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Luigi Manglaviti
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Saggista, romanziere, designer. E pubblicitario per vivere
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CR7 esce dal Mondiale e dal Real Madrid e si prepara allo sbarco in Italia. Avrebbe anche già scelto casa a Torino.
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Tutto ciò che apprezziamo nel mondo moderno ha le sue radici nell’invenzione della scrittura. Tutto ciò che abbiamo realizzato è venuto dalla lettura. Ma è il MODO in cui leggiamo a giocare un ruolo importante in ciò che ne traiamo.
http://www.librarsidasoli.com/2018/06/23/due-modi-per-leggere/
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In fondo è tutta “colpa” di internet. È colpa di un famigerato trattino, che ci ha rimbecilliti tutti.
Prima che elettori, siamo e-lettori. Per essere eletti, bisogna essere e-letti (sui social). Si arriva alle elezioni dopo montagne di e-lezioni.

Semplicemente, non eravamo pronti.
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Vedo ancora gente fare umorismo sul fatto che i migranti appena sbarcati dai barconi siano tutti col cellulare. Come questi protagonisti del “primo sbarco sotto Salvini”.

È uno dei luoghi comuni più comuni negli strali contro gli immigrati, quel misto di stupore e di sdegno perché moltissimi tra quanti arrivano con i barconi sono muniti di cellulare, a volte anche di buona qualità.
La cosa è interessante perché tradisce la convinzione che il cellulare sia un oggetto se non da ricchi, quanto meno non da affamati, non da disperati; forse addirittura un bene superfluo, uno status proprio di chi appartiene al ceto medio. Per cui riprendo un articolo del buon Gilioli uscito tre anni fa per spiegare la cosa.

Qualche tempo fa l’Economist dedicò al tema un piccolo approfondimento (https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2012/11/10/vital-for-the-poor), avvalendosi di una ricerca fatta sul Kenya. In generale, in quei tipi di economia il cellulare è fondamentale non per chattare su WhatsApp o giocare d’azzardo, ma per attività che garantiscono la sopravvivenza in contesti dove la telefonia fissa è scarsa o nulla.

Con un cellulare posso sapere dalla mia rete sociale (la vastissima “nuvola” parentale-amicale propria dell’Africa) dove c’è erba per pascolare le capre e dove no; dove andare a recuperare l’acqua se il rigagnolo abituale si è estinto per siccità; da chi farmi prestare un mulo o un dromedario se non ce l’ho e devo fare un trasporto di legna perché la pioggia mi ha tirato giù mezza casa.

Così come di sopravvivenza è l’uso del cellulare per il trasferimento di denaro: l’arrivo o meno di soldi dai parenti emigrati è spesso decisivo per campare la famiglia intera. La stessa ricerca citata dal settimanale inglese rivela come il mantenimento del credito del telefonino sia diventato talmente importante da indurre molti a rinunciare perfino a mangiare con regolarità.

E non è nemmeno uno scoop: chiunque abbia frequentato un po’ i peggiori villaggi africani o asiatici l’ha visto con i suoi occhi, donne e uomini vestiti letteralmente di stracci, che dormono nella merda di capra, ma muniti di cellulare. E se la prima volta la cosa può straniare un po’, basta fare tre domande per capire che non si tratta di una scelta eccentrica o consumista, ma molto pragmatica ed essenziale. Specie in villaggi dispersi in immense aree e collegati tra loro solo da sentieri da fare a piedi.

Quanto ai costi dell’hardware, anche qui si tratta solo di sapere alcune cose fondamentali, prima di indignarsi.
I cellulari in mano agli africani sono, di solito, cinesi o occidentali-rigenerati, ma ormai ci sono anche produzioni locali. Non si va certo a comprarli nelle vetrine di città, bensì sulle bancarelle o attraverso le varie forme di commercio informale (il cugino dell’amico dello zio della vicina). In questo modo, si riescono a trovare devices perfettamente funzionanti e a volte di marca tra i 15 e i 30 dollari. Calcolando un guadagno medio della classe più bassa attorno ai due o tre dollari al giorno, si capisce che, con qualche sacrificio, nel giro di tre o quattro mesi quasi chiunque è in grado di acquistarne uno.
Inoltre, molte aziende che producono telefonini hanno lanciato modelli low cost: su quei mercati un Nokia 215 nuovo di pacca costa appena 29 dollari.

Ecco, quando vediamo un migrante scendere da un barcone con il cellulare in mano, forse dovremmo sapere tutto questo. E magari anche che attraversare il deserto del Sudan e della Libia senza telefonino equivale a votarsi al suicidio sicuro: quindi se è uno strumento indispensabile per la vita quotidiana nei villaggi di fame, lo è ancora di più se da quei villaggi di fame si prova a uscire per tentare una vita altrove.
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«Giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse».

Questa follia è in prima pagina oggi sui media: «Salvini, perché la flat tax?»
Risposta di Salvini: «Perché è giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse».

E fin qui ci sarebbe già da farsi rizzare i capelli in testa.
(È incostituzionale, peraltro: l’Art. 53 della Costituzione recita “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ossia, chi ha di più, dia di più.)
Ma lui fornisce pure una giustificazione teorica che svela l’ideologia di sottofondo: «Perché spende e investe di più. L’importante è che ci guadagnino tutti: se uno fattura di più, risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più, e crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere».

È il Neoliberismo all’italiana, ma molto molto americano.
Oltreoceano si chiama “trickle-down economy”, o “effetto cascata”.

Ed è un’idea sbagliata.

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Oggi la disuguaglianza sta di nuovo crescendo in misura drammatica, e gli ultimi tre decenni circa hanno dimostrato in maniera inequivocabile che una delle principali colpevoli è la teoria dell’«effetto cascata»: l’idea che il governo possa semplicemente fare un passo indietro mentre, SE IL RICCO DIVENTA PIÙ RICCO E USA I SUOI TALENTI E LE SUE RISORSE PER CREARE LAVORO, TUTTI NE BENEFICERANNO.
Solo che, semplicemente, non funziona: le serie storiche sono lì a dimostrarlo.

Più profonda è la disuguaglianza, più lenta sarà la crescita: una conclusione ora condivisa anche dal Fondo Monetario Internazionale. Poiché chi ha meno consuma una quota più ampia del proprio reddito rispetto a chi è ricco, quando il suo reddito aumenta, aumenta anche la domanda. E quando la domanda aumenta, si creano posti di lavoro. In questo senso, SONO I CITTADINI COMUNI I VERI CREATORI DI POSTI DI LAVORO. Non i ricchi!

Nel mondo si trovano ricchezza di creatività e sovrabbondanza di spirito imprenditoriale, se la domanda è adeguata (e se sono soddisfatte altre condizioni essenziali, come l’accesso al capitale e a infrastrutture appropriate). In questa ottica, i veri «creatori di posti di lavoro» sono i consumatori; e la ragione per cui l’economia europea — e in modo particolare quella italiana — non crea occupazione è che quando i redditi ristagnano, ristagna la domanda.

Come sempre accade da quasi un secolo, il problema parte dagli USA.
Il sistema politico americano è dominato dal denaro. La disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza politica, e la disuguaglianza politica produce una crescente disuguaglianza economica. Come riconosce lo stesso Piketty, questo dipende dalla possibilità dei possessori di ricchezza di godere per i propri capitali di un tasso di rendimento, al netto delle imposte, superiore al tasso di crescita dell’economia. Come ci riescono? STABILENDO LORO LE REGOLE DEL GIOCO AL FINE DI GARANTIRE QUESTO RISULTATO, VALE A DIRE ATTRAVERSO LA POLITICA.

I politici americani giocano con le stesse regole. Devono raccogliere denaro per essere eletti e, per farlo, devono compiacere elettori ricchi e potenti.

Democrazia non significa solo andare periodicamente a votare. Inevitabilmente, le società con un livello elevato di disuguaglianza economica finiscono per essere afflitte anche da grande disuguaglianza politica: le élite gestiscono il sistema per salvaguardare i loro interessi – adottando quelli che gli economisti definiscono comportamenti di “rent seeking” (ricerca di rendite di posizione) – anziché gli interessi della collettività.

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LE RENDITE DI POSIZIONE

Sono concetti che Stiglitz denuncia da tempo. Ed è sorprendente che ora i Cinquestelle vadano contro quello stesso Stiglitz che hanno sempre osannato. Significa che non hanno mai capito un cazzo di quello che diceva?

Il denaro può essere usato per comprare due tipi di cose: beni prodotti e beni fissi (come la terra). Quando il denaro va ai primi, la domanda di quei beni aumenta e probabilmente anche la produzione (a meno che non vi sia uno strozzamento temporaneo di quest’ultima). Ma quando il denaro va ai beni fissi, l’effetto è uno solo: il valore di quell’asset cresce, ma non la sua quantità.

Gran parte della disuguaglianza osservata nel mondo è associata al cosiddetto “rent seeking”, ossia l’appropriazione di rendite di posizione (per esempio, l’esercizio di un potere monopolistico), e tali disparità compromettono in maniera evidente l’efficienza economica. Ma la dimensione più preoccupante della disuguaglianza è forse la mancanza di pari opportunità, la quale è al tempo stesso la causa e la conseguenza delle disparità di risultati, oltre a provocare inefficienza economica e minore sviluppo, per il fatto che moltissime persone non hanno modo di realizzare il loro potenziale. I Paesi caratterizzati da profonde disuguaglianze tendono a investire meno nei beni pubblici, come infrastrutture, tecnologia e istruzione, che contribuiscono alla prosperità e alla crescita nel lungo periodo.

Nella loro forma più semplice, le rendite non sono che una ridistribuzione di ricchezza da una parte della società ai detentori delle medesime. Buona parte della disuguaglianza nella nostra economia è il risultato di una ricerca della rendita, perché, in buona misura, QUESTO PROCESSO RIDISTRIBUISCE IL DENARO DA QUELLI CHE SI TROVANO IN BASSO A CHI STA IN CIMA.
Ma vi sono conseguenze anche più gravi per l’economia: la lotta per la rendita è nel migliore dei casi un’attività a somma zero, che non genera crescita. GLI SFORZI VENGONO DIRETTI A OTTENERE UNA FETTA PIÙ GRANDE DELLA TORTA, piuttosto che ad aumentarne le dimensioni.

Il rapporto è diretto e inattaccabile: quando il denaro si concentra sempre più in alto, la domanda aggregata inizia a scendere. Se non interviene qualcosa nell’economia, la domanda totale sarà inferiore alla quantità di beni che il sistema è in grado di offrire, il che significa che ci sarà un aumento della disoccupazione, che a sua volta deprimerà ulteriormente la domanda.
È la famosa storia dei «3 milioni di paia di scarpe»: oggi nella sola Italia ci sono dieci famiglie super ricche che hanno un reddito pari a tre milioni di famiglie povere. Uno scandalo morale? No, soprattutto un problema pratico per tutti, perché quelle dieci famiglie non compreranno mai tre milioni di paia di scarpe, o tre milioni di chili di pane, o tre milioni di quel che volete.

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La disuguaglianza che affligge la nostra società – i livelli estremi che ha raggiunto, le forme in cui si manifesta – non è inevitabile; non è il risultato di leggi inesorabili dell’economia o della fisica; è una questione di scelte le quali, a loro volta, dipendono dalla politica.

Se la nostra politica da oggi deve assimilarsi al Neoliberismo all’americana, be’, siamo su una dannatissima strada sbagliata!

«Giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse». Poveri noi…
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Abbiamo già visto come il cavallo di battaglia del centrodestra, la “flat tax”, sia una cazzata impraticabile. Ora vogliamo parlare seriamente della Riforma Fornero (legge 214 del 22 dicembre 2011), che entrambi gli schieramenti M5s-Lega sono concordi nel voler abolire?

⚠️Post lunghetto, chi ha da fare passi oltre.

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Nel Dopoguerra in Italia la pensione veniva calcolata in base agli ultimi stipendi percepiti (“sistema retributivo”); ora è calcolata in base ai versamenti effettuati dal lavoratore (“sistema contributivo”). La Riforma Fornero non ha fatto altro che accelerare di qualche anno il passaggio previsto già dalle precedenti riforme, che invece prevedevano il graduale slittamento da un sistema all’altro.
Fu decisa alla fine del 2011, quando eravamo nel pieno dramma della crisi, per inasprire decisioni già prese dal governo Berlusconi con due riforme Sacconi, che avevano già stretto notevolmente i rubinetti del pensionamento.

Tra gli “effetti collaterali” della Riforma Fornero ha avuto molto clamore il problema degli “esodati”, che si sono ritrovati in mezzo al guado senza più lavoro ma senza poter andare in pensione, lavoratori cioè che avevano sottoscritto accordi aziendali o di categoria che prevedevano il pensionamento di vecchiaia anticipato rispetto ai requisiti richiesti in precedenza, complice l’innalzamento dell’età del pensionamento. Un caso che ha riguardato diverse decine di migliaia di persone, per i quali è intervenuto successivamente il Governo per garantir loro uno “scivolo” per questa fase di passaggio.
Furono penalizzate soprattutto le lavoratrici del settore privato, costrette a lavorare fino a quasi 4 anni in più prima della pensione (vd. sotto).

Ma nel complesso, e sul medio-lungo termine, la Legge Fornero ha posto fine a una specie di Bengodi che caratterizzava solo l’Italia, dove abbiamo elargito pensioni a go-go, di tutti i tipi — basti pensare allo scandaloso sistema delle “baby pensioni”, con gente che si pensionava a 40 anni (e con l’importo dell’ultimo stipendio percepito!) dopo “19 anni, 6 mesi e 1 giorno” di lavoro…

I critici della Riforma sottolineano inoltre come la manovra sulle pensioni non sia riuscita a contenere la spesa pensionistica italiana, pari a oltre il doppio della media europea in proporzione al PIL, salita dal 15% del 2011 fino a oltre il 17% del prodotto interno lordo nel 2015.
(Ma era impensabile fare una riforma ancor più “gravosa”: non è che si può mandare la gente in pensione a 80 anni.)

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IN COSA CONSISTE

Le novità della L. Fornero sono:
– introduzione del sistema di calcolo “contributivo” per tutti, al posto di quello “retributivo”: ci si pensiona tutti quanti con un importo calcolato in base ai contributi effettivamente versati, non all’ultimo stipendio (quello maggiore, peraltro, dell’intera vita) percepito;
– introduzione della Pensione Anticipata in sostituzione della Pensione di Anzianità (in base al numero di anni di lavoro), con l’abolizione del sistema delle cosiddette “quote”, restando l’unico canale della massima anzianità contributiva;
– applicazione del cosiddetto “pro quota contributivo” per tutti i trattamenti pensionistici;
– conferma ed estensione dell’applicazione del meccanismo di adeguamento alla “speranza di vita” dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici (dopo il 2019, biennale): l’aspettativa di vita è calcolata dall’Istat, più aumenta e più salgono l’età pensionabile e l’anzianità contributiva. È un meccanismo di salvaguardia voluto dall’Europa, già in vigore più o meno dappertutto (mancavamo solo noi).

La nuova pensione di vecchiaia prevista dalla Legge Fornero prevede che a partire dal 01/01/2012 per avere diritto a tale prestazione occorre aver maturato un’anzianità contributiva di “almeno 20 anni” e aver raggiunto i nuovi requisiti di età, la cosiddetta “età pensionabile”. A partire dal 2018 c’è un’età pensionabile unica di 66 anni e 7 mesi.

Per i nuovi assunti dal 01/01/1996, oltre al requisito contributivo minimo di 20 anni, è richiesto anche l’ulteriore requisito che la pensione debba essere superiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale (“importo soglia”), altrimenti costoro potranno accedere alla pensione di vecchiaia al raggiungimento di 70 anni e 7 mesi dal 2018, con almeno 5 anni di contributi (età anche questa soggetta agli adeguamenti in materia di stima di vita). In mancanza, si potrà ottenere l’Assegno Sociale rivalutato.

Relativamente alla decorrenza, la Riforma Fornero del 2011 ha disapplicato la “finestra mobile” (dalla data di maturazione dei requisiti dovevano passare 12 mesi per i dipendenti e 18 mesi per gli autonomi): tranne che in casi limitati (lavori usuranti, esodati, comparto difesa e sicurezza), la pensione si prende SUBITO, ossia “il primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda di pensione”.

Ai fini del conseguimento della prestazione pensionistica è richiesta la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, mentre invece non è richiesta la cessazione dell’attività svolta in qualità di lavoratore autonomo.

I lavoratori che nel corso della propria vita lavorativa hanno svolto attività diverse e hanno contributi versati in più gestioni previdenziali possono cumulare tutti i periodi assicurativi, non coincidenti, posseduti presso le differenti forme pensionistiche, al fine del conseguimento di un’unica pensione.

La riforma Fornero prevedeva anche il blocco totale della “perequazione”, cioè dell’adeguamento degli assegni al costo della vita, per tutte le pensioni superiori a tre volte il minimo per gli anni 2012-2017. Ma con la sentenza 70 del 2015 la Corte Costituzionale ha già cancellato questa norma, dichiarandola incostituzionale. Il Governo, dopo aver valutato i mancati risparmi conseguenti alla sentenza in 5 miliardi, ha provveduto con un parziale rimborso, superando un nuovo giudizio di costituzionalità.

L’altro punto cardine previsto dalla Legge Fornero è costituito dalla introduzione della cosiddetta pensione “anticipata”, che ha sostituito la pensione “di anzianità”.

Si tratta di una prestazione che è indipendente dall’età anagrafica del richiedente e che prevede soltanto un requisito a livello contributivo: fino al 2018 è concessa a chi ha una anzianità contributiva di almeno 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne; a partire dal 2019 questi limiti di età sono destinati ad aumentare, essendo soggetti all’adeguamento alla “speranza di vita”.

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QUANTO VALE LA LEGGE FORNERO?
Secondo l’ultimo rapporto della Ragioneria Generale dello Stato (ministero dell’Economia), si tratta a valori correnti di una cifra imponente: tra 0,8 e 1,4 punti di PIL nel decennio 2020-30 (il PIL 2017 è pari circa 1.700 miliardi di euro). I risparmi dal 2012 al 2060 ammonterebbero a circa 350 miliardi di euro (21 punti di PIL).
È perciò una legge che fornisce un contributo rilevante alla sostenibilità del sistema pensionistico, realizzando una riduzione della spesa in rapporto al PIL che si protrae per circa 30 anni, a partire dal 2012.

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CANCELLARE LA RIFORMA FORNERO?
Ora Lega e Cinquestelle sono concordi (è l’unica cosa che li accomuna) nel voler tornare indietro. Per farlo, qualunque cosa raccontino, devono escogitare un sistema che reperisca più di 300 miliardi di euro da qui al 2060. E questo al netto di tutte le altre manovre finanziarie.
Altrimenti non facciamo altro che creare un gigantesco problema alle prossime generazioni, peraltro in una condizione di diminuzione e invecchiamento della popolazione (siamo il Paese con la minore natalità al mondo, sì, meno perfino del Giappone che ha storicamente sempre avuto questo triste record), dove quindi ogni lavoratore dovrà pagare le pensioni a 4/5 anziani.

🔺E per ottenere cosa?🔺

Le persone “colpite” da questa norma sono quelle che al primo gennaio 1996, data di entrata in vigore della “riforma Dini”, avevano versato più di 18 anni di contributi (gli altri hanno già il sistema contributivo pieno, se hanno cominciato a lavorare dopo il 1995, oppure misto, se avevano contributi precedenti).
I lavoratori interessati da questa norma, quindi, sono quelli che al primo gennaio 2012 avevano almeno 33 anni di versamenti. La loro pensione, alla luce della Fornero, viene calcolata col sistema retributivo (la regola base, semplificando, è: 2% dello stipendio per ogni anno di contributi) per i versamenti fino al 31 dicembre 2011 e col contributivo (somma dei versamenti, rivalutata per il PIL e moltiplicata per coefficienti che tengono conto dell’età del pensionamento) per i versamenti successivi.
Considerando che nel 2018 questi lavoratori hanno almeno 39 anni di contributi e che molti di loro sono già andati in pensione, un’eventuale cancellazione del calcolo contributivo pro-rata riguarderebbe una platea residuale di lavoratori che potrebbe maturare pochi euro in più di pensione, a meno di non pensare a un effetto retroattivo al 1 gennaio 2012 dell’abolizione della norma: del tutto irrealistico, sia per realizzazione che per costi.

La riforma del 2011 aumentò di un anno il requisito contributivo per lasciare il lavoro con la pensione di anzianità, che venne ridenominata pensione «anticipata» e cancellò il precedente sistema delle quote. In pratica, prima della Fornero per andare in pensione di anzianità bisognava raggiungere una quota risultato della somma tra età anagrafica e almeno 35 anni di contributi. Per i lavoratori dipendenti la quota era 96 con minimo 60 anni di età (quindi 60 più 36 di contributi, o 61 più 35). La quota era soggetta all’adeguamento alla speranza di vita che, contrariamente a quanto molti credono, NON È STATO INTRODOTTO DALLA FORNERO MA DA BERLUSCONI, con una Legge Sacconi del 2010 (a partire dal 2014 con cadenza triennale) e anticipato (al 2013) dalla riforma Sacconi del 2011.
Dal 2013, inoltre, queste riforme prevedevano uno scatto di un anno della quota, che quindi saliva a 97, cui aggiungere tre mesi per l’adeguamento alla speranza di vita. Secondo le tabelle pre-Fornero, nel 2018 la quota sarebbe salita a 97,6. Per i lavoratori autonomi la quota era più alta di un anno, ma tutti i lavoratori potevano comunque andare in pensione di anzianità, indipendentemente dall’età anagrafica, con 40 anni di contributi, che diventavano 41 sommando la “finestra” di pensionamento allora vigente che allungava di 12 mesi la decorrenza dell’assegno.
Sarebbe soprattutto il ritorno ai 40 o 41 anni (considerando la “finestra”) a fare la differenza rispetto alla Fornero. Oggi infatti, in seguito anche agli adeguamenti alla speranza di vita intervenuti (adeguamenti che la Fornero ha solo disposto che dal 2022 siano biennali anziché triennali), per andare in pensione “anticipata” servono 42 anni e 10 mesi di contributi (per le donne uno in meno), che dal 2019 saliranno a 43 anni e 3 mesi. Quanto agli adeguamenti alla speranza di vita, essi non verrebbero cancellati con la semplice abolizione della Fornero, ma invece di essercene uno ogni due anni dal 2022 ce ne sarebbe appunto uno ogni tre.

Quanto alla pensione di vecchiaia, quella che richiede un minimo di età e almeno 20 anni di contributi, la riforma Fornero inasprì i requisiti d’età portandoli, dal primo gennaio 2012, a 66 anni per gli uomini (dipendenti e autonomi) e per le lavoratrici del pubblico impiego (un anno in più rispetto a prima, dove però c’era la “finestra” di 12 mesi che allungava appunto di un anno l’età effettiva di pensionamento, portandola comunque a 66), mentre per le lavoratrici del settore privato ha disposto un percorso accelerato di equiparazione dell’età pensionabile a quella degli uomini, che si è concluso proprio il primo gennaio 2018, data dalla quale i requisiti sono uguali per tutti.
Le donne del privato, dunque, furono le più colpite. Quelle del pubblico lo erano già state con la prima riforma Sacconi, in seguito alla richiesta dell’UE di equiparare l’età di vecchiaia femminile con quella maschile. In entrambi i casi, effetto già completato.

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E DUNQUE…
Dunque, in sostanza, cancellare la Fornero è puro populismo, senza reale efficacia.
Non solo, ma fra 5 o 10 anni i governi si troveranno di fronte alla necessità di tirar fuori una nuova Fornero: perché per un Paese disastrato e a natalità zero come questo, è già un miracolo avere ancora un sistema pensionistico.

Perciò “flat tax” e “cancellazione della Fornero”, IN QUESTE CONDIZIONI, sono una cazzata colossale.
Regoliamoci.
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Sono progressista di pensiero e anima e azioni, ma in tutta sincerità o gli ideali di sinistra li applichi come si faceva nei Paesi scandinavi negli Anni ’70 e ’80 — ossia alla Keynes, dove lo Stato interviene per correggere le storture del modello consumistico e dei “mercati” —, o è meglio lasciar perdere.
Col tempo ho maturato la convinzione che per un pololo “scollato” come quello italiano, l’ideale sarebbe Re Artù: il rex-imperator illuminato, molto diverso per esempio dall’«imperatore dittatore» alla Mussolini (all’italiano non puoi impedire di esprimersi e di parlare, non gli puoi impedire di rompere i coglioni, l’italiano fa così da sempre, ha bisogno di lamentarsi e sbracare e bestemmiare e fare cazzate, è stato dominato da troppa gente, per poter maturare un’identità precisa e “fissa” come un tedesco o un francese; l’italiano ha ancora bisogno di secoli di Unità, per formarsi pienamente). Solo con il re illuminato, il re che si “sacrifica” per il suo popolo e che impronta ogni sua azione al bene del suo popolo, un Paese come l’Italia può essere governato senza problemi. Non è un caso che andiamo sempre in cerca di un “nome”, di un leader, anche quando la sinistra è maggioritaria: si parla di Renzi, di D’Alema, di Prodi, di Berlinguer, non si parla di partiti o di programmi.

Per citare Ermanno Rea, dal Trecento a tutto il Cinquecento l’Italia era la civiltà e il resto del mondo (esclusa la Francia) i barbari. Poi venne la Controriforma, il concilio di Trento: la santa romana chiesa separò la coscienza individuale dal mondo, uccise migliaia di menti libere, bruciò Giordano Bruno, si arrogò il diritto della “verità incontestabile” su ogni argomento civile. Fiumi di sangue, versati dall’Inquisizione, sprofondarono nel buio il sublime Paese che era stato di Dante, Boccaccio, Petrarca, e che sarebbe inevitabilmente arrivato all’unità già dal XVI Secolo, come tutta Europa si aspettava.
Lo strumento della confessione, con la possibilità di comminare ammende e soprattutto di sfruttare il senso di colpa, ingabbiò ogni istanza di innovazione del pensiero “italiano”.

Ancora oggi paghiamo gli effetti della Controriforma: il nostro inchinarci al “carismatico” di turno è il deleterio effetto del fascismo cattolico del Cinquecento. Come popolo siamo incapaci di vera civiltà perché tutt’ora DELEGHIAMO AL PROFUMO D’INCENSO.

Quindi sticazzi, che avremo presto un sistema di governo o una democrazia davvero efficienti: la democrazia la impari versando sangue nella piazza di una Rivoluzione Francese o nella pianura di una guerra coi Persiani che t’invadono (perfino nel 1943/45 la Resistenza avvenne solo in una ristretta zona della penisola!, il resto del Paese non maturò alcuna “personalità liberale”), e non prestando ascolto a Don Abbondio.
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Prima di tutto vennero a prendere la DC, e fui contento, perché avevano addormentato il Paese nel malaffare. Poi vennero a prendere Craxi e i Socialisti, e stetti zitto, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere Romano Prodi e l’Ulivo, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi, ’sti finti comunisti. Poi vennero a prendere Berlusconi, e io non dissi niente, perché non ero di destra né liberista. Quindi vennero a prendere i Grillini, e io sorrisi, perché mi stavano antipatici e li ritenevo pericolosi imbecilli. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

— Bartolo Niemöller Brecht
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