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Stefano Carmignani
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Stefano Carmignani

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Tutto era cominciato con una mail sbagliata. Per un capriccio del destino o, se vogliamo, per un casino tecnologico, la mail della ragazza, in quello scorcio d'estate, era finita nella posta di uno sconosciuto.
[questo dovrebbe essere lo spunto per il mio prossimo racconto. Un po poco, ma ci potrei lavorare. Se solo arrivasse un aiuto...troppo breve fu quell'attimo fuggente...]
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Stefano Carmignani

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L'aria contenuta in quel piccolo ambiente era satura dell'odore acre e dolciastro della polvere da sparo, perfino nel mio stato, lo avvertivo distintamente. Forse perché avevo smesso di fumare. Dicono che quando si smette, dopo aver fumato per tanti anni anche quaranta sigarette al giorno, di colpo ci appaiono odori, sapori e fragranze di cui avevamo dimenticato l'esistenza. Non poteva essere quello, il motivo di questa sensibilità agli odori, ne ero certo. La vera domanda era in virtù di che cosa, io me ne stessi li a discettare di quanto acre e denso fosse il fumo lasciato da un solo colpo di trecentocinquantasette magnum.  Nei giorni e nelle ore in cui avevo deciso e preparato quel mio "gesto", ero stato più che certo che da questo mi sarebbe derivato uno status tutt'altro che cosciente, che non sarei esistito più, altro che odori e quant'altro. Eppure adesso non potevo che essere sbigottito dal gran botto che la trecentocinquantasette aveva fatto, molto aldilà di quello che mi ero immaginato. Un botto talmente forte che, in virtù della segnalazione dei vicini spaventati, dopo poco più di mezz'ora ero stato ritrovato. Ora mi vedevo li, seduto per terra tra il tavolo e il radiatore, nell'accogliente annesso alla mia abitazione, in compagnia di un sovrintendente di p.s. dalla divisa sdrucita. Che fossi riuscito soltanto a procurarmi una ferita e adesso fossi ancora vivo e cosciente? Lo escluderei. Anzi, lo escludo. Avevo fatto un ottimo lavoro, da perfezionista quale ero sempre stato. Avevo sempre aborrito gli spargimenti di sangue. Le ferite che sanguinano copiosamente prima che sopraggiunga la morte, sono sintomo di pressappochismo, di chi fa le cose senza amore. Bisogna fare in modo che il cuore si fermi istantaneamente, solo cosi non si ha sanguinamento.  Lo ripeto, avevo fatto un ottimo lavoro.  Avevo estratto le ogive di tungsteno dalle cartucce della tre cinque sette e, con lavoro certosino al banco, le avevo rese piatte e cave. Con perizia, le avevo reintrodotte nelle cartucce, avendo cura di togliere un terzo della polvere da sparo. I proietti si sarebbero frantumati all'interno del cuore, senza fuoriuscire dal dietro, avrebbero provocato l'arresto istantaneo del battito cardiaco e quindi nessun sanguinamento. Mi guardavo e trovavo conferma a questa mia teoria. Non avevo sanguinato per niente e avevo mantenuto il bel colorito mediterraneo di quando ero vivo. Me ne compiacevo ancora. Certo, avevo ottenuto il mio scopo e, benché mi sembrasse strano il poterlo essere, ora ne ero orgoglioso: avevo lasciato un bel cadavere. Tutt'altra storia, ne converrete con me, da chi si lascia straziare dal male in un letto d'ospedale o muore dopo anni di stenti avendo perduto coscienza di quel che è stato. Ridotto ad una larva che ha perso anche le sembianze dell'uomo e in balia della carità di parenti e infermieri che curano un corpo che non ti appartiene più.  Dentro  di noi c'è un qualcosa che ti spinge a fidarti di taluni e a guardarti da altri, tra le persone che, casualmente o meno, ti si avvicinano.  Se devi aspettarti un tradimento oppure se un giorno ti stupirai e gioirai della loro amicizia. Nella mia vita ho incontrato persone buone, alcune le ho amate sinceramente. Sono certo che loro non si sentiranno tradite, da questo mio gesto, consapevoli delle cause che mi hanno spinto a tanto. Spero che la mia ragazza Bulgara non soffra troppo, lei cosi lontana da casa e che in me ha trovato amore e fiducia. Lei di certo capirà, i motivi della mia scelta. Già, i motivi, la scelta. Ora che ci penso non sono sicuro di ricordarli, ma è comprensibile, sono morto da non oltre un'ora e non mi sono ancora abituato allo status. Scusate, ma quel sovrintendente dalla divisa sdrucita continua ad aggirarsi intorno a me, sta tramando qualcosa. Ecco una persona di cui "a pelle" senti di non doverti fidare.  Ha messo gli occhi sulla tre cinque sette nuova di zecca che stringo nella mano destra, estrae una quarantacinque arrugginita che portava legata alla caviglia. Questo pezzente vuole fare a cambio, non c'è dubbio, cerca di rimuovere le mie dita serrate dal calcio. Mi concedo una soddisfazione che non ha prezzo.  Vedere il terrore assoluto nei suoi occhi, quando gli appoggio la canna della pistola al cuore e sparo.  Di nuovo quella esplosione fragorosa, il sovrintendente seduto vicino a me, il terrore scolpito nello sguardo e nessun sanguinamento. "La classe non è acqua". La vicenda si complica, i poliziotti dentro la casa si sono precipitati nell'annesso, richiamati dalla voce fragorosa della trecentocinquantasette. Un bel problema, stilare il rapporto, meglio aspettare il magistrato di turno. Un sovrintendente fatto secco da un uomo che si è suicidato ore prima, due morti ammazzati che non sanguinano e con le guance rosee di chi ha la vita che gli scorre nelle vene, come la puoi spiegare? Non è un problema mio, io sono morto.  
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Stefano Carmignani

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Questa volta neppure io ce la posso fare.  Ma si,  signore e signori,  l'uomo invincibile piega la testa, esce di scena, si arrende.  Abituato ad affrontare la vita con il coltello tra i denti,  adesso mi sono messo paura.  Si,  perché quando lotti ogni giorno per galleggiare e ti accorgi che terra ferma all'orizzonte non ne vedi,  ad un certo punto ti stanchi,  vorresti riposare.  Niente,  nessun atollo su cui poggiare i piedi.  Solo dura lotta,  ogni giorno di più.  Ci sarà mai una fine, a questa folle corsa a rincorrere le situazioni,   a questo obbligo di parare colpo su colpo i fendenti che la vita ti riserva?  Eppure sono diventato esperto, nella lotta per la sopravvivenza.  Nel mio campo, sono un'autorità, un'eccellenza. Mi è venuto il callo sul cuore, a forza di prendere colpi e resistere.  Ma ora mi sento vecchio, avrei voglia di lasciarmi andare. Soccombere ad uno di quei flagelli che si portano via tante delle persone migliori. Qualcosa tipo alcool, droga, suicidio. Ci sono tanti esempi illustri, a cui non oso neppure accostarmi, di vittime del male di vivere.  No, non è cosi che me ne andrò,  sarebbe troppo facile ed anche da presuntuosi.  Non sono una povera anima in balia della vita, mi sono sempre fatto valere e la vita l'ho vissuta ed apprezzata. Diciamo che ho sempre avuto un punto di vista particolare, amando quello che altri disdegnavano, ricercando quello da cui altri fuggivano.  Diciamo che ad un certo punto te ne fai un vanto, di questo tuo esser misantropo. Perdi il senso della misura e finisce che l'isolamento te lo vai a cercare. Non ho saputo dar niente, alle donne che ho avuto. Perlomeno non ho saputo dar loro quello che si aspettavano. Si, perché questo mio ricercare il rapporto perfetto, la condivisione assoluta di momenti essenziali, puri, forti, forse le ha spaventate. Si sono rifugiate nella loro mentalità da ragionieri, amori tiepidi, un brodino di pollo da sorbire alla sera. Io no. Non ho apprezzato altro che i sapori forti, i contrasti stridenti. Ho amato l'odore della pelle e il sudore delle mani,  la rabbia cieca della femmina offesa,  leccato e adorato lacrime di gioia e di dolore.  E' ora di ammettere che nessuno sfugge al suo destino, se ho scelto di vivere in un certo modo, vuol dire che cosi doveva essere e non potevo fare altrimenti. Per me è stato un continuo rasentare i bordi,  mezzo dentro e mezzo fuori.  Una vita trascorsa sul filo, subendo il magnetismo dei personaggi più discutibili,  quelli che camminano sempre al limite di  ogni categoria umana,  senza lo slancio di abbracciarli completamente ma senza mai allontanarli dalla mia vita.  Porto il nome del più "fesso" degli Apostoli, quello che si è fatto uccidere per primo,  lapidato sulla pubblica piazza.  Forse anche questo è un segno, che non potevo avere una vita da furbo,  da opportunista.  Mi sono sempre curato di altro, che non avere una posizione e una vita tranquilla.  Non rinnego niente, comunque.  Parlando con quelli la fuori mi sono reso conto di quanto loro sfuggano gioie minime di dettagli e situazioni che per me sono essenza. In questo senso mi ritengo ricco e fortunato. Anche solo per la lotta che mi è costata ogni mio più piccolo traguardo,  che mi ha fatto apprezzare la conquista, ha dato un valore inestimabile a quello che ho avuto.  Comunque adesso sto invecchiando, diventa sempre più difficile vivere alla giornata.  Cambiare cento mestieri rubando la perizia dalle mani degli artigiani,  lanciarsi nelle sfide più improbabili e vincerle puntualmente. Non averne mai un riscontro economico,  non curarsi mai delle convenienze,  far scappare le donne che provano un misto di ammirazione e sgomento ma poi scelgono.  Molto prosaicamente, finirò a scaldare il letto di Kosima,  la tedesca che passa le vacanze all'Isola D'Elba.  Certo!  Il mio destino  prossimo adesso si chiama emigrazione, a lavare le auto nel Tankstelle che Kosima possiede a Colonia,  in Germania. Conobbi  Kosima sul motopesca di Milza. Il Lithium terzo è uno dei tanti pescherecci che nell'arcipelago toscano e non solo, durante la stagione estiva si convertono al pescaturismo.  Imbarcazioni da pesca che si attrezzano per ospitare turisti e condurli in visita nelle isole limitrofe. Nel caso del Lithium, le escursioni più frequenti erano verso la Capraia e la Gorgona, ma non era inconsueto che villeggianti danarosi affittassero la barca e l'equipaggio per essere condotti in Corsica o in Sardegna, dove l'escursione durava anche quattro o cinque giorni, trovando pernotti nei meno noti villaggi di pescatori. Gruppi di Tedeschi, soprattutto, prediligevano essere condotti su rotte sconosciute ai grandi flussi del turismo organizzato.  Milza era la persona che faceva al caso loro, riusciva a scovare alloggiamenti presso saline in disuso, presso pescatori che fittavano le case che si costruivano da mano a mano che avevano un po di soldi. Il volto solcato dalle rughe di una vita logorata, la pelle bruciata dal sole e dalla salsedine e quella cicatrice da cui prendeva il suo nome, tra l'addome e il torace, ricordo di quando affrontò a mani nude un marinaio Marocchino armato di coltello, Milza è una persona a cui non sapresti neppure attribuire un'età. Vecchio, forse, per la barba e i  lunghi capelli in gran parte bianchi,  per il suo essere sempre da solo con la sua barca ed il mare, senza che di lui si abbia notizia di una famiglia o di una casa. Giovane, forse, per la straordinaria forza fisica e perizia, per il carattere indomito e il carisma che lo impone ai suoi equipaggi, che lo fa il condottiero a cui i Tedeschi si affidano. Se ti imbarchi sul Lithium, tu sia equipaggio o turista, farai quello che dice Milza e non ti lagnerai. Ne riceverai una lezione di vita, da quel marinaio scalzo e perennemente a torso nudo, finchè il grecale non si farà troppo forte.  Lui ti mostrerà come ci si muove in mezzo agli elementi, ti insegnerà il rispetto del mare e del vento, ti nutrirà con il cibo offerto dal mare e attraverserai con gli occhi e con lo spirito una vita che ti sarebbe del tutto rimasta ignota, se non lo avessi incontrato. Certo, potrai anche essere convinto di avere una buona vita, se passi le tue giornate tra l' ufficio e la casa e poi per le vacanze ti affidi ad un villaggio turistico. Il confort non ti mancherà. Trovare l'alba sulla poppa del lithium mentre salpi le reti e i Tedeschi che sventrano i pesci che saranno il tuo pranzo, è un'altra dimensione. Respiri la vita che è sale e fatica. Gioia per gli occhi e puzza di sudore e di pesce.  Milza mi prendeva volentieri con se, quando mi presentavo e chiedevo di essere imbarcato. Non ero sicuramente un marinaio esperto, ma ci mettevo l'anima, in quello che facevo. Credo che il burbero comandante lo apprezzasse e mi dispensava di consigli, mi insegnava a condurre la barca, affrontare le onde nel giusto verso, calare le reti col migliore mestiere.  Affrontare il mare come si affronta la vita, con lealtà e rispetto.  Kosima mi mise gli occhi addosso fin dal primo anno che mi imbarcai sul Lithium. Lei possedeva una piccola villetta a Portoferraio e nell'isola trascorreva un mese di ferie estive e non era rado che tornasse per periodi più brevi anche in inverno. Non perse tempo, a farmi capire cosa voleva da me, ne io tergiversai prima di assecondarla. Ne nacque una storia strana, che non saprei ben definire. Sono passati quattro anni da quel primo imbarco e da questa storia non mi sono mai  affrancato. Ogni anno, dalle trenta alle quarantacinque notti dormiamo assieme. Non riesco a capire cosa mi spinge a ritenere questa donna che non si aspetta niente da me e che non ha niente da offrirmi, come quella da cui ho avuto di più. Eppure io ho attraversato un matrimonio e poi ancora una lunga convivenza, dunque perché è lei che sento più vicina? Non abbiamo mai parlato di sentimenti, anche non si può neanche dire che sia stata una storia di letto. Conosco poco di lei, anche perché la lingua non aiuta, dato che parla male l'italiano. Facciamo l'amore e io cerco sempre di capire se lei prova veramente piacere, questo è il mio pensiero fisso. Sia chiaro, non prenderei mai soldi da una donna, se qualcuno ha pensato  questo è fuori strada  e offende lei e me. Detto questo, resta il fatto che tra le sue braccia non ho mai conosciuto l'abbandono, troppo teso a cercare di capire la sua risposta, ad interpretare le sue sensazioni, tanto che il più delle volte il mio piacere sfuma e io mi fermo, quando credo di intuire che lei sia venuta. Ora lei mi chiede di andare a lavorare nel suo tankstelle ed io ci sto pensando. Qui non ho molte prospettive perché vivere alla giornata diventa sempre più duro. Potrei veramente trasferirmi a Colonia e lavorare insieme al suo personale Turco, non è escluso che uno come me si possa trovare bene. D'estate, poi, avrei comunque un posto sul motopesca, potrei scendere prima e poi Kosima mi raggiungerebbe.  Non lo so, mi sembrano progetti minimi, di piccolo cabotaggio. Ci vedo comunque più vita e verità che in questi giorni grigi. Oggi la vita corre in autostrada. Attraversiamo i nostri giorni lanciati sopra autovetture, incuranti di quello che sta attorno, unico obiettivo e la meta da raggiungere, il più presto possibile. Occupiamo la nostra casella, all'interno di questa società e lo facciamo con diligenza, ben attenti ad assolvere i compiti che altri hanno scelto per noi. Facciamo quello che altri si aspettano da noi. Siamo in coda al casello, provando invidia per quelli che hanno un telepass,  paghiamo la nostra quota e continuiamo la corsa, neppure ci chiediamo il perché. I bagni sono puliti, all'autogrill, consumiamo Camogli e il biglietto della lotteria, beviamo caffè ristretti. Riprendiamo la corsa, il navigatore aiuta nel rispetto delle regole, avverte della presenza del tutor, suggerisce  pause nella guida. Percorriamo giorni grigi che sono divenuti orizzonte, il riscaldamento è acceso, non si sta male. Le curve sono ampie e ben segnalate, solo un pazzo potrebbe avere problemi nella guida.  Se tutti rispettano le regole non ci saranno incidenti. La stagione estiva è finita da un pezzo e sono ancora sul motopesca di Milza. Faccio il turno al timone, mentre il comandante e i marinai rumeni riposano sotto coperta. Il grecale alza onde pericolose e rende insidiosa la navigazione, mentre conduco la barca a ridosso della Capraia. Se Milza sta riposando e non si è precipitato in plancia, vuol dire che ce la posso fare, all'alba caleremo le reti.  Adoro le vecchie camionabili che si snodano tra colline coltivate a grano e si inerpicano tra vigne ed oliveti.  Rallentare ad ogni curva, decidere quale sarà l'approccio migliore per non perdere il controllo.  Ad ogni bivio ricalcolare il percorso e decidere quale sarà la strada migliore da percorrere. Sbagliare e perdersi, non sarà un problema. Forse la meta si trova proprio oltre quella collina, tagliata fuori dagli itinerari. Meglio attraversarli, quei borghi da cui l'autostrada ti terrebbe lontano. Fermarsi in una trattoria nota solo ai camionisti locali, fare tardi agli appuntamenti. Dispiace essere motivo di delusione, ma Kosima e il tankstelle possono aspettare. Io sono me stesso. Il vecchio entrobordo da duecentocinquanta cavalli non si scompone più di tanto, quando abbasso la leva dell'invertitore e contemporaneamente agisco generosamente sull'acceleratore. Si accorge della  mano inesperta, ma non lo dà a vedere.  Sale su di giri ma non troppo, come si conviene a chi ha una personalità forte, che gli consente sempre di avere il controllo della situazione. Il Lithium terzo scivola di bolina e le eliche intorbidano le acque del porto, sollevando volute di sabbia dal fondo. Si appresta ad un accostaggio non proprio ortodosso alla banchina, le gomme dei respingenti e i parabordi gemono. Portoferraio ci accoglie alle quattro del mattino dopo quattro giorni di navigazione, gli ormeggiatori commentano.   Si vede che la barca non è tua, qualcuno dice, sicuro che io possa sentirlo.  Anche il pilota del porto, dalla plancia del traghetto che sta conducendo all'attracco, pare voglia dire su questa mia manovra e lancia un paio di fischi con la sirena di bordo. Il Lithium è fermo in banchina, l'equipaggio scarica le cassette del pesce che i furgoni della cooperativa trasporteranno al mercato. Non credo che Milza avrebbe avuto da ridire. Mi sono assunto la responsabilità di condurre la barca perché sentivo di poterlo fare.  Adesso è in banchina,  la chiglia non ha riportato alcun danno.  Ho superato l'esame e l'ho fatto a modo mio,  affrontando la situazione,  accettando la sfida. Del resto, non ho fatto altro,  nella vita.  Ho sempre inseguito orizzonti di cui subivo il fascino, non sono riuscito mai a battermi per quello che mi avrebbe consentito magari di farmi una posizione, per ciò che mi avrebbe consentito un'esistenza tranquilla.  Non è stato possibile,  per me. Troppo gusto, ho provato nel navigare ai margini del senso comune, nell'avere sempre e comunque un'opinione diversa e discordante. Ho sbagliato, non so neppure dire quante volte. Ho pagato di persona puntualmente e generosamente senza cercare sconti, senza sottrarmi alle responsabilità.  Non mi pento di quello che ho fatto e di quello che ho avuto. Non mi pento anche se adesso potessi iscrivere a bilancio solo l'aver fatto questa manovra con la barca o le giornate trascorse a lavorare nei boschi e nei campi.  Dal traghetto che poco fa è attraccato in banchina, tra uno sparuto gruppo di frontalieri, si fa avanti Kosima che mi sorride scuotendo la testa bionda. Era a Livorno da alcuni giorni, al capezzale di Milza che muore in ospedale. Ora mi sorride dalla banchina e scuote la testa bionda.  Forse l'ho malgiudicata, questa tedesca.  Forse non l'ho mai capita. Sono arrivati i giorni della pioggia. Monotoni. Si somigliano l'uno con l'altro e nessuno di loro pare possa promettere altre visioni se non questa cortina biancastra che si alza sul mare. Non so cosa mi aspetta oltre quella nebbia che rende ancora più incerta la poca luce di queste mattine invernali. Potrei essere sereno, perché nessun ostacolo si profila all'orizzonte e la navigazione è fin troppo tranquilla. Il mare non potrebbe essere più calmo, appena increspato dalla termica che soffia gelida dal continente. Mi stringo nella giacca tecnica con il cappello da pioggia ben calzato in testa e socchiudo gli occhi come a voler cercare altre diotrie che mi permettano di vedere meglio.  Vedere oltre quella cortina lattiginosa ed impalpabile. Non sono musiche sinfoniche, quelle che mi giungono alle orecchie tra il picchiettare incessante di questa pioggia lacerante. Sono urla sgraziate di gabbiani che lasciano il mare per recarsi alle discariche, sicura fonte di cibo. Forse dovrei fare come loro e trovare anch'io la mia discarica. Sono posti in cui con un certo spirito di adattamento e badando di turarsi il naso, ci puoi vivere bene. Non mi mancherebbe niente, né cibo né distrazioni. Neppure la compagnia mancherebbe, il genere umano pare abbia deciso di trasferirvisi, emulando gabbiani e corvidi.  Questi sono i pensieri che mi  affiorano alla mente, come insidiosi relitti alla deriva. Non certo buoni compagni di viaggio, in questa navigazione a vista. Però poi la pioggia incessante che colpisce il ponte e la mia giacca in gore tex, che mi sferza il viso e l'orgoglio, torna ad essere la mia sinfonia. A dritta del Lithium dalla bruma lattiginosa appare lo scoglio della Meloria. Sapevo che doveva essere vicino, che la mia rotta non poteva essere sbagliata di troppo. Sono io il comandante e, vivaddio, anche oggi caleremo le reti. Viro di babordo e la barca si inclina e si immerge di prua. Pare rassegnarsi, il vecchio peschereccio, alle mie manovre ruvide, forse avventate. Credo che ormai obbedisca di buon grado ai miei comandi. Maledico l'equipaggio Rumeno che indugia sotto coperta e lo trascino sul ponte. Alle reti, uomini, non siamo qui per rinunciare ma per fare il nostro lavoro.  Macchina pari avanti adagio e il basso fondale delle "secche" scivola sotto la chiglia. Ognuno deve decidere cosa vuol fare della propria vita, se ripiegare verso cosa appare più opportuno e conveniente oppure uscire per mare e assumersi dei rischi. Non ultimo quello di essere da solo, su rotte ormai cancellate dalle mappe. Le reti scivolano nell'acqua dove staranno fino a sera. Mettiamo il Lithium alla fonda che docile si allinea con la corrente, ancorato di prua. Ora quegli uomini contro corrente avranno tempo per pensare, chiusi  sotto coperta. Forse quando domani sbarcheremo qualcuno di loro rinuncerà e farà ritorno verso la propria terra. Siedo a prua, accendendomi una sigaretta e immagino di scorgere kosima che mi sorride dalla banchina durante la manovra d'ormeggio. Lei non ci sarà, questo lo so.  Mi piace pensare che si ricordi di me con una punta di nostalgia. Stasera non smetterà di piovere. Con ogni probabilità continuerà cosi, ne forte ne piano,   senza interruzione per tutta la notte. Non me la voglio perdere, questa nottata, potrebbe essere quella giusta. Prima che al Bilancino i fiorentini aprano le prese di carico dell'invaso e la portata dell'Arno aumenti troppo. Le cee bisogna prenderle per il loro verso, non è facile insidiarle con successo. Se non è la notte giusta, rischi di stare al freddo e all'umido e non ne fai neanche cento grammi.  Bisogna che l'acqua dolce portata dalle piogge si insinui nel mare e allo stesso tempo che la corrente non sia troppo forte,  solo così risaliranno lungo la ripa, al margine dei cannellai.  La prossima marea  sarà quella giusta, le acque piene ci saranno alle ventitré e da allora e per sei ore, se tutto va bene, se ne potranno vedere fino a cento,  duecento,  per ogni cala breve della ripaiola. Il fatto che piova così,  senza alcuna misericordia, , mi fa ben sperare che le guardie desistano dal fare una sortita e che non ci sia il rischio di doversi nascondere nel cannellaio e affondare la ripaiola  salendoci sopra,  immersi nell'acqua fino al torace.  Sono tempi strani, questi, non mi aspetto neppure che qualcuno possa capirmi, ma la realtà,  per chi la vive dai margini, è questa. È la legge stessa, che genera illegalità. La società è in preda a delirio legiferante, si vuol cambiare la vita delle persone a forza di codici e regolamenti. Ovviamente poi, il tutto si risolve nel rendere la vita impossibile alle categorie più svantaggiate, non certo nel colpire gli interessi dei potenti e dei ben introdotti.  Forte coi deboli, cosi si dice.  Credete che stia esagerando? Osservate la realtà delle carceri, che è una cosa da terzo mondo. Le condizioni detentive, con il sovraffollamento, costituiscono di fatto pene aggiuntive a quelle stabilite dal codice e questa situazione disastrosa è indotta dal proibizionismo e dalla mancanza di pene alternative. Siamo in presenza di una giustizia di classe che tende a nascondere la polvere sotto il tappeto,  invece di fare pulizia. Il fatto grave è che questa polvere sono esseri umani.  Con tutto ciò, le guardie stasera non verranno, tantomeno quelle volontarie.  Ah, non lo sapevate? Esiste anche un tipo di guardie volontarie, che si incaricano senza fini di lucro di vigilare sul rispetto delle regole. Va da se che poi questi volontari avranno ampia discrezionalità nel decidere  quali comportamenti perseguire. L'agire disinteressato nei confronti della collettività  è una pulsione alta, nobile.  Non si dovrebbe permettere di attribuirne il significato a chi ha smanie da sceriffo.  Da questa parte dell'Arno i volontari non verranno.  Dietro ad ognuna di quelle lucette che si accendono alternativamente quando è il momento di alzare la ripaiola,  ci può essere qualcuno che la società ha già spinto oltre il margine e non ha più nulla da perdere.  Non contano leggi e regolamenti, per lui. Il suo salvacondotto è il piccone sul fondo del barchino.  Il Lithium è alla fonda nell'ultimo dei rimessaggi sulla sponda destra dell'Arno.  Oltre, il fiume non è navigabile se non per imbarcazioni più piccole.  Lo lascerò qui , dove il rimessaggio costa meno,  fino alla fine di febbraio.  In cuor mio spero di vedere Kosima, la prossima primavera all'isola d'Elba, anche se non c'è niente su cui questo mio desiderio possa fondare. Non ho fatto niente, per compiacerla.  Mi aveva chiesto di raggiungerla a Colonia e di lavorare da lei, ma non ho accettato. Adesso manco anche dall'arcipelago, non abito più la sua casa di Portoferraio. Vivo sul Lithium e mi muovo come una creatura della notte.  Ora che è tempo di cee, non conviene sprecare  gasolio per raggiungere le zone di pesca dell'arcipelago. Meglio assumersi qualche rischio e stare qui. La pioggia non accenna a smettere e tra poco le acque inizieranno a montare, nascondo la ripaiola sul fondo del barchino, avvio il motore e scivolo nell'oscurità. La notizia viaggiava sulle brezze salmastre, sui tramonti nascosti da nubi gonfie di pioggia, sui crepuscoli lunghi e umidi come baci di ragazze. La portavano i pescherecci che ritornavano a notte fonda dallo strascico, i piazzisti infreddoliti che sbarcavano dai traghetti deserti dell'alba, gli spazzini che giravano l'arcipelago con le bettoline. C'era di che tenerne conto, di questo vociare sommesso e persistente, di questo ripetere e ripetersi della notizia, della voce. Passava di bocca in bocca e permeava l'ambiente degli uomini che vivono sul mare e del mare, una comunità che ogni giorno ha bisogno di riconoscersi ed identificarsi,  per non essere spazzata via. La comunità delle voci scambiate tra le barche che si incrociano, uomini che si chiedono sempre se in mare c'è ancora qualcuno che può aver bisogno di aiuto. Sguardi che ti interrogano dalle bilance e dai pontili, quando rientri e urli che non sei l'ultimo, che c'è ancora qualcuno la fuori. Sguardi che non si distolgono dalla foce procellosa dell'Arno in piena,  fino a che l'ultimo legno non ha fatto ritorno. E poi alla sera sui tavolacci delle cene dei pescatori, imbandite di pasta fumante condita col sugo di pesce, nelle baracche poco illuminate del lungarno, sulle panche e al tepore delle stufe a legna e a carbone, ancora la comunità che parla, insinua e diffonde. La notizia che corre di bocca in bocca. Mi piace, indugiare a quelle tavole a sentire i discorsi dei pescatori. Tirare tardi con quelli che usciranno in mare prima dell'alba o con quelli che hanno fatto rientro alla sera. Sentirmi parte di una comunità che mi ha accolto, anche se io ero un'altra cosa.  Anche se io,  prima di trovare rifugio su queste rive e in queste baracche, ho invano cercato la mia strada, correndo il rischio di trovarla tra quelli che la società ha messo fuori.  Eppure di questa voce, di questa notizia che pare catalizzare l'interesse dei pescatori e delle loro famiglie, di chi a più vario titolo vive e lavora su e di questo fiume e queste isole, io non riuscivo a sentirmi coinvolto, interessato.  Non avrei mai immaginato che quelle voci parlavano per me,  che ogni pescatore o piazzista o commerciante che si spostava nell'arcipelago,  riportasse e diffondesse la notizia sottendendo che io ne fossi parte in causa, che ne fossi l'oggetto e la causa scatenante.  L'idea non mi sfiorava, come quando qualcuno ti chiama e tu tiri dritto; a chi vuoi che importi di te. Senz'altro ci deve essere un'altra spiegazione.  Di giorno lavoravo al Lithium, l'avevo tirato in secco per lavori importanti di manutenzione. Il motore l'avevo smontato pezzo per pezzo, sostituito organi importanti, revisionato gli iniettori e la pompa. Quasi a volermi disobbligare dei miei comandi ruvidi, i fuori giri temerari, le manovre sempre al limite. Chiglia e carena tirate al lucido, una buona mano di anti vegetativo e interni ed esterni tutti a nuovo, in preparazione della stagione in cui i turisti si fanno accompagnare in giro per l'arcipelago. Di notte, col barchino ad insidiare le ceche, che le ripetute piene dell'Arno continuavano a tenere sulla foce, oppure alla bilancia, sfidando le correnti e i tronchi che queste trasportavano. Tutto fuor che pensare che la mia esistenza potesse interagire con altre vite e influire su scelte che altri assumono. Mi ero fatto la ferrea convinzione di essere un meccanismo che si potesse mettere o togliere da un macchinario senza che ci fossero conseguenze. Come parole racchiuse tra due virgole che a toglierle il senso della frase non cambia. Chissà perché, stamani il dubbio mi ha sfiorato. Ho preso il cellulare e dopo cinque mesi che non mi facevo sentire l'ho chiamata. Cristo, è vero. Kosima si è trasferita e ha aperto un trattoria a Portoferraio. Il fatto in se, non sarebbe sconcertante. Può succedere che qualcuno decida di imporre una svolta alla propria esistenza, ne so qualcosa anch'io che alle svolte e alle sfide ci sono abituato. Quello che mi ha sbalordito è l'apprendere dalla sua voce, in quel suo italiano stentato, che l'ha fatto per me, una volta persuasa che non mi sarei mai trasferito a Colonia. Questa notizia, che a lungo ho sfuggito, che ho pensato riguardasse tutti  meno che me, adesso mi fa pensare.  Accelero i lavori al Lithium. Accarezzo l'idea che forse questa primavera, sbarcando all'isola d'Elba, la possa trovare in banchina che mi sorride e scuote la testa bionda. Il carroponte solleva il Lithium con naturalezza. Le fasce passate sotto la chiglia,  abbracciano la barca e la accompagnano nel tragitto che dal cantiere la riporterà in acqua. Manovro il verricello del carroponte e con perizia appoggio il Lithium sulla superficie del bacino, ho la sensazione di essere artefice del suo e del mio destino.  Mi arrampico su tralicci del carroponte, sospeso sopra la barca sgancio le fasce e le recupero, facendole scivolare in acqua da sotto la chiglia. Beccheggia, il vecchio motopesca tirato a lucido, pare felice  di assaporare nuovamente il suo  elemento,  le acque  fangose di quel fiume che è già presagio di mare e di navigazione.  Nuove albe ci aspettano, nuove navigazioni solitarie, un manipolo di uomini ognuno accompagnato dalla sua solitudine, ognuno che insegue e che fugge dalla propria storia. Uomini che al mare non possono sottrarsi, pena la nostalgia degli scirocchi umidi o dei maestrali poderosi, uomini incantati dalla sinfonia degli elementi, dai tramonti che si fanno crepuscoli, dal buio stringente della notte che esalta il chiarore di stelle nocchiere. Il popolo della foce ci saluta dalle sponde dell'Arno, questa primavera ci troverà ancora sui banchi di pesca dell'arcipelago. Il Lithium affronta le onde di risacca della marea, la brezza marina ci porta sapore di salsedine sulla bocca e sulla pelle. Le isole aspre e dolci sono visibili, Gorgona e Capraia sono davanti alla prua. Richiamano scenari a cui questi uomini sentono di appartenere. Fatica e solitudine, affrontare eventi sempre diversi e mai prevedibili, vivere le soddisfazioni di una vita piena da scoprire e per cui lottare ogni giorno.  Altri pensieri mi accompagnano, in questa nuova navigazione, mentre dal timone del Lithium osservo l'orizzonte e ascolto il rombo regolare e possente della turbina.  Per la prima volta nella mia vita complicata sento di avere degli obblighi, che non siano quelli verso un equipaggio che ho ingaggiato. Ho sempre creduto di poter attraversare questa vita facendo conto sulle mie sole forze e che le mie azioni non avrebbero in alcun modo condizionato o determinato cambiamenti nella vita di altri. Forse ora devo ricredermi.  Anch'io comincio a sentirmi come la pagina di un libro, come un capitolo che non può essere tolto da un romanzo senza alterarne il senso. Se è vero, come il mare racconta, che Kosima ha lasciato la sua Germania mossa dal  desiderio di vivermi accanto, allora vuol dire che non è detto io debba morire da animale selvaggio e solitario come sono sempre stato. Se questa donna è riuscita a vedere l'orizzonte che si staglia dentro i miei occhi, allora io gli debbo ogni riguardo. Non si è più soli, se si seguono le stesse emozioni. Se cerchiamo lo stesso stupore e la meraviglia di una vita vista con occhi che hanno abbandonato ogni convenzione. La immagino nella sua nuova trattoria,  che cucina per la gente di questo mare, attorniata da cuochi e camerieri Turchi che s'è portata dalla Germania. Sarà stimolante provare a convincerla del nesso che passa tra la storia di un popolo e il suo cibo,  spiegarle che la cucina deve rispettare la cultura di questa gente, che niente si può inventare o esportare senza perdere radici, significati. Chissà se lo capirà che il pesce è giusto cuocerlo con le sue interiora, che tutto quello che in cucina si è fatto dal dopo guerra in poi è solo accademia e non c'è anima, dentro. Un po' come in edilizia, dove si continua  a costruire e deturpare, consumando e distruggendo suolo bellissimo e prezioso, mentre ci sarebbe molto da recuperare e valorizzare, di edifici, strade e piazze che hanno secoli di storia e ci parlano della vita vera. Farò capo a Portoferraio, nel mio girovagare nell'arcipelago tra battute di pesca e servizio di accompagnamento dei turisti.  Se Kosima lo vorrà, potrà avermi al suo fianco. (fine della storia)
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Stefano Carmignani

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Stefano Carmignani

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Era una riunione dei Templari in tenuta sportiva ??
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Stefano Carmignani

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andate a lavorare
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Have him in circles
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Adoro la neve o questa sensazione di polvere magica !Bella foto MG
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Stefano Carmignani

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La ragazza dai capelli rossi (tre)
Post n°33 pubblicato il 15 Settembre 2012 da ocsurte
 
Tag: cosed'altritempi
 
La ragazza dai capelli rossi (tre)
 
Fagioli siede sulla poltrona di vilpelle a sei ruote, nell'ufficio al posto fisso della Polizia di Stato.  Indossa un abito di buona fattura, pantaloni in lino di cotone grigio scuro con tasche tagliate alla francese e una giacca beige sopra una camicia nera di taglio sartoriale con delle piccole righe argentee verticali distanziate tra loro in gruppi di tre.   Al collo una cravatta color crema, tinta unita.  Osserva gli uomini al suo comando presi dalle loro consuete occupazioni aldilà del vetro. Poliziotti seduti alle loro scrivanie che battono verbali al PC, rispondono al telefono, pianificano controlli e ricevono segnalazioni dalle quattro volanti impegnate all'esterno. Quattro uomini e due donne che indossano la divisa azzurra e blu della Polizia di Stato.  Beccheggia sulla poltrona ed è assorto nei suoi pensieri, soddisfatto dell'affare concluso quella mattina. Ventimila euro era più di quanto si aspettava        di ricavare,  da quella ragazza dai capelli rossi. Una fortuna, pensava, aver trovato un amatore di quel genere d'articolo.  Quando trovi un amatore sai che questi non baderà a spese  per avere l'oggetto dei suoi desideri e potrai strappare un prezzo più alto. Il suo socio, il malavitoso che si incaricava di importare quelle ragazze che fuggono dalla miseria seguendo il miraggio di un lavoro onesto, si era rivelato un collaboratore prezioso. Gli aveva dato una buona dritta, stavolta. In pochi giorni aveva raddoppiato il capitale investito sulla ragazza. Solo non riesce a cancellare dalla mente lo sguardo di quell'uomo. Lo aveva fissato negli occhi per un tempo che gli era parso inspiegabilmente lungo. Per uno che ti deve pagare e poi deve uscire dalla tua vita.  Anzi, questi nella tua vita non ci deve proprio entrare. Giusto il tempo di pagare e di portarsi via il suo giocattolo. Questo è un genere di transazioni in cui non si instaurano rapporti tra i contraenti. Meno si è a contatto e meglio è.  Perché, si chiedeva, aveva dovuto fissarlo a lungo negli occhi?  Non aveva forse vergogna quell'uomo di acquistare un essere umano? Perché non aveva tenuto lo sguardo basso come fanno tutti quelli che trattano affari con lui?  Com'era possibile, che i suoi occhi freddi e inespressivi non gli avessero procurato disagio, timore perfino.  Gli occhi freddi e inespressivi di uno squalo. In molti che hanno guardato da vicino uno squalo negli occhi, hanno poi riferito che la vita dentro quegli occhi non c'è. Solo una macchina capace di strapparti la carne.  Fagioli, il massacratore della Diaz, il picchiatore di Bolzaneto, per la prima volta prova la sgradevole sensazione di non avere il controllo assoluto della situazione.  Altre due circostanze, poi, gli impedivano di godere appieno del buon affare concluso al mattino. La prima era il fatto che il suo socio malavitoso si era reso irreperibile, non rispondeva al cellulare al quale tentava di chiamarlo da due ore. Non che questo lo preoccupasse particolarmente, però  pretendeva che chi aveva rapporti di affari con lui, fosse sempre reperibile.  L'altra circostanza che gli provocava fastidio era l'esser tornato con la memoria a rivedere la scena di quel mattino. Quando, cioè, quell'uomo, senza minimamente scomporsi, aveva messo a "dormire" i due guardaspalle che erano andati ad accoglierlo. Con la massima naturalezza,  non dandogli neppure il tempo di aprire bocca,  gli aveva colpiti alla giugulare e scaraventati in una fioriera, senza neanche sgualcirsi la giacca. Questi pensieri, non gli impedirono di occuparsi dei propri affari e fece diverse telefonate per sincerarsi che le sue attività procedessero senza intoppi.  Aveva una scuderia di ragazze che ogni sera dovevano garantirgli buoni introiti. Ogni tanto lanciava un'occhiata distratta sul lavoro dei poliziotti, di la dal vetro. Sulla piazza antistante il posto di polizia, da alcuni giorni era parcheggiato un bus turistico con targa straniera,  i vetri azzurrati . Portava, esposti sul cristallo anteriore, i contrassegni del parchimetro e nessuno vi aveva fatto molto caso.  In realtà questi era il punto di osservazione  e la base operativa delle teste di cuoio dei Carabinieri.  Dentro il bus un manipolo di tecnici intercettava le chiamate dirette al posto di Polizia e fungeva da coordinamento tra il Maggiore e i suoi sottufficiali. Gli uomini che si davano il cambio sul bus entravano e uscivano in abiti borghesi e se qualcuno doveva salire sul bus con la divisa dei Carabinieri,  prima di salire indossava un ampio soprabito che la coprisse.  Uno di questi, copre appunto la divisa di Picciafuoco quando, lasciata la Porsche dietro l'angolo, sale sul bus. Gli si fanno incontro due sottufficiali che quasi lo aggrediscono: "Comandante" esordisce uno di loro,  forse il più giovane, ma tutti e due hanno meno di trent'anni. "Il tuo giubbotto a bordo non c'è e tu non lo hai con te.  Non dirmi che sei ancora in cerca di una pallottola". Il sottufficiale ha la voce spezzata e le lacrime gli bagnano un viso di bambino che la  barba incolta di alcuni giorni non dissimula.  Entrambi strattonano  il Maggiore  per il soprabito che ancora non si è tolto. Come a significare che quello che i due uomini temono ancora una volta si sta concretizzando. Sotto il soprabito, sopra la divisa da Carabiniere,  Picciafuoco non indossa il giubbotto antiproiettile.  Era capitato altre  volte,  in quell'ultimo anno. Il loro Comandante aveva diretto le azioni più rischiose a capo dei suoi uomini senza indossare il giubbotto.  In Afghanistan, dove più volte si erano trovati sotto il fuoco degli AK47 talebani, o in patria, nell'effettuare pericolosi arresti risoltisi con conflitti a fuoco.  Il loro Maggiore era sempre stato il primo a gettarsi sulla traiettoria dei proiettili, come se li andasse a cercare.  Un ufficiale che avrebbe avuto il compito di dirigere l'azione dalle retrovie, compiva tutti quei gesti fuori da ogni regola di ingaggio che non permetteva ai suoi uomini.  Picciafuoco per i suoi uomini era una leggenda.  Si era occupato personalmente dell'addestramento di ognuno di loro ed era stato anche un padre e un amico, all'occorrenza.  Quel ragazzo,  quello che gli si era scagliato contro con le lacrime sul volto, una volta se l'era andato a riprendere sotto il tiro incrociato dei Kalashnikov.  Si era fatto strada con le bombe stordenti e se lo era caricato in spalla, ferito, portandolo in salvo.    Forse quello che desiderava davvero era di incontrare la pallottola giusta. A questo punto gli occhi di Picciafuoco si illuminano di una luce particolare.  Quello sguardo, i suoi uomini lo conoscevano bene. Stava a significare che da quel momento in poi si era operativi e che si doveva soltanto obbedire. "Preparatevi, che andiamo a prendere quella carogna" dice.  I due sottufficiali indossano il giubbotto antiproiettile e introducono i caricatori nelle armi d'ordinanza.  I tecnici sul bus si danno da fare con le linee telefoniche. Tutte le chiamate in entrata verso il posto di Polizia vengono bloccate. Tutta la zona diviene off-limits anche per i cellulari,  le celle schermate  dai dispositivi di disturbo elettronico.  Un tenente del RIS chiama uno ad uno gli interni del posto di polizia.  E' uno psicologo laureato alla Normale,  un profiler d'eccezione che come compito usuale ha l'intrattenere contatti telefonici sulle scene operative di rapine con sequestri di ostaggi.  Sa trovare le parole appropriate e uno alla volta i poliziotti che sono dentro a quella stanza escono in buon ordine senza destare sospetti in Fagioli che, d'altronde, è assorto nella cura dei suoi affari.  Quando, per l'ennesima volta, viene sopraggiunto dal ricordo di quegli occhi che non si erano abbassati di fronte ai suoi, meccanicamente alza la testa e il suo sguardo si posa aldilà del vetro su un ufficio irrealmente deserto.  Avverte un picco di adrenalina che gli gela il sangue. Una reazione che per chiunque sarebbe stata di panico .   Per lui,  uomo di ghiaccio, capace di picchiare a sangue freddo dei ragazzi senza provare la minima emozione,  qualcosa molto vicino alla paura.  Non c'era più alcuna divisa azzurra aldilà del vetro. Apre il cassetto della scrivania, impugna una Walther sei e trentacinque semiautomatica, introduce il caricatore bifilare ed arma il cane facendo scorrere  l'otturatore.  Ripone l'arma nel cassetto aperto e mette la mano sinistra sulla scrivania. Con la destra dentro il cassetto, impugna saldamente l'arma, il dito indice sul grilletto.  Sa che lui è li.  Non è stupito, quando la porta si apre e Picciafuoco compare dentro alla sua divisa di Carabiniere, i gradi di maggiore appuntati sul petto. Il suo sguardo và subito alla cosa maledettamente importante in quel momento,  l'unica che abbia un significato,  a quel punto.  Le fondine che pendono dai fianchi del Maggiore e dei due uomini che lo seguono ad un passo, sono slacciate. Il bottone automatico che trattiene l'arma è aperto. Lo sguardo esperto di Fagioli ci mette poco ad accorgersi che le Beretta calibro nove parabellum dei tre carabinieri hanno il cane alzato, il colpo in canna. I tre si avvicinano,  Picciafuoco è a due passi dalla scrivania di Fagioli.  I due sottufficiali poco più indietro.  " Sono venuto a prenderti.  Vediamo se hai le palle da prendere l'unica via d'uscita che ti lascio". Dice il Maggiore, con quello sguardo d'odio che il poliziotto iniziava, troppo tardi, a capire.  Fagioli  estrae la pistola e la punta al corpo di Picciafuoco,  distante poche decine di centimetri, un bersaglio impossibile da mancare.  I due sottufficiali, con la mano destra corrono alle fondine ma il loro comandante, con gesto da direttore d'orchestra, le braccia poco discoste dal corpo, poco all'indietro e  con i palmi rivolti verso di loro, li trattiene.  Prende atto della situazione, Fagioli. Coglie quell'unica opportunità che Picciafuoco gli lascia. Si porta la canna della pistola alla tempia e spara.  Cade riverso sulla poltrona di vilpelle a sei ruote che ruota di quarantacinque gradi in senso antiorario, scaricandolo supino sul pavimento. Stranamente, quel colpo a bruciapelo non lo uccide.  L'arma  di piccolo calibro è caratterizzata da  una non elevata velocità iniziale dei proietti.  Questo fa si che l'osso temporale trattenga la pallottola di quel tanto che non gli consente una morte istantanea. Il suo cervello non è devastato e Fagioli  si contorce sul pavimento roteando gli occhi nelle orbite e digrignando i denti in uno spasmo tetanico. Un rivolo di sangue gli fuoriesce dalla ferita spandendosi sul pavimento. Picciafuoco guarda i suoi uomini e indica  la porta d'ingresso.  Senza ulteriori indugi, i due sottufficiali escono dalla stanza e si pongono sulla porta, sbarrandone l'accesso. Picciafuoco si china sul poliziotto riverso sul pavimento e gli  prende la mano destra tra le sue. "Forse ci vuoi ripensare, ti sei fatto poco più di un graffio. Vuoi continuare a vivere, Fagioli?"  Non ottenendo risposta, gli scioglie il nodo della cravatta color crema e gliela sfila dal collo, agevolandogli la respirazione. "Stai più comodo adesso, vero?" Arrotola la cravatta su se stessa in numerose spire concentriche e poi con le dita gli apre la mandibola serrata nello spasmo. Gli ficca la cravatta  in gola. Ora quegli occhi roteanti nelle orbite si fanno rossi dai capillari che si rompono.  Fagioli muore.  Fuori dal posto di polizia,  il Prefetto e il Giudice attendono Picciafuoco.  Hanno già deciso per un caffè in quel sottoscala (cosi finalmente lo definisce il Prefetto)  di Brondi.  Il Maggiore, però, adesso ha altri programmi.  Saluta  quegli amici. Si libera della cravatta sporca di sangue, gettandola nell'indifferenziata e sale sulla Maserati di Fagioli. Guida verso casa.  Nel giardino, una ragazza a piedi nudi siede sulle scale d'ingresso. Indossa un paio di jeans e una felpa dei Carabinieri.  Tiene in grembo un gatto che gioca sornione con i suoi lunghi capelli rossi.
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Aggiungo adoro i gatti bianchi con lunghi baffi MG
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Stefano Carmignani

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Odio gli indifferenti
Post n°58 pubblicato il 28 Gennaio 2013 da ocsurte
 
Tag: prendiposizione
           
 
"Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."
                                                                                               Antonio Gramsci 
 
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Gabriella Gabbriella-Bacci's profile photoStefano Carmignani's profile photo
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Errore fortunato. Grazie, sei gentile!
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Stefano Carmignani

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Gabriella Gabbriella-Bacci's profile photo
 
Allegra composizione ,fresca inconsueta per l 'immortale e mitica VespaMG
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