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Susanna De Ciechi
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Dai valore ai tuoi ricordi! Raccontami la tua storia e io la scriverò per te.
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Per caso sono inciampata in un film di qualche anno fa Viva l’Italia (2012), regia di Massimiliano Bruno. Non è un capolavoro, però merita attenzione il monologo finale dell’uomo politico Michele Spagnolo (Michele Placido) che a seguito di un malore perde i freni inibitori e inizia a dire la verità riguardo lo stato spaventoso in cui versano l’Italia e gli italiani. Ve lo propongo. Oggi siamo andati ben oltre e siamo messi molto peggio di allora. A quanto pare non riusciamo mai a raggiungere il famoso fondo da cui risalire e non abbiamo ancora trovato il coraggio di guardare in faccia le verità che ci riguardano.

“Vedete se io sono qua, ho un problema: non riesco più a dire bugie. Però siccome qualcosa da raccontare ce l’ho, se permettete, io lo faccio.

Al ristorante, quando arriva il cameriere col conto, voi ve lo leggete quello che c’è da pagare, oppure no? Voglio dire, preferite scegliere voi quello che dovete mangiare o vi accontentate di quello che vi diamo noi? Perché, se non lo avete ancora capito, qua noi, stiamo a rifà l’inciucio, come con la bicamerale, come col compromesso storico, fatevelo raccontare il compromesso storico, parlo ai giovani qua, dai vostri genitori cos’è stato. E anche in questo momento noi stiamo decidendo cose grosse eh, senza chiedervi il permesso, e voi che fate? State zitti, così. E allora voglio dirvi una cosa: per conservare la vostra identità come cittadini in questo Paese, dovete pretendere di inserire un nuovo articolo nella Costituzione, l’articolo 140, che dice “Tutti i cittadini hanno diritto di conoscere la verità”.

La vedo la faccia tua che mi dice, ma si onorevole ma se la verità non la dite come facciamo a conoscerla? Eh avete ragione, perché io sono quarant’anni che faccio ‘sto lavoro. Beh insomma, la verità, e chi l’ha mai detta? Io mi son sempre aggiustato gli affari miei, assieme a quei galantuomini dei miei colleghi, a quegli ipocriti dei miei avversari, che poi qui da noi, essere furbi è quasi un merito, e la gente ti invidia pure, “Io quello lo voto perché è un paraculo, quello ha capito tutto”, “Si però meglio quello che va con le ragazzine che quello che va coi trans”.

Insomma, si sceglie il meno peggio, ecco, e lo si porta ad esempio come se non ci potesse essere strada migliore, come se ci fosse solo una possibilità. Ma insomma come si fa per esempio a invidiare uno come me che ha parlato sempre di valore, di famiglia e non ha mai rispettato la moglie!

Uno che ha collaborato a costruire un Paese dove ci sono persone che avrebbero diritto a un lavoro, ma sono costrette a trovarlo all’estero questo lavoro. Altre che non ce l’hanno proprio un lavoro, altri giovani che non hanno manco i soldi per andare a cercare un lavoro all’estero e sono sottopagati, sono sfruttati, con il timore di essere licenziati da un momento all’altro, con la paura che non vedranno mai uno straccio di pensione.

Ragazzi, ricordatevi, siete ancora in tempo per cambiare le cose, perché siete proprio voi che state andando a votare. Che è meglio pensare, che credere. È meglio scegliere, facendo sacrifici piuttosto che fregarsene, fare gli indifferenti, credetemi. Perché se ci sono contrasti, significa che ci sono idee, e se le idee sono tante, diverse, allora si, c’è la democrazia. Però attenzione, a noi ci dovete fare pelo e contropelo, prima di darci una poltrona in Parlamento e una pensione a vita, perché in questi anni veramente eh, abbiamo votato gente che ha avuto a che fare con mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita e compagnia cantando, e qualcuno lo sapeva e l’ha votato!

Beh, adesso s’è deciso da quest’anno che dobbiamo pensarla tutti, più o meno, allo stesso modo, e dobbiamo stare tutti sulla stessa barca. Però io su questa barca non ci voglio salire. Anzi, non ci vogliamo salire. Io non so adesso se questo articolo 140 verrà mai scritto nella Costituzione, ma per quanto mi riguarda il diritto alla verità per me è già in vigore. Lo sto imparando io, lo stanno imparando anche i miei figli. E spero che piano piano lo imparerete anche voi.

Sapete, avrei tante cose da dirvi su come ho gestito questo Paese assieme ai miei colleghi. A tante domande sarei capace di rispondere, però tranquilli, questo non è un comizio, io ho chiuso con questa politica, sono guarito. Quindi mi metto a disposizione della magistratura. Si, Michele Spagnolo sta qua”.
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Per il mio #BestiarioInPoesia propongo un protagonista insolito: Giorgio scarafaggio. Grazie a Patrizia Puleio per avremi fatto conoscere la grande Daria Menicanti.

Giorgio scarafaggio
Lo odiavo. Nelle notti a ogni ritorno
me lo trovavo in andito, vestito
di nero da becchino qual era.
Non mi diceva una parola. Io credo
che mi temesse in modo sano e atavico
quanto io stessa tremavo di lui
con tutti i peli e pori della pelle.
Ma una volta gli volli bene: Giorgio
se ne veniva da dentro un armadio
col boccone di carne per i figli,
dolci figli in attesa. Occhi di padre
sporgeva e pieni d’angoscia: gli udii
battere il cuore sopra la piastrella,
-Va’, dissi, va’ povero Giorgio. Questa
volta la scopa non ti inseguirà.
Se sei così funereo e orripilante
(dice Sant’Agostino)
in parte è mia la colpa. Perciò vivo
e lascio vivere

(Daria Menicanti da Poesie per un passante)
http://www.iltuoghostwriter.it/2018/04/bestiarioinpoesia-giorgio-scarafaggio-daria-menicanti/
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Calvino definiva come "antilingua" la lingua nemica della chiarezza e della concretezza. Questo tipo di linguaggio non serve, come dovrebbe, a comunicare, a farsi capire, ma al contrario serve a tenere a distanza, a mettere una barriera tra sé e gli altri. Eppure oggi l'antilingua è quella più usata da tutti.
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Per fare un ghostwriter ci vuole uno scrittore, intendo uno scrittore professionista e non un hobbista della penna. Per chiarezza questo è il requisito minimo, la base da cui partire; la professione dello scrittore fantasma richiede tutta una serie di altre competenze che non si possono improvvisare (vedi info su Ghostwriting_InLab). Tuttavia il mestiere di scrivere è la prima cosa da imparare, un traguardo cui si può ambire con impegno e fatica leggendo tanto, scrivendo tanto e frequentando qualche buona scuola di scrittura, avendo cura di scegliere i migliori maestri. Quando avrai compiuto il percorso di apprendimento, e ci vogliono anni, non illuderti di essere arrivato: sei solo a un nuovo inizio. Per fare bene il lavoro di ghostwriter dovrai continuare a metterti in gioco, a imparare e a confrontarti perché chi ha l’ambizione di lavorare come scrittore, sia pure fantasma, sa bene che fare meglio è un obiettivo che si rinnova di continuo.

Fare il ghostwriter è un mestiere che non prevede scorciatoie: devi dare sempre il meglio.

Lo so che il mio discorso può scoraggiare molti aspiranti scrittori fantasma, di certo non può piacere a quelli che pensano che “tanto cosa ci vuole, ma quante scene fa quella lì”. Vedete, lo scrittore fantasma non può arrampicarsi sugli specchi, fingere di essere quello che non è, millantare, lasciare credere al potenziale cliente/narratore d’ avere scritto quel libro in cui però il suo nome non figura neppure in fondo ai ringraziamenti. Sì, c’è chi lo fa e regolarmente si mette in guai seri.
Lo scrittore fantasma è la penna che dà concretezza ai sogni dei narratori che gli affidano le loro storie.
Allora, se non avete voglia di impegnarvi seriamente lasciate perdere, altrimenti mettetevi al lavoro sapendo che il percorso sarà lungo, ma vi potrà regalare molte soddisfazioni. Cominciate da qui: la scrittura non ammette improvvisazione.
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Voglio parlarvi della mia amica Silvia, maestra d’asilo ancora attiva alla bella età di sessantaquattro anni. È una donna esaurita da una vita faticosa fatta di tanti problemi in famiglia; nonostante ciò si dedica al volontariato e aiuta i più deboli. Ora però il fisico risente degli anni e non sempre segue le buone intenzioni. Da qualche tempo Silvia ha iniziato a contare i mesi che la separano dalla pensione. Ogni tanto la incrocio nell’orario di uscita da scuola, i capelli sempre più grigi, gli occhi gonfi, i contorni del viso frastagliati dalle pieghe di una pelle che ha perso tono e vigore. Cammina spedita, Silvia, la schiena un po’ curva e lo sguardo fisso all’angolo della via, la meta oltre la quale si sente quasi arrivata a casa. Qualche volta scambiamo due parole, ma è raro perché rispetto la sua urgenza di riposo, quel senso di ritrovata quiete che immagino sia la sua cura nel momento in cui chiude la porta alle spalle e si libera delle scarpe per poi affannarsi nelle incombenze cui la costringe il suo ménage familiare.

Oggi l’ho intravista al centro di un gruppetto di donne e mi sono avvicinata. «Cosa c’è? Non stai bene?» Lei piangeva, le altre le tenevano le mani sulle spalle, una le carezzava i capelli secchi come la saggina, un’altra le toccava il polso.
«Non è niente. Scusate. Non fa niente» mormorava Silvia, a disagio mentre si soffiava il naso.
«Allora?» ho sollecitato una tipa che conosco di vista, una sui quaranta con la coda di cavallo e l’espressione aperta di chi non si tira indietro se deve dire qualcosa.
«C’è stato casino in classe e un bambino l’ha picchiata e poi l’ha mandata affanculo» mi ha risposto tenendo gli occhi su Silvia, poi alla fine ha girato lo sguardo a trafiggere le nuvole.
«No» Silvia è intervenuta a voce troppo alta. «Matteo mi ha dato solo dei colpetti, non mi ha picchiato. Lo fanno i bambini, ma non è picchiare.» Era arrabbiata. «Io volevo che smettesse di strappare le pagine di un libro e lui ha cominciato a gridare: Vaffanculo, cicciona!» Ha tirato un respiro profondo, per trattenere le lacrime, ma poi ha ripreso a singhiozzare. «Nessuno dei miei bambini mi ha mai trattato cosi.» Era disperata e umiliata. Una collega cercava di consolarla dicendole che a tutte le altre era già capitato tante volte di essere insultate.
In quel momento Silvia ha smesso di essere una maestra, gliel’ho letto in faccia. Voleva andarsene da lì e non tornare mai più indietro. Alla fine si è ripresa, ha rifiutato l’invito al bar per un caffé e si è incamminata verso casa, un po’ più curva del solito, più grigia, i movimenti smerlati in un dondolio sconnesso. Prima di avviarsi ha detto che non avrebbe denunciato l’episodio alla dirigente scolastica, che non ne valeva la pena e poi sarebbe stato inutile.

Io ho pensato a Matteo, quattro anni, già un piccolo bullo in erba; ho immaginato la sua famiglia e ho provato una grande pena.

Per alcuni ragazzi e per certi genitori il bullismo è uno stile di vita che appartiene a un modello di società abitato da gente senza arte né parte, tutta azione, immagine, arroganza e niente pensiero. Quali sono i metodi per arginare il fenomeno? Non ne ho idea, se guardo alle cronache ho l’impressione che gli episodi siano sempre più gravi e frequenti. Forse varrebbe la pena di costringere i bulli e i loro genitori a trascorrere un periodo di tempo insieme, privi di qualsiasi connessione, obbligati a parlarsi, a confrontarsi, a scrutarsi l’anima e a rivelare il grande vuoto che hanno dentro, senza alcuna distrazione dall’esterno: almeno un mese chiusi in istituti di rieducazione per famiglie. Magari sarebbe una cura da provare.
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Era da molto tempo che desideravo leggere il libro di Edoardo Nesi, per l’esattezza dal 2011, infatti ne ho sentito parlare per la prima volta quando ha vinto il Premio Strega. Diffidente come sono rispetto a tutto ciò che assume fama in virtù della fascetta che sbandiera il premio letterario, ho aspettato fino a che mi è capitato di trovarne una copia su una bancarella; si trattava di un’edizione usata con scarabocchiata sulla quarta un numero di cellulare e un ignoto indirizzo mail. Ecco che in quel momento è scattata in me, oltre la curiosità per questa “Storia della mia gente”, anche la simpatia. Un libro sulla cui copertina qualcuno ha preso appunti è quanto meno un libro utile. Ma c’è molto di più.
In Storia della mia gente il Nesi, imprenditore di Prato destinato ad amministrare l’impresa di famiglia fondata dal nonno (una delle più importanti fabbriche di tessitura della celebre città toscana dei “cenci”), si trova improvvisamente a dover fare i conti con la più grande crisi economico-finanziaria dei tempi recenti. La globalizzazione e le scelte di politica industriale miopi e poco efficaci fatte dai governi italiani, lo costringono, suo malgrado, a cedere la ditta di famiglia nel 2004. Una sconfitta personale, familiare, sociale, economica, politica, metafora della condizione di declino del Made in Italy a cui il nostro paese sembra non saper mettere un freno.
Questo libro è scritto bene, racconta dell’autore e della sua storia personale, di quella della sua città. Racconta della nostra Storia.
Questo libro non è di quelli che scadono in una stagione, conserva intatto il sapore e le ragioni di un’epoca, la rabbia e il rimpianto di un un uomo che guarda lo sfacelo di un mondo e ancora non se lo spiega, perché è impossibile giustificare entro i limiti di un qualsiasi percorso logico il disastro che allora è iniziato a Prato e di cui siamo ben lontani dall’avere esaurito gli effetti.
Questo libro scandisce il ritmo di un lenta e dolorosissima eutanasia, forse ancora non del tutto compiuta. Continua al link
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Sono sempre stata una sostenitrice del bere "l'acqua del Sindaco", tanto più in montagna dove davo per scontato che la qualità dell'acqua fosse superiore rispetto a quella di città. Adesso nel mio posto del cuore, Casasco d'Intelvi, da un mese vi è l'obbligo di bollire l'acqua per cucinare, lavare frutta e verdura, lavarsi i denti... altro che berla! Il Comune cosa dice? Niente: nessuna risposta e nessuna informazione, nessun termine certo per il ripristino del servizio.
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Conosco Kim Thùy per avere letto la sua prima opera. Riva, questo il titolo italiano mentre l’originale è Ru che in francese significa “piccolo ruscello” e in vietnamita la stessa parola significa “ninnananna e cullare”, narra le vicende dell’autrice nata durante l’offensiva del Têt (1968), “…all’ombra di quei cieli ornati di fuochi d’artificio, decorati con ghirlande luminose, solcati da razzi e missili”, la cui vita si srotola tra il Vietnam e il Québec, due realtà lontane ed estranee tra loro quanto il Vietnam del Nord e il Vietnam del Sud, il mondo comunista e il mondo capitalista – prima francese, poi americano – quando lei nacque. A dieci anni, Nguyễn An Tịnh si ritrova sul fondo di una barca impregnata di cattivi odori e olio da motore, diretta con altri duecento vietnamiti, i boat people, in un campo profughi in Malesia. Quando, dopo mille traversie, approderà con la famiglia in Canada, la bambina cercherà di “guardare lontano, lontano in avanti”; ma non perderà le tracce del passato, “frammenti, cicatrici e barlumi” narrativi che tentano di riannodare i fili di una storia divisa in due. Sono pagine dense di emozioni trasmesse nella forma di diario poetico in cui ciascun personaggio ha contorni perfetti e dove il ruolo principale lo hanno comunque le donne come quelle che “hanno portato il Vietnam sulle spalle mentre i mariti e i figli sulle loro portavano le armi … Queste donne, invece, lasciavano crescere la tristezza nella cavità del loro cuore”.
Sono tornata con piacere a leggerla ora ne Il mio Vietnam, un libro in cui Kim Thùy continua a raccontare di sé attraverso Vi, la protagonista della storia il cui nome significa preziosa, minuscola. Vi appartiene a una ricca famiglia di Saigon ed è costretta a fuggire dalla guerra condividendo il destino di molti che, dopo un durissimo viaggio per mare, approdano in uno dei campi profughi allestiti in Malesia per poi arrivare in Quebec. Vi si muove in un universo composito fatto di luoghi e incontri in cui ogni volta deve ricostruire uno spazio che sia suo. La sua crescita, l’acquisizione della consapevolezza di sé richiedono un impegno costante, un’attenzione a fare proprio tutto ciò che è nuovo senza dimenticare quello che si è lasciato alle spalle e che forse non esiste più. Tornerà poi in Vietnam per scoprire che il cambiamento avvenuto nel Paese, purtroppo poco testimoniato, rischia in qualche misura di disperderne la memoria. La narrazione, il filo della storia, si reggono sui personaggi femminili, la madre, l’amica Ha, Vi, narrati magistralmente dalla scrittura di Kim Thuy, un perfetta sintesi di eleganza e “densa” leggerazza che mette in scena la Storia di un intero popolo.
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Non conosco i libri citati nell'articolo, alcuni titoli mi hanno incuriosito. Detto questo qui si parla di testi adatti a diventare serie Tv e si esordisce dicendo che "La narrazione avverrà sempre più per immagini e sempre meno con la parola scritta".. Probabilmente è vero nella misura in cui ci avventuriamo in un mondo in cui essere ignoranti è la norma ed essere ignorantissimi sarà, temo, motivo di vanto.
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Qualche sera fa ho assistito alla rappresentazione de La Traviata di Giuseppe Verdi. Per me era la prima volta e non sapevo bene cosa aspettarmi non tanto rispetto i contenuti dell’opera o la qualità dell’esecuzione, quanto in relazione alla mia soglia di insofferenza per ciò che non riesco a comprendere. Le volte che in passato mi capitava di ascoltare un’opera, magari alla radio, mi spazientivo perché non distinguevo quasi mai le parole cantate e perdevo il filo della recita, un po’ come mi accade per le canzoni in inglese. Insomma, anche le opere di Verdi mi sono sempre risultate “straniere”, mi scuseranno i melomani per questa affermazione. La colpa è solo mia, infatti sono ignorantissima in materia.

Invece, con mia sorpresa, posso dire di avere scoperto una nuova passione: la versione del melodramma messa in scena da Pocket Opera mi ha conquistato. Tutti conosciamo la storia di Violetta e Alfredo ispirata a La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, musica di Giuseppe Verdi, libretto di Francesco Maria Piave, rappresentata per la prima volta al Teatro La Fenice, a Venezia, il 6 marzo 1853, ma non mi aspettavo la versione inedita portata in tournée sui palcoscenici dei piccoli teatri storici della Lombardia (nel mio caso il teatro di Magenta), adattata per consentire al pubblico di rivivere la grande lirica in edizione tascabile, attualizzata ai giorni nostri. Continua al link
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