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Stilema Compagnia Teatrale
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I BRUTTI ANATROCCOLI
liberamente ispirato alla fiaba di Hans Christian Andersen
Di e con: Silvano Antonelli

Dai 3 ai 8 anni / Pubblico Misto 

info: elettro@compagniateatralestilema.it

essere uguali 
essere diversi 
cosa ci fa sentire "a posto" oppure "in difetto"
rispetto a come "si dovrebbe essere"?

Per una bambina, per un bambino ogni attimo è la costruzione di un pezzo della propria identità.
Il mondo è pieno di modelli e di stereotipi di efficienza e “bellezza” rispetto ai quali è facilissimo sentirsi a disagio. Basta portare gli occhiali, o metterci un po' più degli altri a leggere una frase, o avere la pelle un po' più scura o un po' più chiara, o far fatica a scavalcare un gradino con la sedia a rotelle, o essere un po' troppo sensibili, o un po'....
Chiusi nelle proprie emozioni è come si sentisse un vuoto, un pezzo mancante.
Ma è proprio da quella mancanza che bisogna partire.
Questo tempo pare sfidarci a essere capaci di costruire noi stessi  e la nostra identità, accettando le differenze e le unicità di cui ognuno è portatore.

La fiaba di Andersen a cui il titolo si ispira è qui vista come  un archetipo. Come un “classico” che tocca un argomento universale, che va ben oltre il tempo in cui la fiaba è stata scritta. Per indagare un tema che tocca nel profondo il destino di ogni bambino e di ogni persona. Una fiaba che si modifica per parlare a questo presente.

Tra papere con gli occhiali, strumenti musicali, divertenti e poetiche suggestioni, lo spettacolo cerca di emozionare intorno all'idea che tutti, ma proprio tutti,  possano cercare di rendere la propria debolezza una forza. Da qualsiasi punto si parta e in qualsiasi condizione ci si senta.
Un modo per alzare gli occhi e guardare il grande cielo che ci circonda.
Quel cielo nel quale la vita, qualunque vita, ci chiede di provare a volare.
Lo spettacolo è stato elaborato lavorando in tre direzioni:
  -La prima è, come sempre, il rapporto con bambini e ragazzi della scuola dell'infanzia e primaria.
con loro ho condotto dei laboratori teatrali durante i quali si è  giocato intorno ai concetti di “normalità” e di “diversità”.
  -La seconda è avere incontrato “ex bambini” che sono stati bambini particolari. 
Qualcuno aveva difetti fisici. Qualcuno difficoltà di apprendimento. Varie, e tante differenze.
Ora sono “grandi” e a loro ho chiesto di raccontarmi  il  percorso che li ha portati dal sentirsi “brutti anatroccoli” a trovare ,comunque,  un loro modo per volare.
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PATATE ARROSTO
Ci sono situazioni, nella vita, che si danno per scontate.
Che sembra non debbano finire mai. 
Per me c'è stato un tempo in cui, ogni domenica, era bellissimo andare a mangiare da mia madre. Faceva delle buonissime patate arrosto.
Un giorno, servendo le patate arrosto, ha detto che la settimana successiva sarebbe andata in ospedale a fare dei controlli.
Un mese dopo non c'era più.
Improvvisamente era tutto finito. Quel calore. Quelle parole. Quella voce. Quelle patate arrosto.
Il tempo che abbiamo davanti ci sembra sempre infinito.
E le situazioni che viviamo scontate, abitudinarie.
Sappiamo benissimo che non è vero. Ma il nostro bisogno di eternità ci impone di credere al nostro inganno.
Mi piacerebbe essere capace di vivere fino in fondo ogni attimo che ho davanti.
Anche questo scrivere, adesso.
Mi piacerebbe guardare fino in fondo le cose che ho intorno. Sentirne l'anima.
Mi piacerebbe scivolare dentro al tempo. Dentro ogni attimo.
E invece so che sarò spettatore di questo infinito piano sequenza. 
E fingerò di stupirmi quando il regista deciderà di interrompere le riprese.
Il Teatro è una immensa consolazione. 
Solo quando fai il Teatro sei “solo lì”, “completamente lì”, “esclusivamente lì”.
Se fai Teatro rivolto ai Ragazzi ancora di più. Cento volte di più.
I Ragazzi, a Teatro, non perdonano i disertori.
Vogliono sempre le patate arrosto. Vogliono sempre il pranzo della domenica.

Silvano/ 2015
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Ci sono cascato di nuovo. Come sempre. Come un pollo.
Pensi che il tempo e l'esperienza ti abbiano insegnato qualcosa e, invece, sbagli sempre le stesse cose.
E, per ciò che mi riguarda, è quasi sempre un bambino che, come nella famosa fiaba, mi fa notare che “sono nudo”.
E' andata così.
Sto preparando uno spettacolo nuovo. Ha per tema “l'essere uguali e l'essere diversi”.
Ho fatto laboratori con bambini. Parlato con esperti. Intervistato ragazzi e giovani con problemi particolari.
Contemporaneamente ho costruito le solite carabattole che costruisco per gli spettacoli. 
In questo caso, sostanzialmente, “sbudello” paperotti di pelouche. Nel senso che uso una serie di pupazzi per evocare una serie di situazioni. Ma non voglio fare teatrodifigura. Perciò i pupazzi li uso in quanto oggetti...ecc...ecc...ecc....e tutte le contorsioni mentali di chi sta inventando uno spettacolo.
Lo spettacolo è attraversato da un “clima paperesco”. I colori dominanti sono il bianco e l'arancione. Quasi che il becco, le zampe e le piume di un'oca si spargessero su tutti gli elementi dello spettacolo.
Durante le prove mi viene un'idea “poetica”. Evocare la neve facendo cadere pezzettini di carta. Banale direte. Lo so. Ma l'idea poetica è che i pezzettini, invece di essere bianchi, siano arancioni. 
Così da giocare con l'idea estetica dello spettacolo.
Qualche giorno fa faccio un primo esperimento in una scuola materna di un piccolo comune. Una sessantina di bambini.
Non una vera e propria prova aperta. Giusto una sequenza di scene e suggestioni per vedere che faccia fanno i bambini. Se stanno attenti o fanno tutt'altro.
Arrivato al momento topico della neve, nascosto dietro il grande uovo che troneggia al centro della scena, lancio una manciata di neve arancione.
I bambini, attentissimi, esclamano tutti insieme: “ I coriandoli!”.
Che pollo.
Era come mi stessero dicendo: “Ehi, signore...non stare a fare l'intellettuale. La neve è bianca. Se butti dei pezzettini di carta bianchi possiamo anche far finta di crederti. 
Ma se li butti arancioni mi sa che hai fatto qualche calcolo sbagliato”.
Quella continua lotta del trasformare un comune sentire in una dimensione poetica è una operazione complicatissima e insidiosa. 
Dai bambini si può imparare che per volare bisogna stare bene attaccati a terra.
Se sei superficiale puoi pensare che questi “richiami all'ordine” riducano la tua libertà artistica e creativa. 
Se guardi meglio ti può sfiorare l'idea che, invece, questo sia il modo per darti la vera libertà. Quella che puoi avere solo se ti misuri con le cose.
Se ti metti alla prova.
Coi bambini non si bara. Si contratta.
Infatti non ho nessuna intenzione di arrendermi. 
Loro mi hanno solo indicato un problema. Io devo contrattare con loro la soluzione.
E la soluzione non necessariamente è quella di dare loro ciò che si aspettano.
Devo dare anche ciò che mi aspetto io.
Solo così saremo in due a fare il teatro.
Per questo sto già pensando che, al prossimo esperimento, butterò una manciata di neve in cui avrò mescolato pezzettini bianchi e pezzettini arancione.
Come dire: “La neve è bianca. Ma questa è una neve particolare. Che vuol dire qualcos'altro”.
Sto già cercando di capire le percentuali di bianco e arancione da mettere.
Penso che comincerò provando con il settanta per cento di bianco e il trenta per cento di arancione.
E poi vedo come va.
Di quanto deraglia il loro stupore.
Voglio vedere qual è la combinazione giusta di bianco e arancione perché sia neve a tutti gli effetti ma, altrettanto a tutti gli effetti, sia una neve che contiene un significato.

Silvano/ 2015
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Quando stai allestendo uno spettacolo i tuoi occhi e il tuo cervello è come se “filtrassero” tutto il mondo solamente in funzione del “sacro fuoco” che ti possiede.
Vai al supermercato con tua moglie e, mentre lei ti sta dicendo che avreste assolutamente bisogno di una insalatiera nuova, che l'altra si è rotta, tu, fingendo di stare attento, stai già pensando che...se fai due buchi sui lati dell'insalatiera e ci metti un elastico viene fuori una specie di maschera o di cappello che...
Se il ventilatore del bar in cui stai mangiando un toast fa volare il biglietto del “gratta e vinci” della signora che ti sta a fianco...tu stai già controllando la marca del ventilatore per comprarne uno uguale e usarlo per far volare dei coriandoli di carta...come fosse neve.
In quel periodo il rapporto coi familiari si fa più complicato.
Senza farsene accorgere ti tengono d'occhio. Sanno che stai rubando vari oggetti per casa. Che te li infili in tasca di nascosto, o li metti nel bagagliaio della macchina, prima di andare alle prove.
Ho sulla coscienza molti “furti” domestici.
A distanza di decenni ancora mi risuona nella testa la frase di mio figlio, allora piccolo, che entrando in sala prove e vedendo la scenografia che stavo costruendo mi dice: ”Guarda papà...quella macchina fotografica tutta rotta...è uguale alla mia...quella che non trovo più...”.
In quel periodo il rapporto coi vari negozianti si fa “speciale”.
Compri cose che assolutamente non “ti assomigliano” e devi sempre colmare lo stupore delle varie commesse.
La frase tipica con la quale cerchi di uscire dall'imbarazzo mentre chiedi le cose più improbabili è:”...E' per il teatro...sa....devo disfare il busto ortopedico da donna per recuperare le stecche....per metterci su dei fiori finti...così si muovono che sembra ci sia il vento....”.
Di solito basta la primissima parte della frase:”... E' per il teatro...”.
La commessa allarga un sorriso di complice comprensione. Ti dice che anche sua sorella sta facendo un corso di tip tap. E a volte ti fa pure un po' di sconto solidale.
Una volta però... a Modena...
Stavo allestendo “Strip”. Era il novembre del 1990.
In quel tempo gli spettacoli potevi anche farli crescere un po' per volta.
L'idea che si trattasse di “confezionare un prodotto” era molto lontana.
Renzo Raccanelli mi dice:”Perché non vieni da noi al San Geminiano, a Modena.
Il mattino fai lo spettacolo per le scuole. E il pomeriggio continui a modificarlo.
Abbiamo anche una foresteria. Puoi dormire lì e così, se vuoi, ci lavori anche di sera. 
Ti diamo le chiavi. Vai e vieni come ti pare”.
Una settimana preziosa. Decisiva.
Il mattino lo spettacolo. Ancora non finito del tutto. E il pomeriggio prove e aggiunte di nuove scene, da sperimentare nella replica del mattino dopo.
Mi viene in mente “un trucchetto”.
Una scena in cui infilo un palloncino arancione sgonfio nell'indice della mano destra e, soffiando con la bocca sulla punta del pollice della mano sinistra, faccio “magicamente” gonfiare il palloncino. 
Mi viene in mente che devo trovare un tubicino, morbido e flessibile, da tenere lungo il braccio durante tutto lo spettacolo in modo da poterlo srotolare lungo il dito quando sarà l'ora di gonfiare il palloncino.
Naturalmente iltubicinosaràcollegatoaduntubounpo'piùgrandechemiscenderàsuunfiancofinoadunpiedeecheiometteròiltuboinunbucodelpraticabiledellascenografia dovecisaràuntecnicochelocollegheràadunterzotubofissatoadunabomboladieliocheluiapriràquandoiofaròfintadisoffiaresulditopollice.
Ma questi sono dettagli.
Esco verso le sei di sera dal teatro in cerca del tubicino morbido ma, soprattutto, flessibile.
Guardo tutto il centro di Modena con quell'unico pensiero in testa.
Finalmente mi illumino. Era facilissimo. Mi serve un laccio emostatico. 
Di quelli che ti legano al braccio quando ti fanno gli esami del sangue.
Entro in una farmacia. Tocca a me. 
“Avrei bisogno di un laccio emostatico..”.
La farmacista che, al primo sguardo non mi sembrava mi avesse giudicato male, cambia espressione. Mi guarda con disapprovazione.
Lei pensa di sapere benissimo cosa io, poi, me ne sarei fatto di quel laccio emostatico.
Sembra quasi nicchiare.
In quel momento entra in farmacia un ragazzo trafelato. 
Va subito al banco e chiede:”Una e una”. 
L'altra farmacista, come conoscesse il codice che quella frase conteneva, mette in mano al ragazzo una siringa e un flacone di acqua distillata.
Lui butta sul banco alcune monete. Si gira e se ne va. 
Nonostante il mio obnubilamento da allestimento teatrale finalmente capisco lo sguardo e il nicchiare della farmacista che mi sta servendo.
Cerco di fare lo sguardo rassicurante di chi ha capito l'equivoco e vuole toglierle ogni dubbio sul fatto che non sta servendo l'ennesimo tossicodipendente.
E così alla frase:”Avrei bisogno di un laccio emostatico...” aggiungo: ”...E' per il teatro...”.
L'espressione della farmacista si fa, se possibile, ancora più esecrata. 
Nei suoi occhi c'è chiaramente scritto: “Non sanno più cosa inventarsi questi drogati!”.
Nessuna mia smorfia successiva riesce a convincerla delle mie buone intenzioni.
Mi dà il laccio emostatico e mi guarda uscire con commiserazione.
Stupita che non le chieda anche la siringa e l'acqua distillata.
Per la cronaca appena creato il marchingegno, appena aperta la bombola dell'elio, invece di gonfiarsi il palloncino si è gonfiato il laccio emostatico che mi scorreva lungo il braccio. Sembravo avere i muscoli di Braccio di Ferro.
Il laccio emostatico era “troppo” morbido e “troppo” flessibile.
Subito fuori. A cercare un nuovo tubo “morbido ma non così morbido” e “flessibile ma non così flessibile” e a seminare, in nome della poesia, nuovi equivoci.

Silvano/ 2014
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ZAPPARE


Mi capita a volte di parlare con colleghi, insegnanti e operatori culturali vari. 
E spesso la loro voce è venata dalla malinconia di chi ha inseguito un sogno e sente che quel sogno gli sta sfuggendo.
Lasciamo da parte i problemi anagrafici. Se hai passato la vita a faticare credendo in un ideale quando le forze vengono meno tutto diventa un po' più complicato.
Lasciamo da parte la disillusione per la politica che coglie, fatalmente, tra la seconda e la terza volta che ti rechi a votare.
Resta una questione. Riassumibile in una frase che ho sentito dire molte volte:
“ Sembra che di tutto quello che abbiamo seminato non resti mai niente, che occorra sempre ricominciare da capo”.
Se la frase la sta dicendo un Teatrante di solito sta parlando degli insegnanti e della loro sensibilità nei confronti del teatro.
Oppure riguarda i politici. Per lo stesso motivo.
Sento anch'io, spesso, questa fatica ma non penso che, solo perché io sono stanco, il mondo sia, in assoluto, peggiorato.
Mi sembra che il problema stia da un'altra parte.
Non ho mai sentito un contadino lamentarsi perché gli tocca seminare tutti gli anni.
Il contadino sa che bisogna seminare tutti gli anni.
E non solo. Bisogna innaffiare. E togliere le erbacce. E concimare. E stare attenti se piove o se c'è il sole.
Il contadino sa che una cosa non è data per sempre, ma che bisogna “zappare” tutti i giorni. O quasi tutti i giorni.
Nel Teatro penso sia una cosa simile. 
Anche nel Teatro occorre “zappare” tutti i giorni. Occorre stare attenti al tempo che fa. Occorre innaffiare le piante. E concimarle. 
E, comunque, nonostante tutto, non hai nessuna garanzia di ciò che raccoglierai.
Se sei un Contadino, o un Teatrante, non puoi spaventarti di dover “zappare” tutti i giorni. Sono mestieri fatti così.
So benissimo che ci sono anni migliori e terreni migliori.
Ma è proprio quando portare a casa il raccolto diventa più complicato che il Contadino, o il Teatrante, devono farsi più attenti a capire cosa sta succedendo.
Bisogna cambiare il modo di “zappare? Il terreno è ormai sfinito da una coltura che si è fatta ripetitiva e improduttiva? L'acqua con cui si sta innaffiando è forse contaminata da pensieri che non funzionano più?
Se si è abituati a “zappare” le domande possono essere infinite.
E trovare le risposte non sempre è facile. E a volte sembra addirittura impossibile.
Ma se si soffre troppo a vedere il proprio orto ricoperto di erbacce la soluzione non può essere quella di contemplare le erbacce. 
Ma quella di riprendere in mano la zappa. Senza saccenza. Con delicatezza.
Consapevoli che ci sono anche gli orti bio-dinamici. 
Dove la sensibilità del contadino deve essere altissima nel rispettare e accompagnare la natura mentre fa il suo corso.

Silvano/ 2014
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Non c'è cosa, ormai, sulla quale non si possa esprimere un'opinione.
Basta fare “Clic”
“Mare d'inverno”...Clic....”Mi piace”.
“Maltrattamento degli animali”...Clic...”Non mi piace”.
“Gelato cioccolato modicano e pistacchi di bronte”....Clic...”Mi piace”.
Vale per tutto. Tutto tutto.
“Ho mal di pancia”...Clic...”Non mi piace”. 
A novantaquattro persone “Non piace” che io abbia mal di pancia.
Ringrazio questo tempo che semplifica la vita. Lo dico sinceramente.
Non c'è più da arrovellarsi troppo come si faceva prima della rivoluzione. 
Basta decidere se una cosa “Mi piace” o “Non mi piace”.
In una sorta di referendum permanente.
Non metto in dubbio la straordinaria utilità delle nuove tecnologie. 
Anch'io, come molti, possiedo alcuni attrezzi che mi consentono di far arrivare una lettera in pochi istanti invece che in una settimana.
Basta che il sistema binario non prenda il posto del software del nostro cervello.
Che, di fronte a un tema o un problema, potrebbe persino provare a rifletterci su, invece che decidere, nel più breve tempo possibile, con un click se “Mi piace” o “Non mi piace”.
Quando si tagliano le opinioni con forbici così grossolane il meglio della stoffa rischia di rimanere tra le lame. 
E noi di andare in giro vestiti solo di orli e cimose.
Quante gradazioni ci sono tra “Mi piace” e “Non mi piace”?
Sappiamo tutti che la vita è fatta delle infinite sfumature che la compongono.
Noi viviamo scivolando continuamente tra la gioia e il dolore, tra il dubbio e la certezza.
Tra gelati che sono un po' meno buoni di quanto pensavamo e persone che sono molto più interessanti di come le avevamo catalogate al primo sguardo.
Cercare di raccontarcela come se le cose fossero rappresentabili solo con due toni o due colori non fa altro che ridurci a “tifosi” di chi ci vuole capaci solo di schiacciare pulsanti e di scegliere tra “questo” e “quello”.
Perché non vuole che ci accorgiamo che la vita non è solo “questo” e “quello” ma anche “quell'altro” e “quell'altro ancora”. E un'infinità di altre cose possibili.
Tra queste il Teatro.


Silvano/ 2014
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Era il 1984. L'anno prima me ne ero andato dal Teatro dell'Angolo e avevo fondato la Compagnia Stilema.
Chi sta dentro al teatro sa che fatica si fa a “tirar su” una Compagnia. 
Non c'erano orari, non c'erano distanze chilometriche, non c'erano sacrifici che non si fosse disposti a fare per cercare di tirare su la testa, in mezzo al marasma dell'inesperienza.
Quell'anno decidiamo di fare, per la prima volta, la domanda per la sovvenzione ministeriale.
Ricordo ancora la sera che dovevamo finire di compilarla. Un delirio.
Bisognava, naturalmente, consegnarla entro il giorno dopo.
C'era chi diceva di lasciar perdere, che non ce l'avremmo mai fatta. 
Capivamo la metà (a essere abbondanti) di quello che c'era scritto su quei fogli.
Con la grande forza dell'incoscienza alle due o tre di notte abbiamo chiuso i fogli nella busta.
La mattina dopo li abbiamo spediti, controllando altre dieci volte che tipo di raccomandata andava fatta.
Passa l'anno. La “Stagione Teatrale”, si diceva all'epoca. 
Commissione Ministeriale. Ci assegnano venti milioni di lire.
Il massimo che venisse dato a chi faceva, per la prima volta, la domanda.
Settimo cielo. Brindisi, chi con lo spritz e chi col chinotto.
Per avere i soldi del Ministero serve un documento dal nome misterioso: “liberatoria”.
Bisogna chiederla all'ENPALS, l'ente di previdenza per i lavoratori dello spettacolo.
Sulla “liberatoria” sta scritto che hai pagato tutti i contributi per i lavoratori della Compagnia. 
Bisogna chiederla. Averla. Spedirla al Ministero. E dopo arrivano i soldi.
Paola e io, un mattino, andiamo alla sede dell'ENPALS. 
Ci riceve un Signore Gentile ma di poche parole.
Spieghiamo la questione. Prende i fogli con le nostre pratiche. Li sfoglia. 
Li risfoglia. Li sfoglia ancora. Inquietudine.
“C'è qualcosa che non va?” chiediamo timidamente.
Sapendo benissimo che qualcosa, di sicuro, non stava andando.
Lui posa i fogli e ci dice: “avete dimenticato una frase”. “Quale frase?”.
“Non avete scritto che avreste pagato i contributi solo per i giorni effettivamente lavorati”.
A noi non sembrava ci fosse questa gran differenza. A lui si. E ce la spiega.
“Senza quella frase , per avere la liberatoria, dovete pagare i contributi per tutte le giornate dell'anno, per ognuno dei componenti della Compagnia, e non per i giorni effettivamente lavorati”.
“E quanto farebbe?.
La cifra non la ricordo ma era infinitamente superiore ai venti milioni che avremmo dovuto prendere e ancora più infinitamente superiore al nostro conticino in banca.
“E...cosa...si...può...fare...?”.
Il Signore Gentile ma di poche parole sentiva distintamente lo scricchiolio del pavimento che franava sotto i nostri piedi.
“Delle due l'una: o pagate tutto il dovuto e prendete i venti milioni, o non pagate e rinunciate ai venti milioni”.
L'attimo che seguì durò un secolo.
Stacco.
Non vedevo Giovanni Moretti da qualche anno, da quando ero uscito dal Teatro dell'Angolo.
Anche lui, che il Teatro dell'Angolo lo aveva fondato, ne era uscito. 
Non sapevo dove stesse e cosa stesse facendo.
Stacco.
Mentre cercavo di prendere tempo balbettando qualcosa, dal corridoio sento provenire la voce di Giovanni, che aveva riconosciuto la mia.
“Silvano sei tu?”.
Improvvisamente cambia tutto.
Il Signore Gentile ma di poche parole riconosce la voce di Giovanni e a sua volta dice: “Moretti è lei?”.
Sembrava un balletto del destino.
I due si conoscevano. Non personalmente ma Giovanni Moretti era un attore che aveva fatto anche radio e televisione e c'era una lunga consuetudine e, si capiva, stima.
Giovanni era semplicemente passato per avere informazioni su quanto gli mancasse per andare in pensione.
Proprio quel giorno lì. Proprio a quell'ora lì. Proprio in quel minuto e secondo lì.
I due si scambiano un po' di convenevoli mentre Paola e io, straniti, guardiamo di qua e di là.
Giovanni ci domanda come mai eravamo lì e noi glielo spieghiamo.
”E come fate?” chiede.
Il Signore Gentile, ma di poche parole, ci guarda con lo sguardo del funzionario sotto il cui timbro batte un cuore e ci dice: ”Prendete i vostri fogli. Il termine è domani. Tra una riga e l'altra c'è dello spazio bianco. Una frase ci dovrebbe stare”.
Avevamo avuto la grazia. 
Il mattino dopo, alle nove e mezza, eravamo lì, a riconsegnare i nostri fogli.
Non ricordo il nome del Signore Gentile. 
Ma so che, come si dice, quando sogni davvero una cosa tutto l'universo congiura perché si realizzi.
Magari domani vado in un po' di Uffici Pubblici a vedere se ci sono altri Signori Gentili.
Il problema è che Giovanni è già in pensione.

Silvano/ 2014
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Il Teatro Ragazzi dovrebbe “chiamarsi fuori” dal Teatro.
Basta cercare udienza. Basta cercare di spiegarsi. Basta cercare di interloquire.
Basta procedere “per differenza” con qualcosa che si presume faccia da parametro.
Il Teatro Ragazzi sta al Teatro come un quadro di Ligabue sta alla Storia dell'Arte.
Per favore chiunque ragioni del Teatro Ragazzi non cerchi la corretta proporzione delle forme. Cerchi di sentire il profumo o la puzza delle scarpate degli argini del Po. 
O le tigri che animano le fantasie sconosciute e imprevedibili dei bambini.
Il Teatro Ragazzi cerca la Vita. 
Nella forma essenziale evocata dai Bambini e dai Ragazzi.
Purtroppo molti confondono “essenziale” con “povero”.
Quando mancano i criteri si cerca di riconoscere in una canzone popolare l'eco del clavicembalo. 
Il Teatro Ragazzi non è cosa da critici. E' cosa per antropologi.
E allora via. Via dal teatro. Senza guardarsi indietro.
Senza aspettare che qualcuno si accorga della nostra esistenza.
Senza aspettarsi briciole di attenzione spacciate per considerazione.
Via. A cercare, ancora di più, di essere sé stessi. 
A cercare la propria identità profonda.
Un'identità drammaturgica, attorale e politica.
Un'identità pienamente teatrale. Non pedagogica o psicologica. Le uniche che ci vengono “concesse”.
Via. Da un'altra parte.
Nel mondo.
Se vogliono vengano loro a cercarci. 
Vengano a domandarsi perché i genitori di Ivrea, per fare gli abbonamenti per il Teatro Famiglie, si mettono in coda dalle tre del mattino. Con il botteghino che apre all'una del pomeriggio.
Vengano a vedere le sale teatrali esaurite e le doppie repliche per soddisfare le prenotazioni.
Quando avranno finito di scoprire i suonatori di pizzica. Quando avranno finito di scoprire l'ultimo street writer. Se resterà tempo, magari, si accorgeranno anche del Teatro Ragazzi. 
E se non avranno tempo, va bene lo stesso.
Cosa ce ne importa di apparire nelle appendici dei loro annuari? Nei supplementi dei loro opuscoli?
Se, per non essere confusi col “Teatro” serve un altro nome lo si trovi.
Dopo decenni di preposizioni si potrebbe finalmente togliere lo spazio vuoto rimasto tra la parola “Teatro” e la parola “Ragazzi”.
E parlare di “TEATRORAGAZZI”. Un'unica parola. 
Che non c'entra niente col Teatro. E neppure coi Ragazzi.
Una nuova identità.


Silvano/ 2014
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Ogni tanto si alza in piedi un Inventore di Slogan e dice:
- Il Teatro Ragazzi non esiste-.
Sottinteso: Esiste solo “Il Teatro” e tutte il resto sono distinzioni fittizie.
Di solito, ma non sempre, sono docenti universitari e, quindi, dispongono di un arsenale di studi e citazioni per tacitare il dubbio di chi, da alcuni decenni pensava, appunto, di fare un Teatro dedicandolo ai Ragazzi.
La loro tesi l'hanno elaborata, con cura scientifica, sulla scrivania del loro studio o parlando con qualche loro amico teatrante.
Quando pensano ai teatranti di serie B che dicono di fare Teatro Ragazzi la loro testa si popola di cappuccetti e cenerentole, di spiegazioni su come si fa la raccolta differenziata dei rifiuti e altri temi edificanti. Tipici del Teatro Ragazzi, secondo loro.
Hanno anche in mente la pubblicità della nutella, quella dei ragazzi che si mettono i nasi rossi e fanno ridere i bambini.
Hanno una mente fervidissima ma a teatro, a vedere il cosiddetto Teatro Ragazzi, raramente sono andati.
Oppure è stato un loro peccato (veniale) di gioventù e, facendolo, hanno capito che non esiste.
Sia come sia volevo dire che sono d'accordo.
Bisogna farsene una ragione. Tante cose non esistono, eppure ce ne facciamo una ragione. Senza tante storie.
Ad esempio io ho scoperto che “le zucche” non esistono.
Non bisogna farsi ingannare dal fatto che hanno una consistenza, un colore e un sapore. Non bisogna farsi ingannare dal fatto che qualcuno le usa per fare i cappellacci o, seccandole, certi particolari contenitori per bevande che già personaggi come San Giacomo Maggiore o San Rocco usavano nel loro peregrinare.
Quelle che ci ostiniamo a chiamare “Zucche” non sono altro che “Vegetali”.
E, allora, perché dobbiamo chiamarle con un nome specifico?
Perché complicarsi la vita? 
E anche “I fagiolini non esistono”. E' evidente dal fatto che anche loro sono dei “Vegetali”.
E anche “L'insalata”, e “Gli spinaci”, e “Le pere”, e “Le arance”.
Esiste solo “il Teatro” ed esistono solo “i Vegetali”.
Se poi pensiamo alle specie animali già Ionesco in “Delirio a due” aveva dimostrato che la lumaca e la tartaruga sono lo stesso animale, perché entrambe sono lente ed entrambe mangiano l'insalata.
A pensarci bene anche i Bambini non esistono.
Sono solo degli adulti in miniatura. 
E anche i cosiddetti spettatori-bambini non sono altro che spettatori-adulti in miniatura.
Infatti bisognerebbe abolire i pediatri, gli psicologi dell'età evolutiva e, beninteso, anche il Teatro Ragazzi.
Cominciando dagli specifici cartelloni che lo contraddistinguono.
Meglio un unico “Cartellone”, per tutti.
Quest'anno la nostra rassegna per ragazzi e famiglie prevederà un riallestimento de “La donna del mare” di Ibsen con la regia di Bob Wilson, un reading di testi di Eugenio Barba, “Arlecchino servitore di due padroni” con la regia di Antonio Latella, “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante e, per le scuole dell'infanzia, “E' stato la mafia” di e con Marco Travaglio.


Silvano/ 2013
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CANZONCINE ALTE COSI'
recital per attore e otto pupazzi meccanici
Di e con: Silvano Antonelli 
Aiuto fuori scena: Laura Righi

Dai 3 ai 10 anni / Pubblico Misto 

da molti anni, 
"giocando" al teatro con i bambini, 
invento canzoni...

Da molti anni, “giocando” al teatro con i bambini, invento canzoni. Canzoni ideate con loro e per loro. Canzoni che parlano dei bambini e della loro vita. 
Ogni canzone è un piccolo pezzo di mondo. 
Le ho trovate qua e là: una era impigliata nella maniglia di un armadietto di una scuola materna; una era nascosta dietro la copertina di un libro di fiabe; una galleggiava in un piatto di minestrina; una dormiva dentro a un cuscino; una in un compito di aritmetica; una nascosta nel 
buio di una cameretta. 
Per fare uno spettacolo di canzoni però ci vuole un’orchestra. 
Ed allora ecco la “Toys Band”, una formazione di otto giocattoli meccanici che suonano con me: un orso alla batteria, un serpente al flauto, un asinello al pianoforte, due conigli ai saxofoni, un porcellino al violoncello, un elefante al bassotuba, una rana suona i piatti e tre dinosauri fanno il coro. E poi...ci sono io.... 
...No, io non sono un giocattolo, io sono.... Ma perché mi sono spuntate due scarpe di plastica? 
Io faccio..... Ma perché i pantaloni sono diventati a righe? Io dico..... Ma da dove è sbucato questo papillon a pallini.... Io... io che canto le canzoni....quelle alte così. 
E adesso che ci siamo proprio tutti, si può cominciare...uan...ciù...triii... 
Silvano 

Le canzoni cantano normalmente i sentimenti e gli avvenimenti del mondo adulto. 
Per una volta, invece, sono le paure, i sogni, le attese, le speranze, i perché dell’infanzia ad essere oggetto di piccole poesie in musica. 
L’identificazione, anche da parte dello spettatore più piccolo, è dunque immediata. 
Gli stessi pupazzi meccanici presenti in scena suggeriscono che musica e parole sono un 
Lo spettacolo è un recital, nel quale il susseguirsi delle canzoni è accompagnato da brani recitati che evocano piccoli e grandi momenti dell'immaginario e della quotidianità dei bambini.
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