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Pagine Zen
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Pagine Zen - Periodico di divulgazione di cultura giapponese
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Una bella sequenza di foto dell'amico, fotografo Flavio Gallozzi, della sua mostra “Nadeshiko, the subtle allure of japanese women”, in un suggestivo abbinamento con le calligrafie di Kashou Okamoto, alla Gion Nishiri Gallery, Kyoto - fino al 21 agosto 2018
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Pagine Zen segnala: “CONCORTO FILM FESTIVAL - FOCUS JAPAN” Concorto Film Festival http://concortofilmfestival.com/focus-japan/ Associazione Italo-giapponese Nichii Studio Pontenure / Piacenza - 18 / 25 Agosto 2018 - Lunedì 20, ore 23,30 - Serra di Parco Raggio (Pontenure) "And so we put goldfish in the pool", Makoto Nagahisa, 30'. - Giovedì 23, ore 18,00 - Palazzo Ghizzoni Nasalli (Piacenza) "Small people with hats", Sarina Nihei, 7' "Kyo-netsu", Yuji Mitsuhashi, 17' "Nagisa", Takeshi Kogahara, 18' - Venerdì 24, ore 23,45 - Serra di Parco Raggio (Pontenure) "Wind", Hichihara Toshiyuki, 12' "Cycle cycle", Junichi Kanai, 18'
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Pagine Zen ricorda: “Nadeshiko, the subtle allure of japanese women”, la mostra fotografica di Flavio Gallozzi con la calligrafa Kashou Okamoto, a Kyoto dal 15 al 21 agosto 2018 Foto di Flavio Gallozzi
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In questi giorni piuttosto caldi lasciamoci portare dal sempre affascinante racconto di Rossella Marangoni: “Ryō 涼 : cercare il fresco, godersi il fresco” l'articolo da lei scritto per Pagine Zen n.112 - Per chi lo gradisce, buona lettura: Danze per la festa dei defunti Dopo, sussurrio del vento tra i pini E frinire di insetti. -Imaizumi Sogetsu (1750-1804) “Il settimo mese è molto caldo, e anche di notte si lasciano aperte porte e finestre per far circolare l’aria. Può capitare a volte, quando risplende la luna, di svegliarsi improvvisamente e di uscire all’aperto affascinate dal luminoso spettacolo. È bello anche quando la notte è immersa nell’oscurità assoluta, o quando la luna continua a splendere anche al sorgere del sole. Si stende una fresca stuoia di paglia sul legno inondato di luce del bordo della terrazza e si sospinge all’interno il paravento. Così ci si sottrae a sguardi temuti e indiscreti.” Così dama Sei Shōnagon alla fine del X secolo raccontava l’estate giapponese e i metodi che da sempre i Giapponesi hanno escogitato per ricercare il fresco. Ryō 涼 è il termine che definisce questi piccoli rimedi tradizionali contro il caldo, a volte davvero solo psicologici, ma ancora utilizzati con piacere a dispetto dell’ingombrante ma necessaria presenza di strumenti certo più efficaci, anche se meno poetici: ventilatori e condizionatori. Si tratta, quindi, di strategie culturali, che conferiscono all’estate in Giappone quelle caratteristiche che la rendono unica. Se ne accorge anche il turista straniero, se non troppo distratto. Sono questi, i piccoli espedienti contro il caldo, le piccole grandi cose che aiutano a godersi il fresco, a catturarlo, ryō o toru (涼をとる): i ventagli (uchiwa), le campanelle (furin), le tende di bambù (sudare), gli yukata, i tenugui, gli ombrellini parasole. Rimedi antichi e accessori alla moda il cui uso si attesterà definitivamente nel periodo Edo, quando anche in campo poetico l’estate farà gloriosamente la sua comparsa e la poesia haikai non temerà di evocare la calura e il canto ripetitivo degli insetti. A partire dal celeberrimo componimento di Bashō: “Shizukasa ya/ iwa ni shimiiru/ semi no koe.” (Che quiete! Penetra nella roccia il canto delle cicale.) O nei versi di Buson: “Suzushisa ya/ kane wo hanaruru/ kane no koe.” Frescura:/tra qui e la campana,/i rintocchi. Traduzione di Elena Dal Pra). E ancora: “Natsu kawa wo/ kosu ureshisa yo/ te ni zōri”. (Guadare il fiume d’estate:/felicità, con i sandali/in mano. Traduzione di Elena Dal Pra). È con lo haiku che finalmente la canicola fa la sua comparsa nella poesia giapponese. Ce lo ricorda Issa: “Kagerō ya/ me ni tsukimatou /waraigao” (Calura:/ nei miei occhi trema ancora/ un viso che ride. Traduzione di Elena Dal Pra). E, ben più tardi, a Issa risponderà Natsume Sōseki: “Akaki hi ni/ umi ni ochikomu/ atsusa kana” (Il sole cala infuocato in mare; calura -. Traduzione di Irene Iarocci). Prima di allora, nella poetica giapponese classica, l’estate (come del resto il suo contraltare all’estremo opposto del calendario, l’inverno) veniva intesa soprattutto come un periodo di transizione fra le due stagioni culturalmente vissute in modo più intenso: la primavera e l’autunno. L’arrivo dell’estate, annunciato dall’intensificarsi del caldo e dell’umidità nella regione della capitale imperiale, era vissuto come rimpianto per il colore dei fiori svanito, per i petali dispersi dal vento e dalle piogge battenti dell’inizio della stagione. La pioggia monsonica del Quinto Mese, samidare - incessante, ossessiva - porta pensieri malinconici esaltati dall’associazione omofonica fra samidare, appunto, e midare (preoccupazione) cui si aggiunge la presenza del fior di mandarino (tachibana), considerato l’elemento vegetale per eccellenza della stagione estiva e al cui profumo veniva attribuita la proprietà di evocare una persona cara lontana o perduta, come nel celebre waka di anonimo compreso nell’antologia Kokinwakashū: “Satsuki matsu/hana tachibana no/ ka o kakeba /mukashi no hito no /sode no ka zo suru.” (Quando sento la fragranza / dei fiori di mandarino / che attendono il quinto mese / mi ricordo il profumo delle maniche / di quella persona che mi fu cara. Traduzione di Carolina Negri). Così l’estate, nella concezione poetica classica, diventa una stagione di rimpianto e di malinconia, caratterizzata dalla pioggia battente, dal profumo del fiore di mandarino e dalla comparsa del cuculo (hototogisu), e ritmata dal suo canto. Questo richiama la nostalgia per un amore o per il lontano villaggio natio: “Hotototgisu/naku koe kikeba/wakarenishi/furusato sae zo/koishikarikeru. Quando sento il richiamo/del cuculo che canta,/mi struggo di nostalgia/per la terra/ove lasciai il mio cuore. Traduzione di Sagiyama Ikuko.). È, insomma, l’estate, stagione della memoria e questa sua natura malinconica limita la selezione poetica a lei destinata nelle antologie imperiali (ad esempio nel Kokinshū sono sol… https://it.depositphotos.com
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Con questa bella immagine tratta dall'album di Euroma2, Pagine Zen ricorda che è in corso la mostra “Geisha - l’arte, la persona” con l'esposizione dei materiali raccolti in Giappone dallo scultore palermitano Vincenzo Ragusa, che ebbe un'importante presenza in Giappone fra gli anni '70 e '80 dell'800 - Fino al 30 ottobre 2018 - Museo delle Civiltà – Roma - Piazza Guglielmo Marconi, 14
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“Genshingumo. La nube atomica” l'articolo scritto da Monique Arnaud nel 2005 per Pagine Zen n. 43, preceduto da una introduzione di Matteo Casari Nipponica. Diceva Matteo nel 2005: “... Fra le importanti ricorrenze celebrate nell'ambito di Nipponica 2005 a Bologna, la più intimamente sentita, e necessaria, è senza dubbio il sessantesimo anniversario dello sgancio della atomica su Hiroshima e Nagasaki. Già a maggio, grazie alla presenza a Bologna del regista Kiju Yoshida e alla proiezione del suo Donne alle specchio, è stato possibile riflettere su questo tragico evento e sulle ripercussioni abbattutesi sulle generazioni figlie dei sopravvissuti. Un ulteriore, toccante, sprofondamento nell’orrore atomico si è avuto con l’allestimento della mostra di maschere noh “I volti della memoria: un requiem per le vittime civili di Hiroshima e Nagasaki”, allestimento reso possibile grazie a Monique Arnaud, attrice di teatro noh afferente alla scuola Kongoh, che da anni vive e opera in Italia. Lascio ovviamente a lei il compito di raccontare l’origine di questi volti capaci di parlare ai più intimi recessi di chiunque abbia la fortuna, e la forza, di sostenerne lo sguardo”. (Matteo Casari) Monique Arnaud: “Le maschere esposte a Bologna aprono una strada nuova all’arte della scultura delle maschere del teatro noh: le tecniche tradizionali della scultura e degli smalti di rifinitura sono state adoperate al servizio di un noh contemporaneo, Genshigumo (La nube atomica) rappresentato nel 2003 a Kyoto, nel 2004 al Teatro Nazionale del Noh di Tokyo, e che sarà riproposto nella medesima sede il 5 agosto di quest’anno in memoria di tutte le vittime civili dell’energia atomica e di altri atti di terrorismo. La maschera, in ogni forma di teatro e di rituale, è un segno potente. Le maschere classiche del teatro noh sono essenzialmente di due tipi: quelle somiglianti al viso umano e dall’espressione elusiva, in uno stato di dormiveglia prossimo alla trance, che con lievi e sapienti movimenti dell’attore fanno affiorare tutte le sfumature emotive come tristezza, gioia, desiderio, passioni trattenute; e quelle di dei, demoni o spiriti della natura con tratti esasperati, bocche aperte, occhi sporgenti, il cui segno è l’alterità che irrompe prepotentemente al centro della scena. Ispirandosi a diversi esempi di maschere arcaiche usate nelle sagre e i rituali dell’antico Giappone, il Maestro Udaka Michishige, attore della scuola Kongoh e scultore di maschere ha dato nuova vita, rilavorandone le forme e le superfici, a maschere che giacevano addormentate nelle loro custodie di seta. Il noh di sua creazione Genshigumo si presenta come un requiem, un rito di riappacificazione per le anime delle vittime civili di Hiroshima e Nagasaki e prevede una presenza estensiva di maschere indossate dal coro delle anime: i volti delle maschere, fluttuanti nell’oscurità del palco, portano i segni di un’erosione subdola metafora di una forza sfuggita ad ogni controllo. Eppure nessuna traccia di rancore o di ira. È la sofferenza a parlare per prima sui volti spaventati e a volte sinistramente ghignanti di chi viene stroncato dal lampo infernale nel momento più insolito. Nella produzione del noh Genshigumo, il Maestro Udaka ha potuto realizzare due obbiettivi che persegue da più di 30 anni: usare tutti i mezzi tecnici e teatrali custoditi dalla tradizione al servizio di tematiche attuali in modo di poter avvicinare un numero sempre maggiore di persone al mondo del noh e riportare sulla scena maschere dimenticate da anni perché considerate mediocri o così eccelse da meritare solo la teca di un museo. Le maschere sono sempre segni di una memoria collettiva che abbraccia la Storia, i saperi, i racconti individuali e comunitari: il teatro e le maschere sono i nostri strumenti alchemici per ridare una presenza a quello che tendiamo a rimuovere dalla coscienza. Immagini, dall’alto: -Rilavorazione di una classica maschera Doji, raffigurante un fanciullo. -Rilavorazione di una maschera Shojo, raffigurante un elfo dall’espressione tipicamente lieve e sorridente, di chi spesso e volentieri brinda all’amicizia. -Maschera ispirata a versioni arcaiche dell’Anziano Divino, figura centrale dei riti festosi di Capodanno. Autore: Maestro Udaka Michishige e allievi
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Con questa bella immagine, la Galerie Mingei di Parigi ha augurato una buona estate a Pagine Zen. Nel ringraziare di cuore la Galerie Mingei per il graditissimo augurio, desideriamo condividere con tutti gli amici, questo particolare Maneki-neko ed estendere gli auguri per una rilassante estate a tutti. // Immagine della Galerie Mingei di Parigi: Maneki-neko © - Terracotta e pigmenti - Giappone, periodo Edo, XIX secolo - H: 30 cm – L: 15,5 cm
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Da Nara al Museo Nazionale delle arti asiatiche - Guimet di Parigi, dal 23 gennaio al 19 marzo 2019, nell'ambito di Japonismes 2018 // Per la prima volta, due guardiani “tesori nazionali”, saranno presentati fuori dal Giappone. // Il tempio Kofuku-ji presterà anche una statua lignea del Bodhisattva Kshitigarbha (Jizo Bosatsu), "bene culturale importante". -Statua lignea del Kongo Rikishi (agyô o a bocca aperta) © Tempio del Kofuku-ji
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Hiroshige divertente: seppur non siano tra le opere per cui Hiroshige è ricordato, esiste nella sua carriera anche una produzione di silografie policrome a tema scherzoso. Le ombre cinesi di questa stampa ci mostrano ad esempio come si riesca a creare un'immagine inaspettata: un uomo a gambe tese aperte, piegato a testa in giù, diventa la silhouette grigia del Fuji! - [Utagawa Hiroshige, "Il monte Fuji (Fuji no yama). Pilastro con elemento decorativo a bulbo (Rankan giboshi) - Serie: Ombre cinesi improvvisate,1840-1842 circa - Museum of Fine Arts, Boston – William Sturgis Bigelow Collection] Immagini e testo da Scuderie del Quirinale – Hiroshige. Visioni dal Giappone
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Pagine Zen segnala “La maschera e il corpo” Corso di storia ed estetica del teatro giapponese, docenti Carmen Covito e Rossella Marangoni - a cura di AsiaTeatro (www.asiateatro.it) – presso Teatro Elfo Puccini | ottobre 2018 - febbraio 2019 Otto lezioni per conoscere la grande tradizione teatrale giapponese, dalle origini nel mito e nel rito alla fioritura dei generi classici (noh, kabuki, bunraku) fino al teatro-danza contemporaneo. Ancora carico della magia dei riti antichi della possessione sciamanica eppure capace di costante rinnovamento, il teatro giapponese è il modello di un “teatro totale” che ha affascinato le avanguardie europee. Scopriremo la sua storia e le sue tecniche attraverso video, immagini e testi. // Corso introduttivo: 8 lezioni con cadenza quindicinale, il giovedì dalle ore 18.30 alle ore 20.30 Calendario: giovedì 25 ottobre, 8 e 22 novembre, 6 dicembre, 17 e 31 gennaio, 14 e 28 febbraio. Costo: € 200 (sconto 10% a studenti e abbonati Elfo) Per informazioni e prenotazioni: web@asiateatro.it
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