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ASIA/SIRIA - A Maalula chiese devastate e icone profanate
Maalula (Agenzia Fides) - Dopo la riconquista del villaggio cristiano di Maalula – 55 chilometri a nord est di Damasco - da parte dell'esercito governativo siriano, le immagini e le descrizioni diffuse dalle fonti governative e anche dalle agenzie giornalistiche internazionali documentano la devastazione subita dai luoghi di culto cristiani durante i 4 mesi in cui la città è rimasta sotto l'occupazione delle milizie ribelli. In particolare, danni gravi sono stati subiti dal santuario greco-melchita di Mar Sarkis, dove la chiesa appare devastata, il pavimento è cosparso di oggetti religiosi, immagini e libri sacri danneggiati, sono scomparse le icone conservate nella sacrestia e non ci sono più né le campane né la croce che sormontava la cupola del convento greco-melchita. Il santuario, fondato alla fine del V secolo, è dedicato ai santi Sergio e Bacco, militari romani martirizzati per la loro fede sotto l'Imperatore Galerio. (250-311 d.C.). Sull’altura che sovrasta il santuario c'è l' Hotel Safir, un albergo che dominava il villaggio e che era stato scelto come quartier generale dalle milizie ribelli.
Prima di venire travolto dalla guerra civile, nel villaggio rupestre di Maalula - che oggi appare disabitato - vivevano 5mila siriani, in grande maggioranza cristiani (greco-cattolici e greco-ortodossi). La riconquista di Sarkha, Maalula e Jibbeh è il risultato dell'offensiva con cui l'esercito siriano governativo ha ripreso il controllo quasi integrale della regione del Qalamun, dove passa anche la via strategica con cui i ribelli facevano giungere armi alle loro roccaforti nei dintorni di Damasco. In tale offensiva i reparti militari siriani vengono supportati dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah. Proprio tre operatori della rete televisiva di Hezbollah al-Manar TV sono stati uccisi da raffiche sparate da cecchini mentre stavano documentando la riconquista di Maalula. (GV) (Agenzia Fides 15/4/2014).
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Il cardinale Parolin: troppe le persecuzioni contro i Cristiani nel mondo
Sono persone come noi, stesse paure e debolezze, eppure sembrano “eroi lontani dai nostri limiti e dalle nostre contraddizioni”. Sono i cristiani che vivono in Paesi dove dichiararsi cristiano lo si fa a rischio della vita. Il cardinale Pietro Parolin cita una ormai famosa omelia di Papa Francesco a Santa Marta un anno fa, quando disse che anche nel “nel XXI secolo, la nostra Chiesa è una Chiesa di martiri”. “In diversi contesti – ripete il segretario di Stato – tanti nostri fratelli e sorelle permangono oggetto di un odio anticristiano. Non vengono perseguitati perché a essi viene conteso un potere mondano, politico, economico o militare, ma propriamente perché – dice – sono testimoni tenaci di un’altra visione della vita, fatta di abbassamento, di servizio, di libertà, a partire dalla fede”. La geografia delle persecuzioni, elenca, è vasta: Nigeria, Pakistan, Indonesia, Iraq, Kenya, Tanzania, Repubblica Centroafricana. E non sono solo i cattolici, ma anche ortodossi, evangelici e anglicani a sopportare l’onere della coerenza per amore di Gesù. “I testimoni della fede – disse una volta Giovanni Paolo II – non hanno considerato” il “proprio benessere, propria sopravvivenza come valori più grandi della fedeltà al Vangelo”. Ringraziamoli – conclude mons. Parolin – per il fatto di restare “nonostante le minacce e le intimidazioni” per far “conoscere ovunque il nome del Signore Gesù, vera origine della globalizzazione dell’amore”.

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Messa Palme. Il Papa: davanti a Gesù siamo Maria o Giuda? All'Angelus il saluto ai giovani delle Gmg
La Settimana Santa sia scandita da una domanda: sono come Giuda o Pilato, o come Maria, il Cireneo, le donne che rimasero con Gesù fino alla sua morte? Con queste parole di grande profondità spirituale Papa Francesco ha presieduto in Piazza San Pietro la Messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, davanti a una folla di oltre 60 mila persone. Nella Giornata diocesana della gioventù, al momento dell’Angelus c’è stato anche il rito del passaggio delle Croce delle Gmg dai ragazzi di Rio a quelli di Cracovia, con il Papa che ha ricordato l’incontro che a metà agosto avrà con i giovani asiatici in Corea del Sud. Il servizio di Alessandro De Carolis:

“A quale di queste persone io rassomiglio?”. La domanda di Papa Francesco è come un pugno alla stomaco della fede. Nel silenzio assoluto di cui possono essere capaci decine di migliaia di persone persone, la sua voce lenta, riflessiva, passa in rassegna come l’obiettivo in primo piano di una telecamera i volti dei protagonisti della Passione di Cristo, ricordati dal lungo brano del Vangelo. Parla senza quasi staccare gli occhi dalla marea di persone che gli sta davanti, Papa Francesco, che già alle 9.30 era apparso tra la folla di Piazza San Pietro seduto in silenzio sulla giardinetta scoperta, senza il solito sorriso allegro, a dare con la sua compostezza e con la veste rossa sulle spalle il segno fisico della gravità della celebrazione.

“Chi sono io? Chi sono io, davanti al mio Signore? Chi sono io, davanti a Gesù che entra di festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia, di lodarlo? O prendo distanza? Chi sono io, davanti a Gesù che soffre?”.



La celebrazione inizia con la processione e la benedizione dei rami d’ulivo e dei parmureli liguri davanti all’obelisco egizio della piazza, cui le palme artisticamente intrecciate dai mastri di Bordighera e Sanremo sono legate da un’antica tradizione. Quei pochi metri quadrati, circondati dagli alberi d’ulivo pugliesi, sono il simbolo di un onore presto sconfessato.

Dall’obelisco all’altare, dove predomina la macchia rosso sangue della schiera di cardinali, il trionfo diventa odio, l’amicizia calpestata dal tradimento. Papa Francesco non legge una riga dell’omelia preparata, a parlare è il suo cuore. “Abbiamo sentito tanti nomi”, dice, riferendosi ai personaggi che popolano le ultime ore della vita di Gesù. Come quel “gruppo di dirigenti” – sacerdoti, farisei, maestri della legge – “che avevano deciso di ucciderlo”. O come Giuda che lo vende per 30 monete. “Sono io come Giuda?”, si interroga e interroga il Papa. Os sono come i discepoli?

“I discepoli che non capivano niente, che si addormentavano mentre il Signore soffriva. La mia vita è addormentata? O sono come i discepoli, che non capivano cosa fosse tradire Gesù? Come quell’altro discepolo che voleva risolvere tutto con la spada: sono io come loro? Sono io come Giuda, che fa finta di amare e bacia il Maestro per consegnarlo, per tradirlo? Sono io, traditore? Sono io come quei dirigenti che di fretta fanno il tribunale e cercano falsi testimoni: sono io come loro?”



Papa Francesco è un martello che non finisce di colpire. Perché dal Sinedrio al palazzo del governatore romano il tragitto della coscienza è breve. “Sono io come Pilato – si chiede e chiede il Papa – che quando vedo che la situazione è difficile, mi lavo le mani e non so assumere la mia responsabilità e lascio condannare – o condanno io – le persone?”. O sono, insiste, come quelli del popolo si fanno beffe di Gesù?

“Sono io come quella folla che non sapeva bene se era in una riunione religiosa, in un giudizio o in un circo, e sceglie Barabba? Per loro è lo stesso: era più divertente, per umiliare Gesù. Sono io come i soldati che colpiscono il Signore, sputano addosso a Lui, lo insultano, si divertono con l’umiliazione del Signore?”.



Ma tra la folla non abita solo l’oltraggio crudele a un innocente. Ci sono luci abbaglianti, che macchiano di amore l’isteria di una massa cui non interessa la giustizia ma vedere scorrere il sangue. E Papa Francesco guarda questi visi di luce e li indica al cuore di chiunque si dica cristiano:

“Sono io come il Cireneo che tornava dal lavoro, affaticato, ma ha avuto la buona volontà di aiutare il Signore a portare la croce? (…) Sono io come quelle donne coraggiose, e come la mamma di Gesù, che erano lì, soffrivano in silenzio? Sono io come Giuseppe, il discepolo nascosto, che porta il corpo di Gesù con amore, per dargli sepoltura? Sono io come queste due Marie che rimangono alla porta del Sepolcro, piangendo, pregando?”.



Inizia la Settimana Santa e non servono troppe considerazioni, conclude l’omelia Papa Francesco. Basta una domanda:

“Dove è il mio cuore? A quale di queste persone io mi assomiglio? Che questa domanda ci accompagni durante tutta la settimana”.

L’Angelus che conclude la celebrazione è tutto dedicato ai giovani. Sulle scale del sagrato di Piazza San Pietro – e sotto gli occhi dei rispettivi arcivescovi, i cardinali Orani João Tempesta e Stanislaw Dziwisz – ragazze e ragazzi di Rio de Janeiro consegnano la Croce delle Giornate mondiale della gioventù ai loro coetanei di Cracovia, città che ospiterà il prossimo raduno nel 2015. Questa Croce, ricorda Papa Francesco, è il segno itinerante “dell’amore di Cristo per l’umanità” che ai giovani delle Gmg consegnò Giovanni Paolo II, che ora si appresta – afferma il Papa – a diventare “il grande patrono” di questi incontri. Ma prima c’è un altro incontro particolare, per il quale Papa Francesco chiede preghiere e sostegno:

“In questo contesto ho la gioia di annunciare che, a Dio piacendo, il 15 agosto prossimo, a Daejeon, nella Repubblica di Corea, incontrerò i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale”.

Il sorriso sul viso del Papa ritorna al termine della cerimonia, quando si intrattiene a lungo girando in auto, e spesso fermandosi per un bacio ai bambini, tra la folla accalcata sulle transenne e in particolare quando si concede – quasi venendone travolto – a un saluto a distanza ravvicinatissima con i ragazzi di Rio e Cracovia, che tentano di avere con lui l’ormai irrinunciabile selfie.
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Il Papa: la vita in tutte le sue fasi è “sacra e inviolabile”, bimbi e nonni “sono la speranza”
La linea di pensiero si sviluppa a partire dall’angolazione più cara a Papa Francesco: se si guarda alla vita come a un qualcosa che si consuma, sarà anche un qualcosa che prima o poi si può buttar via, con l’aborto per cominciare. Se si considera la vita per ciò che è nella sua verità – un dono di Dio – allora si è davanti a un bene prezioso e intangibile, da proteggere con tutti i mezzi e non da scartare. Nel suo discorso il Papa dà voce alle pagine della sua Evangelii Gaudium, intrecciandole con la convinzione di base che il magistero dei Papi ripete da tempo immemore:

“La vita umana è sacra e inviolabile. Ogni diritto civile poggia sul riconoscimento del primo e fondamentale diritto, quello alla vita (...) Oggi dobbiamo dire ‘no a un’economia dell’esclusione e della inequità’. Questa economia uccide… Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo; un bene di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio a quella cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa’. E così viene scartata anche la vita”.



Tra economia e morale, constata Papa Francesco, oggi c’è un “divorzio”, la bilancia pende dal piatto di “un mercato provvisto di ogni novità tecnologica”, mentre quiasi in disparte sono finite le “norme etiche elementari” di una “natura umana sempre più trascurata”:

“Occorre pertanto ribadire la più ferma opposizione ad ogni diretto attentato alla vita, specialmente innocente e indifesa, e il nascituro nel seno materno è l’innocente per antonomasia. Ricordiamo le parole del Concilio Vaticano II: ‘La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; l’aborto e l’infanticidio sono delitti abominevoli’”.

E qui, tra gli applausi scroscianti dei quasi 500 presenti e le grida dei tanti piccoli e piccolissimi in braccio ai genitori – pensavo di “essere entrato in un Kindergarten”, aveva scherzato al suo arrivo in Sala Clementina – Papa Francesco racconta un fatto capitatogli anni fa, incontrando dei medici:

“Uno mi ha chiamato da una parte. Aveva un pacchetto e mi ha detto: 'Padre, io voglio lasciare questo a lei. Questi sono gli strumenti che io ho usato per abortire. Ho trovato il Signore, mi sono pentito, e adesso lotto per la vita!'. Mi ha consegnato tutti questi strumenti. Pregate per quest’uomo bravo!”.

Al Movimento per la Vita, a chi gestisce i centri di Aiuto e a chi sta sostenendo da tempo il progetto “Uno di Noi” per la tutela dell’embrione umano arriva il “grazie” caloroso del Papa. Il vostro, indica, è un comportamento cristiano, che ha il dovere di dare testimonianza sia promuovendo, sia difendendo “la vita umana fin dal suo concepimento”:

“Proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi. Vi incoraggio a farlo sempre con lo stile della vicinanza, della prossimità: che ogni donna si senta considerata come persona, ascoltata, accolta, accompagnata. E abbiamo parlato dei bambini: ce ne sono tanti! Ma io vorrei anche parlare dei nonni, l’altra parte della vita! Perché anche noi dobbiamo curare i nonni, perché i bambini e i nonni sono la speranza dinun popolo”.

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V° Centenaio
Cori virtuali per il V° Centenario
Stati Uniti, 15 aprile 2014 (Communicationes).- Anche i Carmelitani Scalzi dell’area Ovest degli
Stati Uniti si stanno preparando alla celebrazione del V° Centenario. In agosto ci sarà una
grande festa a S. José (California). Fra le molte iniziative vogliamo qui presentare un'originale
proposta organizzata per questo evento e che consiste nella formazione di due cori virtuali,
uno per interpretare il "Nada te turbe” (e questo coro è riservato alle sole carmelitane scalze)
e l’altro coro per interpretare la "Salve Regina" ed è aperto a tutti i membri della famiglia
carmelitana.
È stata attivata una pagina web, disponibile in cinque lingue, in cui è possibile imparare la
pronuncia spagnola del testo, le diverse voci di ogni canto, e, con l'aiuto di un direttore di
orchestra, registrare ed inviare il video, oppure le foto, o il solo audio, per poter far parte di
questo grande coro di cori.
Nella stessa pagina web c’è la possibilità di scaricare gli spartiti per ciascuna delle voci (nella
parte desta ci sono i vari collegamenti). Il termine ultimo di partecipazione è per il "Nata te
turbe” il 10 di maggio, mentre per la "Salve Regina" il 17 dello stesso mese.
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Il Papa: vera salute è curare un malato nel corpo e nello spirito. Solo Cristo dà senso allo scandalo del dolore innocente
Ogni malato è una “unità di corpo e spirito” e ogni approccio medico deve tener conto di questa identità, non limitandosi alla sola assistenza sanitaria. Papa Francesco ha ribadito questa visione cristiana nell’udienza concessa ai partecipanti al Congresso di Chirurgia Oncologica “Digestive Surgery new trends and spending review”. Il servizio di Alessandro De Carolis:

La più raffinata perizia in campo medico e chirurgico non sarà mai sinonimo di eccellenza curativa per un malato, se si ferma alla sola terapia per il corpo. Ai circa 120 professionisti di chirurgia oncologica che lo ascoltano in Sala Clementina, Papa Francesco chiarisce che, nell’ottica della fede, per “parlare di salute piena è necessario non perdere di vista che la persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, è unità di corpo e spirito. Questi due elementi – dice – si possono distinguere ma non separare, perché la persona è una”:

“Dunque anche la malattia, l’esperienza del dolore e della sofferenza, non riguardano solo la dimensione corporea, ma l’uomo nella sua totalità. Da qui l’esigenza di una cura integrale, che consideri la persona nel suo insieme e unisca alla cura medica anche il sostegno umano, psicologico e sociale, l’accompagnamento spirituale ed il sostegno ai familiari del malato”.



Papa Francesco cita a sostegno di questa convinzione quanto affermò Giovanni Paolo II nel 1985. Il Papa prossimo alla canonizzazione scrisse nel Motu Proprio Dolentium hominum che è indispensabile che gli operatori sanitari siano “guidati da una visione integralmente umana della malattia e sappiano attuare un approccio compiutamente umano al malato che soffre”:

“Da qui l’esigenza di una cura integrale, che consideri la persona nel suo insieme e unisca alla cura medica – alla cura ‘tecnica’, direi io - anche il sostegno umano, psicologico e sociale, perché il medico deve curare tutto: il corpo umano, con dimensione psicologica, sociale e anche spirituale; e l’accompagnamento spirituale ed il sostegno ai familiari del malato”.



Alla vigilia della Settimana Santa il pensiero della sofferenza vola fino al Calvario e all’Uomo Dio che offre la sua vita. È qui, dice Papa Francesco, che “la sofferenza umana è assunta fino in fondo e redenta da Dio. Da Dio-Amore”:

“Solo Cristo dà senso allo scandalo del dolore innocente. Tante volte, viene al cuore quella angosciata domanda del Dostojevski: 'Perché soffrono i bambini?'. Soltanto Cristo può dar senso a questo ‘scandalo’. A Lui, crocifisso e risorto, anche voi potete sempre guardare nel compimento quotidiano del vostro lavoro”.
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