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L'evoluzione dell'idea di ritmo nella storia della musica e le
definizioni di ritmo dei “Grandi".

Dall’antica Grecia fino ai giorni nostri si è cercato di dare una definizione al termine "ritmo". La prima testimonianza scritta giunta a noi è quella di Platone, che nel V secolo a.C. sosteneva: «Il ritmo è la denominazione dell’ordine del movimento». Questa definizione, che associa il fluire del tempo con il movimento ed il gesto, viene presa in
considerazione ancora oggi nel mondo occidentale. Platone in questo modo suggerisce l’idea che il movimento ritmico sia come qualcosa di più lato che abbraccia anche fenomeni naturali come il movimento delle ali degli uccelli, il battito del cuore, e i passi della danza, focalizzando però l'attenzione sullo studio della periodicità tra battere e levare. Uno dei trattati più antichi dedicati al ritmo è l'Elemento rhythmica di Aristosseno di Taranto, allievo di Aristotele, in cui si definiscono tutte le particelle della materia, tutti i suoni linguistici e i gesti, organizzati secondo un ordine ritmico. Proprio la concezione greca di periodicità del ritmo è stata quella maggiormente accettata e studiata nel corso della storia. Infatti, continuiamo a definire movimenti ritmici tutti quei fenomeni in cui si trova un’alternanza regolare di eventi, come il ritmo cardiaco o respiratorio, dei passi o delle stagioni.
Se prendiamo in considerazione l’età medioevale, i primi trattati sul ritmo iniziarono a comparire intorno al XIII secolo. Si iniziò a teorizzare un’organizzazione delle durate che portò gradualmente ad una notazione ritmica ormai indispensabile visto l’avvento di nuove pratiche musicali come il contrappunto. Dal 1300 infatti il fattore ritmo divenne una competenza dei compositori, mentre in precedenza era lasciato alle esigenze dell’esecutore. Questa propensione verso la ritmicità portò a formulare dei sistemi ritmici o modi ritmici. Altri trattati furono scritti da importanti pensatori del tempo come Giovanni di Garlandia, che definì il ritmo come una successione di elementi lunghi e brevi, un’idea che probabilmente deriva dall’antica nozione della quantità sillabica come base ritmica. Nell'antica Grecia, infatti, la
metrica veniva costruita attraverso la regolare alternanza di sillabe lunghe e brevi, per riuscire così ad ottenere una diversificazione ritmica per la costruzione dei versi, e la quantità, ovvero la durata di un suono vocalico o consonantico, era il concetto fondamentale su cui si basava la costruzione della metrica nelle lingue classiche. Ma l’idea di ritmo come successione regolare di accenti forti e deboli, concezione di successione ritmica che ancora oggi si continua a sostenere, è strettamente connessa alla musica che ha caratterizzato il Seicento. Insieme alla consolidazione del sistema tonale, questa idea di ritmo arrivò come necessaria, vista l’affermazione in questo periodo delle forme di danza barocche, strutturate sull’alternanza di tempi binari e ternari che hanno influenzato l’idea di andamento ritmico fino ai giorni nostri.
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