutte l'altre del mondo non vagliano, quanto questa sola, et qui tutti i diletti che per uomo mortale si può avere [sono] [...], tu non te ne saprai partire».

Un ulteriore esempio è rinvenibile ne "La Nobile Storia del Santo Graal" (“Li Hauz Livres du Graal”), un romanzo risalente al tredicesimo secolo:

«C'era lì dentro uno spirito malvagio, che forniva risposte su qualsiasi cosa venisse a lui domandata» (nel testo originale francese: «avoit malvais esperiez dedens qui lor donoit respons de canque il voloient oir»).

Ancora un altro esempio è reperibile in "Huon da Bordeaux", il poema epico duecentesco. Nel castello protetto da magici flagelli metallici in movimento, troviamo, come abbiamo già avuto occasione di vedere, una dama il cui nome è - stranamente - Sibilla:

«Il figlio di Sewin [Huon], originario di Bordeaux, assestò tre colpi molto forti sul bacile d'oro [che si trovava accanto ai due guardiani di bronzo]. Una giovane nel palazzo udì il suono, Sebile era il suo nome, fanciulla di grande bellezza; subito, come udì il bacile risuonare, se ne venne alla finestra, e vide Huon che tentava di entrare» [nel testo originale francese: «Li fieus Sewins, de Bordiax la cité, Sour le bacin qui fu f'or esmeré a fru trois cos par moult grande fierté. Une pucele ou u palais listé, Sebile ot nom, moult par ot de biauté; Si tost comme ot le bacin d'or sonner, A le fenestre s'en est venue ester, et voit Huon qui veut laiens entrer»].

Nessuna di queste dame e nessuno di questi incantatori, nelle opere letterarie dalle quali sono tratti, coincide con la Sibilla degli Appennini. Nessuno di loro dimora al di sotto di un italico Monte Sibilla. Nessuno di essi ha nulla a che fare con Guerrin Meschino o viene menzionato nel resoconto di viaggio scritto da Antoine de la Sale. Tutti vivono la propria vita letteraria e fantastica in altri e diversi luoghi.

Cosa significa tutto ciò? Quale genere di dama oscura e sinistra, che pare mostrare un qualche tipo di connessione con il nome 'Sibilla/Sebile', si nasconde dietro tutti questi riferimenti e citazioni?

È un fatto come, lungo tutto il Medioevo, l'idea di un regno nascosto, incantato, abitato da un qualche genere di entità e ricolmo di ogni sorta di magiche meraviglie, non costituisca affatto una caratteristica esclusiva della leggenda della Sibilla Appenninica.

Ma l'aspetto che maggiormente colpisce è il fatto che, come stiamo per andare a vedere, in questo stesso ruolo di magico dominio, compaiano talvolta altri nomi, e assai significativi. E tali nomi fanno la propria apparizione secoli prima che le opere di Andrea da Barberino e Antoine de la Sale fossero vergate.

Andiamo ad aprire le pagine di "Claris et Laris", un poema cavalleresco risalente alla seconda metà del tredicesimo secolo, conservato nel manoscritto Français 1447 presso il Département des Manuscrits della Bibliothèque Nationale de France.

E, in esso, ci imbattiamo nella seguente, incredibile informazione.

I due protagonisti principali, i valenti cavalieri Claris e Laris, giungono presso un luogo incantato, il quale si presenta con vari elementi che sono già a noi ben noti dal racconto leggendario concernente la magica dimora della Sibilla Appenninica:

«Attraverso una porta essi passarono - Nella più bella città essi entrarono - tale da non averne mai veduto prima l'eguale; [...] - Io credo che sia opera diabolica, - Sortilegio o incantamento».

[Nel testo originale in antico francese: «Atant une porte passerent, - En la plus bele vile entrerent, - Qu'onques mes eussent veue; [...] - Je croi, que ce soit deablie, - Feerie ou enchantement»].

I due cavalieri fanno ingresso in un magico regno, un prodotto della stregoneria, in cui le strade erano adorne «di ricchi tessuti di seta - E drappi degni di un re; - Tanto erano essi intrecciati d'oro e d'argento» («De riches pailes de cendax - Et d'osterins emperiax; - Tant i avoit or et argent»). Ed essi sono accolti da bellissime damigelle, e partecipano a un meraviglioso banchetto, e sono invitati a riposare in una magnifica camera.

Ma tutte queste splendenti tentazioni celano una trappola mortale, che sta per chiudersi su Claris e Laris (Fig. 1):

«E ora che siete giunti qui,
In grande onore sarete tenuti;
Resterete a farci compagnia
Per tutti i giorni della vostra vita.
Tutte noi siamo al vostro volere,
E non avrete a dolervene,
Perché avrete al vostro comando
Tutto ciò che saprete domandare
E chiedere per il vostro piacere,
Così tanto che non potrete uscire
Giammai da questa dimora».

[Nel testo originale francese:
«Et puis que ci estez venuz,
A grant hennor serez tenuz;
Ceanz nos ferez compaignie
Tretouz les jours de vostre vie.
Toutes sommes a vo voloir,
Si ne vous en doit pas doloir,
Car a vostre vouloir avrez
Tout ce, que demander savrez
Et pourpenser a grant loisir,
Fors tant, que ne porrez issir
Ja mes de ceste enfermerie»].

Chi abita un luogo così pericoloso e incantato? Chi governa un tale magico regno, che attira nobili e cavalieri offrendo loro bellissime fate e scintillanti ricchezze e cibi succulenti? Chi è la regina di una dimora dalla quale, una volta ammessi al suo interno, non è permesso di uscire mai più per il resto della propria vita, imprigionati tra piaceri senza fine?

È forse la Sibilla degli Appennini? La risposta è no.

Ecco, nei versi seguenti, quale sia la sua identità (Fig. 2):

«Ella gli disse [a Laris] che il suo nome era Morgana,
sorella di Re Artù, e che era una fata».

[Nel testo originale in antico francese:
«Li dist, que Morgans iert nonmee,
La suer Artus, et estoit fee»].

Dunque, nel tredicesimo secolo, molto tempo prima che "Guerrin Meschino" e "Il Paradiso della Regina Sibilla" fossero scritti, una regina delle fate era già a capo di un reame incantato, caratterizzato da specifici tratti che, in seguito, troveremo associati con una magica residenza posta in un una grotta del Monte Sibilla, una più tarda dimora abitata da una Sibilla Appenninica.

La cosa interessante è che la regina delle fate non è la Sibilla Appenninica, ma la Fata Morgana. Un personaggio leggendario che appartiene pienamente alla Materia di Bretagna e al ciclo letterario arturiano.

Solamente un caso fortuito? Una mera, insignificante coincidenza che collega due racconti leggendari del tutto diversi, quello relativo alla Sibilla Appenninica e quello concernente Re Artù, entrambi sostanzialmente radicati in una medesima tipologia di narrazione letteraria cavalleresca, ben conosciuta e assai diffusa, che fanno uso degli stessi banali schemi narrativi?

Forse. O forse no.

Perché, se approfondiamo la nostra ricerca, ci imbattiamo in un'altra sbalorditiva coincidenza, addirittura ancor più rimarchevole di quella rinvenuta in "Claris e Laris".

Stiamo infatti per andare a visitare una montagna. In Italia. E a fare conoscenza con un altro reame incantato. Ancora una volta, il nostro anfitrione non sarà affatto una Sibilla.

Incredibilmente, si tratterà, ancora una volta, della Fata Morgana.
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06/01/19
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /8. UNA NUOVA PROSPETTIVA DI RICERCA

Nel corso della nostra esplorazione della leggenda della Sibilla Appenninica, ci stiamo imbattendo in strati e strati di materiale narrativo addizionale: elementi letterari che appartengono ad altre e diverse tradizioni leggendarie, elementi che parrebbero essere stati sovrapposti a un nucleo mitico fondamentale connesso alla presenza di un'oscura caverna e un sinistro lago nell'area dei Monti Sibillini, una regione aspra, remota, posta nella porzione centrale della dorsale appenninica, in Italia.

Abbiamo scoperto come un magico ponte e delle porte stregate, citate da Antoine de la Sale come facenti parte della leggenda sibillina, siano in realtà tratte da narrazioni molto più antiche concernenti viaggi nel mondo infero.

Abbiamo rilevato come un episodio relativo alla visita di un cavaliere a una sensuale dama negromantica dimorante presso una montagna, un demone che nasconde al visitatore la propria natura maligna, sia contenuto in un poema precedente, "Huon d'Auvergne". Abbiamo anche notato come un certo numero di situazioni descritte da Andrea da Barberino nel suo "Guerrin Meschino", tra le quali un incontro con tre damigelle, un'invocazione al Cristo, e un viaggio a Roma per incontrare il Papa, siano presenti anche in altre opere medievali.

E quando abbiamo provato a prendere in mano differenti romanzi scritti da quello stesso Andrea da Barberino, ci siamo imbattuti in altri episodi simili, come l'incontro con gli eremiti, la ricerca di informazioni nella regione italiana della Calabria, e l'intero passaggio relativo alla visita presso una malvagia regina nell'"Ugone d'Avernia".

Tutto questo, da considerare assieme al fatto che nessun riferimento a una Sibilla Appenninica può essere rinvenuto nelle tradizioni letterarie romane o medievali, prima dell'inizio del quindicesimo secolo, sembra suggerire un diverso percorso: risulta infatti necessario effettuare un arduo, periglioso cambio di direzione nella nostra formidabile, benché affascinante, inchiesta sulle origini del mito sibilino.

Stiamo per andare a investigare le tracce letterarie della presenza di maghe valenti nell'arte di negromanzia, malvagie regine e Sibille profetanti nella tradizione e nella letteratura del Medioevo.

Perché ci accingiamo a percorrere questa strada? Perché la nostra ricerca potrà infine condurci verso una conclusione apparentemente spiacevole, e forse nemmeno desiderabile: la Sibilla Appenninica non è un elemento originale del nostro racconto mitico, in quanto, con grande probabilità, la sua figura è stata semplicemente sovrapposta al nucleo più vero e più profondo della leggenda che riguarda i Monti Sibillini.

Stiamo ipotizzando, con passi incerti ed esitanti, la sussistenza di una leggenda della Sibilla Appenninica senza la presenza di una Sibilla.

Una perdita finale, definitiva? La cancellazione di una leggenda più che illustre, di un sogno plurisecolare? Il triste risultato conclusivo di una investigazione rigorosa, senza compromessi, basata sull'analisi delle fonti letterarie e dei manoscritti originali?

No, non è così. Vedremo infatti come il nucleo originale di questo racconto, la potenza mitica di questa leggenda fosse attiva, e presente, ben prima che una Sibilla giungesse in questi luoghi. E questa presenza sussiste ancora.

Prima di potere discutere il significato e la portata di queste affermazioni apparentemente arbitrarie, dobbiamo però cominciare ad avventurarci sulla traccia di questo lungo, scivoloso, tortuoso percorso.
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /7. ULTERIORI AGGIUNTE CAVALLERESCHE ALLA LEGGENDA DELLA SIBILLA

Stiamo indagando l'enigmatica origine della leggenda della Sibilla Appenninica, il misterioso oracolo, la profetessa che, a partire dal quindicesimo secolo, pare dimorare presso un remoto picco innalzantesi nella catena degli Appennini, proprio al centro della penisola italiana (Fig. 1). E più ci inoltriamo nella nostra investigazione, più ci troviamo a rinvenire passaggi narrativi che sembrano essere tratti da romanzi medievali più antichi: una sorta di schermo che cela il nucleo più vero della leggenda, uno scudo formato da una serie di strati che risultano non essere affatto pertinenti all'essenza più profonda della Sibilla degli Appennini.

Prendiamo ora in considerazione un'ulteriore sconcertante corrispondenza contenuta nel Capitolo LXVI dell'"Ugone d'Avernia", la quale - di nuovo - sembra risuonare al nostro orecchio come qualcosa di già noto (Fig. 2):

«Come Ugo, caminato alquanto, trovò tre romiti [...] e quando fu ito una giornata, vide in una grotta forata una caverna, dove dimoravano tre uomini [...] quegli di drento [...] presono tutti una croce in mano, e iscongiurarono Ugo, così dicendo: io ti scongiuro, per lo nome di Iesù Cristo, che a noi non possa nuocere [...] e ricolsonlo con grandissima festa [...] Questa montagna s'appella, disse il maggiore di loro; in su questa montagna rimase l'arca di Noè per diluvio».

Tre eremiti, con una croce tra le mani. Ed ecco un passaggio assai simile, reperibile nella parte iniziale dell'episodio sibillino descritto da Andrea da Barberino nel "Guerrin Meschino":

«Quando zonzeno a questo remitorio erano stanchi [...] et uno de li Remiti respose: e disse ihesus nazarenus tu ci aiuti [...] et erano tre remiti ogni homo avea una crosetta in mano. E sconzurone uno de loro e disse: tornate indrieto [...] Li misseno dentro loro e soi cauali».

E troviamo anche un episodio analogo ne "I Reali di Francia", un romanzo quattrocentesco scritto dal medesimo autore, Andrea da Barberino. Tra gli innumerevoli fatti narrati in questo prolisso romanzo, ecco ancora un altro eremita (Fig. 3):

«Per le folte selve di Corneto si smarrì, et andò tre notti, e due giorni avviluppandosi per quelle selve, il terzo giorno arrivò la sera ad un Romitorio, et picchiato all'uscio, venne fuora un Romito, e gridò malvaggio Ladrone, alla morte sei venuto. Fiovo s'inchinò, e disse. O Santo huomo, io non son Ladrone, ma sono di gentil lignaggio [...] Quando il Romito l'intese [...] disse. Amico, io non ho da mangiare, se Dio non ce ne manda, ma mettiamo il cavallo in luogo, che le fiere non lo divorano [...] e dipoi entrarono nel Romitorio, e'l Romito fatto il segno della Croce, benedisse Fiovo».

Queste citazioni costituiscono un'ulteriore conferma del fatto che gli eremiti rappresentati dell'episodio sibillino contenuto nel "Guerrin Meschino" non costituiscono altro che un motivo convenzionale tipico della letteratura cavalleresca, tanto che Andrea da Barberino volle utilizzare tali eremiti almeno tre volte in tre differenti romanzi, e in situazioni significativamente simili.

Di nuovo, si tratta solamente di mera casualità? È chiaro come alcuni specifici motivi letterari abbiano compiuto un proprio viaggio da "Ugone d'Avernia" a "Guerrin Meschino", e forse anche in direzione inversa. In queste opere sono rinvenibili elementi che, con grande probabilità, sono stati copiati da Andrea da Barberino da un'opera all'altra e, in relazione agli obiettivi della nostra ricerca, non è nemmeno determinante andare a stabilire in quale di queste opere siano stati originariamente utilizzati.

Muovendoci in cerca di altri esempi, possiamo notare come nel Capitolo XIII dell'"Ugone d'Avernia" di Andrea da Barberino il protagonista effettui un viaggio a Roma per incontrare il Papa, mentre l'eroe è impegnato in una ricerca il cui obiettivo è trovare l'ingresso dell'Inferno (Fig. 4): esattamente la stessa situazione che ritroviamo nel "Guerrin Meschino" (Capitolo CLVII), in cui è il Papa stesso a ordinare a Guerrino di recarsi presso il Purgatorio di San Patrizio («lo purgatorio de santo Patritio»), il leggendario punto d'accesso irlandese all'oltremondo infernale. Occorre anche ricordare come un'occorrenza analoga sia rinvenibile anche ne "Il Paradiso della Regina Sibilla" di Antoine de la Sale e nel poema epico duecentesco "Huon de Bordeaux".

Vediamo anche un ulteriore esempio assai rimarchevole. Nell'"Ugone d'Avernia", Ugo si reca nella provincia italiana della Calabria in cerca di informazioni su come trovare l'ingresso dell'Inferno (Fig. 5):

«Et passando per la Calavria, et domandando, com'io v'ho detto, trovò alcuni uomini da bene, i quali gli dissono, che in Attene potrebbe trovare chi l'aiuterebbe di tal fatto; et per molti fu raffermo, perché v'erano valenti uomini esperti, e spezialmente in atto di negromanzia».

In maniera assai sospetta, una medesima scena si presenta ai nostri occhi anche nel "Guerrin Meschino":

«E vene al regno di Calauria [...] Stete a rezio [Reggio di Calabria] v giorni domandando de questa Sibilla. [...] Essendo Meschino in la cità de rezio domandò certe persone dove era il monte de la Sibilla; et trovose con un homo uechio el quale [...] disse [...] che le montagne dove è la Sibila è in mezo de Italia».

Un'altra occorrenza accidentale? Eppure, a questo punto, di occorrenze casuali cominciamo ad averne tra le mani parecchie.

E ne possiamo trovare ancora un'altra.

Consideriamo uno specifico passaggio nel "Guerrin Meschino", il romanzo quattrocentesco di Andrea da Barberino che ha giocato un ruolo decisivo nel diffondere la leggenda della Sibilla Appenninica in tutta Europa. Nel Capitolo CLIV, Guerrino, il valoroso cavaliere che ha potuto incontrare la Sibilla nel suo regno incantato posto nei recessi cavi di una montagna italiana, dispera ormai di potere mai abbandonare il maligno rifugio della profetessa, a causa della struttura labirintica («uno grande lambarinto») dell'oscura grotta dell'oracolo.

Come può Guerrino avere successo nella propria ricerca di una via d'uscita? Abbastanza incredibilmente, un aiuto giungerà a lui da una direzione totalmente inaspettata. Una delle graziose dame della Sibilla gli mostrerà la posizione della porta in grado di condurlo fuori, all'aria e al sole (Fig. 6):

«Vene alui una damizella e disse o caualiero perche te desmentegi forza e a noi per la divina prouidencia demonstrarte lhora el ponto che tu dei usire e pero non te desmentigare e vieni apresso a mi che io te mostraro la porta e lusita de questa habitatione».

Questo episodio potrebbe apparire semplicemente come un esempio insignificante concernente una goffa decisione narrativa, che vede l'autore del romanzo inserire un irrealistico espediente per riuscire a tirar fuori il proprio eroe dai guai.

Ma c'è assai di più.

Andiamo infatti a scorrere i fogli pergamenati del manoscritto Français 1447 conservato presso il Département des Manuscrits della Bibliothèque Nationale de France. Esso contiene "Claris et Laris", un poema cavalleresco databile alla seconda metà del tredicesimo secolo (Fig. 7). In quest'opera, troviamo un episodio che riguarda i due protagonisti principali, i coraggiosi cavalieri Claris e Laris. Essi si trovano entrambi ad essere prigionieri in un magico castello, come avremo modo di vedere in maggior dettaglio in un prossimo articolo. I due guerrieri riusciranno a uscirne, ma come?

Non c'è nemmeno bisogno di dirlo, una mano amica provvederà un opportuno aiuto dall'interno, e questa volta per amore:

«Madoine la fata di svegliò - E nel giardino entrò - [...] prese Laris per la mano destra, - E lo condusse con sé, - Una pietra gli mostrò, - [...] Sire, gli disse, questa pietra - Chiude la via d'uscita; - Per negromanzia fu aperta - [...] E così se ne uscirono attraverso la campagna».

[In the original Italian text: «Madoine la fee iert levee - Et dedenz le jardin entree - [...] prist Laris par la main destre, - D'une part l'amaine en un estre, - Une pierre li a moustree, - [...] Sire, fet ele, cele pierre - Clot de ceanz la voie entiere; - Par nigromance fu ouvree - [...] Einsi s'en vont par la champaigne»].

In questo brano, una fata mostra a un cavaliere imprigionato come uscire da un luogo stregato in cui egli è confinato: la stessa situazione che abbiamo già veduto nel "Guerrin Meschino", un romanzo scritto circa centocinquanta anni dopo "Claris e Laris".

E disponiamo inoltre di un ulteriore esempio, con un diverso cavaliere e una diversa fata.

Se prendiamo in esame “Le Livre de Lancelot del Lac”, un romanzo francese contenuto nel manoscritto Add. 10293 conservato presso la British Library a Londra e risalente alla prima metà del quattordicesimo secolo, troviamo il famosissimo cavaliere Lancillotto, uno dei principali protagonisti del ciclo arturiano, imprigionato in un castello governato da tre magiche dame che presto andremo a conoscere meglio. Ed ecco come il valente eroe riesce a sfuggire alle malvagie grinfie di quelle incantatrici (Fig. 8):

«Entrò allora la damigella che si prendeva cura di lui - E quando lo vide così prostrato ella ne fu assai dolente - [...] Vi guiderò stanotte fuori da questa prigione - e vi darò un buon cavallo e buone armi - [...] e gli disse - Sire, seguitemi - Ed egli si levò e la seguì - [...] Montò sul suo cavallo, quello che la damigella aveva fatto apprestare per lui, e lei lo affidò a Dio - [...] Così se ne partì - e uscì attraverso il giardino e poi per una vasta prateria».

[Nel testo originale francese: «Atant vient auant la damoisele qui de lui se prenoit garde - Et quant elle li voit tel doel demener si en fu trop dolante - [...] ie vous geteroie anuit hors de ceste prison - et vous donroie bon cheval et bones armes - [...] et li dist - Sire uenes apres moi - Et il se lieue et le sieut - [...] Los monte sou son cheval que la pucele liot fet apareillier et puis le commande a dieu - [...] Si sen part atant - et sen issi par i uergier et puis entre en vne praerie»].

Guerrin Meschino, Claris e Laris, Lancillotto: tutti sono confinati in una magica prigione; tutti sono infine liberati grazie all'aiuto di damigelle che appartengono al corteggio di una o più signore del male; che avevano in precedenza imprigionato quei cavalieri. Lo stesso schema narrativo è palesemente applicato a differenti personaggi e interpreti. E Guerrino il Meschino è solo l'ultimo della serie.

Cosa possiamo infine affermare in merito a tutto ciò?

Il risultato maggiormente rilevante di questa nostra investigazione è che una serie di singoli episodi contenuti nei capitoli sibillini del "Guerrin Meschino" sono presi da, o anche hanno contribuito a, altre e diverse opere, tra le quali "Ugone d'Avernia": ciò significa che gli elementi utilizzati in questi romanzi hanno origine letteraria cavalleresca. Si tratta di elementi che possono essere utilizzati in modo intercambiabile, e possono essere trasposti dall'autore o dal narratore orale nell'una o nell'altra opera, e quindi riutilizzati con maggiori o minori modificazioni, con l'obiettivo di affascinare, divertire e intrattenere un pubblico assetato di nobili gesta e magiche avventure.

La conclusione finale è cristallina: gli elementi citati non sembrano appartenere al vero nucleo del leggendario racconto relativo alla Sibilla degli Appennini, vi sono elementi che è necessario rimuovere se intendiamo compiere il nostro viaggio fino alla essenza più genuina del mito sibillino.

Il cammino che stiamo percorrendo è estremamente scivoloso. Nondimeno, siamo assolutamente determinati a liberare la leggenda da tutti quegli strati concentrici che ne soffocano il reale nucleo mitico.

E il prossimo, doloroso passo potrebbe consistere nella rimozione, o in una sorta di radicale trasformazione, della stessa Sibilla.

Procediamo, dunque, e andiamo a vedere perché dovremmo forse risolverci ad avventurarci lungo questo rischioso, periglioso sentiero.
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02/01/19
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NASCITA DI UNA SIBILLA: LA TRACCIA MEDIEVALE /6. ADDIZIONI CAVALLERESCHE ALLA LEGGENDA DELLA SIBILLA

Più ci inoltriamo in una analisi maggiormente approfondita a proposito della narrazione leggendaria della Sibilla Appenninica, così come oggi la conosciamo, e più ci imbattiamo in sovrastrutture letterarie che velano il nucleo più interno della leggenda e mascherano il vero sembiante della nostra Sibilla.

Abbiamo iniziato con l'intraprendere passi esitanti tra poemi e romanzi cavallereschi, e ciò in cui ci stiamo imbattendo risulta essere assai sconcertante: stiamo cominciando infatti a rinvenire riferimenti sparsi a episodi che già ci sono noti da opere quali "Guerrin Meschino" e "Il Paradiso della Regina Sibilla", eppure essi sono relativi ad altre e diverse situazioni e circostanze letterarie, che riguardano eroi differenti, scenari differenti e differenti personaggi antagonisti.

Ciò significa che molti degli episodi che sono parte della leggenda e della tradizione della Sibilla Appenninica trovano origine in altre fonti, radicate in un'antica ascendenza letteraria di matrice cavalleresca. Questi episodi sono stati utilizzati da autori quali Andrea da Barberino e Antoine de la Sale, nonché da una moltitudine di sconosciuti cantastorie, attori da strada e poeti intrattenitori innanzi al proprio pubblico aristocratico o popolare, pur non avendo nulla a che vedere con il mito originale connesso con la grotta e il lago esistenti sui Monti Sibillini.

Andiamo allora a compiere alcuni ulteriori passi lungo questo periglioso e assai vertiginoso percorso di ricerca. Stiamo infatti per prendere in considerazione la versione, scritta da Andrea da Barberino, dell'antica narrazione franco-italiana dell'"Huon d'Auvergne".

Andrea da Barberino, l'autore di "Guerrin Meschino", fu anche l'autore di una serie di ulteriori romanzi cavallereschi: "Ugone d'Avernia", "Storia di Ajolfo del Barbicone e di altri valorosi cavalieri", "I Reali di Francia", "Storie Nerbonesi", "L’Aspramonte": racconti di valorosi cavalieri, epiche gesta, fanciulle virginali, distanti contrade, bestie maligne, mostri paurosi e magiche visioni, non così diversi dal suo romanzo più famoso, "Guerrin Meschino". Basandosi su di un'illustre tradizione letteraria cavalleresca scritta in lingua francese, Andrea da Barberino prese molti di questi romanzi e li tradusse in italiano. La sua non fu solamente l'opera di un traduttore, in quanto la sua prosa era destinata ad essere recitata, nel corso di lunghe sessioni di lettura, di fronte ad un pubblico catturato e affascinato: dunque, una grande quantità di elementi narrativi aggiuntivi veniva sempre inserita nei suoi romanzi, riveduti e largamente ampliati, caratterizzati da centinaia e centinaia di pagine comprendenti una sequenza quasi ininterrotta di episodi cavallereschi, la gran maggioranza dei quali rappresentata da combattimenti tra il protagonista ed eroe principale, e ogni sorta di avversario - fosse esso un cavaliere, un leone, un disgustoso serpente, un leone selvaggio, o un demone.

In questo immenso oceano di materiale, è possibile reperire alcune immagini letterarie che abbiamo già avuto occasione di incontrare: immagini che abbiamo già potuto leggere nel "Guerrin Meschino".

Prendiamo "Ugone d'Avernia", il cui manoscritto è conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze nel Codice Magliabechiano Cl. VI.81.P.III, n. 59, trascritto da Zambrini / Bacchi Della Lega nel 1882: un'opera costituita da oltre seicento pagine, piena fino all'orlo delle molte gesta d'arme compiute da Ugone, l'eroe descritto nel più antico poema franco-italiano "Huon d'Auvergne", trasformato da Andrea da Barberino nel protagonista principale di una narrazione ben più lunga e intricata (Fig. 1).

E cosa troviamo nell'"Ugone" di Andrea da Barberino?

Forse il lettore ricorderà che nel manoscritto padovano dell'"Huon d'Auvergne" avevamo rintracciato un episodio ambientato tra le rive del fiume Tigri e relativo a tre damigelle, che introducevano Huon in un regno governato da una «signora della montagna», esperta nell'arte di negromanzia: una dama che pareva mostrare una significativa somiglianza con la Sibilla Appenninica di Guerrino, descritta da Andrea da Barberino, anche la scena di "Huon" non era affatto ambientata in una grotta.

È possibile che Andrea da Barberino abbia copiato la sua malvagia Sibilla dalla magica dama che appare in "Huon d'Auvergne"? Forse. Anzi, egli avrebbe potuto anche copiare direttamente da se stesso. Perché il medesimo episodio compare anche nel suo "Ugone d'Avernia", e questa volta è ambientato lungo il corso del fiume Nilo, mentre Ugone è impegnato in una sua ricerca per trovare l'ingresso dell'Inferno (Chapter XXXVIII):

«Come Ugo arrivò a tre dame, che ballavano e sonavano, ch'erano spiriti maligni - Andò Ugone, dipoi dieci giorni, su pel fiume [...] vidde in una spiaggia tre damigelle, che nel bosco, all'ombra degli alberi, cantavano una canzonetta franciosa [... Ugone] menò la nave alla riva, dicendo: io voglio vedere che aventura è questa! [...] e dipoi disse la terza: ora ti vorrò [dire] di nostro affare. Sappi, che nostro signore è una dama, passata quella montagna; ch'è bella e saggia, più che niun'altra che sia; ed è la migliore negromanta del mondo; e sappi, che se tu vieni a lei, ed ella ti potrà mostrare, e insegnare il modo che tu fornirai la tua bisogna [... qui è] una città, che tutte l'altre del mondo non vagliano, quanto questa sola, et qui tutti i diletti che per uomo mortale si può avere [sono], e spezierie, e giardini, ed altri odoriferi frutti. [...] e ciò ti dico, se tu vieni a vedere la bella dama, e le belle acque, tu non te ne saprai partire» (Fig. 2).

Ancora una volta, in un romanzo diverso da "Guerrin Meschino", troviamo una situazione che ci ricorda fortemente le avventure della Sibilla e della sua grotta, descritte dallo stesso autore, Andrea da Barberino. Ci troviamo di fronte ad una dama esperta nell'arte di negromanzia, alla cui presenza l'eroe protagonista viene introdotto da tre affascinanti damigelle, e le lusinghe che gli vengono offerte comprendono una meravigliosa città e giardini e cibi, in modo non dissimile dal regno sotterraneo della Sibilla. Visioni in grado di scatenare, nell'incauto visitatore, gli stessi pericolosi effetti: l'indebolimento della volontà di lasciare quel luogo incantato per tornare nel mondo reale.

E i piaceri disponibili sembrano essere molto simili: «la Sibila vene con tuti quelli piaceri e ziochi che fosse possibile che a uno corpo humano se potesse fare», scrive Andrea da Barberino nel "Guerrin Meschino".

Il titolo del Capitolo XXXIX dell'"Ugone d'Alvernia" non ci lascia che pochi dubbi: «Come Ugone andò dalle dame della città contraffatta alla reina, che erano tanti diavoli che lo volevano ingannare». L'episodio pare assumere i medesimi toni e aspetti della visita di Guerrino alla grotta sibillina in "Guerrin Meschino", quando il nostro eroe «vide molte castelle e molte ville molti palacii e molti ziardini et imaginò questi tutti essere incantamenti: per che in poco loco de la montagna non era possibile che tante cose vi fosseno».

Perché anche Ugone è condotto presso una città con «tutte le mura di marmo, storiate di rilevate figure [... e] tutti i bei giardini», una descrizione che si approssima notevolmente a quella presentata in "Guerrin Meschino", quando Guerrino entra per la prima volta nel regno della Sibilla: «zionzeno a uno grando ziardino a una bellissima lozia tuta istoriata». Occorre notare come Andrea da Barberino faccia uso della medesima parola «istoriato» per rappresentare la ricchezza e le attrattive di quel luogo.

Il momento in cui Ugone viene ammesso alla presenza della saggia dama, e Guerrino a quella della Sibilla, sono descritti in maniera assai simile (Fig. 3):

«E' trovò la reina e le donne sedere in una sedia di maravigliosa adornezza; tanto bella, che non ci è comparazione, s'elle fossono state corpo umano. Ugo la salutò gentilmente; ed ella gli rendé suo saluto, e levossi da sedere, e prese Ugo per la mano, dicendo: ben sia venuto questo uomo, da bene e gentile cavaliere!».

«In mezo de quele era una bella donna più che lo ochii soi mai havesse veduto; et una de queste tre li disse quella è madonna la Sibilla et in verso lei andono et lei veniva in verso loro: et zionto apreso lei se inzinochiò Guerino: e lei se inchinò e presolo per la mano et disse ben vegna mesere Guerino».

L'episodio della negromantica dama nell'"Ugone d'Avernia" risulta essere molto più breve del corrispondente episodio concernente la Sibilla nel "Guerrin Meschino". Eppure, i entrambi i romanzi l'eroe è indotto in tentazione dalla regina del magico regno, e in entrambe le opere il protagonista principale invoca la protezione divina per la salvezza della propria anima immortale (Fig. 4):

«Ugone quasi smarrito, gridò: soccorrimi, servo tuo, Nazareno Iesù!».

«[Guerrino] saria caduto; ma tornato a dio disse tre volte Iesu christo nazareno libera me da questi incantamenti».

Benché gli episodi rinvenibili in "Ugone d'Avernia" e "Guerrin Meschino" non siano identici, è evidente come sussista una stretta relazione tra i due: una connessione che non si limita a una mera, casuale somiglianza in ultima analisi ascrivibile ad una comune ascendenza cavalleresca.

E le ipotetiche somiglianze 'casuali' non finiscono affatto qui. C'è ancora qualcosa di più. Vedremo infatti le ulteriori, sorprendenti analogie nel prossimo articolo.
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30/12/18
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