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EMERGENCY
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Dal 1994 abbiamo curato oltre 9 milioni di persone in 17 paesi. Bene e gratis.
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Khalid ha un anno, è stato ferito all'addome durante una sparatoria nella zona di Grishk, a nord di Lashkar-gah, in Afghanistan.

È arrivato giovedì mattina ed è stato ricoverato presso il nostro Centro chirurgico per vittime di guerra, dove nel 2017 abbiamo ricoverato 2.442 feriti a causa della guerra.

La provincia di Helmand rimane una delle zone più pericolose di tutto il Paese, ma anche a Kabul la situazione continua a peggiorare: l’anno scorso abbiamo ricoverato 3.460 vittime di guerra, un numero in aumento rispetto all'anno precedente.

#laguerraè
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"Mi chiamo Sheku, vengo da Waterloo e ho undici anni. Quel giorno andai a Kerry Town per salutare i miei amici e andammo poi a vedere una partita di calcio, ma lungo la strada una moto mi investì".

Sheku è uno dei bambini curati nel Centro chirurgico di EMERGENCY a Goderich. Grazie al programma educativo dedicato ai bambini ricoverati, non ha mai perso un giorno di scuola e ha passato gli esami di fine anno.
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Un riconoscimento importante.
Ieri il presidente della Repubblica Islamica dell'Afghanistan, Ashraf Ghani, ci ha dato l’onorificenza “Allama Sayed Jamaluddin” per il nostro impegno a favore delle vittime della guerra in Afghanistan.

“Gli ospedali e i centri sanitari di EMERGENCY hanno aiutato la popolazione afgana nei momenti più difficili. Specialmente a Kabul e a Lashkar-gah, tutto lo staff di EMERGENCY è apprezzato per le cure che offre, in maniera onesta e con grande efficacia”, si legge nelle motivazioni che accompagnano la medaglia.

Noi dedichiamo questa medaglia a Samiullah, infermiere, e Hamza, autista di EMERGENCY, uccisi dalla guerra, e a tutte le vittime civili di questo conflitto interminabile.
E grazie a tutti i nostri straordinari colleghi in Afghanistan che ci sono sempre e non si tirano mai indietro.
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Samiullah, un nostro collega infermiere nell’ospedale di Lashkar-gah, è stato ucciso ieri in uno scontro a fuoco. Si è ritrovato coinvolto in una sparatoria mentre andava a un matrimonio.
Non era un soldato, non era un combattente: era un uomo di poco più di 30 anni che stava andando a festeggiare le nozze di amici. La guerra è esattamente questo: morte di civili innocenti, prima di tutto.

Samiullah lavorava con EMERGENCY da 9 anni, con l’orgoglio di aiutare ogni giorno, concretamente, il suo popolo. Siamo vicini alla sua famiglia e a tutti i nostri colleghi che continuano a lavorare all’ospedale di Lashkar-gah e ricordiamo Samiullah con le parole di Roberto, un infermiere che gli ha voluto bene.

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"L’ho conosciuto nel 2011, quando ero in prima missione a Lashkar-gah e lui era infermiere di Pronto soccorso. Era un ragazzino all’epoca, poco più adesso. Quasi tutti noi espatriati lo chiamiamo “Sami”.
Iperattivo, ridanciano, quando sarebbe bene tacere lui diceva sempre una parola in più, spesso di troppo. Quando non sarebbe prudente far domande lui ne aveva sempre da fare.
Uno di quelli che non stava seduto un momento, girava sempre, che ogni tanto andava ridimensionato. Che però quando non c’era in turno ti chiedevi come mai non ci fosse. Gestiva, anticipava, chiedeva, aveva fame di imparare. Ci vorrebbe una mezz’ora di Samiullah al giorno.

Nel corso delle mie missioni a Lashkar-gah ho fatto con lui decine di corsi, lezioni, esercitazioni, esami, sull’emergenza, sul trauma, sulla rianimazione. Sempre lì, Sami, a imparare e ribattere, a fidarsi e allo stesso tempo metterti alla prova (la pazienza soprattutto). Non ti faceva finire le frasi perché diceva di saperne già un po’. Alle esercitazioni era lui che voleva spiegare ai suoi colleghi perchè “ha già capito”.

Negli anni s’è sposato (chi? Samiullah? Ma pensa…) e ha fatto due figli. Gli è caduto un dente di sotto che non ha mai rimesso, s’è ingrassato un po’ (ahi, il matrimonio), si è comprato un motorino e un orologio giallo brillante che lui giurava esser d’oro (ma va là, Samiullah…).
Quante volte l’abbiamo chiamato in ufficio, col piglio di chi convoca qualcuno che l’ha fatta grossa, “adesso gli diamo un avvertimento, bisogna che capisca”. Poi, quando usciva, io e la medical coordinator scoppiavamo a ridere. Come facevi ad arrabbiarti con Samiullah?

L’ultima volta prima di ripartire mi ha regalato un vestito tipico di Lashkar-gah, rosa confetto. Casacca e pantaloni afgani. Rosa confetto? Vabbe', grazie Sami. Alla prossima, e fai il bravo.

La telefonata di oggi, quella vissuta nei miei peggiori incubi, quella che finora hai solo immaginato potesse arrivare ma che hai sempre sperato non arrivasse mai, stamattina prima di pranzo. Nella mia bella casa nella campagna marchigiana, dopo una notte passata nel mio bell’ospedale italiano. Era Simon, il logista di Lashkar-gah.
“Robi, sono Simon. So quanto tieni ai ragazzi e non volevo lo sapessi per altri canali. Samiullah oggi era di riposo, andava a un matrimonio, s’è trovato nel mezzo di un conflitto a fuoco nei pressi di Shoraki, alle porte di Lashkar-gah. L’hanno ammazzato”.
Sudore freddo, tenaglia alla gola. Samiullah.

Samiullah era un ragazzo, aveva una voce, un odore, un carattere, una famiglia, un motorino.
Samiullah io l’ho conosciuto. Era uno di quelli che mandava avanti un ospedale. Lui, come altri, erano e sono lì, notte e giorno. E non hanno una missione che finisce con un biglietto di ritorno in patria. Lui, in quel posto sbagliato, c’era nato e ci viveva.
E oggi ci è morto, dopo averne visti morire migliaia tentando di curarli.

Vi prego. Quelli che “rimpatriamoli tutti”, “l’Afghanistan non è più un Paese in guerra”, “la missione militare va rifinanziata”…
Vi prego. Diamoci un minuto per pensare.
Ciao Sami. Anzi Samiullah.
Stasera abbraccio quel vestito rosa confetto, spero che l’abbraccio arrivi anche a te, amico mio”.
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La guerra in Afghanistan, sempre più intensa, sempre più cruenta.
La guerra in Iraq e i suoi innumerevoli profughi e sfollati.
Mosul, la più grande battaglia urbana dalla Seconda guerra mondiale.
Il lavoro nei porti in Sicilia per i migranti che sbarcano, quello per i terremotati in Centro Italia, quello per chi ne ha bisogno in tutta Italia.

E momenti di felicità, come il premio "Sunhak Peace Prize" assegnato a Gino Strada, l'inaugurazione della nostra nuova sede a Milano, l'avvio del cantiere del nuovo Centro di eccellenza per la chirurgia pediatrica in Uganda.

Il nostro 2017 è stato molto intenso: abbiamo affrontato mass casualty, crisi umanitarie, abbiamo curato le vittime della guerra e della povertà. Abbiamo lavorato tutti i giorni, senza sosta, per fare ciò che è giusto: curare bene e gratis chi ne ha bisogno.

Lo abbiamo fatto insieme a tutti voi, grazie al vostro sostegno, e continueremo a farlo anche nel 2018. Sempre GRAZIE A VOI.
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1/4/18
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Ogni persona conta. Buon 2018 da EMERGENCY
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Sto medicando le mani ustionate di un papà.
Questa mattina ha preso in braccio sua figlia e l’ha portata nella nostra clinica nel campo profughi di Ashti con i vestiti e i capelli che ancora non avevano smesso di bruciare.

Il freddo di questa notte era difficile da sopportare nella tenda del campo nella quale vivono. E quel freddo ha spinto la bambina, avvolta in una coperta, ad avvicinarsi sempre più alla stufetta al cherosene per riscaldarsi.

Sciolgo le bende dalle mani del padre, ancora aperte nel gesto di tenerla in braccio. Non dice niente, rimane in quella posizione perché gli fa male chiuderle senza aver potuto riportare a casa la sua bambina.
La Guerra è anche questo, i suoi effetti non si fermano sul campo di battaglia.

-- Alessandro, Infermiere di EMERGENCY
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Il volto delle vittime della guerra? Eccolo: è quello di un bambino ferito al cervello dalle schegge di un'esplosione.
È il volto dei civili, vittime nove volte su dieci. È il volto di bambini, donne, uomini incolpevoli. È un volto che non vorremmo mai più vedere.
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"Noi siamo in guerra in Afghanistan da anni e anni e non se ne parla più. Non si dice che il nostro Paese è in guerra"
-- Gino Strada a Propaganda Live
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Ho incontrato Ahlam per la prima volta a giugno, in uno dei campi profughi vicino a Mosul.

Era con il padre, la madre e un fratellino. Quando sono entrati nella stanza mi si è stretto lo stomaco: stava in braccio al padre, entrambe le sue gambe erano state amputate, sembrava così fragile e indifesa che dava l’idea di potersi spezzare in due in qualsiasi momento. Malvestita, sporca, sottopeso, con le ferite infette: subito abbiamo deciso di trasferirla all’Emergency Hospital di Erbil, dove il nostro team avrebbe potuto cominciare a guarire le ferite alle gambe. Ma la prognosi restava negativa e così il nostro umore.

La settimana scorsa ero al Centro di riabilitazione di Sulaimaniya. Mentre camminavo nei corridoi, una bambina mi si avvicina e mi sorride con tutti i suoi dentoni bianchi. Subito mi si avvicina Hawar, il coordinatore del progetto: “Giacomo, perché non la saluti?”
Improvvisamente sono riuscito a collegare quegli occhioni ad Ahlam. Raramente mi emoziono, ma questa volta ho quasi pianto nel vederla lì nel nostro Centro, bella, in carne, vestita bene e, soprattutto, felice. Mi sono ricordato di tutti gli sforzi, il lavoro, le difficoltà, le notti insonni, i mal di stomaco e le occhiaie. Il sorriso di Ahlam è stato come una secchiata d’acqua fresca piena di ricordi ed emozioni.

A volte, presi dalle urgenze e dalla frenesia del lavoro, è facile dimenticarsi dell’impatto che ciò che facciamo ha sulla vita delle persone. Ringrazio Ahlam per avermi ricordato quanto il nostro lavoro serva e quanto abbia un grande impatto su tutti i nostri pazienti.

Ringrazio Ahlam per avermi ricordato quanto, tutti insieme, possiamo fare la differenza.

-- Giacomo, Coordinatore del Programma Iraq di EMERGENCY
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