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403° e ultimo film del 2016
403 * “You Only Live Once” (Fritz Lang, USA, 1937) tit. it. “Sono innocente” * con Henry Fonda, Sylvia Sidney, Barton MacLane
Non è certo fra i migliori film di Lang, ma al regista austriaco si devono concedere varie scusanti.
“Sono innocente” ( letteralmente doveva essere “Si vive solo una volta”, nel 1967 parafrasato in un titolo della serie di James Bond) fu il suo secondo film hollywoodiano e lui non si era ancora adattato allo stile americano, né ai metodi, né ai tempi di lavorazione il che non è poca cosa. Ma c'è di più, Lang non aveva tenuto conto della "censura" della PCA (Production Code Administration) che aveva regole molto limitanti per uno come lui che si trovava a suo agio in storie ambientate fra criminali di vario tipo e livello, poliziotti e fuggiaschi sia nel periodo europeo (Mabuse, Metropolis, M) nel quale si espresse al meglio in particolare nei muti, sia nel periodo americano con i tanti noir (Scarlet Street, The Big Heat, The Blue Gardenia, Hangmen Also Die, Beyond a Reasonable Doubt, giusto per citarne alcuni).
“You Only Live Once” presentato da Lang alla PCA aveva durata di 100 minuti, però dopo i pesanti tagli agli spettatori fu propinata una versione di soli 82 minuti in quanto il film non poteva includere:
- primi piani di persone agonizzanti
- donne giacenti su un marciapiede
- poliziotti in evidente pena giacenti per strada
- veicoli che investono poliziotti
- terribili grida di dolore
- cadaveri sparsi in giro
- ...
Capirete bene che se in un film poliziesco drammatico (seppur con risvolti sentimentali) si impedisce al regista di descrivere rapine, uccisioni, sparatorie e inseguimenti come lui le aveva ideate il risultato non può che essere scadente.
Penso che a questo punto sia chiaro che questo film è un po' insipido, senza vigore, privo di suspense e di pathos, nonostante la presenza, e la buona interpretazione, di due ottimi attori come Henry Fonda e Sylvia Sidney.
IMDb 7,4 RT 100% #cinema #film
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“You Only Live Once” (Fritz Lang, USA, 1937) tit. it. “Sono innocente”
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Esperimento estremamente interessante ... da studiare
402 * “Yanco” (Servando González, Mex, 1961) * con Ricardo Ancona, Jesús Medina, María Bustamante
Il giovane protagonista Juanito è molto sensibile ai suoni, ma quasi allergico ai rumori. Così si potrebbe riassumere il tema centrale del primo lungometraggio del regista Servando González del quale parlai un paio di mesi fa per "The Fool Killer" (con Anthony Perkins, 1965) https://plus.google.com/+GiovanniVisetti1/posts/HSyVPgq9Mxu
Semisconosciuto all’estero, ma ben noto in patria in quanto fu incaricato di riprendere gli scontri fra studenti e polizia a Città del Messico poco prima delle Olimpiadi del 1968 e già direttore dei laboratori degli Estudios Churubusco (quasi un monopolio all’epoca), scrisse la sceneggiatura e diresse il quasi sperimentale "Yanco". Con un budget di soli 35.000 Pesos e montando anche negativi inutilizzati di altri film, girò il film nel piccolo pueblo di San Andrés Mixquic alla periferia di Cd de Mexico, nei pressi di Xochimilco, oggi attrazione turistica essendo l’unica area dove ancora sopravvivono sorgenti e canali navigabili che una volta circondavano Tenochtitlán, capitale dell'impero azteco.
Tornando al film, questo colpisce sia per il contenuto ingenuo, toccante e poetico, quasi una favola di grande sensibilità, sia per essere sonoro e tuttavia quasi muto ... le parole sono pochissime, per lo più in nahuatl (il principale idioma degli indigeni messicani) e quindi incomprensibili e oltretutto non dirette al protagonista Juanito il quale, nel corso dell’intero film, proferisce la sua unica battuta (una sola parola) dopo quasi un'ora.
Film costruito con mano sapiente, lascia intendere volutamente cose non reali sviando ad arte lo spettatore, comunica attraverso dettagli e soprattutto con la fondamentale colonna sonora composta da musica, rumori, versi di animali e suoni della natura.
Film delicato, girato con attori non professionisti, un vero esercizio di stile che un paio di mesi fa è stato riproposto dalla Cineteca Nacional in occasione dell’ottavo anniversario della morte di Servando González con la presenza di Ricardo Ancona, il ragazzino che 55 anni fa fu protagonista di "Yanco”.
Nell'occasione è stato ricordato che all’uscita restò 22 settimane di fila in sala, rappresentò con successo il Messico in molti festival internazionali ottenendo 27 premi, segnò il debutto cinematografico del direttore di fotografia Alex Philips Jr. (che poi si trasferì in USA e lavorò con registi del calibro di Sam Peckinpah - Voglio la testa di Garcia, 1974) ed infine è stato acquisito nella collezione del Museo Guggenheim di New York.
Il film è disponibile in rete a bassa definizione e in versione originale, ma in questo caso, come già sottolineato, le parole non contano ...
Suggerisco di leggere anche le uniche 5 recensioni presenti su IMDb
http://www.imdb.com/title/tt0249259/reviews?ref_=tt_urv
tutte concordemente ottime come è facile intendere
* An artistic marvel from Mexico
* A Film to be Remembered
* Gorgeous magical film!
* Yanco! How great thou art IMDb!
* Hard to believe it's a children's film!
IMDb 7,4 #cinema #film #Mexico  
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“Yanco” (Servando González, Mex, 1961)
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Suggerirei di non perderlo!
401 * “Hell or High Water” (David Mackenzie, USA, 2016) * con Ben Foster, Chris Pine, Jeff Bridges, Gil Birmingham
Dello scozzese Mackenzie un paio di anni fa avevo visto “Perfect Sense”, originale film con un buon soggetto purtroppo molto mal-trattato ma la regia non era male. Attratto dalle recensioni e dalla presenza di Jeff Bridges (attore ampiamente sottovalutato) sono andato a guardare “Hell or High Water” e non me ne sono assolutamente pentito, al contrario l’ho trovato uno dei più soddisfacenti film visti in sala di recente. Non per niente ha tre Nomination pei i Golden Globes, oltre ad aver già vinto 28 premi ed avere oltre 100 nominations parte delle quali potrebbero trasformarsi in vittorie. Il sito Indiwire lo inserisce fra i film che probabilmente saranno in lizza per aggiudicarsi l’Oscar 2017. Riuscirà questo film quasi indipendente a far breccia fra le grandi produzioni e i superfavoriti?
C’è chi lo ha definito un western moderno, chi un crime-thriller e chi lo ha accostato a “Non è un paese per vecchi”, ma io penso che è un film a sé e che non lo può né deve inserire a forza in un genere specifico.
Entra subito nel vivo dell’azione, senza inutile preamboli, e termina al punto giusto al contrario di tanti film che si “autodistrugono” negli ultimi due o tre minuti con finali pressoché assurdi. A tratti a qualcuno potrà sembrare quasi una commedia, ma la quasi totalità di personaggi che interagiscono con i fratelli Howard e con i due Rangers sono assolutamente credibili. I dialoghi sono “taglienti”, a volte quasi cattivi, ma purtroppo abbastanza veritieri. Ottimo anche il dialogo-sfida-duello finale.
Qualche pecca fra inseguimenti e sparatorie senz’altro c’è ma non rovina certamente il film e quale pur grande western o poliziesco non ci mostrato tiratori infallibili e/o protagonisti che passano fra raffiche di mitraglia senza un graffio?
La fotografia non è memorabile, ma gli scenari e il fascino dei paesaggi sconfinati sopperiscono ampiamente.
Curiosità-precisazione: il nome originale della sceneggiatura (già pronta dal 2012) era Comancheria e questo titolo è stato usato durante la lavorazione e così è uscito sia in Spagna che in Francia. Ho letto qualche interpretazione fantasiosa del termine, ma forse può interessare sapere che quello era in nome del vasto territorio dei Comanches a cavallo fra il Texas settentrionale e la metà occidentale dell’ Oklahoma, con estensioni in Kansas, Colorado e New Mexico (vedi mappa fra le foto). Proprio in quest’area è ambientato tutto il film, con tutte le rapine in Texas e il “riciclaggio” del danaro in Oklahoma, proprio nei casinò gestiti dai “pellerossa” (ma questa è un’altra lunghissima storia). “Hell or High Water” è invece un modo di dire che significa “accada quel che accada” “ad ogni costo” o, quasi letteralmente, “che si scateni l’inferno o con un’inondazione ... farò ..., devi venire ..., andremo ...”.
Inoltre, i riferimenti ai Comanche sono numerosi e di solito “politicamente scorretti” visto che il Ranger Jeff Bridges ne dice di cotte e di crude al suo secondo nelle cui vene scorre sangue Comanche misto a messicano (e quest’altra discendenza non lo aiuta di certo, se non a ricevere ulteriori insulti, seppur in tono parzialmente bonario).
Infine nel casinò Tanner, giocando a poker, ha un diverbio-quasi-scontro con tale Bear che gli dice: “Sono un Comanche. Sai che significa? Significa 'Nemico di tutti'.” e Tanner risponde “Sai cosa? questo fa di me un Comanche.”
Presentato a Roma, da novembre è anche disponibile in Internet ma sembra che non sia uscito nelle sale italiane.
Direi che “Hell or High Water” dovrebbe essere ai primi posti nelle vostre liste di film da andare a vedere in sala (se uscisse) o da guardare dalla rete in mancanza di meglio, ma sono sicuro che se otterrà la Nomination come migliore film - o Jeff Bridges come non protagonista o Taylor Sheridan (già apprezzato per “Sicario”) per la sceneggiatura - lo troverete ben presto al cinema.
IMDb 7,8 RT 98% #cinema #film
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2016-12-30
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Per celebrare il mio 400° film del 2016
400 * “Jules et Jim” (François Truffaut, Fra, 1962) * con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre
Terzo film di Truffaut, dopo il suo famoso esordio con “I 400 colpi” e il meno conosciuto “Tirate sul pianista”, ma fra i due non si deve dimenticare la sua collaborazione alla sceneggiatura di “À bout de souffle” (Fino all’ultimo respiro, Godard, 1960), altra pietra miliare della Nouvelle Vague.
La storia si sviluppa nell’arco di una ventina d’anni e descrive l’evoluzione e i radicali cambiamenti dei rapporti sentimentali fra Jules, Jim e Catherine (Jeanne Moreau) che tuttavia non intaccano la radicata amicizia.
Con un ritmo incalzante, con continui cambiamenti dei punti di ripresa, con il solito minimalismo classico del genere, si passa da Parigi alla campagna e di nuovo in città per poi finire in un vecchio mulino. Oltre la piccola Sabine, il cast include anche altri tre personaggi (Thérèse, Gilberte e Albert) che appaiono relativamente poco ma sono fondamentali nelle relazioni all’interno del triangolo.
Pregevole la fotografia in bianco e nero.
Volendo muovere una critica (del tutto personale) trovo che Truffaut abbia esagerato nell’utilizzo della voce fuori campo, a volte necessaria ma in molti altri casi i contenuti potevano essere mostrati con poche scene (in particolare da uno come lui) lasciando il film di una lunghezza assolutamente nella norma (così com’è dura 1h44’).
Visione indispensabile per chi voglia avere un quadro dell’evoluzione dell’arte cinematografica.
IMDb 7,9 RT 100% #cinema #film
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“Jules et Jim” (François Truffaut, Fra, 1962)
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399 * “The Bridges of Madison County” (Clint Eastwood, USA, 1995) tit. it. “I ponti di Madison County” * con Meryl Streep, Clint Eastwood, Annie Corley
Un film a due ... in effetti ci sono varie apparizioni più o meno fugaci di altri personaggi ma non aggiungono molto alla qualità del film, in particolare Victor Slezak (nei panni del figlio di Francesca / Streep) è veramente indecente.
Per fortuna ci sono i nostri Meryl e Clint, che di mestiere ne hanno in abbondanza, i quali si caricano sulle spalle il non facile compito di tenere viva l’attenzione degli spettatori in un film apparentemente privo di eventi. Nella sceneggiatura questi sono infatti abilmente soppiantati da riflessioni, sguardi, racconti e talvolta scontri verbali.
Chi volesse guardare al di là della semplice e breve avventura romantica, potrà farlo molto facilmente prestando attenzione ai dialoghi nei quali ci sono tanti spunti per infinite e serie discussioni esistenziali-filosofiche (che in quanto tali non potranno mai giungere ad un punto fermo) sulle proprie radici, famiglia, volersi sentire indispensabile più che amato dal partner, viaggiare o fermarsi, realizzarsi tramite il proprio lavoro o occupandosi dei figli, e tanto altro.
Giusta Nomination Oscar per Meryl Streep, forse anche Eastwood avrebbe meritato qualcosa ...
IMDb 7,5 RT 95% #cinema #film
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“The Bridges of Madison County” (Clint Eastwood, USA, 1995) tit. it. “I ponti di Madison County”
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398 * “Driving Miss Daisy” (Bruce Beresford, USA, 1989) tit. it. “A spasso con Daisy” * con Morgan Freeman, Jessica Tandy, Dan Aykroyd
Un altro dei film che mi ero perso durante il mio periodo di quasi stasi cinefila ... buono, ma con qualche riserva.
Niente da eccepire sui due protagonisti (probabilmente anche Morgan Freeman avrebbe ottenuto l’Oscar se non avesse trovato sulla sua strada Daniel Day-Lewis) e sulla sceneggiatura ma trovo che Dan Aykroyd è più o meno improponibile come attore e deve la sua notorietà solo al fatto di essere apparso in ottime commedie con grandi co-protagonisti.
Sarò noioso, ma anche questo è uno di quei film da guardare con l’audio originale. Considerato l’ambiente e l’accostamento di due classi sociali oltretutto di origini ben distinte, sono fondamentali non solo i dialoghi e quindi il vocabolario, ma anche il contrasto fra gli accenti completamente diversi (non ho idea di come li abbiano potuti rendere nei doppiaggi).
Forse le vicende dello spigoloso rapporto fra Miss Daisy ed il suo autista Hoke copre un lasso di tempo troppo esteso, creando qualche problema non solo ai truccatori anche alla storia stessa e agli spettatori che non colgono gli indizi dei cambi di epoca.
In conclusione, reputo “Driving Miss Daisy” un ben realizzato, ma un po’ sopravvalutato.
Per inciso, l’Oscar ottenuto come miglior film nel 1990 resta nell’opinione generale (critici e pubblico) come uno dei più immeritati della storia degli Awards.
4 Oscar (miglior film, attrice protagonista, sceneggiatura, trucco) più 5 Nomination (Freeman, Aykroyd, costumi, scenografia e montaggio)
IMDb 7,4 RT 100% #cinema #film
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“Driving Miss Daisy” (Bruce Beresford, USA, 1989) tit. it. “A spasso con Daisy”
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397 * “The Matrix” (Wachowski Bros, USA, 1999) * con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving
Dopo il disappunto di ieri per “Etz Lemon”, ho deciso di andare sul sicuro per i prossimi film per concludere bene l’anno e raggiungere i 400 film visti senza ulteriori delusioni.
Così ho cominciato con “The Matrix” che avevo visto solo una volta, poco dopo l’uscita. Certamente adesso gli effetti speciali colpiscono di meno visto che sono diventati quasi di norma e non solo nei filmi di fantascienza, ma nel 1999 lasciarono tutti a bocca aperta. Le “reincarnazioni” degli agenti sono tutt’oggi notevoli e la loro voce (quella originale) quasi meccanica, che scandisce le parole rimane impressa, in particolare quella dell’’implacabile e indistruttibile “agente Smith” (Hugo Weaving).
La storia non è di quelle proprio banali, i salti fra realtà virtuale e realtà effettiva (ma siamo sicuri che sia proprio così?) sono ben congegnati, gli immancabili inseguimenti (che non sopporto tanto) in questo caso almeno sono ben realizzati con ritmo incalzante e tante “apparizioni” degli agenti nei luoghi e momenti più impensati.
Con tutto che nel 2016 “The Matrix” a qualcuno può apparire datato, mi sento di affermare che regge benissimo il confronto con molti dei prodotti moderni realizzati con tecnologie estremamente più avanzate.
4 Oscar (montaggio, sonoro, effetti speciali, editing effetti sonori)
al 18° posto fra i migliori film di sempre (classifica IMDb)
IMDb 8,7 RT 87 #cinema #film
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“The Matrix” (Wachowski Bros, USA, 1999)
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396 * “Lemon Tree” (Eran Riklis, Isr, 2008) tit. it. “Il giardino di limoni” * con Hiam Abbass, Rona Lipaz-Michael, Ali Suliman
Ci tengo a premettere che concomitanza della visione di questo film e della risoluzione ONU relativa ai nuovi insediamenti israeliani è un puro caso avendo preso in prestito il dvd giovedì scorso dopo una lunga permanenza nella mia lista d’attesa. In ogni caso non sarei entrato nell’argomento politico e quindi procedo a parlare direttamente della pellicola.
Come spesso accade, e l’ho già sottolineato varie volte, ci sono dei film che hanno una certa risonanza e talvolta ricevono anche premi importanti solo per aver toccato un tema scottante, ma di artistico o tecnicamente valido hanno poco o niente. Questo è uno di quei casi, con una storia molto edulcorata nella sua drammaticità, pochi dialoghi e tanti silenzi, e quando qualcuno parla la sceneggiatura non l’aiuta di certo.
Presenta spesso situazioni difficili di vario tipo, ma non mostra mai come si risolvono fornendo solo il risultato finale. Per evitare spoiler mi limito a citare i vari scavalcamenti (oggettivamente non semplicissimi) in un verso e nell’altro della recinzione del limoneto, da parte delle due donne, non certo atletiche ragazze, mentre il soldato di guardia sulla torretta (sempre lo stesso) studia con le cuffie sulle orecchie e guardie del corpo e dei servizi segreti dormono. Non si vede come si superano i posti di blocco e meraviglia un tribunale supremo praticamente deserto e senza sicurezza. Anche gli attori sono poco convincenti, forse si salva qualche figura di contorno. Completano il quadro personaggi poco realistici e abbastanza mal interpretati e rapporti personali molto poco credibili.
Eran Riklis è stato ben attento a trattarel’argomento evitando accuratamente di prendere apertamente posizioni che avrebbero poi probabilmente impedito la circolazione del film. Per non scontentare nessuno i palestinesi sono quasi tutti “perfettini” e gli israeliani che vogliono radere al suolo il limoneto non sono così cattivi e di conseguenza la conclusione non poteva essere che “salomonica” considerato dove si svolge l’azione.
Sono rimasto molto deluso ...
IMDb 7,4 RT 95% #cinema #film
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“Lemon Tree” (Eran Riklis, Isr, 2008) tit. it. “Il giardino di limoni”
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Interessante non-film, ottima messa in scena teatrale
395 * “Dogville” (Lars von Trier, Dan, 2003) * con Nicole Kidman, Paul Bettany, Lauren Bacall, Ben Gazzara, James Caan
Dopo aver letto pareri molto contrastanti in merito a questo film del quale sapevo molto poco, mi sono deciso a guardarlo ed il mio giudizio complessivo è sintetizzato nella riga di apertura.
L’idea di far svolgere tutta l’azione in un minuscolo villaggio con case praticamente senza pareti e la cima del campanile sospesa in aria, visioni d’insieme dall’alto e con ulteriori dettagli disegnati al suolo a mo’ di mappa è senz’altro geniale e ben realizzata. Il cast è ottimo è ognuno interpreta più che bene il suo ruolo. Quello che secondo me manca per farlo diventare un vero film è la descrizione degli ambienti che può (e dovrebbe) dire tanto, in particolare per ciò che riguarda gli interni; è come un libro composto quasi esclusivamente da dialoghi senza alcuna descrizione di stanze, pareti, oggetti, edifici.
Pur dovendo riconoscere che Lars von Trier realizza bene il suo solito lavoro con la cinepresa a spalla nello stile minimalista che è alla base del suo “dogma”, trovo che tutto ciò sia complessivamente limitante. Nel corso di oltre 30 anni di carriera le sue idee ed i suoi lavori sono stati analizzati, sezionati, esaltati e molto criticati e quindi rimando chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza con il controverso regista danese alla lettura di pagine scritte (presumibilmente) da persone più preparate di me, che hanno visto la quasi totalità delle sue opere (io solo 3).
Curiosità: alla fine del film la protagonista del film Grace/Nicole Kidman viene accusata di essere “arrogante” per comportarsi in modo troppo accondiscendente, subendo qualunque angheria da parte di altri e perdonandoli. In una simile interpretazione dell’arroganza diversa da quella alla quale siamo abituati (“trattare gli altri con insolente asprezza e con presunzione”, Treccani), mi ero imbattuto proprio pochi giorni fa guardando l’ultimo film di Tarkovsky (“Offret”, 1986, tit.it. “Sacrificio”). Ho pensato ad una citazione ma, effettuata una rapida ricerca, ho scoperto che è una visione filosofico-religiosa che vede il perdono come una dimostrazione di grande superiorità e quindi è pura arroganza.
Von Trier ha affermato di essere riuscito a scrivere la sceneggiatura di Dogville in soli 12 giorni, sotto l’effetto di alcool e droga, mentre in stato normale ha avuto bisogno di un anno e mezzo per “Nymphomaniac”.
IMDb 8,1 RT 70% #cinema #film
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“Dogville” (Lars von Trier, Dan, 2003)
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394 * “Assassin's Creed” (Justin Kurzel, UF/Fra, 2016) * con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Ariane Labed Jeremy Irons
Certe volte non capisco proprio i giudizi dei “critici”. Dopo aver visto le “americanate” fantasy di quest’anno (niente di notevole) sono andato a guardare anche “Assassin's Creed” che ha un ridicolo 20% di recensioni positive raccolte da RottenTomatoes rispetto ai suoi “concorrenti” con oltre 80% e appena un 7,0 su IMDb contro i tanti 8 e oltre degli altri. Qual è il problema? Sono stati impiegati troppi umani? Non ci sono abbastanza CGI? Forse disturbano i set troppo realistici? O è solo gelosia nei confronti di una produzione a maggioranza europea e con un cast senza nessun americano? Si trovano spiazzati per non sapere dove e quando è ambientata la storia?
Preciso che non conosco il gioco (nessun videogioco ... sono rimasto ai giochi di strada e ai flipper elettromeccanici) e quindi non farò paragoni e riferimenti ad esso, eppure, con un minimo di cultura alle spalle il film è comprensibilissimo anche perché le posizioni e gli obiettivi dei due “schieramenti” (Templari e Assassins, sta a voi scegliere chi sono ii buoni e chi i cattivi ...) vengono chiariti all’inizio del film e sono filosoficamente interessanti. Come dicevo, aiuta sapere qualcosa della presenza dei Mori in Spagna, del Califfato di Granada, dell’Ordine dei Templari e del terribile Gran Inquisitore Tomás de Torquemada.
Ci sono i soliti, tanti, troppi scontri, combattimenti ed inseguimenti, ma almeno in questo film beneficiano di bei costumi e splendide scenografie solo parzialmente ricostruite. A questo proposito sappiate che per la maggior parte è stato girato a Malta e tutti gli altri esterni in Andalusia fra le province di Sevilla e Almeria. In quest’ultima si trova l’affascinante Desierto de Tabernas dove ha luogo l’inseguimento con carri e cavalli e dove qualche decina di anni fa si giravano quasi tutti i western europei (qualcuno parla di oltre 500) fra i quali anche “Il buono, il brutto, il cattivo” (Sergio Leone, 1966).
Fassbender si dimostra all’altezza della sua fama avendo un ruolo principale ed intenso, mentre gli altri pur bravi coprotagonisti (Irons, Cotillard, Labed, Rampling, Gleeson) si devono limitare a svolgere semplicemente bene il loro compito non avendo spazio né possibilità di fare di più.
Tornando agli interrogativi iniziali, penso sia interessante sapere che Fassbender e Ariane Labed sono stati sostituiti da controfigure in meno del 20% delle scene d'azione e dei combattimenti, che si è fatto uso intensivo di riprese da droni ma pochissimi CGI e che nel film è stato anche stabilito il record di caduta libera da parte di uno stuntman (35m), tutto ciò perché la volontà di tutti era quella di ottenere un prodotto quanto più reale possibile. Addirittura, per conferire ancora maggior credibilità, nella versione originale tutta la parte che si svolge nel 1492 è recitata in spagnolo e quella moderna in inglese,
Qualcuno si è chiesto come mai un attore del livello di Fassbender sia finito in un film come questo e vari hanno banalmente risposto “Per soldi”. Eppure non è così in quanto l’attore tedesco ha creduto fin dall’inizio in “Assassin's Creed”, è stato lui a volere Justin Kurzel come regista e Marion Cotillard come coprotagonista (aveva lavorato con entrambi in “Macbeth” l’anno scorso), è intervenuto sulla sceneggiatura ed è co-produttore ... quindi i soldi li ha spesi e non presi (almeno per ora ...).
In conclusione, nonostante le preoccupazioni sorte dai rating bassi, confermo che mi è piaciuto più o meno quanto “Doctor Strange”, probabilmente più di “Rogue One” e certamente di “Fantastic Beasts”... peccato per il finale, certo non all’altezza del resto.
Todo es una ilusión, nada es verdad, todo está permitido
IMDb 7,0 RT 20% #cinema #film
PS - ho aggiunto qualche mia foto del Desierto de Tabernas, un posto affascinate!
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“Assassin's Creed” (Justin Kurzel, UK, 2016)
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