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Il profumo di Creta (Natale 1997)
Dentro ognuno di noi c’è un deposito di ricordi, come una scatola misteriosa che all’improvviso si materializza nella mente, come se fosse sempre stata lì, a portata di pensiero. Si apre una memoria, viva e vera: e rinasce spesso attraverso l’odorato, fra i sensi quello più collegato con le nostre intime sensazioni, il grimaldello che fa scattare e rivivere emozioni a colori intensi e netti.
Anche nei sogni riemergono i ricordi, ma sono così frantumati e mescolati che la brezza del mattino li dissolve, e ne resta solo una vaga eco d’umore; oppure li raccontiamo riordinandoli, come presagi o ammonizioni... E così all’improvviso ti capita di sentire un intenso profumo e per un momento ti senti come irretita in un’altra epoca, in anni lontani.
E' il Natale del 1997, passiamo le nostre vacanze a Creta, abbandonata dai turisti smaniosi di tintarella, l'isola è tutta per noi, con le sue chiese bizantine, l'architettura delle città dal sapore veneziano, le rovine, le spiagge deserte, torneremo, sicuramente falchi e grifoni ci aspetteranno.
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Il tramonto sul Mekong.
Luang Prabang (Laos)
A queste latitudini il sole cala a picco sull’orizzonte e s'infila nella colline che circondano l’altra sponda del fiume di fronte a Luang Prabang. Una pagoda in totale abbandono guarda il fiume dall'alto sull'altra sponda e dà una parvenza di vita a un paesaggio che altrimenti sembrerebbe deserto. Scendiamo lungo uno dei tanti ghat che portano al livello dell'acqua, sulla fanghiglia rappresa dalla stagione secca trasformata in orti, tra barcaioli che invitano turisti restii a godere del tramonto da una barca sull’acqua. Ancora una volta lo spettacolo del tramonto ci si ripropone come un evento immancabile, Angkor, Bagan, e qui la vetta del Phu Si, la collina. Visioni di gruppi, comitive di turisti che non vogliono mancare all’appuntamento, ma come allora anche stavolta preferiamo evitate questi riti collettivi.
Per un niente, giusto pochissimi kip, è possibile attraversare il Mekong con il tragetto che lascia il molo ogni mezz’ora circa, ma ormai si fa tardi e abbiamo paura di perdere l’ultimo traghetto e non fare in tempo a tornare indietro. Torniamo su e ceniamo in uno dei tanti ristoranti ricavati su balconate di legno che si affacciano sul fiume. L’indomani avremmo proseguito il viaggio verso Vientiane.
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Incroci
Luang Prabang (Laos)
Quella mattina la nebbia mattutina non si era presentata, o meglio si era diradata più presto del solito. Non c’era bisogno di esplorarla da capo, Luang Prabang. Piuttosto corriamo al Wat Xieng Thong, il tempio più bello: un recinto con all’interno l’elegante sim attorniato da edifici e stupa, dove cappelle e piccoli santuari sono disposti in maniera casuale, e le laccature dorate e le mattonelle smaltate che ricoprono i tetti spioventi scintillano colpiti dai raggi del sole, dove pareti in ombra dipinti di rosso mattone rivelano improvvisamente graziosi mosaici fatti di specchietti colorati, come quelli già visti nella vicina Birmania. I pochi turisti mattinieri si mescolano a monaci e novizi in una atmosfera tranquilla. Tutta la città è una piccola scacchiera, pagode su pagode agli incroci delle strade perpendicolari, lungo la sponda del Mekong, appena nascoste da lievi cortine di piante e palme, verande e portici coloniali resi pittoreschi dalle recenti ristrutturazioni che hanno trasformato le antiche dimore coloniali in una interminabile fila di eleganti guesthouse e ristoranti. Ma dove i restauri non arrivano, le persiane azzurrine agganciate a facciate scrostate e sporche, i giardini infestati di erbacce tropicali, ville che aspettano di diventare alberghi da carta di credito, verande e portici dove ci si immagina stessero i francesi, mi viene in mente Battabang, più a valle in Cambogia, dove le stesse case, le stesse balconate di legno sembravano non essere state toccate da quando i francesi sono stati cacciati, come era diversa la sensazione che ci aveva lasciato, li dove nessuno si era preoccupato di nascondere le tracce lasciate dal tempo e dagli elementi.
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Ed infine Bangkok dove si conclude il nostro percorso, "il villaggio degli uliveti selvaggi". Ormai Ayutthaya era distrutta e la nuova sfolgorante capitale venne posta più a sud dove il fiume Chao Phya si avvicina al mare in un’isola circondata da un dedalo di canali dove si svolgeva, e in parte ancora oggi, la vita e i commerci di tutti i giorni.
Oggi l'immagine immediata di una delle più ricche metropoli asiatiche lascia frastornati, confusi. Non c’è a Bangkok la possibilità di osservare quello schema, quella linearità, quella semplicità che sole consentono le città abbandonate. Ci limitiamo allora a Rattanakosin l’isola cuore antico di Bangkok. E’ qui che nel 1782 Rama I il primo re della dinastia Chakri fece costruire il Wat Phra Keo per custodire il prezioso Buddha di smeraldo. Il tempio, che sua volta si trova nell'area del Gran Palazzo, è un abbagliante vertiginoso insieme di guglie e di padiglioni dorati, di dei e spiriti terrificanti e bellissimi. Qui è raccolto tutto il possibile stile thai, in un immenso museo all'aperto che è fatto di palazzi, statue, templi, monaci, soldati, uffici, musei, reliquiari. Un intreccio e un sovrapporsi caleidoscopico di stili: pagode coperte da tegole smaltate, statue decorate da scaglie di ceramiche importate dalla Cina. E poi il Wai Pho, il tempio del Buddha disteso, il più antico, il più tradizionale, con la suola di massaggio thai al suo interno. A Bangkok abbiamo rifiutato di alloggiare nei grandi e modernissimi alberghi nati dalla opulenza di oggi, testardi come sempre abbiamo preferito un albergo ricavato in una vecchia casa circondata dai negozietti e piccoli centri di medicina tradizionale che si accalcano tra il Wat Pho e il fiume, qui i grattacieli sono lontani sia nel tempo che nello spazio. Di fronte a noi il sole tramonta dietro il Wat Arun, uno dei ‘landmark’ più famosi della città, un gigantesco prang dalle forme che disorientano che racchiudono tutte le culture che hanno influenzato questa parte di mondo, dall’india alla Cina, dalla Birmania alla Cambogia. Il nostro viaggio è ormai finito le ultime impressioni sfumano lungo una galleria del tempio, di fronte a un'interminabile fila di statue di Buddha dorate.
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E poi ci spingiamo verso le regioni del nord fino a Chiang Mai, la capitale del regno del nord coevo di Sukhothai con i wat nello stile Lanna, qui a sorprenderci sono i bot i padiglioni di teak decorati con intarsi e laccature dorate e protetti dallo spirito del re serpente posto a guardia delle scalinate di ingresso dei templi.
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Il nostro viaggio attraverso lo stile Thai continua nella antica capitale di un regno ormai estinto che si estendeva fino alla Birmania, Ayutthaya era di grandiosa bellezza: entro le sue mura le guglie di quattrocento wat e più di duemila Buddha sfolgoravano completamente rivestiti d'oro. Tutto fino a quando i birmani nel 1767 conquistarono la città, ne sterminarono gli abitanti, saccheggiarono e depredarono i templi fondendo tutto l'oro possibile dalle statue del Buddha. Oggi Ayutthaya è un mucchio di rovine disseminate in un grande parco archeologico. Ma sono proprio queste rovine, i frammenti "esplosi" dei palazzi a trasmettere un senso di grandezza e di mistero. Nelle costruzioni di Ayutthaya era espressa con immensa energia il potere dei sui monarchi, "signori della vita", i "devaraja " il dio-re della tradizione khmer, l’eroe dotato  di straordinari poteri magici e spirituali. Le rovine delle imponenti torri khmer i "prang" del Wat Rachaburana del Wat Mahathat del Wat Phra Ram inquadrati dai resti di mura e frammenti di statue e colonne. sembrano ancora sfidare il tempo . E  quello che più colpisce, ai margini dell'antica città, fuori le mura, dove il fiume si curva in un gomito il Wat Chai Wattanaram. Buddha solitari su alti piedistalli accolgono il visitatore che arriva dal fiume. Al centro domina un severo prang, su cui s'inerpicano i trentatré gradini che rappresentano i trentatré livelli verso la perfezione e tutt'attorno i resti di chedi e di statue di Buddha.
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Avevo trovato ciò che cercavo, dopo qualche ricerca ebbi la percezione chiara di come si sarebbe svolto il nostro percorso in Thailandia. Per organizzare un viaggio breve occorre scegliere e il nostro percorso avrebbe seguito il sottile e magico filo della cultura, dell'arte, della storia della civiltà Thai.
Il viaggio comincia nelle piane centrali della Thailandia, dalla città di Sukhothai, "alba della felicità", con le ombre che si allungano all'imbrunire dalle torri in  stile khmer,  dagli stupa a forma di campana dalle linee del  più classico degli stili inondate dagli ultimi bagliori  solari. Sukhothai fu il primo regno indipendente dei thai "i liberi", l’etnia maggioritaria della Thailandia originari della Cina meridionale e stabilitosi tra la Birmania, il Laos e la Thailandia del nord, sfidando il potere dell'impero khmer nel momento del suo naturale declino,. Siamo nel  tredicesimo secolo periodo questo che verrà  chiamato "Il secolo thai"
E’ questo il periodo che il Buddismo Theravada si manifesta in tutto il paese mescolandosi con i culti locali animisti e le credenze nei ‘phi’ spiriti di un mondo invisibile. Re, principi e principesse, uomini e donne, nobili e soldati, tutti senza eccezione alcuna seguivano la religione di Buddha. Vengono creati innumerevoli monasteri il più grandioso dei quali è il Wat Mahathat "il centro magico e spirituale del regno". La sagoma a bocciolo di loto di un grandioso  "chedi" così come ogni frammento di pietra, ogni rovina sembra permeato dagli spiriti dei suoi antichi abitanti, dei monaci, dei guerrieri. E su tutto veglia ancora lo spirito del Buddha. Così in un laghetto fiorito di loto si riflette l'immagine di un grande Buddha seduto nel gesto del "Bhumisparsa-mudra ", la posizione dell'eroe che vince l’esercito di Mara. Il fedele nell’immagine del Buddha non vede un idolo, ma vi vede il dharma, l'essenza della dottrina. Al momento sua realizzazione, si pregava lo spirito del Buddha con sontuose cerimonie di entrare nell'opera d'arte e qualcosa di tutti quei pensieri, di tutte quelle preghiere, di tanta meditazione è rimasto impresso nella pietra, in quelle opere si è concentrato, ed è rimasto come sospeso nell'aria, entro quell'immenso rettangolo murario che chiude le rovine di una ventina di templi e monasteri.
Ma fu proprio l'elemento religioso il misticismo e la meditazione a determinare la decadenza di Sukhothai. alla fine del Trecento, il declino di Sukhothai, coincide l'ascesa di Ayutthaya la capitale del nuovo regno fondata più sud, nella valle del Chao Phya, su un'isola alla confluenza tra i fiumi Chao Phya, Lop Buri e Pasak.
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Volterra etrusca
Volterra, anima profonda di un popolo grande e dimenticato, completamente assorbito dalla civiltà romana tanto da perdere perfino la lingua.
Davanti alla Porta all’Arco immaginiamo le mitiche città della Dodecapoli, le loro alleanze e guerre, mercanti e contadini che parlano una lingua misteriosa e dimenticata, usi funerari e conviviali evocati dagli alabastri del museo archeologico.
Ma Volterra non è soltanto etrusca, girando fra botteghe di trasparenti alabastri, camminando per le strette strade fiancheggiate dalle alte case torri per poi approdare in alto e contemplare i tetti da una delle sue torri, Volterra si rivela come un magnifico, magico intarsio di civiltà successive fiorite intorno alla antica acropoli, austere e drammatiche testimonianze di una vitalità ininterrotta nei secoli.
E infine la Deposizione del Rosso Fiorentino, le cui accese tonalità di rosso e bianco, il viola dello sfondo e i movimenti convulsi dei personaggi affollati intorno al Cristo morto riverberano di una austerità quasi eretica se pensata nel periodo in cui la tela fu dipinta. Una sensazione che non si dimentica.
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Tivoli e le ville dell'antica Tibur.  – C'e davvero tanto di bello da vedere a Tivoli, l'antica città latina Tibur costruita lungo il corso dell'Aniene, alle pendici dei monti Tiburtini.  Attraversato l’antico borgo medioevale che incorpora numerosi resti di epoca romana  raggiungiamo il ponte gregoriano con la spettacolare vista dell’antica acropoli su cui sorgono i due templi forse più famosi di Tivoli, l’Aniene li separa dalla Villa Gregoriana e dalle cascate che insieme costituiscono il suggestivo paesaggio tramandatoci da tanti disegni e incisioni romantiche, la bellezza del luogo ha fatto si che il territorio di Tivoli divenisse il luogo prescelto per la costruzione di grandi ville già in epoca romana, di cui Villa Adriana è di gran lunga la più importante con le sue eccezionali e raffinatissime strutture capaci di stimolo e ispirazione sulla cultura architettonica dei secoli a seguire. E poi lo splendido giardino della villa del cardinale Ippolito d’Este costruita nel sedicesimo secolo ed infine la Villa Gregoriana dei  primi dell’ottocento la terza grande perla di Tivoli nata con la realizzazione del cunicoli gregoriani la grande opera idraulica che deviò il corso dell’Aniene creando la grande cascata comprendendo così tutto il dirupo delle gole dell’Aniene che risistemato diviene un magnifico giardino romantico  con molteplici grotte e terrazze e punti panoramici.
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Bagan.
Considerato uno dei più grandi siti archeologici dell’Asia del Sud, Bagan, o Pagan per gli anglofoni, era il cuore dell'impero Birmano tra l'XI e il XIII secolo e come tante altre antiche città, la splendida capitale di ieri vive oggi sulla magnificenza del suo passato favoloso, emana un'aura irreale, un'atmosfera che ricorda un po’ Angkor con la sua aria di  gigantesca città perduta con i suoi antichi monumenti ormai abbandonati e restituiti ad una terra polverosa in cui uomini e bestie camminano nella luce ambrata. Bagan si è sviluppata come hub strategico di commerci sul fiume Ayeyarwady  a partire dal 1044 sotto l'influenza di re Anawratha, che ha unito tutto il paese sotto  il buddismo theravada, La ricerca spasmodica di meriti da portare nelle vite future ha indotto  Anawratha  ed i suoi successori  motivati dallo stesso fervore religioso e architettonico  ad intraprende per due secoli e mezzo la costruzione di oltre 4.000 templi in onore del Buddha, fino a che le truppe mongole di Kublai Khan conquistarono l'Impero nel 1287. L'antica capitale cadde così nell'oblio fino a quando un devastante terremoto si abbatte sul sito nel 1975. Dopo quasi venti anni di restauri quaranta grandi templi sono stati salvati, rendendo a Bagan un po’ della sua antica gloria.
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