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Guide in Toscana
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Firenze com'era...
Piazzale Michelangelo alla fine dell'Ottocento
Firenze cambia volto.

Ecco una bella foto di fine Ottocento che ritrae il versante sud del Piazzale Michelangelo, pochi anni dopo la fine dei lavori condotti da Giuseppe Poggi. Fra questi anche la nuova, monumentale via di accesso alla basilica romanica di San Miniato al Monte (a destra), prima raggiungibile solo tramite viottoli campestri.
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La Toscana migliore:
San Gaudenzio a Ruballa (Certaldo) e la chiesa del XVII secolo

La campagna intorno a Certaldo è ricca di antiche chiese: per molte di queste si è persa, insieme alla comunità di cui per secoli sono state il fulcro vitale, la memoria di quelle vicende e trasformazioni che ne hanno segnato la storia durante i secoli a noi più vicini. Il ritrovamento di vecchie foto, la lettura di antiche lapidi e dei documenti d'archivio ci possono tuttavia aiutare ad accendere una "luce" su questo passato, parte integrante della nostra identità.

E' questo, ad esempio, il caso della chiesa di San Gaudenzio a Ruballa.

Nel 1924, in seguito ai restauri intrapresi da Don Attilio Pratesi, l'antica chiesa venne a perdere l'assetto che le si era dato in epoca moderna.. L'intervento di Don Pratesi si collocava entro quella tendenza, iniziata nei primi decenni del XIX secolo (con esiti fino agli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento) volta al "ripristino" del presunto aspetto medievale dei monumenti, caratterizzata dall'affermazione sempre più marcata della prassi della stonacatura (così da mettere in evidenza murature spesso non destinate ad essere lasciate a vista) e accompagnata dalla demolizione di elementi sei-settecenteschi.

Come testimonia una rara immagine risalente ai primi del Novecento [foto 1], San Gaudenzio presentava un ampio portico che abbracciava la facciata della chiesa e parte della canonica, estendendosi - forse - fino al fronte dell'adiacente Compagnia della Madonna del Carmine (sulla sinistra, istituita l'anno 1691). Suggestiva la facciata della chiesa la quale, anche se occultata dal portico nella sua parte inferiore, è ben leggibile nella parte soprastante il loggiato: il paramento murario a bozze di arenaria (quello che poi verrà "svelato" dai restauri del 1924) [foto 3 e 4] era interamente coperto dall'intonaco; il prospetto, rialzato, celava gli spioventi del tetto cui alludono le due volute curvilinee del coronamento che si impostavano sul cornicione aggettante; questo, a sua volta, percorreva la facciata per tutta la sua larghezza. E sopra il cornicione due "acroteri", elementi decorativi che ci piace immaginare realizzati in cotto, come se ne vedono ancora sulle facciate sei-settecentesche di alcune antiche ville dei contorni di Firenze. Una, nello specifico, rimanda alla soluzione adottata nel "restiling" della chiesa di San Gaudenzio: si tratta della villa Costa de Suarez (già Capacci Castrucci, poi Dolgoroukoff) situtata al civico 59-61 di via San Leonardo, Firenze (http://www.palazzospinelli.org/architetture/scheda.asp…) [foto 2].

Al momento non abbiamo elementi/documenti che permettano di risalire, in maniera certa, alla cronologia della trasformazione tardo barocca di San Gaudenzio: verrebbe tuttavia da collocare questi lavori negli stessi anni in cui fu istituita la Compagnia della Madonna del Carmine, per al quale (1691) venne realizzato un altare in stucco dipinto corredato di tela raffigurante la "Madonna del Carmine che dona lo scapolare a due devoti". Il tutto commissionato da Antonio Mazzucchielli, membro di una fra le più antiche nonché facoltose famiglie certaldesi, Priore di San Gaudenzio, morto all'età di 78 anni il 21 febbraio 1738, nel cinquantesimo anno del suo priorato, (come recita una lapide ancora presente nel coro della chiesa di San Gaudenzio) [foto 5]

Il portico rispondeva ad una delle prescrizioni elencate da Carlo Borromeo nelle "Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae libri duo" (1577).
Nel Libro I, cap. IV, dedicato all'atrio, portico e vestibolo della chiesa si legge:

"Vi sarà poi davanti alla chiesa un atrio, fatto su consiglio dell'architetto a secon­da dello spazio a disposizione e della struttura dell'edificio, cinto da ogni parte da por­tici ed ornato decorosamente con altri elementi architettonici. Se poi per la scarsità di spazio o per motivi economici non sia possibile costruirlo, si faccia in modo che da­vanti alla chiesa vi sia almeno un portico. Questo, costituito da colonne marmoree o pilastri di pietra o in laterizio, uguaglierà in lunghezza tutta la facciata della chiesa e sarà ampio ed alto proporzionalmente alla sua lunghezza.

"Sarà opportuno che ogni chiesa parrocchiale abbia un portico di questo tipo. Se per motivi economici non si potrà avere nemmeno questo, si provveda almeno a co­struire davanti alla porta principale un vestibolo di forma quadrata, con solo due colonne o pilastri alquanto distanti da essa; esso sarà un po' più ampio della porta della chiesa".

E' questa la soluzione che vediamo nella vicina Pieve di San Lazzaro a Lucardo [foto 6] dove un portico è ricordato già in essere nel 1599: " [...] Oculus vitratus et fore d. Plebis bene clause cum portico ante hostium principalis [...]". Non sappiamo come fosse il portico cinquecentesco di questa pieve: un portico retto da due colonne è comunque testimoniato dalla pianta della Pieve di San Lazzaro presente nel Catasto leopoldino del 1819 [foto 7]. E un portico, fino agli anni Trenta del Novecento, precedeva la non lontana chiesa di San Donato a Lucardo [foto 8].

Queste foto sono una rara testimonianza di un periodo della storia, comune a questi antichi edifici, ormai cancellato per sempre.

Dell'antichità di San Gaudenzio a Ruballa, già menzionata nelle Rationes decimarum della fine XIII-inizio XIV secolo, reca testimonianza un turibolo in ottone dorato, databile al XIII secolo, oggi conservato nel Museo di Arte Sacra di Certaldo. [foto 9].

http://www.guideintoscana.it/la-toscana-migliore-san-gaude…/
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08/01/18
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La Toscana migliore:
San Gaudenzio a Ruballa (Certaldo) e la chiesa del XVII secolo

La campagna intorno a Certaldo è ricca di antiche chiese: per molte di queste si è persa, insieme alla comunità di cui per secoli sono state il fulcro vitale, la memoria di quelle vicende e trasformazioni che ne hanno segnato la storia durante i secoli a noi più vicini. Il ritrovamento di vecchie foto, la lettura di antiche lapidi e dei documenti d'archivio ci possono tuttavia aiutare ad accendere una "luce" su questo passato, parte integrante della nostra identità.

E' questo, ad esempio, il caso della chiesa di San Gaudenzio a Ruballa.

Nel 1924, in seguito ai restauri intrapresi da Don Attilio Pratesi, l'antica chiesa venne a perdere l'assetto che le si era dato in epoca moderna.. L'intervento di Don Pratesi si collocava entro quella tendenza, iniziata nei primi decenni del XIX secolo (con esiti fino agli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento) volta al "ripristino" del presunto aspetto medievale dei monumenti, caratterizzata dall'affermazione sempre più marcata della prassi della stonacatura (così da mettere in evidenza murature spesso non destinate ad essere lasciate a vista) e accompagnata dalla demolizione di elementi sei-settecenteschi.

Come testimonia una rara immagine risalente ai primi del Novecento [foto 1], San Gaudenzio presentava un ampio portico che abbracciava la facciata della chiesa e parte della canonica, estendendosi - forse - fino al fronte dell'adiacente Compagnia della Madonna del Carmine (sulla sinistra, istituita l'anno 1691). Suggestiva la facciata della chiesa la quale, anche se occultata dal portico nella sua parte inferiore, è ben leggibile nella parte soprastante il loggiato: il paramento murario a bozze di arenaria (quello che poi verrà "svelato" dai restauri del 1924) [foto 3 e 4] era interamente coperto dall'intonaco; il prospetto, rialzato, celava gli spioventi del tetto cui alludono le due volute curvilinee del coronamento che si impostavano sul cornicione aggettante; questo, a sua volta, percorreva la facciata per tutta la sua larghezza. E sopra il cornicione due "acroteri", elementi decorativi che ci piace immaginare realizzati in cotto, come se ne vedono ancora sulle facciate sei-settecentesche di alcune antiche ville dei contorni di Firenze. Una, nello specifico, rimanda alla soluzione adottata nel "restiling" della chiesa di San Gaudenzio: si tratta della villa Costa de Suarez (già Capacci Castrucci, poi Dolgoroukoff) situtata al civico 59-61 di via San Leonardo, Firenze (http://www.palazzospinelli.org/architetture/scheda.asp…) [foto 2].

Al momento non abbiamo elementi/documenti che permettano di risalire, in maniera certa, alla cronologia della trasformazione tardo barocca di San Gaudenzio: verrebbe tuttavia da collocare questi lavori negli stessi anni in cui fu istituita la Compagnia della Madonna del Carmine, per al quale (1691) venne realizzato un altare in stucco dipinto corredato di tela raffigurante la "Madonna del Carmine che dona lo scapolare a due devoti". Il tutto commissionato da Antonio Mazzucchielli, membro di una fra le più antiche nonché facoltose famiglie certaldesi, Priore di San Gaudenzio, morto all'età di 78 anni il 21 febbraio 1738, nel cinquantesimo anno del suo priorato, (come recita una lapide ancora presente nel coro della chiesa di San Gaudenzio) [foto 5]

Il portico rispondeva ad una delle prescrizioni elencate da Carlo Borromeo nelle "Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae libri duo" (1577).
Nel Libro I, cap. IV, dedicato all'atrio, portico e vestibolo della chiesa si legge:

"Vi sarà poi davanti alla chiesa un atrio, fatto su consiglio dell'architetto a secon­da dello spazio a disposizione e della struttura dell'edificio, cinto da ogni parte da por­tici ed ornato decorosamente con altri elementi architettonici. Se poi per la scarsità di spazio o per motivi economici non sia possibile costruirlo, si faccia in modo che da­vanti alla chiesa vi sia almeno un portico. Questo, costituito da colonne marmoree o pilastri di pietra o in laterizio, uguaglierà in lunghezza tutta la facciata della chiesa e sarà ampio ed alto proporzionalmente alla sua lunghezza.

"Sarà opportuno che ogni chiesa parrocchiale abbia un portico di questo tipo. Se per motivi economici non si potrà avere nemmeno questo, si provveda almeno a co­struire davanti alla porta principale un vestibolo di forma quadrata, con solo due colonne o pilastri alquanto distanti da essa; esso sarà un po' più ampio della porta della chiesa".

E' questa la soluzione che vediamo nella vicina Pieve di San Lazzaro a Lucardo [foto 6] dove un portico è ricordato già in essere nel 1599: " [...] Oculus vitratus et fore d. Plebis bene clause cum portico ante hostium principalis [...]". Non sappiamo come fosse il portico cinquecentesco di questa pieve: un portico retto da due colonne è comunque testimoniato dalla pianta della Pieve di San Lazzaro presente nel Catasto leopoldino del 1819 [foto 7]. E un portico, fino agli anni Trenta del Novecento, precedeva la non lontana chiesa di San Donato a Lucardo [foto 8].

Queste foto sono una rara testimonianza di un periodo della storia, comune a questi antichi edifici, ormai cancellato per sempre.

Dell'antichità di San Gaudenzio a Ruballa, già menzionata nelle Rationes decimarum della fine XIII-inizio XIV secolo, reca testimonianza un turibolo in ottone dorato, databile al XIII secolo, oggi conservato nel Museo di Arte Sacra di Certaldo. [foto 9].

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08/01/18
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Storie della Storia di Certaldo: il vecchio ponte sul torrente Agliena
Storie della storia di Certaldo: il vecchio ponte sul torrente Agliena

Tempo fa abbiamo parlato del vecchio ponte sul torrente Agliena, quello che Guido Franceschi - Podestà di Certaldo - nel 1932 ebbe in animo di abbattere e che sarà distrutto durante il passaggio del fronte [http://www.guideintoscana.it/la-toscana-migliore-certaldo-il-vecchio-ponte-sullagliena-la-cappella-dei-giustiziati/]

Di questo ponte esistono alcune foto le quali ci restituiscono però solo vedute parziali, impedendo di fatto di comprendere quale fosse la reale struttura del manufatto.

Grazie alla pubblicazione on line della cartografia storica della Toscana scopriamo che nell'Archivio di Stato di Firenze si conserva, del nostro ponte, un bel disegno a china colorata risalente ai primi decenni del XVIII secolo.

Del manufatto, al momento, non possediamo molte notizie. Quello ritratto dagli ingegneri ai primi del XVIII secolo era forse lo stesso ponte del quale, nel 1524, il Vicario comandò il rifacimento, reso necessario a causa dell'incessante corrosione esercitata dal torrente Agliena che i documenti dicono averne messo in pericolo la stabilità.

Il ponte, a due luci di ampiezza diversa, era retto da un pilone di sostegno caratterizzato da una sezione orizzontale ad angoli acuti (bene evidenziati dal disegno in pianta) atti ad evitare che tronchi ed altro materiale trasportati dalla piena potessero rimanere impigliati ostruendone le campate.

Il disegno è parte del fondo "Miscellanee di Piante. Disegni di più Ponti dello Stato di S.A.R. e profili di fiumi e strade".
Nel registro (nr 751) sono presenti, oltre a quello qui pubblicato, 55 disegni di ponti e 5 piante di percorsi stradali, relativi grosso modo alle attuali province di Firenze e Arezzo, alla Romagna Granducale e alla Lunigiana fiorentina (al territorio cioè, sul quale aveva competenza la Magistratura dei Capitani di Parte Guelfa).
Si tratta di piante e, più spesso, di vedute, disegnate da Michele Gori, Dario Giuseppe Buonenove e da altri anonimi ingegneri della Parte. Le date estreme sono 1705-1729.

A distanza di due secoli una mano anonima fissò, ancora una volta su carta, l'immagine del nostro ponte, accennando alla presenza di una terza arcata (assente nella veduta più antica): era l'8 di ottobre del 1900.

http://www.guideintoscana.it/la-toscana-migliore-certaldo-il-vecchio-ponte-sul-torrente-agliena/
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La Toscana migliore: storie della storia di Certaldo
"Fiano 1919-1945. Quando la Grande Storia irruppe in una piccola comunità"
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Fiano, 22 luglio – 10 settembre 2017
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Michelangelo e la "Pietà" di Marcialla
Michelangelo e la "Pietà" di Marcialla

In questi giorni sui giornali locali – e non – una notizia ha dominato fra tutte: suo, del "divino" Michelangelo, sarebbe il disegno alla base dell’affresco nella chiesa del borgo di Marcialla, comune di Barberino Val d’Elsa.

Una notizia, questa, non nuova e che – via via – qualcuno ama far tornare alla ribalta della cronaca (il nome di Michelangelo, come quello di Leonardo, sappiamo bene che suscita interesse e audience immediati).

Crediamo che tutto - o quasi - nasca nel 1746, da una nota che Anton Francesco Gori pone a commento della "Vita di Michelangelo Buonarroti scritta da Ascanio Condivi suo discepolo":
"[…] La descrizione che il Condivi fa [...] del Cristo morto in grembo a sua Madre [quello della "Pietà" in San Pietro a Roma] mi da motivo di far memoria di un prezioso quadro rappresentante lo stesso soggetto nella Chiesa Priorale di Marcialla. Questo quadro è a fresco ed è della prima maniera di Michelangelo e rappresenta una Pietà posta nel mezzo delle immagini di due Santi Martiri. E' fama venuta da' vecchi abitatori più intelligenti e pratici di quel paese, che Michelagnolo lo facesse in congiuntura, che si portava a fare qualche giorno di campagna nella Villa de' Nobili Signori Serragli, che è situata a pochi passi distante da detta Prioria; la quale in quei tempi era tenuta da' PP. Di S. Agostino; ed ora è di proprietà de' Signori Neretti. Tal notizia mi fu data, nell'osservar che feci con sommo piacere tal quadro, dal celebre antiquario Francesco Pittoreggi, il 28 settembre 1741 allor che io passava per tal paese, conducendo meco un pittore, per far disegnare alquanti monumenti etruschi che sono nella Villa de' nobili Signori Giacomini". https://books.google.it/books?id=lbVVuslEuSwC...
La prima attribuzione a Michelangelo, secondo Robert Weiss (1942 p. 262) pare compaia nella Visita Pastorale compiuta dall'Arcivescovo Morigia l'anno 1689; qui sarebbe riportata la seguente descrizione: "Adest in pariete picta Pietas mano pictoris Buonarroti satis pulchra [...]".

Sia la nota del Gori che la relazione del Morigia (ammesso che la trascrizione pubblicata dal Weiss sia corretta) sembrerebbero indicare la seconda metà del XVII secolo quale momento in cui si forma questa tradizione (i "vecchi abitatori più intelligenti e pratici di quel paese" che nel 1746 conferiscono con il Gori potrebbero aver appreso la "notizia" dai loro padri).

Chiaro che la "Pietà" di Marcialla non può essere riferita a Michelangelo: la sua realizzazione, secondo un recente studio di Alessandra Tamborino (Alessandra Tamborino, "Non Michelangelo ma Tommaso di Stefano Lunetti. Gli affreschi di Santa Maria a Marcialla" in "Paragone", nr 72, 2007: http://www.paragone.it/arte/itemlist/filter?start=30), sarebbe opera del pittore fiorentino Tommaso di Stefano Lunetti.

Siamo tuttavia del parere che arrivare a comprendere il "come" e il "perché" della genesi di questa "attribuzione" sia di sicuro ed estremo interesse. Tanto più che il suo formarsi viene a collocarsi in tempi decisamente non "sospetti".

http://www.guideintoscana.it/michelangelo-la-pieta-di-marcialla/
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09/04/17
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Certaldo, correva l'anno 1932
La Toscana migliore. Certaldo: il vecchio ponte sull'Agliena e la Cappella dei Giustiziati

Correva l'anno 1932

Siamo nel 1932, la disoccupazione ha raggiunto livelli altissimi e preoccupanti. Per far fronte alla tensione crescente il Comune di Certaldo promuove dei lavori lungo l'argine del Torrente Agliena, lavori in cui dovranno essere impiegati un centinaio di operai e che prevedono - tra l'altro - la demolizione del vecchio ponte.

Il progetto incontrerà la fiera opposizione del responsabile della Pro-certaldo, Giovanni Luschi, che allerta la Soprintendenza ai Monumenti intuendo come la demolizione dell'antico ponte e la deviazione dell'alveo del torrente costituiscano una minaccia per la sopravvivenza stessa della "vecchia cappellina", la Cappella dei Giustiziati.

Il Capo del Genio Civile, vedendoci poco chiaro, e in attesa del parere della Soprintendenza, bloccherà i lavori.

Ecco i documenti più significativi che ci permettono di ripercorre questa vicenda.

Lettera del Podestà [Guido Franceschi] all'Ingegnere Capo del Genio Civile
Certaldo, 9 marzo 1932
Con Riferimento a quanto ebbi a telefonare ieri sarò grato alla S.V. se vorrà comunicarmi se e quando saranno ripresi i lavori sul Torrente Agliena in modo che possa predisporre i provvedimenti per combattere la disoccupazione. […] Qualora per ragioni tecniche e per rendere i lavori più rispondenti allo scopo si renda necesaria la demolizione del vecchio ponte del torrente Agliena, per parte mia nulla osta a detta demolizione dato che trattasi di un ponte di nessun valore artistico estetico, pericolante e di nessuna utilità
Se l'autorità superiore siasi allarmata per le rimostranze di qualche amante dei ruderi [ l' "amante dei vecchi ruderi" è Giovanni Luschi, Presidente della Pro Certaldo], la S.V. potrà rendere edotta l'Autorità stessa che le rimostranze sono del tutto ingiustificate e che il vecchio oratorio che secondo quanto si vuole sostenere verrebbe danneggiato dalla demolizione, consiste in una piccola cappella, senza nessun segno artistico esteriore, in pessimo stato di manutenzione e acquistata di recente dal Governo, per l'esistenza nell'interno di qualche affresco non so di quale valore. Aggiungo a titolo di cronaca e a riprova del nessun valore della cappella che i proprietari di essa preferirono cederla gratuitamente al Governo piuttosto che sobbarcarsi la piccola spesa necessaria per l'intonacatura delle pareti esterne[…]

Riguardo il "valore" della Cappella di tutt'altro avviso era, quattro secoli prima – 1579 - il Vicario di Certaldo il quale "siccome si trovava scoperta e non vi era uscio, [...] ebbe piena facoltà di prendere per la restaurazione onde evitare che le persone, che, come sembra, vi andavano, potessero a loro comodo farvi de' loro sporcitii: e più ancora perché, essendovi pitture d'autore, non potessero esser guaste dalle intemperie".

Le "pitture d'autore" a cui si riferisce il Vicario sono gli affreschi realizzati da Benozzo Gozzoli nel 1465 ca.

Di Giovanni Luschi, Presidente della Pro-Certaldo si conserva una replica, in data 10 giugno:

Lettera del Presidente della Pro-Certaldo Giovanni Luschi al Podestà del Comune di Certaldo

Certaldo, 10 giugno 1932
[sulla carta intestata si legge "Pro-Certaldo / Per la difesa dei monumenti artistici"]
Mi è grato poterle comunicare come dietro un'accurata visita ai lavori di sistemazione del Torrente Agliena da parte dell'Ispettore dei Lavori Pubblici per la Toscana Comm. Zanchelli è stata dal medesimo ideata e proposta una soluzione tecnica colla quale si rispetta la integrità della Piazza della Fiera e quella del Vecchio Ponte che non ha mai fatto male a nessuno e quindi non si era meritato l'ostracismo al quale era stato condannato. Mi affretto perciò a darle una tale notizia sicuro che le farà piacere per essere così rispettata l'integrità della Piazza della Fiera dalla S.V. giustamente reclamata

Dal carteggio, abbastanza corposo, si capisce chiaramente quale sia il fine del Podestà: riportare l'altissima tensione sociale - causata dal numero esorbitante di disoccupati - entro limiti tollerabili e, soprattutto, controllabili dalle Autorità locali.

Il blocco dei lavori e la "variante" a cui si riferisce Giovanni Luschi vanificano i piani del Podestà che hanno come unico fine quello di "occupare operai": la demolizione del ponte è fondamentale allo scopo. Il Franceschi, in un'altra nota inviata al Prefetto, parla di "circa 700 disoccupati, nella benevola ipotesi che le industrie locali possano rimanere attive e quindi in grado di non procedere a licenziamenti. Pensare di ricorrere per la soluzione del problema agli agricoltori [possidenti terrieri] è un'utopia in quanto i predetti non solo non intendono assumere mano d'opera ma stanno licenziando quella a a lavoro sostituendola con i mezzadri allo scopo di estinguere il debito colonico che questi ultimi hanno contratto verso i proprietari".

Ravvisa quindi la "necessità impellente di dare inizio ai lavori in modo da calmare il forte malcontento esistente nella massa operaia". Il Podestà esorta pertanto il Prefetto a "voler interporre i suoi autorevoli uffici presso la Soprintendenza ai Monumenti ricordando le direttive impartite in materia dal Capo del Governo il quale mentre intende che siano rispettate le opere d'arte vuole che siano affidate alle cure di Sua Maestà il Piccone i ruderi di nessun valore artistico e storico come è appunto il ponte in parola".

Qualcuno, nel frattempo, gli deve aver fatto capire che la cappella qualche valore forse ce l'ha: infatti in una successiva comunicazione al Prefetto il Podestà Franceschi si fa premura di specificare che "per informazioni assunte da competenti [...] l'abbattimento del ponte non danneggia il Tabernacolo recentemente acquistato dallo Stato" venendo addirittura "a garantirlo da qualsiasi pericolo in quanto essendo pericolante può in non lontano avvenire franare ostacolando il normale deflusso delle acque".
Sarà stato anche pericolante ma il fatto è che 12 anni dopo, quando lo distrussero le bombe (o le mine), il ponte era sempre in piedi. Nonostante le pressanti richieste del Podestà Guido Franceschi qualche "competente" avrà forse ritenuto opportuno lasciare il vecchio ponte, "che non ha mai fatto male a nessuno", esattamente dov'era.

Tutti i documenti citati sono conservati presso l'Archivio Storico del Comune di Certaldo, Archivio postunitario, serie IV, busta 306, categoria XVI "Leggi sociali"

Si rimanda inoltre allo studio "Certaldo negli anni del Fascismo. Un comune italiano fra le due guerre (1919-1940)" a cura di Francesco Rossi, 1986 (in particolare pp. 92-98)

http://www.guideintoscana.it/la-toscana-migliore-certaldo-il-vecchio-ponte-sullagliena-la-cappella-dei-giustiziati/
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09/02/17
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La "Toscana migliore"
Fiano, il Rione le "Fonti" e il suo Oratorio

(frammenti di storia, aspettando la "Cena della Vittoria")

Ogni Rione/Contrada che si rispetti ha un suo Oratorio, luogo di preghiera e di ritrovo dell'intera comunità.

Questo post è dedicato al Rione le Fonti e al suo Oratorio, incastonato fra le abitazioni più antiche del borgo di Fiano, a 7 km dall'abitato di Certaldo.

Conosciuto fra la gente del posto come la "Cappella di Santa Cristina", l'Oratorio venne eretto per volere del "Molto Reverendo Sig. Antonio del fu Francesco di Alfano Nocchi sacerdote e cittadino Fiorentino e Rettore della Chiesa parrocchiale di San Giusto a Ema". Era l'anno 1703.

Nel suo testamento il molto Reverendo Antonio Nocchi disponeva in merito alla "dote" che avrebbe dovuto garantire il mantenimento dell'Oratorio dopo la sua morte: un podere ed una casa da lavoratore entrambi "posti in detto popolo [di San Lazzaro] luogo detto la Piaggia del Borro ai Corbi".

Patroni dell'Oratorio vengono designati i "nobili sig.ri Vecchietti", proprietari della contigua Villa (oggi Fattoria di Fiano di Ugo Bing): a favore di questi ultimi e "per servizio dei Medesimi come Patroni di detta Uffiziatura" il Reverendo Antonio Nocchi disponeva la celebrazione di tre messe la settimana più la messa nei giorni festivi, messe che dovevano essere celebrate dal Cappellano della Chiesa di San Donato a Lucardo.

L'Oratorio da costruirsi, specificava il testatore, doveva essere intitolato all' "Angelo Custode".
E come Oratorio dell'Angelo Custode è ricordato da tutti i documenti arrivati sino a noi, fra i quali un Inventario datato 1794 che ci descrive nel dettaglio l'intero arredo – vasi sacri, candelieri, paramenti – presenti a questa data nella piccola cappella.

Fra questi arredi l'Inventario ricorda "un quadro dipinto in muro a fresco rappresentante l'Angelo Custode" e tre "reliquiari di forma quadra dorati con sua Autentica con l'appressa Reliquia", posti "drento al gradino dell'altare".
Insieme ad una "piccola porzione del Legno della Santa Croce" e alle reliquie di alcuni Santi martiri (Prudenziana, Apollonia, Massimo, Costanzo) l'Inventario ricorda la reliquia di "Santa CRISTINA Vergine Martire".

La presenza di questa reliquia verrebbe spiegare l'appellativo con cui gli abitanti del Fiano sono soliti indicare - non sappiamo da quando – il loro Oratorio: alla più antica intitolazione – quella dell'Angelo Custode - si è sovrapposta nel tempo un'altra "dedicazione", legata alla reliquia di Santa Cristina qui conservata.

Una reliquia, quella di Santa Cristina, capace di "dirottare" la devozione dei fedeli da un culto generico - quale poteva essere per la popolazione del Fiano quello per l'Angelo Custode - ad uno più specifico e, soprattutto, più vicino alla sentimento popolare.

Ancora oggi, fra gli abitanti del borgo, è ben vivo il ricordo della festa di Santa Cristina quando, il 24 luglio, era usanza al Fiano suonare le campane della cappella i cui rintocchi avrebbero scacciato i temporali, garantendo così l'incolumità dei raccolti.

Certaldo e i suoi dintorni: un territorio ricco di storia che tutti possono scoprire con le nostre viste guidate!

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http://www.guideintoscana.it/la-toscana-migliore-fiano-il-rione-le-fonti-il-suo-oratorio/
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VOLTERRA, correva l'anno 1965
Nel 1965 Luchino Visconti gira "Vaghe stelle dell'Orsa", protagonisti Claudia Cardinale e Jean Sorel.
Molte delle scene sono ambientate in uno di più bei palazzi di Volterra, il Palazzo Viti-Incontri (XVII secolo) dimora di una delle più importanti famiglie di alabastrai della città: i Viti. Il Palazzo, che merita assolutamente una visita, è la dimora dei discendenti di Giuseppe Viti (1816-1860), membro di spicco della famiglia a cui i Viti devono la loro fortuna: a seguito di un viaggio commerciale in Asia (il Rajah del Nepal prese in così grande simpatia il Viti da comprare tutti i suoi alabastri) Giuseppe Viti venne addirittura nominato Emiro del Nepal.
Ecco Volterra, la sue Balze e Palazzo Viti nelle scene del film di Luchino Visconti

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http://www.guideintoscana.it/volterra-correva-lanno-1965/

http://www.guideintoscana.it/portfolio/visite-guidate-volterra/
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