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Roberto Rizzardi
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Sono un cittadino e non un suddito
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01/01/2019 - Qualcuno era comunista

Oggi, primo giorno del 2019, mi capita sotto gli occhi un vecchio video di Giorgio Gaber, uno spezzone di un suo famoso show del 1991, Il Teatro Canzone. Si tratta del magistrale monologo che conosciamo sotto il titolo di "Qualcuno Era Comunista".
https://www.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ

Si tratta di un testo straordinariamente lucido e fortemente anticipatore di un processo che sarebbe divenuto molto più chiaro di lì a qualche anno, con la dissoluzione dell'entità partitica, e non solo, comunista nel nostro paese, dopo la caduta del muro e la mancata elaborazione del lutto che ne conseguì, insieme all'incapacità di razionalizzare il fallimento di un esperimento politico non nella sua componente ideale e analitica, tuttora valida, bensì della sua implementazione sul piano pratico.

Oggi in molti si chiedono come hanno potuto, così in tanti, soprattutto tra gli operai, passare dal votare comunista a rivolgere il proprio consenso alla Lega, ovvero alla forma tardiva di un fascismo postmoderno, xenofobo, classista e populista, e la risposta la possiamo ravvisare nei primi tre quarti di quel monologo.

Il pezzo, infatti, prende le mosse dalle imbarazzate risposte di un grigio e piccolo benpensante ben inserito in un quieto parterre di piccoli vincenti, di officianti di un ordine costituito autoperpetuante e sospettoso di ogni minima increspatura del piccolo e tranquillo lago ove galleggia la barchetta su cui trovano rifugio e alloggio.

Il nostro piccolo e ben inserito servo viene portato, grazie a domande dirette, che noi conosciamo solo perché l'interrogato le rieccheggia nel vano tentativo di prendere tempo, ad ammettere che si, è vero, in un tempo lontano lui fu comunista, ma si tratta di un errore veniale, ampiamente giustificato dalle circostanze che comincia ad elencare.

Un elenco inizialmente ridicolo e grottesco, venato di luoghi comuni e di presunte cause oggettive prontamente ricusabili, salvo poi, da un certo punto in avanti, cominciare a diventare sempre più stringenti, verosimili ed ideali, non così facilmente mistificabili, atte a definire impietosamente la dimensione del tradimento ideale ed esistenziale dell'interrogato.

Quelli erano tempi nei quali un pentito di quel tipo lo dovevi andare a cercare nella parte alta della piramide sociale, oggi, nella Grande Depressione 2.0, lo trovi alla base di quella stessa piramide, incarognito dal tradimento di cui si sente vittima.

E' da tempo che penso che il grande partito comunista fu tale, ovvero grande, anche perché una parte non piccola della sua base non era realmente comunista, però riconosceva in quel partito la capacità di rappresentare il mezzo per vedere presidiate e tutelate gran parte delle sue istanze.
Detto più crudamente, un fetta piuttosto consistente di quei "diversamente comunisti" stavano col PCI solo perché era uno dei "cani più grossi del canile", e si adattavano ai comportamenti e all'araldica richiesti solo per convenienza.

Sparita la potenza di quel partito, anzi sparito il partito stesso, sostituito da una sua pallida imitazione, per di più connivente col nemico di classe, non poteva che sparire anche la professione di fede politica, dunque perché stupirsi se una parte consistente di loro è passata, armi e bagagli, alla Lega di Sua Ferocità Salvini, oppure alle rancorose rivendicazioni grilliane, peraltro prive di sostanza e di conseguenze logiche, come l'impietosa cronaca sta a dimostrare quotidianamente?

Il monologo si conclude con grande mestizia, perché delinea, e questo avveniva ventotto anni fa, una sconfitta la cui dimensione ci appare oggi nella sua interezza.

«Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una.

Da una parte la personale fatica quotidiana e dall'altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l'uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall'altra, il gabbiano senza più neanche l'intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.»

La differenza è che mentre il personaggio interpretato da Gaber prova un moto di rimpianto e anche un senso di vergogna per le strade che ha imboccato, raccontandosi le menzogne che gli servivano per quietare una coscienza tradita,
i suoi epigoni del XXI secolo hanno fatto un salto della barricata completo, e se anche ricordano una passata convenienza a schierarsi con il defunto PCI è solo per rivendicare di essere stati ingannati.

Verrà anche il momento per puntare le proprie carte su un nuovo cavallo, quando anche la Lega, e il suo cobbligato grilliano, andranno a sbattere.
Forse aveva ragione Flaiano, quando diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Un tempo ritenevo questo aforisma un distillato di qualunquismo, ma pare proprio che mi sbagliassi.

C'è però un elemento che mi sostiene e induce in me un pur piccolo sentimento di aspettativa. Le vaste masse che sostennero il vecchio PCI non sono tutte confluite nei due partiti che sostengono l'attuale governo, e neanche nel sempre più esangue PD, per non parlare dei pesi piuma che popolano la litigiosa galassia dell'estrema sinistra.

Un quarto dell'elettorato italiano non si reca più alle urne, e non è possibile arruolare tutta quella gente nell'esercito storicamente minuscolo del disinteresse.
Sto parlando di più di 13 milioni di persone prive di rappresentanza politica e che non intendono collaborare al gioco al massacro della classe politica attualmente in sella.

Lì dentro ci sono tutti quelli che si ritrovano nella parte finale del monologo, che non hanno mai tratto alcun vantaggio personale dalla cosa e che non hanno ragione alcuna per vergognarsi di essere stati comunisti, principalmente perché lo sono ancora, anche se si chiedono cosa significhi esserlo oggi.





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P.S. Alcuni di voi ricevono via mail questi piccoli testi che pubblico sul blog.
Oggi, per la prima volta, la procedura sventaglierà ai diversi indirizzi questo articolo, e uno di questo messaggi non verrà mai letto, perché la destinataria ci ha lasciati il 27 dicembre dell'anno appena conclusosi.
La mia carissima amica Roberta, dall'intelligenza pronta e vivace e con la quale discutevo così tanto e con così tanto piacere, è stata stroncata da quello che viene definito un male incurabile.
Se ne è andata mantenendo una serenità invidiabile, favorita dal suo sentire buddista.
Mi mancheranno molto il suo acume ed il suo senso dell'umorismo.
Ciao Roby. Se le cose fossero logiche avresti dovuto presenziare tu alla mia cerimonia funebre.
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24/12/2018 - A Natale son tutti più buoni. È il prima e il dopo che mi preoccupa. (Charles M. Schulz)

Quella della mia infanzia era una famiglia... disfunzionale, ed è per questo che amo il Natale, anche se nessuno di noi era credente, neanche mia madre, che insistette molto perché io e mia sorella subissimo un'educazione cattolica completa.

Vi chiederete: che accidenti di incipit è questo, e che ci azzecca col Natale?
Beh, prima devo porre qualche premessa.

Devo dire, prima di tutto, che la casa della mia infanzia non era esattamente un rifugio sicuro e confortevole, dato che ogni santo giorno scoppiavano liti tra di noi, e sulla cosa potevi scommetterci l'ultimo soldo che ti era rimasto in tasca.

La media abituale, quella dei giorni tranquilli e rilassati, si incentrava su un paio di accapigliamenti per motivi minori, che non valevano assolutamente la foga che ci mettevamo, e sempre, giuro, perlomeno per uno, o più, argomenti di maggiore rilevanza che non erano nuove liti, ma riprese di vecchi contrasti, incancreniti e ormai irrisolvibili, che venivano ripresi dal punto di abbandono precedente e portati ad un nuovo, e del tutto inutile, punto di stanca acredine, pronti per essere ripresi, con comodo, più avanti e con una liturgia immutabile, salvo occasionali tipologie d'attacco innovative, ma per nulla risolutive.

Una delle ragioni per le quali quei dissidi si rivelavano semplici esercizi di mortificazione, privi di scopo e incapaci di un esito risolutivo, stava nell'estetica melodrammatica che li permeava.

Mia madre, orfana già in tenerissima età e cresciuta in un convitto di suore, applicava alle relazioni gli schemi presuntamente catartici che aveva appreso frequentando la letteratura cosiddetta d'appendice e, soprattutto, i bei filmoni drammatici interpretati da Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, quelli rispondenti alla definizione che Marchelli diede del melodramma popolare, ovvero «estremismo emotivo con stile adeguatamente eccitato».

Mio padre, d'altra parte, aveva del ruolo maschile un'idea maturata nell'immaginario collettivo di una stagione culturale equamente condivisa tra fascismo e un dannunzianesimo di maniera, fatto di citazioni dell'espressività dell'immaginifico, più che della sua opera letteraria; un immaginario nel quale l'uomo doveva essere stoicamente resiliente, anche se dentro coltivava dosi monumentali di risentimento.

Quell'impianto culturale non risentiva benevolmente dell'influenza di sua madre, con noi convivente, donna manipolatrice che non gli consentì mai di dimenticare quanto la sua nascita incise, negativamente va da sé, sulle sue aspettative, e che coltivava un odio sordo e implacabile verso la donnaccia, mia madre, che le aveva portato via l'ingrato pargolo, che tale era, anche da padre di famiglia.

Nei momenti di relativa calma, arrivava mia zia, sorella di mia madre, a smuovere un po' le acque, dato che la sua insoddisfazione di zitella, condizione peraltro scientemente perseguita e mitigata da diverse relazioni non impegnative, non accettava di buon grado l'altrui tranquillità, per quanto questa potesse essere occasionale.

Io e mia sorella, in tutto questo, venivamo più volte sollecitati a prendere posizione a favore di uno dei contendenti, cosa che ovviamente non riuscivamo a fare, dati i ruoli emotivi e familiari dei richiedenti, e sviluppammo ben presto un'acuta capacità dialettica, che ci serviva per veleggiare relativamente incolumi tra i ricatti morali incrociati che grandinavano sulle nostre gracili spalle.

A Natale però i miei genitori, ma non mia nonna, e neanche mia zia, facevano un tentativo serio di sedare i contrasti, perlomeno per quel giorno, e si sforzavano di arrivare al tramonto senza rinfacciarsi nulla e, anche se non sempre il tentativo aveva successo, l'intenzione c'era ed era a beneficio nostro, mio e di mia sorella.

Dunque, anche se i Natali tempestosi non sono stati meno di quelli tranquilli, quello era il giorno nel quale, se le cose andavano per il verso giusto, potevamo arrivare al tramonto senza psicodrammi.
Potrà sembrare, a questo punto, che quello che mi appresto a dire sia un esercizio di cinismo, da parte mia, ma quel tentativo di non indulgere in inutili conflitti era un regalo, e un gesto di amore che i miei genitori compivano nei confronti di noi bambini, e per me simboleggiava la magia del Natale, per quanto non molto affidabile.

Molti anni sono passati e la famiglia che ho formato non è disfunzionale come quella in cui sono nato, e anche se il Natale per mia moglie, figlia di un ferroviere che nei giorni di festa era quasi sempre di servizio, è una giornata collegata alla mestizia di un'assenza, rimane per me un giorno magico, anche se quella magia è maggiormente palpabile quando per casa ci sono bambini, cosa che, al momento, non avviene.

Un sincero augurio di Buon Natale a tutti.
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13/12/2018 - La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature. (F.D. Roosevelt)

Il “New Deal” fu una risposta conforme al paradigma liberista, seppure con colorazioni socialdemocratiche, al disastro economico del '29, indotto dal modus operandi di un liberismo finanziario sfrenato, bulimico e privo di progettualità, che aveva gettato gli USA, e gran parte del mondo, in una crisi economica nerissima e profonda.

Non molto organico nella sua implementazione, il New Deal fu ferocemente avversato dalle componenti più conservatrici della politica e della finanza statunitensi, componenti che poi addossarono a Roosevelt la responsabilità delle inefficienze dell’intervento roosveltiano, indotte proprio dalla loro reazione.

Tutti ricordano, di quel programma, le spese federali di sostegno al reddito, con vaste campagne di lavori pubblici, ma la parte più qualificante dell'intervento si concretò mediante la promulgazione di “leggi strategiche” volte a disciplinare l'azione degli attori dello scenario economico ed industriale.

Tra quegli interventi quello che ritengo più importante fu il “Glass-Steagall Banking Act” il quale, imponendo la separazione tra banche commerciali e banche d'investimento, aggredì alla fonte la causa principale o, meglio, il presupposto funzionale della catena di eventi che portò al tracollo finanziario culminato nel famoso “giovedì nero”.

Quella legge resistette indomita, nonostante le continue pressioni del mondo bancario e finanziario, fino al 1999 quando, durante il secondo mandato di Bill Clinton, venne promulgato il “Gramm-Leach-Bliley Act”, che abrogò quella separazione.

Fu una decisione tragica, che pose le basi funzionali per la famigerata “crisi dei subprime” del 2006, causa scatenante dell'attuale e più che decennale crisi economica che ci ha tutti fatti arretrare, nelle condizioni di vita, a livelli infimi e con prospettive di ripresa miserabili.

Parafrasando Clemenceau, che disse che la guerra è una faccenda troppo seria per lasciarla ai generali, direi che anche l'economia è troppo importante per lasciare che se ne curino banche e finanziarie.

Dovrebbe occuparsene la politica, ma non certo ciò che oggi passa sotto quel nome, non quella pletora di teste di legno, nel senso di prestanome al servizio delle esigenze della speculazione su larga scala, vera e propria banda di miracolati dalla visione strabica e con prospettive a raggio minimo, che infestano le strutture di governo e legislative di gran parte delle sempre meno rappresentative democrazie occidentali. 

Di certo non dovrebbero occuparsene i fantasisti oggi al potere nel nostro paese, equamente suddivisi tra analfabeti funzionali che giocano sulla fonetica sovrapponibile tra 2,4 e 2,04 per cento di deficit del PIL, come se l’improvvisa sparizione di circa 6,48 miliardi di Euro fosse un dettaglio ininfluente, e muscolari tromboni, facondi produttori di tweet incauti ed esternazioni fragorose per far dimenticare la totale inosservanza degli impegni presi in campagna elettorale.

Secondo Max Weber, un uomo politico deve possedere tre qualità, da lui definite “sommamente decisive”: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Se è così mi sa che siamo messi male.
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3/12/2018 - Lucciole per lanterne

C'è un pezzo di sinistra che parteggia per i gilet gialli e che è molto critica con chiunque ravveda in quel movimento qualcosa di molto simile ai nostri forconi, ovvero un moto, non esattamente spontaneo, di persone che hanno interesse ad incidere sulla sopravvivenza di un governo non su basi antagonistiche, o affermando principi altri rispetto a quelli agiti dall'establishment, bensì rivendicando la maggior copertura di interessi settoriali del tutto congruenti con quelli presidiati dal governo, ma non sufficientemente tutelati, almeno secondo il loro punto di vista.

La ragione, grottescamente meccanicistica, che motiva quella parte della sinistra, starebbe nel fatto che i gilet sono il popolo, e con la stessa miopia avrebbero potuto dichiararsi favorevoli ai partecipanti alla marcha de las ochas vacìas (marcia delle pentole vuote), l'iniziativa politica della destra cilena che pose le basi del presunto appoggio popolare al golpe della giunta retta dal Generale Pinochet, grazie alla quale riuscì a portare in piazza persone adeguatamente spaventate da previsioni accuratamente mistificate allo scopo.

Qui, ovviamente, le condizioni sono diverse. Macron è un populista che pende più a destra che a sinistra e che, agli occhi del popolo dei gilet gialli, ha il torto di rappresentare più le ragioni del capitale internazionale che quelli degli onesti bottegai che vorrebbero un sovranismo più popolare, una destra tutta beaujolais e camembert, in grado di rinverdire i fasti di una grandeur molto appannata.

I gilet gialli, a dirla tutta, sono il sogno bagnato della signora Le Pen, che da brava fascista gallica, ha nel proprio DNA i moti vandeani, e non certo il furore proletario della Commune Parisienne.

Ma tant’è, i cipigliosi compagni cui dedico queste righe concepiscono i processi politici alla stregua di istruzioni di montaggio a la façon Ikea, e non è certo da oggi che non si accorgono di tenere in mano un foglietto girato sottosopra.
Sono in fondo gli stessi che, ai tempi della guerra delle Malvinas/Falkland, sfidando sprezzantemente il ridicolo, si dichiararono a favore dell'Argentina - ai tempi retta da una giunta militare con le mani lorde di sangue - perché si opponeva alla Gran Bretagna capitalista, borghese e complice degli USA.

Quel tipo di sinistra, fin dalla caduta del Muro di Berlino, non sta molto bene.
Costretta a prendere atto di non aver saputo fornire un'ipotesi operativa vitale e alternativa al capitalismo che ci sta portando alla morte, ha deciso... di far finta di niente.
Ben lungi dall'affrontare le implicazioni di quel fallimento, non si azzarda neanche a fornire ipotesi operative autonome e dotate di un minimo di progettualità.

Di conseguenza, afflitta da nanismo progettuale e incerta sulla propria capacità di analizzare realtà e processi, non ammette di non sapere che pesci pigliare, però vuole esserci comunque, riducendosi a prendere in appalto istanze, idee e iniziative altrui, anche molto differenti le une dalle altre, con implicazioni invariabilmente grottesche e con una persistenza, nei vari endorsement, non di rado assai effimera.

Ecco dunque che, in un ribollente calderone, entrano, ma anche escono sulla base di instant sentencies spregiudicatamente ondivaghe, cose, persone e progetti politici assai differenti. Gilet gialli, Podemos, Corbyn, M5S, Melenchon e perfino i leghisti, se non proprio la Lega, basta che smuovano un po' di gente per meritare plauso e condiscendente approvazione, perché il dato quantitativo è divenuto supplente di un lato qualitativo rilevante sostanzialmente per la propria assenza.

In qualsiasi confronto di natura conflittuale, in ogni tipo di competizione, il dato strategico indispensabile consiste nel mantenere l'iniziativa, e questo è possibile solo se si è depositari di un'idea forte e si è elaborata un rotta efficace.
Fatevelo dire dai patetici grillini, che stanno subendo l'iniziativa delle vecchie volpi padane.

Già, bisogna che prima ammettano di essersi fatti infinocchiare. Capisco, a questo punto, come questo fatto costituisca un punto di vicinanza con quei compagni.

Lucciole per lanterne
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25/11/2018 - Ci sono così tanti modi terribili e intimi di subire una violenza. (Roxane Gay)


Dalla voce dedicata di Wikipedia:

"La Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne è una ricorrenza istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno."

Qualcuno obietta che l'istituzione di questa ricorrenza sia un esercizio di mera ipocrisia, un sistema per mettersi in pace la coscienza senza mettersi in realtà in discussione, ma io credo che costoro si sbaglino.

L'estrema insidiosità dell'abito mentale che rende la violenza sulle donne un fatto normale, sta tutto nella sua sedimentazione in un tipo di cultura, anzi in culture, al plurale, che si rifiutano di riconoscere alla donna uno status pieno di persona umana, ponendola in una situazione intermedia tra un animale e un essere umano.

Se l’asserzione che precede vi sembra eccessiva vi invito ad esaminare le miserabili giustificazioni che danno, delle loro prevaricazioni, spesso omicide, coloro che trattano le donne negando loro la dignità di soggetti destinatari di pieni diritti, costantemente subalterne alle loro anguste visioni e sottoposte a crudeli ritorsioni ogni qualvolta dimostrino anche solo una larvata tendenza a non stare al loro posto.

Violenza sulle donne non è solo la percossa o, nei casi peggiori, il femminicidio. Violenza è anche la molto più comune collocazione della femmina su un piano sociale subalterno che viene definito naturale, al fine di stroncare sul nascere qualsiasi aspettativa di autodeterminazione e di autoaffermazione, in uno schema che non è per nulla dissimile da quello che costituisce lo schema funzionale del razzismo nella sua forma canonica.

Si tratta però della manifestazione di una malattia sociale più insidiosa e virulenta del razzismo, in quanto colpisce la metà del genere umano basandosi su un elemento di differenza meno evidente del colore della pelle, ovvero la differenza di genere.

Si tratta di un criterio di discriminazione che, non basandosi su elementi esteriori abbastanza esotici, facilita la sua liquidazione quale fattore normale e implicito, giustificando di conseguenza le costruzioni ideologiche delle culture che relegano la donna in un recinto di subalternità abbastanza miserabile da giustificare ogni pratica di violenza, fisica ma soprattutto morale, che la colpisce.

Come il razzismo però, il sessismo serve egregiamente per veicolare le frustrazioni e l’aggressività di chi non sa affrontare la propria inadeguatezza e che finisce, come spesso accade, per colpire non chi è abbastanza potente da ridurlo in abiezione, bensì chi non è in grado di reagire o di intimidirlo abbastanza da fargli temere le conseguenze del suo agire.

Non si tratta solo di forza fisica. E’ la statuizione di un rapporto subalterno a prescindere a dare all’aguzzino la forza per prevalere e a negare alla vittima l’impulso a difendersi.

Stiamo parlando di condizionamento culturale, ovvero di qualcosa che non si può abolire per decreto e che la semplice volontà non riuscirà a domare rapidamente.
Per questo l’istituzione di una ricorrenza, come quella della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, non è una semplice formalità, ma deve essere accompagnata, per essere efficace, da una costante vigilanza e da un’altrettanto costante volontà di riconoscere e neutralizzare gli elementi mentali e comportamentali che creano i presupposti per la perpetuazione di quella violenza.

Non è facile. Molti uomini neanche si accorgono di essere portatori di una cultura di sopraffazione, dunque non riconoscono i comportamenti, anche minimi, che rendono difficoltoso il suo contrasto e, se è per questo, anche molte donne sono indotte a condividere i presupposti del sistema che le tiene in soggezione.

Sarà forse per questo che un termine come femminicidio è stato così duramente osteggiato, anche da donne. Riconoscere la specificità di una tipologia di omicidio è evidentemente troppo insidioso per chi vuole perpetuare questa antica malattia sociale; significa che dobbiamo perseverare nel delineare sempre più precisamente i connotati del problema.

Ho scritto tutto quanto precede, dando piena espressione al mio sentire più intimo, eppure non sono esente da colpe. Il condizionamento cui tutti siamo soggetti non dà tregua ad alcuno. Nessuno è esente dall’accusa di essere portatore di comportamenti che costituiscono il brodo di coltura del fenomeno della discriminazione nei confronti della donna e delle conseguenze che ne derivano.

Tracce della subalternità a quella visione sono ovunque, e sono vissute come normali e scontate. La visione di cui stiamo parlando si è affermata e consolidata moltissimo tempo fa e non basterà una ricorrenza per neutralizzarla, però quella ricorrenza, insieme ad altre e ad una maggiore consapevolezza, tra cui la coscienza che ci attende un compito arduo e di lunga durata, sono il passo necessario e indispensabile per correggere il problema e intraprendere il lungo cammino che ci attende.

Il sessismo, come il razzismo, ma anche come l’omofobia, è un condizionamento culturale precoce e instillato con grande determinazione, che viene inoculato, con malizia, cinismo e consapevolezza in tutti noi fin dalla più tenera età, quando siamo particolarmente indifesi, per poterlo poi contrabbandare come istinto, e dunque imprescindibile e inaggirabile, ma non lo è per nulla.

Siamo stati addestrati alla misoginia, non vi è nulla di naturale nel disprezzo che nutriamo verso la donna.
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17/11/2018 - La fine di un sogno, ovvero quando la toppa è peggiore del buco.

In questi giorni un numero crescente di senatori pentastellati, ma analogo processo si agita nelle fila dei deputati, si ritrova a valutare la possibilità di non seguire gli ordini di scuderia che vengono loro impartiti.

La forte pulsione alla disobbedienza è il frutto avvelenato di un altrettanto forte disagio causato da ciò che il personale politico grilliano viene sollecitato ad approvare in aula, sempre più distante dalle promesse elettorali grazie alle quali il loro movimento, divenuto il primo partito italiano, si è insediato al governo della nazione.

Che le cose fossero destinate ad incancrenirsi lo si vide già ad inizio legislatura quando, verificato che la pretesa di conseguire la maggioranza assoluta si rivelò un sogno poco realistico, la strategia M5S, subito in affanno, non trovò di meglio che bussare alle porte di due nemici dichiarati, uno vero e l'altro teorico, per riuscire a capitalizzare un risultato elettorale importante, ma non abbastanza da consentire un monocolore a cinque stelle.

Messo alle strette, e timoroso di quello che un un immediato ritorno alle urne avrebbe potuto generare, lo stato maggiore grillino (eterodiretto da un anziano guitto e da una srl milanese) fece prima una mossa sostanzialmente propagandistica, proponendo una collaborazione al PD, l'arcinemico preso a palate di sterco per tutta la legislatura precedente.

Una mossa solo apparentemente incongrua, fatta solo per incassare il più che prevedibile gran rifiuto renziano e dunque porre le premesse per far digerire ad una base inizialmente stranita il necessario concerto con la Lega, ovvero con la germinazione di un neofascismo privo dell'apparato scenografico meloniano e reduce da un risultato elettorale appena discreto, conseguito peraltro quale membro di una coalizione i cui superstiti sono ora all'opposizione, o giù di lì nel caso dei nipotini del duce di Fratelli d'Italia.

Costruita dunque a tavolino l'oggettiva necessità, M5S si alleò, chiedo scusa, si obbligò contrattualmente con le vecchie volpi padane, che in breve tempo si sono impadronite dell'iniziativa e dell'agenda politiche, privilegiando le proprie battaglie a danno di quelle pentastellate, erodendone costantemente il consenso elettorale.

A distanza di pochi mesi le iniziative più qualificanti del Movimento sono ferme, o depotenziate, oppure ancora rinviate. I voltafaccia - TAV e TAP - si accumulano e le furbate da prima e seconda repubblica - condoni e provvedimenti ischitani ben nascosti dentro urgenze luttuose - si moltiplicano, secondo l'antica prassi democristiana.

Questo è quello che accade quando dei neosanculotti privi di acume e indebitamente spocchiosi scendono dall'empireo delle fregnacce per sbattere il cipiglioso grugno contro la realtà.

La guida strategica del Movimento è fallimentare, mentre quella della Lega beneficia di una lunga esperienza e di un grado di cinismo terrificante.
Colpa dell'inesperienza? Vi piacerebbe eh? Sorry, no, colpa della presunzione.

Il problema però, dal punto di vista del guitto genovese e della srl milanese, è che alcuni parlamentari pentastellati credevano veramente alla narrazione grillina, e quando si sono proposti come candidati avevano realmente l'intenzione di realizzare il programma che oggi vedono così malamente tradito.

All'inizio hanno tacitato il loro disagio, dandosi il tempo di vedere se si trattava di sbagli o di malafede, ma ora evidentemente non riescono più a chiudere gli occhi di fronte all'evidenza, e dunque si trovano di fronte alla scelta se rimanere fedeli alla propria etica o divenire dei mercenari non migliori dei politicanti che hanno finora criticato con foga.

Alcuni quella scelta l'hanno già fatta e con limpida presa di posizione hanno espresso un voto contrario a quello imposto dall'alto, anche se Di Maio ed altri suggeriscono miserabili interpretazioni legate ad un presunto tornaconto economico, altri invece hanno optato per assenze strategiche o imbarazzate astensioni.

Il gruppo dirigente pentastellato, con piglio cesarista e supremo disprezzo di dialettica e democrazia interne, ha già fatto la faccia feroce, comminato sospensioni e minacciato espulsioni, minaccia peraltro rinforzata dall'impegno a suo tempo sottoscritto dagli eletti - con una clausola smaccatamente vessatoria - a corrispondere una penale ridicolmente elevata di 100mila Euro.

Quell'impegno non è altro che l'introduzione, surrettizia e indebita, di un vincolo di mandato, espressamente vietato dall'art. 67 della Costituzione, che recita:

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato

Considerato poi che il referente ultimo dei parlamentari grilliani sembra essere la più volte ricordata srl milanese, mi chiedo se valga di più il giuramento prestato alla Repubblica o un impegno di natura commerciale, per di più con evidenti vizi di forma, a favore di un'impresa privata nell'espletamento di un alto servizio pubblico.

Fossi un eletto grillino dissidente andrei a vedere il bluff e mi farei trascinare in tribunale. Non credo infatti che un giudice anteporrebbe gli obblighi di natura costituzionale a quelli di matrice privatistica, e credo che mi potrei prendere una bella soddisfazione.
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12/10/2018 - Democrazia, arresto in corso.

Prendo spunto, per questa riflessione, da un articolo di Sabino Cassese, pubblicato sulla rubrica Opinioni del Corriere della Sera il 10 ottobre 2018, dal titolo “Ma Di Maio non lo sa”.

Il sommario dell'articolo riporta il concetto centrale che ispira il ragionamento di Cassese, e recita:

«Luigi Di Maio, nel fare la voce grossa, commette l’errore di confondere il governo con lo Stato. Errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia.»
Credo che Di Maio, con la granitica certezza di incarnare il concetto stesso di virtù, che è proprio dei “neosanculotti” pentastellati, e la altrettanto tipica refrattarietà agli schemi complessi delle attività umane, non possa astenersi in alcun modo dal commetterlo quell'errore.

Di mio aggiungo che il suo collega Salvini non è da meno, anche se quello dell'arrogante padano sembra essere, più che un errore, un consapevole esercizio di arroganza da attribuire ad una vocazione autoritaria di stampo neofascista, seppur priva degli aspetti araldici che tanto piacciono ai nipotini del Duce italico, che però vengono ampiamente compensati da un instancabile ricorso a citazioni, più o meno rimaneggiate, del defunto dittatore predappiano.

Un grande vecchio liberale e facondo produttore di massime ed aforismi, Winston Churchill, che pure aveva della democrazia una visione intrinsecamente classista, essendo egli figlio della nobiltà britannica, sosteneva che:

«La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.»
La democrazia non è solo l'ideale di un sacrosanto diritto di espressione per tutti, ma anche un sistema di governo basato su un accorto schema di bilanciamento di poteri ed istituzioni che devono rimanere indipendenti ed autonomi, per garantire pluralismo, rappresentanza di tutte le istanze, nei limiti della loro consistenza tra gli elettori, garantendo, in un meccanismo spesso molto complesso, l'esistenza di pesi e contrappesi atti ad evitare l'insorgenza di arbitrio e parzialità.

Nel nostro ordinamento la Costituzione stabilisce con grande efficacia i contorni operativi e normativi di quello schema di bilanciamento, e se pare abbia qualche pecca io credo che la cosa vada ricondotta ai limiti di chi la deve interpretare ed attuare, limiti che, purtroppo, sono sempre più frequentemente ascrivibili a consapevole malizia, e non a semplice incapacità.

Non è un sistema infallibile, e neanche particolarmente efficiente, ma a conti fatti e nel lungo periodo si è rivelato tra i migliori.
Qualcuno si ostina a sostenere che i regimi dittatoriali, o perlomeno autoritari, siano maggiormente efficienti, dato che eliminano sul nascere le complessità che scaturiscono una “eccessiva varietà” di opinioni, con l'importante implicazione che ne basti una.

Sembrerebbe banale sostenere che semplificando, con effetti invariabilmente letali, l'azione di governo grazie alla rimozione dell'opposizione si ottenga un grado superiore di efficienza e focalizzazione, ma il bilancio deve essere sempre stilato sul lungo periodo, ed i regimi autoritari finiscono sempre con devastanti implosioni precedute da progressiva sclerotizzazione degli aspetti vitali della società e della nazione che ne patisce il predominio.

Che questo avvenga perché nel tentativo di superare le contraddizioni interne ci si risolva ad aggredire un nemico esterno convenientemente identificato - Terzo Reich e Giunta Argentina, per esempio - o che si muoia d'inedia dopo una lunghissima malattia - Franco e Salazar, ma anche molti regimi del socialismo reale, tra cui quello nordcoreano, vivo per mero accanimento terapeutico - non fa molta differenza. La maggiore efficienza di dittature e regimi autoritari è una panzana screditata da verdetti storici che si susseguono con impressionante invariabilità, e solo la malafede di alcuni, l'ignoranza di altri e la corta memoria di chi ha orizzonti temporali minuscoli permette che continui a perpetuarsi.

Nel nostro paese, la democrazia ha sempre dovuto combattere contro nemici potenti ed insidiosi, che ne insidiavano l'applicazione, e sottostare a “condizioni oggettive” geopolitiche fortemente invalidanti – confronto est/ovest in quanto marca di confine dell'impero di fatto nordamericano – e da ultimo subire la rivoluzione iperliberista globale, partita dalla crisi economica di dieci anni fa, e agita attraverso lo snaturamento e svuotamento delle istanze democratiche vitali e maggiormente rappresentative: marginalizzazione del potere elettivamente identificato, neutralizzazione dei corpi intermedi, intossicazione della libera informazione e preminenza delle ragioni di settori ristretti della società.

La democrazia, sempre cagionevole, è ora gravemente ammalata, e il morbo è globale, cosa che dovrebbe scuoterci da un certo ridicolo provincialismo e dalla solita contemplazione del proprio ombelico.
Stiamo correndo rischi tremendi, perché abbiamo perso una componente fondamentale dell'equilibrio politico e sociale, ovvero una visione autenticamente antagonista rispetto a quella variamente declinata da chi gestisce il potere e chi sostiene di opporvisi, ma solo per imporre la propria lettura di un identico paradigma.

Se, con una certa frequenza, emergono atteggiamenti critici verso le contraddizioni del sistema democratico, ciò avviene per la scarsa pazienza, e superficialità, di alcuni, per l'oggettivo stato di disagio che coglie chi viene colpito dagli effetti di una crisi e non può permettersi un distacco da un'emergenza devastante, e per l'atteggiamento mentale di un canagliume politico e sociologico che è abituato ad anteporre le proprie visioni ed aspettative a tutto.

La continua rivendicazione dei due vicepremier gialloverdi di rappresentare la volontà del “popolo italiano”, peraltro priva di riscontro fattuale dato che son ben lontani dal rappresentarlo nella misura che si attribuiscono, denota chiaramente una strutturale insofferenza per le “complicazioni democratiche” ed una naturale consonanza con modelli autoritari e presuntamente semplificati.

Tutti i provvedimenti e le innovazioni promesse durante una campagna elettorale che non ha mai conosciuto soste, da ancor prima delle politiche del 2013 e che perdura tuttora, si stanno rivelando inattuabili, quando non incostituzionali, o attuabili con conseguenze devastanti sul medio e lungo periodo.

Ma non è solo questo, trattandosi infatti del prodotto di una visione propagandistica, ottimizzata per il semplice successo elettorale ed elaborata da menti semplici e per menti semplici, o per conquistare il favore di individui in forte affanno, chi le ha pensate non si è mai posto il problema della loro implementazione pratica, della loro sostenibilità sotto l'aspetto operativo.

Il risultato è che nel momento della loro formalizzazione emergono contraddizioni, incongruenze e impossibilità tecniche di ogni tipo, cui si pretende di rimediare con genialate da creativi di terza categoria in pieno “brainstorming etilico”, indulgendo nell'antico proverbio che parla di toppe peggiori del buco.

Noi non siamo ancora in un regime autoritario, ma stiamo ingegnandoci per cascarvici dentro. Nel frattempo abbiamo anticipato l'abito mentale di devastante inefficienza gestionale che li caratterizza.

Democrazia, arresto in corso.
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5/10/2018 – Ci sarà pure un giudice a Berlino.

La Magistratura ha applicato gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano.
Si tratta di una “misura cautelare”. Questo significa che il provvedimento è comminato per una o più delle seguenti fattispecie:

gravi indizi di colpevolezza;
rischio di inquinamento delle prove;
rischio di fuga dell'imputato;
rischio di reiterazione del reato.

Mimmo Lucano, al momento in cui scrivo è ristretto ai domiciliari, ma non è ancora legalmente riconosciuto colpevole di alcunché, e anzi il suo stato non è ancora quello di “imputato”, bensì di “indiziato”.
Lo stato di colpevolezza potrà sussistere, eventualmente, solo dopo il terzo grado di giudizio, o prima se l'imputato, qualora lo divenisse, non dovesse optare per i ricorsi.
E in fin dei conti non è escluso che il tutto si risolva ancor prima di avvicinarsi ad un'aula di tribunale, se Lucano non verrà rinviato a giudizio per insussistenza dei reati contestatigli.

La Lega, comunque e per pronto accomodo, esulta e loda l'operato della Magistratura. Curioso, ma non certo inaspettato il forte strabismo legaiolo. Quella Magistratura è infatti la stessa che il tetro Salvini aveva poche settimane prima svillaneggiato, a seguito della conferma, definitiva stavolta e con correlato status di colpevolezza, della sentenza di sequestro di 49 milioni di Euro, frutto della truffa ai danni dello Stato, perpetrata dalla Lega tra il 2008 ed il 2010. Un robusto appetito, mi sento di dire.

Salvini si espresse con grande arroganza, profondo analfabetismo istituzionale e inossidabile visione autoritaria, ricorrendo alla pretestuosa sottolineatura del fatto che i giudici non “godono del voto popolare”, al contrario di lui. E tanti saluti alla Costituzione, che il testosteronico segretario legaiolo avrebbe giurato di difendere quando divenne ministro della Repubblica, al principio di separazione dei poteri ed anche al senso del ridicolo, in quanto il suo partito ha ricevuto certamente una legittimazione popolare, ma senz'altro non plebiscitaria quanto pretende di spacciare, trattandosi di meno del 13,07% (il 17,37% del 75,24% degli elettori che hanno espresso un voto) degli aventi diritto.

E comunque la cosa non ha alcuna importanza. Anche se la Lega rappresentasse il 100% del popolo italiano, cosa che è assai lontana dal fare, la Magistratura in questo paese non è elettiva, in conformità alla nostra legge fondamentale.
Questa è la regola, e per cambiarla bisogna mettere in atto un processo di revisione costituzionale che, al momento, è molto al di fuori delle capacità dei maneggioni al potere.
Più neutro l'accoglimento della decisione dei giudici di concedere alla Lega comodissime rate di rientro - 100.000 Euro ogni due mesi su base volontaria - perché se da una parte rimane, bruciante, il verdetto di colpevolezza, dall'altra si evitano intrusioni investigative, pericolose e scomodissime, nelle faccende finanziarie del partito, che a questo punto devo sospettare di un tasso elevato di opacità.

Una decisione, quella del Tribunale di Genova, che qualcuno attribuisce a criteri pragmatici - la procura penserebbe così di ottenere l’intero tesoro senza dover investire tempo e risorse per andarlo a cercare - ma che io ritengo essenzialmente politica, e come tale non proprio esente da critiche, provenendo dal potere giudiziario, presa per non causare la scomparsa, legalmente parlando, di un partito di governo, con le tempeste che ne sarebbero seguite. E' la mia un'ipotesi, che prende atto dello stato di profonda debolezza degli assetti democratici ed istituzionali della Nazione.

Sospetto anche che qualche “barbaro sognante” conti sulla grottesca dilatazione temporale - 80 anni - della rateazione per spuntare, a tempo debito, un “effetto Germania”.
Quel paese infatti, riuscì a non pagare i mostruosi indennizzi, accumulati in ben due guerre mondiali, per l'aggressione ai propri vicini e l'occupazione di larghissima parte del continente europeo, col semplice espediente di allontanare di decenni il momento del saldo da quello dei delitti perpetrati.

Rimane il fatto che la Magistratura svolge il suo compito, e che se talvolta pensiamo che i suoi componenti possono essere meno super partes di quanto sarebbe auspicabile, il sistema è congegnato in modo da minimizzare letture personali ed interessate da parte dei suoi sacerdoti togati.

La Magistratura amministra la giustizia in conformità al corpus di leggi che promana dal potere legislativo. Io posso dispiacermi, talvolta, dell'operato dei magistrati, ma frequentemente questo dispiacere discende più dalle leggi promulgate che da come vengono amministrate.

Il caso di Mimmo Lucano, in questo senso, è illuminante. Il sindaco di Riace, infatti, è stato messo agli arresti domiciliari principalmente in forza di leggi volute fortemente dai partiti di centrodestra, tra cui appunto la Lega, che si sono letteralmente inventati il reato di “immigrazione clandestina” a carico di ciascun immigrato, facendo diventare “delinquenti” dei poveri disgraziati, non differenti dai milioni di italiani che in passato, ma anche in questo stesso momento, sono fuggiti dalla propria terra per cercare fortuna dove si stava un po' meglio.

Stare di mazzo, come fanno i grillo-legaioli, è comodo. Se poi hai la faccia da intramuscolari e sei privo di senso della decenza non ti ferma più nessuno, o no?

Ci sarà pure un giudice a Berlino
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12/09/2018 - Occorrerà un giorno smettere di confondere ciò che si vende e ciò che è bene. (Bob Dylan)

Vedo con somma tristezza che nel popolo della sinistra ci si accapiglia sulle "aperture domenicali" con grande foga.

C'è chi, giustamente, ricorda che vi fu un tempo nel quale i sindacati fecero una battaglia per impedirle, venendo sconfitti evidentemente, e chi si rammarica per le pulsioni oscurantiste di chi le vorrebbe abolire, mettendo nello stesso paniere poliziotti, personale sanitario, camerieri, ristoratori, commessi di negozio, addetti della GDO, venditori di servizi telefonici "al volo" e baristi, come se pronto soccorso e pronta disponibilità di un paio di pedalini fossero la stessa identica cosa.

Molti si mettono di traverso solo perché la proposta è grillina, altri invece si preoccupano per i posti di lavoro che "salterebbero", pochi si ricordano che il provvedimento di liberalizzazione di orari e aperture risale al governo Monti, cosa che in un "animale di sinistra" dovrebbe indurre massima diffidenza.

Io dico solo che queste aperture si reggono su due elementi precisi. Il primo è il quadro desolante delle condizioni contrattuali di chi lavora le domeniche, la notte e le feste comandate.

Parliamo di lavoro precario, retribuzione inadeguata, turni decisi con scarso o nullo preavviso e ricorsi a ore straordinarie, pagate una miseria, anche per personale teoricamente part time.
Parliamo anche del fatto che questo quadro normativo è reso possibile da una situazione lucidamente indotta da condizioni ricattuali del tipo "se non ti sta bene qui fuori c'è la fila di gente che vorrebbe tanto sostituirti".

Si perché la storia dei posti di lavoro che "saltano" è una solenne cazz..., pardon, corbelleria.
La condizione normale del lavoro, oggi e non solo nella distribuzione, è quella della pianta organica sottodimensionata e asfittica. Nessuno assume di più per tenere aperto la domenica, ma spreme per bene l'organico già insufficiente per massimizzare i ricavi, calpestandone diritti e aspettative.

Il secondo elemento è l'ottimizzazione dell'estrazione di valore dal cliente consumatore, con bisogni indotti da martellanti "consigli per gli acquisti", offerte irripetibili costantemente reiterate, sconti stranamente permanenti e acquisti non strategici, "lubrificati" dalle più grottesche tecniche marketing.

Una clientela che peraltro ha la funzione principale di "comprare", e non più solo di accudire le proprie esigenze, trasformata nella parte finale di un processo che tra le sue finalità vede la remunerazione del commercio e della produzione. Che poi si comprino beni e servizi realmente utili non interessa più a nessuno, sempre più spesso neanche al consumatore.

Dice: ci si oppone al progresso e alla modernità, e giù commenti sul nostro provincialismo. Già, provate a comprare qualcosa nel nord europa dopo le 17.00, e poi ne riparliamo.

Dice: tante storie e poi c'è l'e-commerce che fa le scarpe a tutti.
A parte che in quel settore vigono le stesse caratteristiche dei canali tradizionali, ma moltiplicate per cento, con lavoratori in condizioni paraschiavistiche e volatilità occupazionale elevatissima, a nessuno viene in mente che l'e-commerce vincerà la battaglia senza neanche alzare le chiappe dalla poltrona?



Non è favorendo le aspettative della GDO che questa riuscirà a difendersi da Amazon (di negozietti e piccoli empori ce ne stiamo tra l'altro fottendo tutti quanti, perché sono già "storia"), e in fondo a noi, nella nostra qualità di compratori coatti, dovrebbe importare poco chi l'avrà vinta.

Di chiunque si tratti infatti, una volta strappata la posizione dominante i prezzi torneranno a salire, e i disoccupati, sottoccupati, sottopagati ed ipersfruttati continueranno ad essere la rotellina di un sistema iperliberista autoreferenziale e dissipativo.

Il popolo di sinistra si accapiglia sull'apertura dei negozi, mentre invece dovrebbe occuparsi delle condizioni di chi lavora e ancora prima dell'occupazione.

La triste realtà è che oltre alla lotta di classe, che stanno vincendo "loro" (Buffet dixit), è in corso quella che un tempo avremmo definito "battaglia culturale", e stiamo perdendo anche quella. Discutiamo di quello che decide il mazziere e non di quello che dovrebbe riguardarci da vicino.
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10/09/2018 - There's these guys, PD's supporters...


Tenterò un incipit dal vago sapore americano, “there's these guys, PD's supporters”, ovvero ci sono questi tizi, sostenitori del PD, che si fanno uscire ernie inguinali nello sforzo titanico di far dimenticare che il loro amato partito è stato l'architetto ed il responsabile implicito e principale degli attuali assetti politici e di potere che vigono nel nostro paese.

Sono gli stessi che si ingegnano a ridare una verginità incongrua al naturale prodotto di quel partito, ovvero quel Matteo Renzi che ha gestito la mutazione genetica di una formazione politica di prima grandezza, erede di due grandi tradizioni politiche, quella socialista e quella del cristianesimo sociale, in un partito di seconda schiera da collocare, per effetto delle sue scelte strategiche e dell'azione governativa svolta, tra le fila di un centro-destra moderato di stretta osservanza liberista.

Quel partito ha condotto, negli anni, una costante e purtroppo fruttuosa opera di demolizione e neutralizzazione dei corpi intermedi, in primis il sindacato quale istituzione, ha distrutto lo Statuto dei Lavoratori, tentato lo stravolgimento della nostra Costituzione, promulgato un Job Act che a sua volta è stato reso pressoché inutile dalla promozione, invereconda e irresponsabile, del precariato in ogni forma possibile.

Forse è possibile apprezzare, si fa per dire, la cifra reale dell'operato PD sottolineando che i dem sono riusciti laddove Berlusconi fallì, salvo che nello stupro della Costituzione, che fortunatamente non riusci a nessuno di loro, finora.

Ma non si è limitato a questo. Facendo aderire alla propria identità la qualifica, sempre meno congrua, di partito di sinistra ha delegittimato quella parte politica, facilitando enormemente la propaganda di chi ne ha poi maggiormente beneficiato, ovvero M5S e, per il traino irresponsabile da questo propiziato, la Lega.

Con la parola “sinistra” ormai squalificata, la destra ha avuto gioco facile ad appropriarsi delle istanze di un vasto popolo messo in condizioni di vita difficili e faticose dalle scelte di governo del PD il quale, accanendosi senza poter vantare una statura morale adeguata (la magistratura si è occupata a ripetizione del personale politico dem) contro i “sanculotti 2.0” del Movimento, ha spianato la strada all'avvento dell'attuale compagine governativa.

Ora, a disastro avvenuto, il PD cerca di intestarsi la titolarità della “nuova Resistenza”, nientemeno, o quanto meno di ritagliarsi un posto in prima fila, senza uno straccio di autocritica e senza rinnegare alcuna delle scelte operate, permettendosi inoltre di accusare di fiancheggiamento a favore dei “grillolegaioli” chiunque si permetta di ricordare che dell'avvento del fascismo in camicia verde dobbiamo ringraziare esattamente il PD e la sua opera di promozione delle istanze ordoliberiste che ci stanno massacrando.

Il PD, molto semplicemente, sta tentando di rimontare in sella, e se dovesse riuscirci non farebbe altro che riprendere da dove si è interrotto, mentre noi dobbiamo ricostruire un settore politico, la sinistra, la cui assenza rende il quadro istituzionale asimmetrico e pericoloso.

Non passa giorno che non accada di scontrarsi con qualche inossidabile sostenitore del PD, dalla monumentale faccia di bronzo, che non si periti di dare lezioni di vita, e di sagacia e convenienza politica, oltre a patenti di tradimento, a chiunque mostri di non gradire la loro compagnia nel percorso che ci attende.

Nel farlo inoltre non mancano mai di ricordarci che nel '43 la Resistenza accolse perfino i monarchici (aspetto che dovrebbe farci capire quanto siano in malafede), dimenticandosi peraltro che ai tempi eravamo una monarchia, cosa che dava a quella parte politica un peso che il PD non può ora vantare, e che dopo la Liberazione quei monarchici si allearono coi neofascisti.

Con dimostrazione di imperiale faccia tosta, inoltre, il front man di questa spregevole manipolazione è proprio il guappo di Rignano, il tristo figuro che ci ha massacrato lo scroto, ai tempi del suo fugace apogeo, con la sua capacità di vincere, prendendoci tutti per il culo per la nostra (dei tristi compagni all'antica, per dirla come lui) “coazione a perdere”, anche se alla fine il tonfo l'ha fatto lui, lasciandoci il conto da pagare.


La domanda è:
Hanno distrutto il partito e la sinistra in generale e adesso dovremmo avvalerci della loro fine sensibilità strategica?

A sinistra abbiamo molti e insopprimibili vizi: la tendenza a frazionarci, la mancata “elaborazione del lutto” conseguente al fallimento del socialismo reale e l'inefficace individuazione di una posizione intermedia tra idealismo e pragmatismo, con una tenace tendenza a rivoltolarci in un brago maleolente di realismo politico in stile patto Ribbentrop-Molotov.

Impareremo mai?
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