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Dario Caselli (Finanza e Lambrusco)
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C’è gente previdente che lavorando oggi, pensa alla pensione di domani. E chi sono le formichine previdenti dell’Europa ? I tedeschi, naturalmente. Schroeder, cancelliere SPD prima della Merkel, preferì anticipare le elezioni in Germania e perderle, piuttosto che perdere il posto che Putin gli offriva in Gazprom. L’Angelona sta facendo meglio: non perde elezioni, ma sta mettendo fieno in cascina per entrare in qualche consiglio di amministrazione americano a botte da milioni di dollari l’anno. Solo così si possono spiegare le sue mosse di questi ultimi giorni. Ha cominciato a bacchettare Italia e Francia perchè non fanno le riforme necessarie al risanamento, ha continuato andando da Putin (con Hollande), ma dicendo che si deve ridimensionare e rimettere alla decisione del popolo ucraino (come se noi dicessimo ai tirolesi che, siccome sono una minoranza, non rompessero i quaglioni). Sottotraccia lavora perchè la Nato intervenga come forza di pace (l’allerta è cresciuta da 13.000 a 30.000 uomini). Il suo ministro degli Esteri, tutte le volte che cita Putin, ha una faccia da crisi di vomito. E, ciliegina sulla torta, ha dichiarato che l’importazione di merci e derrate americane sia libera e senza controlli. Tradotto: ha sdoganato gli OGM e lo shale oil.

Al onfronto Obama e Kerry sembrano due chierichetti.

Eppure sino a pochi mesi fa, Putin era il suo interlocutore preferito. La Russia, terra di investimenti tedeschi. Ma... ma poi, ad esempio le case automobilistiche hanno avuto paura di perdere il mercato americano e hanno consigliato schieramenti. E poi la vita politica non è come la madre (semper certa), ma piuttosto come il padre (pater non) e allora, perchè fare Europa ? Meglio farsi gli affari propri, tanto una maggioranza di coglioni, tedeschi e non, applaudirà con buona pace dell’intelligenza e della possibile potenza di un’Europa unita. Ma poi al singolo, in questo caso alla singola , che gliene cale di una possibile Europa, se sull’altro piatto della bilancia ci sono gloria, onori e tanti dindi ?

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C’è gente previdente che lavorando oggi, pensa alla pensione di domani. E chi sono le formichine previdenti dell’Europa ? I tedeschi, naturalmente. Schroeder, cancelliere SPD prima della Merkel, preferì anticipare le elezioni in Germania e perderle, piuttosto che perdere il posto che Putin gli offriva in Gazprom. L’Angelona sta facendo meglio: non perde elezioni, ma sta mettendo fieno in cascina per entrare in qualche consiglio di amministrazione americano a botte da milioni di dollari l’anno. Solo così si possono spiegare le sue mosse di questi ultimi giorni. Ha cominciato a bacchettare Italia e Francia perchè non fanno le riforme necessarie al risanamento, ha continuato andando da Putin (con Hollande), ma dicendo che si deve ridimensionare e rimettere alla decisione del popolo ucraino (come se noi dicessimo ai tirolesi che, siccome sono una minoranza, non rompessero i quaglioni). Sottotraccia lavora perchè la Nato intervenga come forza di pace (l’allerta è cresciuta da 13.000 a 30.000 uomini). Il suo ministro degli Esteri, tutte le volte che cita Putin, ha una faccia da crisi di vomito. E, ciliegina sulla torta, ha dichiarato che l’importazione di merci e derrate americane sia libera e senza controlli. Tradotto: ha sdoganato gli OGM e lo shale oil.

Al onfronto Obama e Kerry sembrano due chierichetti.

Eppure sino a pochi mesi fa, Putin era il suo interlocutore preferito. La Russia, terra di investimenti tedeschi. Ma... ma poi, ad esempio le case automobilistiche hanno avuto paura di perdere il mercato americano e hanno consigliato schieramenti. E poi la vita politica non è come la madre (semper certa), ma piuttosto come il padre (pater non) e allora, perchè fare Europa ? Meglio farsi gli affari propri, tanto una maggioranza di coglioni, tedeschi e non, applaudirà con buona pace dell’intelligenza e della possibile potenza di un’Europa unita. Ma poi al singolo, in questo caso alla singola , che gliene cale di una possibile Europa, se sull’altro piatto della bilancia ci sono gloria, onori e tanti dindi ?

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C’è gente previdente che lavorando oggi, pensa alla pensione di domani. E chi sono le formichine previdenti dell’Europa ? I tedeschi, naturalmente. Schroeder, cancelliere SPD prima della Merkel, preferì anticipare le elezioni in Germania e perderle, piuttosto che perdere il posto che Putin gli offriva in Gazprom. L’Angelona sta facendo meglio: non perde elezioni, ma sta mettendo fieno in cascina per entrare in qualche consiglio di amministrazione americano a botte da milioni di dollari l’anno. Solo così si possono spiegare le sue mosse di questi ultimi giorni. Ha cominciato a bacchettare Italia e Francia perchè non fanno le riforme necessarie al risanamento, ha continuato andando da Putin (con Hollande), ma dicendo che si deve ridimensionare e rimettere alla decisione del popolo ucraino (come se noi dicessimo ai tirolesi che, siccome sono una minoranza, non rompessero i quaglioni). Sottotraccia lavora perchè la Nato intervenga come forza di pace (l’allerta è cresciuta da 13.000 a 30.000 uomini). Il suo ministro degli Esteri, tutte le volte che cita Putin, ha una faccia da crisi di vomito. E, ciliegina sulla torta, ha dichiarato che l’importazione di merci e derrate americane sia libera e senza controlli. Tradotto: ha sdoganato gli OGM e lo shale oil.

Al onfronto Obama e Kerry sembrano due chierichetti.

Eppure sino a pochi mesi fa, Putin era il suo interlocutore preferito. La Russia, terra di investimenti tedeschi. Ma... ma poi, ad esempio le case automobilistiche hanno avuto paura di perdere il mercato americano e hanno consigliato schieramenti. E poi la vita politica non è come la madre (semper certa), ma piuttosto come il padre (pater non) e allora, perchè fare Europa ? Meglio farsi gli affari propri, tanto una maggioranza di coglioni, tedeschi e non, applaudirà con buona pace dell’intelligenza e della possibile potenza di un’Europa unita. Ma poi al singolo, in questo caso alla singola , che gliene cale di una possibile Europa, se sull’altro piatto della bilancia ci sono gloria, onori e tanti dindi ?

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C’è gente previdente che lavorando oggi, pensa alla pensione di domani. E chi sono le formichine previdenti dell’Europa ? I tedeschi, naturalmente. Schroeder, cancelliere SPD prima della Merkel, preferì anticipare le elezioni in Germania e perderle, piuttosto che perdere il posto che Putin gli offriva in Gazprom. L’Angelona sta facendo meglio: non perde elezioni, ma sta mettendo fieno in cascina per entrare in qualche consiglio di amministrazione americano a botte da milioni di dollari l’anno. Solo così si possono spiegare le sue mosse di questi ultimi giorni. Ha cominciato a bacchettare Italia e Francia perchè non fanno le riforme necessarie al risanamento, ha continuato andando da Putin (con Hollande), ma dicendo che si deve ridimensionare e rimettere alla decisione del popolo ucraino (come se noi dicessimo ai tirolesi che, siccome sono una minoranza, non rompessero i quaglioni). Sottotraccia lavora perchè la Nato intervenga come forza di pace (l’allerta è cresciuta da 13.000 a 30.000 uomini). Il suo ministro degli Esteri, tutte le volte che cita Putin, ha una faccia da crisi di vomito. E, ciliegina sulla torta, ha dichiarato che l’importazione di merci e derrate americane sia libera e senza controlli. Tradotto: ha sdoganato gli OGM e lo shale oil.

Al onfronto Obama e Kerry sembrano due chierichetti.

Eppure sino a pochi mesi fa, Putin era il suo interlocutore preferito. La Russia, terra di investimenti tedeschi. Ma... ma poi, ad esempio le case automobilistiche hanno avuto paura di perdere il mercato americano e hanno consigliato schieramenti. E poi la vita politica non è come la madre (semper certa), ma piuttosto come il padre (pater non) e allora, perchè fare Europa ? Meglio farsi gli affari propri, tanto una maggioranza di coglioni, tedeschi e non, applaudirà con buona pace dell’intelligenza e della possibile potenza di un’Europa unita. Ma poi al singolo, in questo caso alla singola , che gliene cale di una possibile Europa, se sull’altro piatto della bilancia ci sono gloria, onori e tanti dindi ?

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Morningstar stima flussi netti per 401,11 miliardi di euro. Bilanciati al primo posto, seguiti dagli obbligazionari. Avanzano gli alternativi, mentre gli azionari indietreggiano. Si fanno strada gli indicizzati.
Nel 2014, i fondi europei hanno raccolto 401,11 miliardi di euro, il livello più alto da quando Morningstar ha cominciato a fare le statistiche nel 2007. Nel 2013, i flussi netti erano stati di 258,76 miliardi. La maggior parte (364,36) è riconducibile a quelli a lungo termine (azionari, obbligazionari, bilanciati, alternativi, ecc. esclusi i monetari). Il patrimonio di questi ultimi è stimato in 5,68 mila miliardi. I dati emergono dall’ultimo Morningstar asset flow report, il rapporto mensile sull’andamento dell’industria del gestito nel Vecchio continente.

L’anno dei bilanciati
Il 2014 sarà ricordato come l’anno dei bilanciati (136,19 miliardi di flussi netti), ma tutte le tipologie hanno avuto sottoscrizioni superiori ai riscatti, eccetto i fondi sulle materie prime. Gli obbligazionari chiudono con un saldo netto positivo per 123,52 miliardi, quasi il doppio del 2013. Intanto continuano a farsi strada gli alternativi, che adottano strategie simili agli hedge fund e hanno terminato con un +43,49 miliardi.

E’ stato magro il risultato degli azionari (+44,77 miliardi), quali hanno visto più che dimezzarsi i flussi rispetto all’anno prima. “E’ la prova che agli investitori non piace la volatilità delle Borse, che negli anni passati ha portato a rapide discese”, spiega Ali Masarwah dell’European fund flow team. “Guardando in profondità i dati, si vede una riduzione dei flussi verso le strategie attive (+23,49 miliardi), mentre quelle indicizzate, esclusi gli Etf, abbiano chiuso con un +21,28 miliardi (erano stati 15,76 nel 2013)”.  In termini di crescita organica (flussi in percentuale degli asset iniziali), i secondi hanno registrato un +10,45% contro uno scarno +1,28% delle prime.

Le strategie passive si fanno strada anche nel comparto obbligazionario. Nel 2014 hanno ricevuto 11,58 miliardi (+22,7% l’organic growth rate). Quelle attive hanno segnato +7,2%.

Nel complesso, i fondi indicizzati hanno raccolto 34,46 miliardi contro i 329,92 miliardi di quelli attivi. I primi stanno diventando sempre più popolari in paesi come il Regno Unito e la Svizzera, dove il meccanismo della retrocessione commissionale alle reti di consulenti finanziari è stato abolito o comunque ridimensionato.

Il successo delle cedole
A livello di categorie Morningstar, quella che ha raccolto di più è stata i Bilanciati-altro, che contiene tra gli altri i fondi a cedola e a scadenza. Al secondo posto, troviamo i Bilanciati prudenti in euro. La domanda di Obbligazionari diversificati in euro si è mantenuta alta per tutto l’anno, mentre quella dei fondi specializzati sui corporate bond è cresciuta nella seconda parte dell’anno, quando c’è stata una fuoriuscita dagli high yield in dollari. Questi ultimi sono stati i peggiori in termini di raccolta nel 2014. In coda si trova anche la categoria degli obbligazionari diversificati in dollari, a causa principalmente dei deflussi che hanno colpito il Pimco GIS Total Return, soprattutto dopo l’uscita del fondatore della società, Bill Gross. Garantiti e fondi a breve termine in euro sono stati penalizzati dai bassi tassi di interesse.



Tratto da un articolo di Sara Silano di Morningstar.it

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Morningstar stima flussi netti per 401,11 miliardi di euro. Bilanciati al primo posto, seguiti dagli obbligazionari. Avanzano gli alternativi, mentre gli azionari indietreggiano. Si fanno strada gli indicizzati.
Nel 2014, i fondi europei hanno raccolto 401,11 miliardi di euro, il livello più alto da quando Morningstar ha cominciato a fare le statistiche nel 2007. Nel 2013, i flussi netti erano stati di 258,76 miliardi. La maggior parte (364,36) è riconducibile a quelli a lungo termine (azionari, obbligazionari, bilanciati, alternativi, ecc. esclusi i monetari). Il patrimonio di questi ultimi è stimato in 5,68 mila miliardi. I dati emergono dall’ultimo Morningstar asset flow report, il rapporto mensile sull’andamento dell’industria del gestito nel Vecchio continente.

L’anno dei bilanciati
Il 2014 sarà ricordato come l’anno dei bilanciati (136,19 miliardi di flussi netti), ma tutte le tipologie hanno avuto sottoscrizioni superiori ai riscatti, eccetto i fondi sulle materie prime. Gli obbligazionari chiudono con un saldo netto positivo per 123,52 miliardi, quasi il doppio del 2013. Intanto continuano a farsi strada gli alternativi, che adottano strategie simili agli hedge fund e hanno terminato con un +43,49 miliardi.

E’ stato magro il risultato degli azionari (+44,77 miliardi), quali hanno visto più che dimezzarsi i flussi rispetto all’anno prima. “E’ la prova che agli investitori non piace la volatilità delle Borse, che negli anni passati ha portato a rapide discese”, spiega Ali Masarwah dell’European fund flow team. “Guardando in profondità i dati, si vede una riduzione dei flussi verso le strategie attive (+23,49 miliardi), mentre quelle indicizzate, esclusi gli Etf, abbiano chiuso con un +21,28 miliardi (erano stati 15,76 nel 2013)”.  In termini di crescita organica (flussi in percentuale degli asset iniziali), i secondi hanno registrato un +10,45% contro uno scarno +1,28% delle prime.

Le strategie passive si fanno strada anche nel comparto obbligazionario. Nel 2014 hanno ricevuto 11,58 miliardi (+22,7% l’organic growth rate). Quelle attive hanno segnato +7,2%.

Nel complesso, i fondi indicizzati hanno raccolto 34,46 miliardi contro i 329,92 miliardi di quelli attivi. I primi stanno diventando sempre più popolari in paesi come il Regno Unito e la Svizzera, dove il meccanismo della retrocessione commissionale alle reti di consulenti finanziari è stato abolito o comunque ridimensionato.

Il successo delle cedole
A livello di categorie Morningstar, quella che ha raccolto di più è stata i Bilanciati-altro, che contiene tra gli altri i fondi a cedola e a scadenza. Al secondo posto, troviamo i Bilanciati prudenti in euro. La domanda di Obbligazionari diversificati in euro si è mantenuta alta per tutto l’anno, mentre quella dei fondi specializzati sui corporate bond è cresciuta nella seconda parte dell’anno, quando c’è stata una fuoriuscita dagli high yield in dollari. Questi ultimi sono stati i peggiori in termini di raccolta nel 2014. In coda si trova anche la categoria degli obbligazionari diversificati in dollari, a causa principalmente dei deflussi che hanno colpito il Pimco GIS Total Return, soprattutto dopo l’uscita del fondatore della società, Bill Gross. Garantiti e fondi a breve termine in euro sono stati penalizzati dai bassi tassi di interesse.



Tratto da un articolo di Sara Silano di Morningstar.it

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 La maggior parte delle case di investimento danno poche possibilità che la Grecia possa uscire dall’euro. A mio avviso la questione non è così scontata, anzi, a dire il vero, le possibilità che la Grecia esca dall’euro stanno aumentando sensibilmente, in quadro che tende al deterioramento delle condizioni finanziarie della Grecia e delle banche elleniche.

Pochi giorni fa Varoufakis ha affermato di essere “il ministro delle Finanze di un Paese in bancarotta“.

Ora, pur apprezzando l’onestà intellettuale del ministro del nuovo governo ellenico (che ha detto una cosa nota, peraltro comune ad altri Paesi), sarebbe da aggiungere che nessun ministro delle Finanze sano di mente si sognerebbe mai di lasciarsi andare a un’affermazione di questo tipo. Per il semplice fatto che esistono cose che, pur essendo vere, comunque non si possono dire. E Varoufakis lo ha detto.

Questo fatto dovrebbe avere enormi ripercussioni che si stanno facendo sentire. E non sarebbe da escludere neanche la possibilità che la decisione della Bce di sospendere la deroga ai requisiti minimi di eleggibilità dei titoli di stato emessi dalla Grecia, derivi proprio da questa affermazione.

La logica che sta alla base del mio scetticismo sulla possibilità che la Grecia possa rimanere nella moneta unica, è assai semplice, quasi scontata.

Le banche greche hanno in pancia un buon quantitativo di debito greco e, di fatto, sono gli unici compratori del debito ellenico, anche attraverso la liquidità di emergenza messa a disposizione con l’Ela.

La Banca Centrale Europea, già da qualche mese, ha assunto il controllo delle banche  sistemiche europee attraverso il Meccanismo unico di supervisione.Giacché le banche greche hanno in pancia il debito di un paese in bancarotta (per stessa ammissione del ministro delle Finanze del paese in questione) la Bce, nella qualità di supervisore, dovrebbe domandarsi se il sistema bancario greco possa sopravvivere in caso di default del debito della Grecia. La risposta è scontata: non potrà sopravvivere.
A questo punto, a maggior ragione, giacché la Grecia è in dissesto, la BCE dovrebbe impedire che le banche continuino ad acquistare debito di un paese in bancarotta.Se la Bce non agisse in questi termini, l’inerzia finirebbe per screditare l’intera struttura del Meccanismo di supervisione bancaria, minando la credibilità della stessa Banca Centrale. Non mi sembra un fatto di poco conto. Per contro, se la BCE lo impedisse ne deriverebbe che la Grecia non avrebbe altra possibilità di abbandonare la moneta unica, con tutte le conseguenze del caso.

Come andrà a finire? Nessuno lo sa e nessuno può immaginarlo con ragionevole certezza. Ma credo che nelle prossime settimane si potrà scoprire  qualcosa in più. Certo è che il perimetro entro il quale si insinua la trattativa della Grecia sulla rinegoziazione degli accordi presi con la Troika, si fa sempre più stretto.

E’ ovvio che i mercati guarderanno con molta attenzione lo sviluppo degli eventi che determineranno repentini mutamenti del sentiment degli investitori in ragione alle notizie che giungeranno dal fonte ellenico. Inutile stare a ripetere cosa comporterebbe l’uscita della Grecia dalla moneta unica.

Una sola raccomandazione: massima prudenza…..

di Paolo Cardenà (Rischio calcolato)

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 La maggior parte delle case di investimento danno poche possibilità che la Grecia possa uscire dall’euro. A mio avviso la questione non è così scontata, anzi, a dire il vero, le possibilità che la Grecia esca dall’euro stanno aumentando sensibilmente, in quadro che tende al deterioramento delle condizioni finanziarie della Grecia e delle banche elleniche.

Pochi giorni fa Varoufakis ha affermato di essere “il ministro delle Finanze di un Paese in bancarotta“.

Ora, pur apprezzando l’onestà intellettuale del ministro del nuovo governo ellenico (che ha detto una cosa nota, peraltro comune ad altri Paesi), sarebbe da aggiungere che nessun ministro delle Finanze sano di mente si sognerebbe mai di lasciarsi andare a un’affermazione di questo tipo. Per il semplice fatto che esistono cose che, pur essendo vere, comunque non si possono dire. E Varoufakis lo ha detto.

Questo fatto dovrebbe avere enormi ripercussioni che si stanno facendo sentire. E non sarebbe da escludere neanche la possibilità che la decisione della Bce di sospendere la deroga ai requisiti minimi di eleggibilità dei titoli di stato emessi dalla Grecia, derivi proprio da questa affermazione.

La logica che sta alla base del mio scetticismo sulla possibilità che la Grecia possa rimanere nella moneta unica, è assai semplice, quasi scontata.

Le banche greche hanno in pancia un buon quantitativo di debito greco e, di fatto, sono gli unici compratori del debito ellenico, anche attraverso la liquidità di emergenza messa a disposizione con l’Ela.

La Banca Centrale Europea, già da qualche mese, ha assunto il controllo delle banche  sistemiche europee attraverso il Meccanismo unico di supervisione.Giacché le banche greche hanno in pancia il debito di un paese in bancarotta (per stessa ammissione del ministro delle Finanze del paese in questione) la Bce, nella qualità di supervisore, dovrebbe domandarsi se il sistema bancario greco possa sopravvivere in caso di default del debito della Grecia. La risposta è scontata: non potrà sopravvivere.
A questo punto, a maggior ragione, giacché la Grecia è in dissesto, la BCE dovrebbe impedire che le banche continuino ad acquistare debito di un paese in bancarotta.Se la Bce non agisse in questi termini, l’inerzia finirebbe per screditare l’intera struttura del Meccanismo di supervisione bancaria, minando la credibilità della stessa Banca Centrale. Non mi sembra un fatto di poco conto. Per contro, se la BCE lo impedisse ne deriverebbe che la Grecia non avrebbe altra possibilità di abbandonare la moneta unica, con tutte le conseguenze del caso.

Come andrà a finire? Nessuno lo sa e nessuno può immaginarlo con ragionevole certezza. Ma credo che nelle prossime settimane si potrà scoprire  qualcosa in più. Certo è che il perimetro entro il quale si insinua la trattativa della Grecia sulla rinegoziazione degli accordi presi con la Troika, si fa sempre più stretto.

E’ ovvio che i mercati guarderanno con molta attenzione lo sviluppo degli eventi che determineranno repentini mutamenti del sentiment degli investitori in ragione alle notizie che giungeranno dal fonte ellenico. Inutile stare a ripetere cosa comporterebbe l’uscita della Grecia dalla moneta unica.

Una sola raccomandazione: massima prudenza…..

di Paolo Cardenà (Rischio calcolato)

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 Renzi è il Messi della politica o lo sembra, per la totale inconsistenza dei suoi avversari? Per ora la domanda non ha risposta e il risultato è comunque lo stesso: la minoranza del Pd abbaia ma non morde, consapevole che un centinaio di seggi, solo alla Camera li porterà a casa, la sinistra estrema attende il suo Tsipras, che non è certo Cofferati, né Civati, forse Landini. Della destra non parliamo, Berlusconi e FI sembrano esponenti della nazionale cantanti, vecchi e sovrappeso, capaci solo di ripetere il loro ultimo successo in tv, come Edoardo Vianello. Alfano è un Diogene cieco che cerca una via, vestito della lobbia ministeriale, anziché di una botte, resta  Salvini-Gattuso, che scalda il cuore dei fans, ma non vincerà la partita.

A differenza di Messi, Renzi è un gradasso arrogante, che insulta compagni e avversari, se lo può permettere, ma non è la cifra di un vero statista. Poi per avere statisti bisognerebbe avere uno Stato e non mi pare il caso dell’Italia. Ora il premier ha tutte le briscole in mano, meno una: la crisi economica, il nostro è anche fortunato, perché sotto la spinta di Mario Draghi, soffia un leggero venticello di ripresa. Si tratta di una ripresa congiunturale, trainata dall’export, che rappresenta solo il 40% circa del nostro Pil e se le cose non cambiano, potrebbe spegnersi in fretta, visto che con l’eccezione degli Usa, il resto del mondo sta rallentando. Per ora il nostro Messi ha promesso molti goal, ma non li ha ancora fatti, anzi molte riforme, in corso, pur necessarie,ma sono fatte male o incomplete. IL jobs act riguarda i nuovi assunti nel settore privato, cioè poche centinaia di migliaia di persone, ci vorranno vent’anni perché vada a regime. L’Italia è un atleta che ha perso un quarto della sua muscolatura, mantenendo la stessa massa grassa, farà fatica a correre verso percentuali di crescita del 2%, le uniche che agiscono con forza sulla disoccupazione. Senza tagliare il grasso, cioè il peso dello Stato in tutte le sue articolazioni, arrivato a circa il 60% del Pil, non vinceremo non dico il mondiale, ma neppure la Coppa Latina. Bastonare la nazionale cantanti è facile, più complesso è mandare a casa migliaia di lavoratori inutili, semplificare la legislazione, vuol dire mettere a spasso migliaia di consulenti, dimagrire la politica vuol dire colpire il portafoglio di almeno 500.000 persone. Qui si vedrà se il nostro è Messi o lo sembra. Per ora ci accontenteremmo di leggere il rapporto Cottarelli, finito sotto il tavolo di Palazzo Chigi.

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 Renzi è il Messi della politica o lo sembra, per la totale inconsistenza dei suoi avversari? Per ora la domanda non ha risposta e il risultato è comunque lo stesso: la minoranza del Pd abbaia ma non morde, consapevole che un centinaio di seggi, solo alla Camera li porterà a casa, la sinistra estrema attende il suo Tsipras, che non è certo Cofferati, né Civati, forse Landini. Della destra non parliamo, Berlusconi e FI sembrano esponenti della nazionale cantanti, vecchi e sovrappeso, capaci solo di ripetere il loro ultimo successo in tv, come Edoardo Vianello. Alfano è un Diogene cieco che cerca una via, vestito della lobbia ministeriale, anziché di una botte, resta  Salvini-Gattuso, che scalda il cuore dei fans, ma non vincerà la partita.

A differenza di Messi, Renzi è un gradasso arrogante, che insulta compagni e avversari, se lo può permettere, ma non è la cifra di un vero statista. Poi per avere statisti bisognerebbe avere uno Stato e non mi pare il caso dell’Italia. Ora il premier ha tutte le briscole in mano, meno una: la crisi economica, il nostro è anche fortunato, perché sotto la spinta di Mario Draghi, soffia un leggero venticello di ripresa. Si tratta di una ripresa congiunturale, trainata dall’export, che rappresenta solo il 40% circa del nostro Pil e se le cose non cambiano, potrebbe spegnersi in fretta, visto che con l’eccezione degli Usa, il resto del mondo sta rallentando. Per ora il nostro Messi ha promesso molti goal, ma non li ha ancora fatti, anzi molte riforme, in corso, pur necessarie,ma sono fatte male o incomplete. IL jobs act riguarda i nuovi assunti nel settore privato, cioè poche centinaia di migliaia di persone, ci vorranno vent’anni perché vada a regime. L’Italia è un atleta che ha perso un quarto della sua muscolatura, mantenendo la stessa massa grassa, farà fatica a correre verso percentuali di crescita del 2%, le uniche che agiscono con forza sulla disoccupazione. Senza tagliare il grasso, cioè il peso dello Stato in tutte le sue articolazioni, arrivato a circa il 60% del Pil, non vinceremo non dico il mondiale, ma neppure la Coppa Latina. Bastonare la nazionale cantanti è facile, più complesso è mandare a casa migliaia di lavoratori inutili, semplificare la legislazione, vuol dire mettere a spasso migliaia di consulenti, dimagrire la politica vuol dire colpire il portafoglio di almeno 500.000 persone. Qui si vedrà se il nostro è Messi o lo sembra. Per ora ci accontenteremmo di leggere il rapporto Cottarelli, finito sotto il tavolo di Palazzo Chigi.
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