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Stefano Carmignani
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Odio gli indifferenti
Post n°58 pubblicato il 28 Gennaio 2013 da ocsurte
 
Tag: prendiposizione
           
 
"Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."
                                                                                               Antonio Gramsci 
 
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La ragazza dai capelli rossi (tre)
Post n°33 pubblicato il 15 Settembre 2012 da ocsurte
 
Tag: cosed'altritempi
 
La ragazza dai capelli rossi (tre)
 
Fagioli siede sulla poltrona di vilpelle a sei ruote, nell'ufficio al posto fisso della Polizia di Stato.  Indossa un abito di buona fattura, pantaloni in lino di cotone grigio scuro con tasche tagliate alla francese e una giacca beige sopra una camicia nera di taglio sartoriale con delle piccole righe argentee verticali distanziate tra loro in gruppi di tre.   Al collo una cravatta color crema, tinta unita.  Osserva gli uomini al suo comando presi dalle loro consuete occupazioni aldilà del vetro. Poliziotti seduti alle loro scrivanie che battono verbali al PC, rispondono al telefono, pianificano controlli e ricevono segnalazioni dalle quattro volanti impegnate all'esterno. Quattro uomini e due donne che indossano la divisa azzurra e blu della Polizia di Stato.  Beccheggia sulla poltrona ed è assorto nei suoi pensieri, soddisfatto dell'affare concluso quella mattina. Ventimila euro era più di quanto si aspettava        di ricavare,  da quella ragazza dai capelli rossi. Una fortuna, pensava, aver trovato un amatore di quel genere d'articolo.  Quando trovi un amatore sai che questi non baderà a spese  per avere l'oggetto dei suoi desideri e potrai strappare un prezzo più alto. Il suo socio, il malavitoso che si incaricava di importare quelle ragazze che fuggono dalla miseria seguendo il miraggio di un lavoro onesto, si era rivelato un collaboratore prezioso. Gli aveva dato una buona dritta, stavolta. In pochi giorni aveva raddoppiato il capitale investito sulla ragazza. Solo non riesce a cancellare dalla mente lo sguardo di quell'uomo. Lo aveva fissato negli occhi per un tempo che gli era parso inspiegabilmente lungo. Per uno che ti deve pagare e poi deve uscire dalla tua vita.  Anzi, questi nella tua vita non ci deve proprio entrare. Giusto il tempo di pagare e di portarsi via il suo giocattolo. Questo è un genere di transazioni in cui non si instaurano rapporti tra i contraenti. Meno si è a contatto e meglio è.  Perché, si chiedeva, aveva dovuto fissarlo a lungo negli occhi?  Non aveva forse vergogna quell'uomo di acquistare un essere umano? Perché non aveva tenuto lo sguardo basso come fanno tutti quelli che trattano affari con lui?  Com'era possibile, che i suoi occhi freddi e inespressivi non gli avessero procurato disagio, timore perfino.  Gli occhi freddi e inespressivi di uno squalo. In molti che hanno guardato da vicino uno squalo negli occhi, hanno poi riferito che la vita dentro quegli occhi non c'è. Solo una macchina capace di strapparti la carne.  Fagioli, il massacratore della Diaz, il picchiatore di Bolzaneto, per la prima volta prova la sgradevole sensazione di non avere il controllo assoluto della situazione.  Altre due circostanze, poi, gli impedivano di godere appieno del buon affare concluso al mattino. La prima era il fatto che il suo socio malavitoso si era reso irreperibile, non rispondeva al cellulare al quale tentava di chiamarlo da due ore. Non che questo lo preoccupasse particolarmente, però  pretendeva che chi aveva rapporti di affari con lui, fosse sempre reperibile.  L'altra circostanza che gli provocava fastidio era l'esser tornato con la memoria a rivedere la scena di quel mattino. Quando, cioè, quell'uomo, senza minimamente scomporsi, aveva messo a "dormire" i due guardaspalle che erano andati ad accoglierlo. Con la massima naturalezza,  non dandogli neppure il tempo di aprire bocca,  gli aveva colpiti alla giugulare e scaraventati in una fioriera, senza neanche sgualcirsi la giacca. Questi pensieri, non gli impedirono di occuparsi dei propri affari e fece diverse telefonate per sincerarsi che le sue attività procedessero senza intoppi.  Aveva una scuderia di ragazze che ogni sera dovevano garantirgli buoni introiti. Ogni tanto lanciava un'occhiata distratta sul lavoro dei poliziotti, di la dal vetro. Sulla piazza antistante il posto di polizia, da alcuni giorni era parcheggiato un bus turistico con targa straniera,  i vetri azzurrati . Portava, esposti sul cristallo anteriore, i contrassegni del parchimetro e nessuno vi aveva fatto molto caso.  In realtà questi era il punto di osservazione  e la base operativa delle teste di cuoio dei Carabinieri.  Dentro il bus un manipolo di tecnici intercettava le chiamate dirette al posto di Polizia e fungeva da coordinamento tra il Maggiore e i suoi sottufficiali. Gli uomini che si davano il cambio sul bus entravano e uscivano in abiti borghesi e se qualcuno doveva salire sul bus con la divisa dei Carabinieri,  prima di salire indossava un ampio soprabito che la coprisse.  Uno di questi, copre appunto la divisa di Picciafuoco quando, lasciata la Porsche dietro l'angolo, sale sul bus. Gli si fanno incontro due sottufficiali che quasi lo aggrediscono: "Comandante" esordisce uno di loro,  forse il più giovane, ma tutti e due hanno meno di trent'anni. "Il tuo giubbotto a bordo non c'è e tu non lo hai con te.  Non dirmi che sei ancora in cerca di una pallottola". Il sottufficiale ha la voce spezzata e le lacrime gli bagnano un viso di bambino che la  barba incolta di alcuni giorni non dissimula.  Entrambi strattonano  il Maggiore  per il soprabito che ancora non si è tolto. Come a significare che quello che i due uomini temono ancora una volta si sta concretizzando. Sotto il soprabito, sopra la divisa da Carabiniere,  Picciafuoco non indossa il giubbotto antiproiettile.  Era capitato altre  volte,  in quell'ultimo anno. Il loro Comandante aveva diretto le azioni più rischiose a capo dei suoi uomini senza indossare il giubbotto.  In Afghanistan, dove più volte si erano trovati sotto il fuoco degli AK47 talebani, o in patria, nell'effettuare pericolosi arresti risoltisi con conflitti a fuoco.  Il loro Maggiore era sempre stato il primo a gettarsi sulla traiettoria dei proiettili, come se li andasse a cercare.  Un ufficiale che avrebbe avuto il compito di dirigere l'azione dalle retrovie, compiva tutti quei gesti fuori da ogni regola di ingaggio che non permetteva ai suoi uomini.  Picciafuoco per i suoi uomini era una leggenda.  Si era occupato personalmente dell'addestramento di ognuno di loro ed era stato anche un padre e un amico, all'occorrenza.  Quel ragazzo,  quello che gli si era scagliato contro con le lacrime sul volto, una volta se l'era andato a riprendere sotto il tiro incrociato dei Kalashnikov.  Si era fatto strada con le bombe stordenti e se lo era caricato in spalla, ferito, portandolo in salvo.    Forse quello che desiderava davvero era di incontrare la pallottola giusta. A questo punto gli occhi di Picciafuoco si illuminano di una luce particolare.  Quello sguardo, i suoi uomini lo conoscevano bene. Stava a significare che da quel momento in poi si era operativi e che si doveva soltanto obbedire. "Preparatevi, che andiamo a prendere quella carogna" dice.  I due sottufficiali indossano il giubbotto antiproiettile e introducono i caricatori nelle armi d'ordinanza.  I tecnici sul bus si danno da fare con le linee telefoniche. Tutte le chiamate in entrata verso il posto di Polizia vengono bloccate. Tutta la zona diviene off-limits anche per i cellulari,  le celle schermate  dai dispositivi di disturbo elettronico.  Un tenente del RIS chiama uno ad uno gli interni del posto di polizia.  E' uno psicologo laureato alla Normale,  un profiler d'eccezione che come compito usuale ha l'intrattenere contatti telefonici sulle scene operative di rapine con sequestri di ostaggi.  Sa trovare le parole appropriate e uno alla volta i poliziotti che sono dentro a quella stanza escono in buon ordine senza destare sospetti in Fagioli che, d'altronde, è assorto nella cura dei suoi affari.  Quando, per l'ennesima volta, viene sopraggiunto dal ricordo di quegli occhi che non si erano abbassati di fronte ai suoi, meccanicamente alza la testa e il suo sguardo si posa aldilà del vetro su un ufficio irrealmente deserto.  Avverte un picco di adrenalina che gli gela il sangue. Una reazione che per chiunque sarebbe stata di panico .   Per lui,  uomo di ghiaccio, capace di picchiare a sangue freddo dei ragazzi senza provare la minima emozione,  qualcosa molto vicino alla paura.  Non c'era più alcuna divisa azzurra aldilà del vetro. Apre il cassetto della scrivania, impugna una Walther sei e trentacinque semiautomatica, introduce il caricatore bifilare ed arma il cane facendo scorrere  l'otturatore.  Ripone l'arma nel cassetto aperto e mette la mano sinistra sulla scrivania. Con la destra dentro il cassetto, impugna saldamente l'arma, il dito indice sul grilletto.  Sa che lui è li.  Non è stupito, quando la porta si apre e Picciafuoco compare dentro alla sua divisa di Carabiniere, i gradi di maggiore appuntati sul petto. Il suo sguardo và subito alla cosa maledettamente importante in quel momento,  l'unica che abbia un significato,  a quel punto.  Le fondine che pendono dai fianchi del Maggiore e dei due uomini che lo seguono ad un passo, sono slacciate. Il bottone automatico che trattiene l'arma è aperto. Lo sguardo esperto di Fagioli ci mette poco ad accorgersi che le Beretta calibro nove parabellum dei tre carabinieri hanno il cane alzato, il colpo in canna. I tre si avvicinano,  Picciafuoco è a due passi dalla scrivania di Fagioli.  I due sottufficiali poco più indietro.  " Sono venuto a prenderti.  Vediamo se hai le palle da prendere l'unica via d'uscita che ti lascio". Dice il Maggiore, con quello sguardo d'odio che il poliziotto iniziava, troppo tardi, a capire.  Fagioli  estrae la pistola e la punta al corpo di Picciafuoco,  distante poche decine di centimetri, un bersaglio impossibile da mancare.  I due sottufficiali, con la mano destra corrono alle fondine ma il loro comandante, con gesto da direttore d'orchestra, le braccia poco discoste dal corpo, poco all'indietro e  con i palmi rivolti verso di loro, li trattiene.  Prende atto della situazione, Fagioli. Coglie quell'unica opportunità che Picciafuoco gli lascia. Si porta la canna della pistola alla tempia e spara.  Cade riverso sulla poltrona di vilpelle a sei ruote che ruota di quarantacinque gradi in senso antiorario, scaricandolo supino sul pavimento. Stranamente, quel colpo a bruciapelo non lo uccide.  L'arma  di piccolo calibro è caratterizzata da  una non elevata velocità iniziale dei proietti.  Questo fa si che l'osso temporale trattenga la pallottola di quel tanto che non gli consente una morte istantanea. Il suo cervello non è devastato e Fagioli  si contorce sul pavimento roteando gli occhi nelle orbite e digrignando i denti in uno spasmo tetanico. Un rivolo di sangue gli fuoriesce dalla ferita spandendosi sul pavimento. Picciafuoco guarda i suoi uomini e indica  la porta d'ingresso.  Senza ulteriori indugi, i due sottufficiali escono dalla stanza e si pongono sulla porta, sbarrandone l'accesso. Picciafuoco si china sul poliziotto riverso sul pavimento e gli  prende la mano destra tra le sue. "Forse ci vuoi ripensare, ti sei fatto poco più di un graffio. Vuoi continuare a vivere, Fagioli?"  Non ottenendo risposta, gli scioglie il nodo della cravatta color crema e gliela sfila dal collo, agevolandogli la respirazione. "Stai più comodo adesso, vero?" Arrotola la cravatta su se stessa in numerose spire concentriche e poi con le dita gli apre la mandibola serrata nello spasmo. Gli ficca la cravatta  in gola. Ora quegli occhi roteanti nelle orbite si fanno rossi dai capillari che si rompono.  Fagioli muore.  Fuori dal posto di polizia,  il Prefetto e il Giudice attendono Picciafuoco.  Hanno già deciso per un caffè in quel sottoscala (cosi finalmente lo definisce il Prefetto)  di Brondi.  Il Maggiore, però, adesso ha altri programmi.  Saluta  quegli amici. Si libera della cravatta sporca di sangue, gettandola nell'indifferenziata e sale sulla Maserati di Fagioli. Guida verso casa.  Nel giardino, una ragazza a piedi nudi siede sulle scale d'ingresso. Indossa un paio di jeans e una felpa dei Carabinieri.  Tiene in grembo un gatto che gioca sornione con i suoi lunghi capelli rossi.
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ciao, cara...
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