Profile cover photo
Profile photo
Manuela Mori
72 followers
72 followers
About
Posts

Post is pinned.
Uscire dagli attacchi di panico è possibile

Gli attacchi di panico sono episodi che si presentano improvvisamente e suscitano una intensa paura. Sono accompagnati da sintomi quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.
È descritta come un'esperienza terribile e il timore di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante. Ci si trova aggrovigliati in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro altre fobie, come, ad esempio, l'ansia relativa all'essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico improvviso. Con la paura degli attacchi di panico diventa quindi pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l'auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.
La persona diviene schiava del suo problema, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarla mai sola e ad accompagnarla ovunque, con l'inevitabile senso di frustrazione che ne deriva e che può condurre ad una depressione secondaria. Dagli attacchi di panico, fortunatamente si può uscire! Dal punto di vista della psicoterapia Breve Strategica non si va a ricercare perché esiste una difficoltà, ma come essa sia strutturata e le modalità di mantenimento.
Generalmente si basa su periodi di trattamento brevi: i risultati si ottengono comunemente tra le 8/20 sedute, a seconda del tipo di problema. L'intervento Strategico efficace sui disturbi d'ansia e da panico porta al cambiamento della percezione della realtà minacciosa. L'approccio punta l'attenzione su quali strategie disfunzionali ("tentate soluzioni") vengono messe in atto per affrontare il problema. La persona mediante esperienze guidate dal terapeuta viene condotta a costruire quelle abilità e capacità individuali che permettono di gestire il problema per superarlo efficacemente e definitivamente.
Add a comment...

Umore altalenante? Non è disturbo bipolare
È fondamentale distinguere questi disturbi da sentimenti o emozioni passeggere e dal carattere di ciascuna persona.

Prima di utilizzare il termine "bipolare" nei confronti di se stessi o di altre persone è preferibile conoscere la differenza fra i normali sbalzi d'umore e il disturbo bipolare.
Spesso molte parole relative ad alcune problematiche psicologiche vengono utilizzate in maniera piuttosto "leggera". Depressione, bipolarità o disturbo ossessivo-compulsivo sono solo alcuni dei termini che vengono usati tutti i giorni per riferirsi a persone o a stati d'animo che non hanno niente a che vedere con queste malattie. Questo utilizzo dimostra una scarsa conoscenza di questi disturbi e delle loro conseguenze.
Così come spesso la tristezza viene definita comunemente depressione, allo stesso modo anche un umore un po' altalenante viene spesso considerato volgarmente come bipolarità. Ovviamente è fondamentale distinguere questi disturbi psicologici da sentimenti o emozioni passeggere e dal carattere di ciascuna persona, altrimenti si rischia di banalizzare un disturbo serio come quello bipolare.
Cos'è il disturbo bipolare? Come distinguerlo dagli sbalzi d'umore comuni?
Con questo termine si indica un disturbo maniaco-depressivo che si manifesta attraverso alterazioni dell'umore molto gravi che causano altrettanto gravi problemi alla persona che ne soffre e alle persone che gli sono vicine. Si tratta, infatti, di un disturbo invalidante che porta ad alti e bassi nell'umore attraverso l'alternanza o la presenza simultanea (stato misto) di stati depressivi e stati maniacali. Il disturbo bipolare rende molto complesso vivere tranquillamente la quotidianità e spesso rende impossibile lo svolgimento dell'attività lavorativa e avere buone relazioni interpersonali.
Questo disturbo può essere diagnosticato solamente da una o più figure professionali. Spesso non viene riconosciuto immediatamente o può essere confuso con altri problemi psicologici. Dopo la diagnosi, sarà necessario iniziare le cure (psicoterapia e farmaci) che avranno come obiettivo quello di stabilizzare l'umore del paziente.
Come abbiamo visto, il disturbo bipolare non si riassume in un umore altalenante. I normali sbalzi d'umore che ciascuno di noi può avere durante la giornata o in periodi particolari, infatti, non hanno nessun legame con questo disturbo che, invece, ha la capacità di rendere molto complessa la vita di chi ne soffre, fino a portarlo addirittura a pensare o a mettere in atto il suicidio.
In condizioni normali l'essere volubili o lunatici può essere dovuto a cause esterne o semplicemente a una caratteristica della nostra personalità. Pur essendo un problema in alcuni casi, questa labilità emozionale può essere trattata iniziando un percorso con uno psicoterapeuta se è causata dalla frustrazione o se si presentano conseguenze negative dovute alle fluttuazioni dell'umore.
Gli sbalzi d'umore prolungati spesso sono sintomo di insicurezza anche se solitamente sono legati alle circostanze in cui la persona si trova. Nel caso della bipolarità, invece, questi sbalzi di umore non si possono prevedere e non sono solitamente scatenati da nessuna situazione in particolare. Per affermare con certezza che l'umore altalenante possa essere effettivamente un sintomo del disturbo bipolare è necessario rivolgersi a uno specialista che, attraverso una anamnesi attenta, potrà eseguire una diagnosi corretta.
Add a comment...

Ansia e attacchi di panico: cosa li accomuna?
Gli attacchi di panico si verificano quando alcune sensazioni corporee e mentali innocue, legate ad uno stato d’ansia non patologico, vengono percepite a livello soggettivo come pericolose.

Un Attacco di Panico (ADP) può essere definito un periodo intenso di paura e disagio che raggiunge il picco in pochi minuti ed è caratterizzato da almeno quattro dei seguenti sintomi: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazione di vertigine, di instabilità, di "testa leggera" o di svenimento, brividi o vampate di calore, sensazione di torpore o formicolio, sensazione di irrealtà o di essere staccati da se stessi, paura di perdere il controllo o di "impazzire" e paura di morire (A.P.A., 2013).
Gli ADP possono essere inaspettati (cioè non associati ad un determinato stimolo e si manifestano quindi "a ciel sereno"), sensibili alla situazione (con maggior probabilità si manifestano in seguito all'esposizione ad uno stimolo situazionale ma non è detto che vi siano associati) e situazionali (si manifestano quasi invariabilmente ed immediatamente all'esposizione ad uno stimolo situazionale) e la loro frequenza varia da individuo a individuo.
Un singolo episodio di ADP non rappresenta una forma di psicopatologia poiché l'essere umano è fisiologicamente predisposto ad una sua eventuale insorgenza. Un Disturbo di Panico (DAP) è invece un disturbo d'ansia caratterizzato da almeno due o più attacchi di panico e uno di questi deve essere seguito, per un periodo di almeno un mese, dalla preoccupazione persistente relativa all'insorgenza o alle conseguenze di altri attacchi di panico (es. perdere il controllo, avere un attacco cardiaco o "impazzire") e da comportamenti disadattivi come l'evitamento dell'esercizio fisico, la riorganizzazione le attività quotidiane al fine di garantirsi dei soccorsi se si dovesse verificare un ADP e la limitazione delle situazioni non familiari come uscire di casa e usare i mezzi pubblici (A.P.A., 2013).
L'ansia è un'emozione primaria, caratterizzata da apprensione, preoccupazione e tensione, che ognuno di noi sperimenta quando percepiamo una minaccia e ci prepariamo ad affrontarla. L'ansia puo' essere considerata patologica quando le persone non riescono a gestirla e a ciò segue una compromissione del funzionamento sociale, peronale, lavorativo e scolastico. Gli attacchi di panico si verificano quando alcune sensazioni corporee e mentali innocue, legate ad uno stato d'ansia non patologico, vengono percepite a livello soggettivo come molto pericolose e sono quindi interpretate come catastrofiche (es. paura di morire, impazzire e/o perdere il controllo). Ne consegue dunque che il soggetto temerà di trovarsi in una catastrofe imminente e tenderà ad allarmarsi ulteriormente fino ad arrivare al panico, un'emozione caratterizzata da un senso di paura o morte immediata e da una tendenza comportamentale di fuga o lotta che serve a gestire un evento traumatico in atto. La maggior parte delle persone tende inoltre a compiere dei comportamenti protettivi (es. fuga, evitamento, prevenzione della minaccia e distrazioni) che danno sollievo solo nell'immediato ma a lungo termine impediscono la disconferma delle interpretazioni catastrofiche peggiorando quindi i sintomi fisici e mentali da cui ci si vuole difendere (Wells A., 1997).
Durante una crisi di panico è fortemente sconsigliato fingere di star bene (così facendo le palpitazioni cardiache aumentano), scappare (rischiate di cadere o di fare incidenti), forzare il respiro e iperventilare (ciò aumenta la sensazione di angoscia) ma, se è possibile, cercate di mettervi al fresco in una posizione comoda evitando quella da sdraiato perché peggiora i sintomi e chiedete aiuto a qualcuno.
La terapia cognitivo comportamentale si è dimostrata eccellente nell'85% dei casi nel trattamento del Disturbo di Panico (Roth e Fonagy, 1996) ed ha inoltre dimostrato un'efficacia pari o superiore ai farmaci, soprattutto per la prevenzione delle ricadute (Clark et al. 1994; Mitte, 2005, Barlow et al., 2000).
Add a comment...

Come sopravvivere ad una crisi esistenziale?

Le crisi esistenziali sono in continuo aumento e sempre più persone si trovano spaesate nella ricerca e realizzazione di se stessi e dei propri desideri.
Come riconoscere una crisi esistenziale?
In genere la crisi esistenziale è caratterizzata da una disposizione interiore profondamente angosciosa e associata ad un senso di perdita di identità personale che sfocia, poi, in una mancanza di senso e di significato della propria vita.
Ciò può avvenire a seguito di diverse cause, di cui le fondamentali sono: eventi traumatici e di forte stress a cui non si riesce a far fronte in alcun modo; oppure conducendo uno stile di vita fortemente esteriorizzato, banalizzato e disgregante, che ha perso il contatto con i valori guida alla base dell'esistenza umana.
Come ben compreso dallo psichiatra psicoterapeuta Viennese V.E.Frankl:
L'equilibrio psichico è organizzato e dipende in larga parte dalla percezione significativa di sé e del proprio vissuto personale.
Qualora nell'individuo venga a mancare questa fondamentale sensazione di senso e significato, si creerà la tendenza a rifuggire da se stessi e dai propri impegni di vita attraverso forme di compensazione e gratificazione fittizia e con atteggiamenti altamente distruttivi quali: assunzione di droghe, atteggiamenti di potenza, suicidio immediato e differito (anoressia e droghe).
L'uomo di oggi, come dettagliatamente Frankl ce lo descrive, ha perso i contatti con l'universo dei valori autentici e, pertanto, ricerca soddisfazioni compensatorie per superare l'inevitabile senso di vuoto esistenziale.
Ricordiamo anche che, da questo vuoto interiore (che è il maggior segnale di crisi esistenziale) si genera poi anche una forte crisi di identità per cui, gli stessi ruoli abituali, famigliari, lavorativi, di studio ecc, sembrano essere divenuti estranei e perdono il loro potere di coinvolgimento, per cui, tutte le responsabilità connesse saranno disattese.
Ancor più difficile sarà per questo soggetto, far fronte a situazioni straordinarie o traumatiche come potrebbero essere oggi quelle di perdita di lavoro o di lutti o altro. Possiamo dunque constatare e confermare il quadro drammatico che Frankl ci ha descritto ben oltre 50 anni fa e che all'oggi è di grande evidenza.
Dunque riassumiamo i sintomi della crisi esistenziale:
• perdita di senso e di significato della propria vita e della vita in generale
• senso di vuoto accompagnato da stanchezza fisica e psichica
• mancanza di motivazione e di interesse allo svolgimento dei compiti della vita
• indifferenza ed estrema difficoltà a far fronte a situazioni di vita impreviste, importanti e dolorose
• apatia interiore ed esteriore che si manifesta anche col "lasciarsi andare"
• mancanza di senso di appartenenza alla famiglia e alla società
• rifugio nelle droghe, nel gioco, e in atteggiamenti e teorie mistiche e fuorvianti (anche di falsi guru approfittatori di cui oggi pullula il mondo).
Quando ci si sente persi e confusi qual è la prima cosa da fare?
La prima cosa da fare trovandosi in uno stato di disordine mentale è cercare di calmarsi e ciò si ottiene con un profondo respiro e una "presa di distanza" dal problema o dai problemi contingenti e stressanti.
Teniamo presente che nessuna situazione può essere adeguatamente affrontata partendo da uno stato d'animo agitato e sconnesso dalla fonte del sé (la nostra fonte di saggezza interiore). Ogni situazione che ci causa dolore e stress deve essere considerata ed analizzata a partire da quell'"esame di realtà" (tanto caro a Freud), che si conduce, precisamente, allo stesso modo di un problema matematico, e cioè attraverso l'esame dei "dati" presenti e costituenti il problema.
Fatto questo dovremmo prendere in esame lo stato emotivo che il problema ha prodotto, e, confrontandolo con i dati di realtà, si potrà comprenderne più o meno la proporzione o la sproporzione.
Bisogna verificare cioè se, la risposta emotiva al problema è proporzionata al problema stesso. È molto importante fare questo, non sono discorsi inutili.
Noteremo che quasi sempre la parte emotiva amplifica notevolmente il problema, addirittura lo ingigantisce a tal punto da inibire profondamente la parte razionale e creativa della mente, che sola potrebbe risolvere il problema stesso.
Gli stati emotivi sbilanciati e alterati nella gamma negativa, causano anche (oltre a quella razionale) una sorta di inibizione motoria, per cui, sommando il tutto, ne risulta impossibile ideare un piano d'azione e porlo in essere a soluzione del problema o dei problemi.
Quindi risulta essenziale giungere ad un ridimensionamento degli aspetti emotivi.
Un'altra cosa importante è quella che io chiamo "centratura". Dobbiamo considerare che ognuno di noi ha come un "centro dell'essere" in cui sono custoditi i valori autentici e da cui partono i segnali che ci indicano quando questi valori sono sottesi o rispettati.
Tutto è regolato da sensazioni particolarmente intime. Ognuno dovrebbe regolarsi (imparando ad ascoltare le sensazioni) su questo punto centrale interiore per trovare chiarezza e direzione cioè la "propria verità interiore" di una situazione, rimanendo in accordo coi propri valori.
Da questo stesso punto scaturisce consapevolezza, senso e valore di sé.
Purtroppo, sbilanciati emotivamente dai fatti della vita, perdiamo il contatto con la saggezza di questo centro e, con ciò viene impedita la certezza dell'avere risorse adeguate ad affrontare ogni genere di situazione, e viene impedito il senso di direzione e di chiarezza interiore da cui dipendiamo.
Per cui molto del mio modo di fare terapia, consiste nel riportare il soggetto a contatto interiore col suo centro di conoscenza e sapienza.
Quando sono varie le cause che portano alla perdita di questo contatto interiore, come bisogna agire?
Generalmente molte persone che si rivolgono allo psicologo psicoterapeuta, si trovano in uno stato di "multiproblematicità" (il termine è mio), ciò significa che ci sono varie problematiche collegate tra loro. Questo non è strano se si pensa che, da problematiche interiori, quasi con effetto domino, si producono effetti di realtà problematica esteriore, e via dicendo.
Si può immaginare questo effetto come quando si getta un sasso nell'acqua e si creano onde concentriche sempre più ampie.
Posso anche agganciarmi al discorso precedente: cioè se il Centro di noi stessi è in equilibrio, le onde da lui prodotte e tradotte in realtà pratiche e contingenti, e quindi tradotte in circostanze di vita, saranno in assetto positivo e costruttivo, la realtà pratica, dunque, rispecchierà ordine ed equilibrio.
Se il Centro di noi è sbilanciato e carente di significato e valore (es. per una forte disistima o per emotività esagerata), questo aspetto perturbato produrrà onde anomale che diverranno sempre più caotiche e destabilizzanti nella loro espansione, inoltre i segnali interiori sani (che comunque continuano ad essere prodotti dalla parte del sé superiore che cerca l'individuazione), non saranno leggibili e recepibili correttamente, quindi ciò produrrà disastri sincronici anche nella realtà esterna espressa in situazioni di vita e relazioni.
Il soggetto sarà portato a crearsi innumerevoli contesti di vita insani, frutto di atteggiamenti sbagliati...frutto di pensieri distorti... frutto di emozioni negative...frutto di distorsioni percettive ecc...insomma...un sistema interiore "in tilt" non può che generare una realtà esteriore disordinata e, appunto, multiproblematica. Come es. pratico pensiamo ad una carenza di autostima che occupi il centro del soggetto.
Da ciò si genereranno molteplici "disastri" personali, legami con persone sbagliate, problemi lavorativi e famigliari, incapacità a relazionarsi e realizzarsi, compensazioni in uso di droghe, vita vagabonda e senza senso.
Se mi sono prolungata così tanto nella descrizione di come si crea uno stato di "multiproblematicità", è perché solo dalla comprensione può venire soluzione.
Come si può fare allora e come portare rimedio?
Occorre affrontare i problemi a partire da entrambe i lati cioè, sia dall'esterno verso l'interno, sia dall'interno verso l'esterno. Diciamo che la psicoterapia è lo strumento principale per agire dall'interno verso l'esterno; lavorare su di sé è fondamentale ed evita davvero tante sofferenze (altro che "soldini buttati via dallo psicologo" noto luogo comune), e permette di acquisire anche strumenti adeguati per gestire varie situazioni.
Contemporaneamente correggere le situazioni esterne con azioni pratiche; e...sapete qual'è il miglior strumento pratico per apportare cambiamenti? Prendere decisioni!
Ecco questa è una capacità importante che dovrebbe essere appresa a scuola; prendere decisioni sulla base del "principio di realtà" e attenervisi coerentemente. Vi ho rivelato un grande segreto che le persone di successo sanno.
Però volendo fornire un metodo più spicciolo e autogestito, proprio di sopravvivenza pratica, consiglierei di partire in modo deciso affrontando i problemi di vita reale, uno ad uno, implacabilmente, a partire da quello più facile e risolvibile a quello più difficile.
Indico questo metodo, contrariamente a quello di partire dal centro di sé (che implicherebbe la psicoterapia), perché può essere, e anche diventare, uno stile di vita attivo e positivo, inoltre è abbordabile.
Se affrontiamo e risolviamo i singoli problemi pratici di vita, ci abitueremo gradualmente, ad essere costruttivi e ne avremo un benefico ritorno anche interiore.
La nostra percezione di autoefficacia migliorerà; acquisiremo autostima e sicurezza, e senso di sé forte.
A questo punto, anche il movimento autoricostruttivo interno si ravvierà e si avranno sincronizzazioni tra interno ed esterno e la sinergia sarà massima. Ci saranno importanti cambiamenti.
Detto questo, pensate come potrebbe essere ancora più veloce il cambiamento in positivo, associando anche un percorso di psicoterapia che amplificherebbe ulteriormente le onde benefiche aiutando la persona a "centrarsi".
Add a comment...

Dietro la stanchezza, spesso l'insoddisfazione
Cosa si nasconde dietro la scarsa voglia di fare, il senso di fallimento, un continuo stato di tensione ed una stanchezza mentale che non trova pace? Insoddisfazione.

In questo articolo ci riferiamo ad un tipo di stanchezza che solitamente non risente degli effetti benefici del riposo, sia del corpo che della mente. Quando dopo una intensa giornata di lavoro (che sia casalingo, di ufficio o da genitore) rientriamo a casa, naturalmente stanchi, accade spesso che un buon momento di riposo, di distrazione con una attività piacevole o che ci scarichi, possa essere sufficiente a farci ricaricare e recuperare le energie perdute.
Se così facendo ci rimettiamo in sesto se si tratta di un affaticamento fisico, la stessa magia non accede se invece siamo in preda ad una stanchezza che potremmo definire mentale o psicologica.
I segni di questo tipo di stanchezza sono spesso sonnolenza o disturbi del sonno, debolezza fisica, poca voglia di assolvere anche a piccole mansioni quotidiane, riduzione dell'attività fisica (che paradossalmente non riduce la stanchezza, ma la fa aumentare), ansia e tristezza.
Queste sensazioni di frequente causano in chi le prova un fastidioso senso di fallimento, proprio perché in generale si tratta di persone molto critiche verso se stesse, molto pretenziose di dover essere sempre al massimo delle loro possibilità.
La stanchezza: anche una questione di autostima!
Lo stesso tipo di stanchezza mentale capita anche a persone che credendo poco nelle loro risorse, vivono la vita in un continuo stato di tensione e col freno a mano tirato.
Ciò che si cela dietro a questo tipo di stanchezza mentale, psicologica è l'insoddisfazione.
L'insoddisfazione è la mancata realizzazione dei nostri desideri, la frustrazione dei nostri bisogni, il permesso, che non ci si dà, di ascoltare ciò che veramente vorremmo e di tentare, nei limiti del possibile, di realizzarlo.
Questo tranello accomuna sia chi, preso dalla smania di perfezione e dal motore del fare, non si ferma ad ascoltare il vero Sé, sia chi, non credendo nelle proprie possibilità, non si concede nemmeno la chance di provarci a raggiungere ciò che veramente desidera.
Add a comment...

Perchè non riesco a trovare l'amore?
La ricerca dell'amore è uno dei temi più importanti per i giovani esseri umani

Perché non trovo l'amore? È una domanda che si pongono tanti giovani uomini. Ma c'è veramente qualcosa di cui preoccuparsi? Cosa consiglia lo psicologo a questi giovani in cerca della ragazza?
I motivi che possono rendere difficoltosa la ricerca di una ragazza possono essere molteplici e vanno sempre ricercati in se stessi e non in una difficile congiuntura astrale o in un fantomatico malocchio voluto da chissà chi.... Il rapporto di coppia non è un'esclusiva dei belli o degli intellettuali. Ciascuno di noi ha in potenza la possibilità di conoscere e far innamorare diverse persone. Si tratta solo di capire come....
Goffi, imbranati, timidi, ecco come si descrivono i giovani che si sentono esclusi dal mondo delle relazioni. Gli risulta difficile parlare se non via chat e comunicare senza sentirsi in imbarazzo.
1." le donne proprio mi odiano, non riesco mai ad uscire con nessuna, eppure io sono bello e intelligente e faccio tanti sport… provo a contattarle su Badoo e nessuna mi risponde. Ma perché? Ai miei amici si!.. Appena mi piace una ragazza quella mi dice di no! Arrivo a casa la sera non mi viene altra voglia che di piangere per la rabbia…"
In un caso come questo, verrebbe da rispondere che il problema è nell'eccessiva considerazione che questa persona ha di sé. La bellezza esteriore cosí come un fisico ben allenato se non supportate da doti meno esteriori (simpatia, intelligenza, altruismo, ecc.) possono non essere sufficienti ad attrarre ragazze. Soprattutto se i tentativi di conoscenza avvengono attraverso i canali dei social network, essere simpatici e accattivanti e non solo carini e palestrati, ad esempio, sono caratteristiche fondamentali che risultano essere vincenti per lo meno ad un primo contatto. Se al nostro contatto appariamo come una vuota persona esteticamente piacevole è probabile che non sarà interessato a proseguire nella conoscenza.
2. "Non ho autostima e mi sento sempre inferiore ai miei coetanei… eppure quando mi apro sono anche simpatico, ci metto tempo però ad aprirmi con le persone e soprattutto non mi piace la gente che mi prende in giro perché sono timido e gentile. Come devo fare?"
Il problema di una bassa autostima è un aspetto molto ricorrente in soggetti che manifestano difficoltà sociali: non sentirsi all'altezza è una caratteristica che influenza il nostro comportamento e che inevitabilmente trasmettiamo, se pur inconsapevolmente, anche agli altri.
Quello che passiamo durante la comunicazione con altri esseri umani non sono solo le parole e i concetti che esprimiamo ma anche un insieme di impressioni, gesti, espressioni corporee che sfuggono al controllo diretto della nostra mente. Detto in altre parole, se ci sentiamo brutti o stupidi è probabile che lo comunicheremo inevitabilmente e inconsapevolmente anche al nostro interlocutore. E' difficile far colpo su una ragazza se noi per primi ci sentiamo poco interessanti.

Mi sentirei di consigliare uno sforzo da parte del soggetto per cercare una maggiore e più rapida apertura verso l'altro: purtroppo le persone non sempre hanno la pazienza di aspettare un po' di tempo prima di farsi un'idea stabile di chi hanno di fronte. Una prima impressione è inevitabile comunicarla, ma se tardiamo a mostrare aspetti piacevoli della nostra personalità si rischia che la "prima impressione" resti immutabile nella mente altrui. Se una persona ci appare d'impatto poco simpatica la nostra mente tenderà a selezionare comportamenti negativi per confermare quest'immagine.
3."Le cose che piacciono a me non piacciono a nessuno, tutte le considerano da sfigati e i ragazzi della mia età non mi capiscono. A me piace la storia medievale, i giochi come Dungeons & Dragons, i libri fantasy come Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco… Ma può essere che queste cose non piacciono a nessuna ragazza? Ho già 24 anni e i miei amici si stanno facendo una vita, mentre io no…"
Avere dei gusti così decisi e particolari ci mette spesso di fronte ad un bivio per evitare di rimanere eternamente single: o impariamo ad essere più elastici e in nome dell'amicizia e dell'amore cerchiamo di appassionarci a tematiche di maggiore diffusione (e quindi più popolari) o cerchiamo di selezionare persone simili a noi, con interessi identici ai nostri. In quest'ultimo caso i social network possono esserci d'aiuto: creare un gruppo facebook su di una particolare tematica ci consentirà di conoscere persone con gusti simili ai nostri.
O, ancora, è possibile che, cercando su internet, scopriamo l'esistenza di gruppi, forum, chat dedicati a tematiche precise. È probabile che all'interno di queste community, oltre a parlare dell'argomento, si organizzino uscite dedicate ad una determinata tematica. Esistono, per fare un esempio, gruppi appassionati di Star Wars che si danno appuntamento in occasione di uscite di film, mostre dedicate, serate a tema con travestimenti etc..
Add a comment...

Calo del desiderio maschile: non mi ama più?
La mancanza di vicinanza sessuale in una coppia può essere motivo di fortissima frustrazione poichè si nega una compenente fondamentale del rapporto

Lui non vuole più fare l'amore con me, cosa devo fare? È una domanda più frequente di qaunto si possa pensare e alla quale non si può dare una risposta univoca e semplice. Varie sono le situazioni che possono presentarsi quando parliamo di calo del desiderio maschile, ma la sensazione che rimane è sempre la stessa: frustrazione e paura per il proprio rapporto.
In generale i motivi che possono spiegare simili difficoltà o addirittura rifiuti dell'attività sessuale possono essere molteplici e non sempre possono essere risolti senza l'aiuto di un esperto.
I problemi sessuali di questo tipo andrebbero indagati innanzitutto dal punto di vista medico: una volta escluse difficoltà organiche, è possibile pensare di affrontarli psicologicamente, magari attraverso un percorso di psicoterapia individuale e/o di coppia.
Lui non vuole parlare con me ed è sempre nervoso:
"Stiamo insieme da 5 anni, da 1 anno ormai non facciamo quasi più l'amore. Lui è sempre nervoso e mi risponde male ogni volta che gli chiedo il perché. Dice che lo metto sotto pressione e che sono una palla. Ma io ci soffro tanto, non mi sento più una donna…Una volta ne aveva sempre voglia e adesso quasi non mi guarda".
M.
Il consiglio che si può dare per affrontare una simile difficoltà è quella di spingere il proprio compagno a consultare uno specialista. In caso di fermo rifiuto, si può pensare di contattare almeno individualmente uno psicologo/psicoterapeuta e iniziare un proprio percorso che potrebbe rivelarsi utile a sé, alla coppia e magari funzionare da spinta anche per il proprio compagno: prendere consapevolezza del problema rappresenta un buon inizio per tornare a pensare come coppia. La mancanza di dialogo è uno dei principali fattori che spesso allontana due persone poiché riduce l'intimità e favorisce un certo disinteresse sessuale.
Mio marito guarda i porno e si arrabbia se gliene parlo
"Ormai io e mio marito siamo come fratello e sorella, lui non si avvicina più a me, eppure non capisco, cosa ho fatto? Siamo sposati da soli 3 anni e non stiamo più insieme, però con i porno si eccita, eccome! Ogni volta che prendo il discorso, che cerco di tirargli fuori con le tenaglie quello che pensa, non fa altro se non arrabbiarsi!"
C.
In un caso come questo, in cui la sessualità maschile ha un funzionamento organico regolare, il problema potrebbe risiedere nel mondo delle fantasie maschili: ritrovare la libertà di esprimere i propri desideri e l'intimità aiuterebbe la coppia ad esternare senza timore le proprie fantasie che, a volte, hanno preso strade differenti. Capita che gli uomini facciano fatica ad identificare nella propria compagna la possibile partner di fantasie sfrenate che trova nei film: in realtà scopriamo che la maggior parte delle volte non ci provano neanche, dando per scontato che alla lei certi "aspetti" della sessualità non interessino…
Pensa solo al lavoro
"Non è possibile, ogni giorno ha una scusa diversa. Un giorno è stanco, un giorno è nervoso, una sera ha mangiato troppo, poi ha mal di testa, e il nuovo lavoro lo sta facendo diventare matto… Ma è possibile che per un uomo il lavoro sia così fondamentale che se ha problemi con quello non si accorge di me??"
S.
Per gli uomini il lavoro può assumere una dimensione preponderante al punto da diventare una componente fondamentale della propria identità. È per questo motivo che sono quasi sempre gli uomini a reagire con gesti estremi alla perdita del lavoro. Anche in questo caso è importante ritrovare quel dialogo che permette ad una coppia di ricostruirsi, di sentire il proprio rapporto come fondamentale per la vita di entrambi e lasciare al lavoro una giusta collocazione.
Si vergogna per l'eiaculazione precoce
"Il mio compagno si vergogna dell'eiaculazione precoce. È vero che ne soffre poveretto, ma invece di parlarne con me e di trovare una soluzione insieme, quello che fa è semplicemente evitare di dormire con me. Io ho provato a rassicurarlo e a fargli capire che ho bisogno di lui anche sessualmente ma non mi ascolta, anzi si chiude a riccio, come devo fare??"
V.
Gli uomini vivono spesso come una vergogna qualsiasi difficoltà in ambito sessuale: la società rimanda costantemente l'immagine di un essere virile, sempre pronto e prestante, a cui non sono concesse "defaillance" di alcun tipo. Chiudersi in sé stessi è l'atteggiamento peggiore che si possa avere perché non porta ad alcuna soluzione. Parlare con la propria compagna, superando la dolorosa ferita della virilità, è invece l'unico comportamento che può aiutare un uomo a ritrovare una certa serenità.
Sono sempre più arrabbiata perché lui non vuole fare l'amore
"Non ce la faccio più. Sto esplodendo di rabbia, mi sento presa in giro!!! Il mio uomo è sempre stanco, è vero che fa un lavoro pesante, ma dorme 10 ore ogni notte e sono mesi che non facciamo nulla…Ma vi pare possibile? Alle nove e mezza di sera già dorme ed io passo le serate sola, sentendomi una donna brutta, eppure sono attraente, sono bella, alta, ho gli occhi azzurri che una volta mi brillavano, adesso lo facciamo solo se io lo cerco e nemmeno a volte. Pure durante le vacanze si è negato, ma che pensa di essere l'unico al mondo ad essere stanco? E a me chi ci pensa? Rabbia, rabbia, tanta rabbia!!!"
C.
È comprensibile essere arrabbiati di fronte ad un rifiuto più o meno costante, eppure la rabbia non risolverà questa difficoltà. Anche se difficile, bisogna cercare di approfondire questa situazione perché è evidente che la stanchezza non può essere l'unico motivo del disinteresse sessuale. Come ho già detto, i motivi possono essere molteplici così come molteplici possono essere le soluzioni.
Il mondo della sessualità è molto complesso ma anche molto vario e stimolante: perché non prendersi per mano e vincere la paura di esplorare le proprie fantasie?
Add a comment...

La depressione da rientro dalle vacanze e le sue possibilità
Piccoli consigli per superare la depressione da rientro dalle vacanze e per riflettere su cosa ci fa sentire cosí a disagio

La depressione da rientro dalle vacanze è quella sensazione scomoda che proviamo quando al ritorno dalle ferie o dalle vacanze non riusciamo a riadattarci alla routine, che essa sia quella lavorativa, scolastica o semplicemente familiare.
Confessiamolo, a tutti costa fatica tornare al lavoro, allo studio sulle montagne di libri, alle piccole incombenze come stirare, cucinare, prendere la macchina nel traffico o infilarsi quotidianamente in autobus pieni di gente…
La nostalgia delle vacanze, di luoghi o di persone (soprattutto per chi vive fuori sede ed ha occasione di vedere la famiglia solo durante le vacanze) è facile da provare, ma ci sono casi in cui queste piccole insofferenze s'intensificano e diventano più profonde, creando problemi alla persona che le sta soffrendo.
Anche se non si può parlare di un vero e proprio problema psicologico, è un concetto che ha trovato spazio in diverse pubblicazioni e che non sembra difficile da immaginare visti i ritmi della vita moderna.
Quando succede?
Può succedere dopo vacanze effettivamente molto lunghe o dopo un periodo che doveva essere di svago e riposo e che non si è potuto godere in maniera adeguata.
In buona sostanza è una sindrome transitoria, che magari si manifesta dopo le vacanze perché c'è una condizione generale di stanchezza pregressa o una situazione di stress da lavoro che non si è risolta.
Come si manifesta?
I maggiori sintomi sono le difficoltà a dormire o uno stato di sonnolenza generale durante la giornata, e dopo questo posso apparire altri sintomi effetto domino: difficoltà a concentrarsi, cattivo umore, disorientamento o addirittura astio nelle relazioni.
Come evitare la depressione da rientro?
Per evitare o minimizzare gli effetti e combattere lo stress è buona norma tornare dai viaggi qualche giorno prima del rientro al lavoro, aggiustare ad esempio un po' gli orari degli ultimi giorni prima del rientro ai ritmi normali, per evitare un passaggio brusco dall'assenza di routine al riordino totale della giornata.
Un'altra buona opzione è quella di concentrarsi un po' sui propri hobby , così da non contrapporre troppo l'ozio delle vacanze ed i doveri della vita quotidiana.

È importante riflettere sul cambiamento che ha subito la società, i ritmi di vita sono cambiati e divenuti talmente accelerati che non c'è più spazio per un po' di sana inerzia. Per questo in vacanza crolliamo in sonni lunghissimi, pause all'ombra senza pensare all'orologio o ci lanciamo in lunghe giornate di sport, avventure o qualsiasi altra cosa che non abbiamo il tempo di fare durante l'anno.
È il momento di riflettere
Forse questa sindrome dal rientro dalle vacanze non è del tutto negativa, facciamoci un paio di domande:
• Quali sono i nostri ritmi durante l'anno?
• Ci prendiamo mai dei momenti per riposare?
• Riusciamo ad approfittare del poco tempo libero che abbiamo per rilassarci con un'attività che ci piace o riempiamo il tempo libero di commissioni e doveri?
• Ci prendiamo cura di noi stessi emozionalmente e fisicamente?
• Come viviamo la nostra quotidianità?
Forse la depressione da rientro dalle vacanze può essere vissuta in maniera positiva, come un momento per riflettere e valutare quello che ci piace e quello che non ci piace della nostra vita quotidiana e iniziare a pensare a come cambiarlo.
Add a comment...

La fame nervosa
L'articolo affronta il delicato tema della fame nervosa: viene analizzato brevemente un aspetto della relazione madre-bambino ritenuto fondamentale nella genesi dei disordini alimentari.

Quante volte ci si accorge di mangiare senza avere reale appetito? Talvolta lo si fa per noia, altre volte per rabbia o tristezza… Questi comportamenti sono molto comuni e non rappresentano necessariamente una forma patologica. L'area dei disordini alimentari, in psicologia e in psicopatologia, è davvero molto ampia e in continua evoluzione; si conoscono numerosi disturbi che non soddisfano i criteri per una diagnosi specifica di Disturbo del Comportamento Alimentare e che, per questo motivo, sono troppo spesso sottovalutati. Dall'altro lato, capita spesso che persone, non affette da disturbi alimentari, assumano però condotte anomale: esse non rappresentano altro che la spia di una difficoltà relazionale o emotiva che genera molta sofferenza nel soggetto, senza tuttavia rappresentare un pericolo per la sua vita. Non intendo, con queste affermazioni, "incasellare" tutte le condizioni nella scatoletta della "patologia" o in quella della "non patologia"; la dimensione psichica è dinamica (cioè in continuo cambiamento) e questo presuppone che ci siano sottilissime differenze e numerose sfumature tra le situazioni. Non intendo nemmeno generalizzare: è fondamentale considerare ogni individuo nella sua unicità e nel suo contesto. Sono convinta, però, che esista un filo invisibile, una storia comune, nella vita di tutte le persone che hanno sperimentato, o che vivono ogni giorno, un rapporto difficile con il cibo.
Oggi il cibo rappresenta un mezzo, sotto diversi punti di vista: può essere utilizzato per sentirsi più vicini alla propria famiglia o alla propria etnia, quando ci si allontana dal nucleo o dal territorio natale; può essere l'occasione giusta per ritrovarsi con amici e stare in compagnia, ma anche per festeggiare e celebrare eventi importanti; a livello piùprofondo, può aiutare una persona a manifestare emozioni complesse e difficili da esprimere verbalmente, come la noia, la tristezza, la rabbia; può infine rappresentare, in una situazione chiaramente patologica, il mezzo per rivendicare la propria autonomia e il massimo livello di controllo sulla propria vita e sul proprio corpo, come accade, secondo modalità diverse, nell'Anoressia e nella Bulimia Nervosa.
Tutte queste situazioni implicano una mancanza. La mancanza fa inevitabilmente pensare alla solitudine, al vuoto. Il cibo è una dei mezzi in assoluto più utilizzati, più o meno consciamente, per colmare una profonda sensazione di vuoto interiore, che può derivare da diverse circostanze, ma che, in ogni caso, richiede di essere colmata, saziata e soddisfatta.
Vi propongo una breve riflessione: pensiamo a una mamma e al suo bambino, il quale, nei primi 2 – 3 anni di vita, possiede risorse molto limitate per comunicare i suoi bisogni e le sue necessità. In particolare, nel primo anno di vita il bambino per comunicare qualsiasi stato emotivo o fisiologico, piange. Piange perché impara molto in fretta che questa manifestazione crea nella madre uno stato di allerta che farà sì che ella sia rapidamente e completamente disponibile. Ma come fa il bambino a comunicare al genitore se ha fame, sonno, sete, se vuole essere pulito o coccolato, se si sente annoiato, triste o arrabbiato? Questa differenziazione è troppo complessa per un bimbo così piccolo: entrano quindi in gioco la mamma e il papà, che devono essere in grado di distinguere le diverse esigenze del proprio bambino. Questa capacità non è innata, ma molti studi dimostrano che si sviluppa in maniera piuttosto rapida e naturale nei genitori (il classico "istinto materno"). Non per tutti i genitori è così. Esistono mamme e papà che non riescono in alcun modo a calmare il proprio bambino perché non sono in grado di sintonizzarsi emotivamente con lui e, in tal modo, non riescono a capire quale sia la reale necessità del piccolo. Questi genitori si trovano spesso nella situazione di rispondere ai pianti del bambino con una somministrazione ossessiva di cibo (spesso una delle prime cose che vengono in mente a un genitore quando il proprio bimbo piange è: "avrà fame?"). Ecco, pensiamo a questo bambino, che cresce e che impara ad associare a qualsiasi emozione negativa l'assunzione di cibo. Questo bambino non imparerà mai a distinguere lo stimolo della fame da altri stimoli di diversa natura, in primis quelli emotivi, e si troverà ad essere un adulto che "soffocherà" letteralmente i suoi bisogni e le sue sofferenze con il cibo.
È dunque necessario e fondamentale imparare a riconoscere e distinguere la fame biologica dalla "fame nell'anima" (cioè la fame emotiva), per due motivazioni principali: in primis, per non rischiare di sviluppare psicopatologie come i disturbi alimentari, che spesso hanno, tra le loro fondamenta, anche l'incapacità di riconoscere la sensazione di fame. La seconda motivazione risiede nel fatto che ogni emozione che proviamo deve essere espressa, deve essere "buttata fuori", deve essere percepita, riconosciuta, vissuta e accettata come tale. Il cibo, in questi casi, serve soltanto a placare momentaneamente l'emozione, senza però annullarla o cancellarla. Si rischia dunque di entrare in un circolo vizioso dove l'incapacità di distinguerla fame biologica da quella nervosa, da un lato, e l'inibizione emotiva, dall'altro, portano il soggetto a sfogarsi sul frigorifero ogni qualvolta si trovi a sperimentare un'emozione complessa, eccessivamente intensa o troppo difficile da esprimere verbalmente.
L'anoressia nervosa può rappresentare l'esempio estremo di questa situazione: è opinione condivisa che la tensione anoressica sia indirizzata al raggiungimento del corpo perfetto, attraverso la ricerca ossessiva dell'ideale di magrezza. A livello più profondo, però, la spinta al dimagrimento estremo deriva da una non accettazione di sé e dalla difficoltà di riconoscere le proprie emozioni. L'individuo che non riesce a gestire la propria dimensione emotiva la percepisce come inaccettabile e vive nello stesso modo il corpo, mezzo destinato a veicolarla: attraverso la privazione di cibo esso viene reso inattivo e inefficace. Il rifiuto del cibo potrebbe rappresentare un tentativo estremo di negare il bisogno di nutrimento da parte di una madre incapace di comprendere i bisogni del proprio bambino, fonte di una profonda frustrazione. Torniamo un momento alla nostra bambina piccola che piange e che non riesce a trovare una risposta coerente nei comportamenti della mamma: è ipotizzabile che questa bambina pensi di non essere capace a comunicare, che si convinca di non possedere i mezzi necessari per essere autonoma e quindi che cerchi, in qualsiasi modo, di raggiungere la perfezione per non essere abbandonata dalla mamma. L'assunzione di questo ruolo porterà, nel corso degli anni, al risentimento e a una ribellione totale, tramite la quale la ragazza cercherà di affermare il suo vero sé, a lungo sopito nel tentativo di essere "la figlia perfetta". Il rifiuto del cibo rappresenta il tentativo estremo di negare il proprio bisogno della madre e del suo nutrimento, di cui si è in realtà molto avidi, affermando, tramite il controllo ossessivo del proprio corpo, la propria autosufficienza. Il rigido mantenimento di un peso drammaticamente basso soddisfa due bisogni fondamentali della paziente anoressica: da un lato, soddisfa il bisogno di autoaffermazione, dall'altro protegge dal rischio di essere abbandonati, mantenendo vicino a sé la propria madre preoccupata.
Ad un livello di rigidità inferiore troviamo il paziente bulimico, che, a differenza del paziente anoressico, entra in contatto con il proprio vissuto di vuoto interiore, generato dall'insoddisfazione dei propri bisogni da parte del genitore. La Bulimia Nervosaspinge l'individuo a ingerire enormi quantità di cibo nel tentativo disperato di colmare questo vuoto, tentando di prendere e tenere con sé tutto l'amore che manca nella vita reale. Ogni boccone rappresenta una disperata richiesta di aiuto, una richiesta di amore. Quando la paziente bulimica si rende conto di aver riempito il proprio corpo "soltanto" con il cibo, questo diviene, esattamente come le emozioni per la paziente anoressica, inaccettabile e deve essere espulso. Queste pazienti vivono costantemente un conflitto inconscio tra il desiderio di restare unite per sempre alla madre (rappresentato dall'ingestione di cibo) e il desiderio di staccarsi da lei (rappresentato dalle condotte di eliminazione).
Torniamo a noi, alla fame nervosa. Essa rappresenta ciò che viene definito eating emozionale, cioè la situazione in cui il cibo viene utilizzato per far fronte alle emozioni, poiché la fame biologica e quella emotiva non vengono riconosciute e separate tra loro. La causa di questo tipo di disordine alimentare risiede, con molte probabilità, nella prima infanzia: se la madre non sviluppa la capacità di comprendere quando il bambino ha realmente bisogno di cibo, è probabile che questo figlio non sarà, a sua volta, capace di riconoscere la fame, non riuscendo a distinguerla da altre sensazioni, né di elaborare in maniera corretta le emozioni negative (come la tristezza, la rabbia, l'ansia, la tensione), alle quali saprà rispondere soltanto con l'assunzione di cibo.
Molti di voi si staranno chiedendo, a questo punto, come mai i problemi legati al cibo emergano, solitamente, in età adulta, in soggetti che probabilmente durante la loro infanzia vivevano il pasto con molta serenità. I disordini alimentari possono insorgere in momenti particolari, quali l'adolescenza, l'uscita dal nucleo familiare, l'inizio di una carriera lavorativa, e molte altre situazioni che espongono le persone a un momento di grande fragilità e vulnerabilità; le persone, in questi delicati momenti della vita, percepiscono che hanno moltissimo da perdere, e vivono, inevitabilmente, emozioni molto forti, spesso difficili da gestire. La paura di essere giudicati, di non piacere, di restare soli, caratterizzano i periodi di profondo cambiamento, che sono, per definizione, molto sconvolgenti; così, le persone attivano, inconsciamente, delle strategie di sopravvivenza, per difendersi dalle loro fantasie di "abbandono" e di "vuoto". Allo stesso modo, capita spesso di vivere periodi della vita molto difficili, insoddisfacenti, dove prevalgono emozioni come la tristezza e la noia, dove ci si sente inadatti, inadeguati… Anche in questi casi, spesso si tenta, invano, di colmare questo "vuoto" attraverso il cibo.
E' la nostra mente che ci chiede di essere sfamata, sono i nostri bisogni vitali che chiedono di essere riconosciuti. Il cibo regala un'effimera sensazione di pienezza, che è inevitabilmente destinata a scomparire e riportarci al punto di partenza. E questo ciclo si ripeterà, fino a quando non decideremo di ascoltarci. Fino a quando non decideremo di ascoltarci davvero.
La fame nervosa non è una condanna, può essere sconfitta attraverso un percorso di consapevolezza, di maturazione e di conoscenza profonda di se stessi. Mangiare è bello, anzi bellissimo...ognuno di noi merita di vivere il momento del pasto serenamente.
Add a comment...

Post has shared content
Ansia e dintorni
Elenco e descrizione dei principali disturbi d'ansia che spesso colpiscono la popolazione, dall'età infantile fino a quella adulta e anziana.

Può accadere nella vita di attraversare periodi di preoccupazione e tensione per vicende personali o altrui. Tale stato di tensione, talvolta non riconosciuto da chi lo sta vivendo, stressa il corpo e la mente del soggetto, con possibili conseguenze sgradevoli.
È bene distinguere tre tipi di emozione, fra loro simili ma non uguali
Paura: è la risposta emotiva che indica che ci siamo accorti della presenza di qualcosa di pericoloso. La paura è posta a nostra salvaguardia. Immaginate se di fronte ad pericolo non fossimo in grado di sentire la paura. Non faremmo nulla per contrastare o evitare il pericolo, con conseguenze nefaste.
Ansia: è la risposta emotiva che indica la presenza, con molta probabilità, di PRE-occupazioni importanti. Ci si preoccupa prima che il pericolo sia davvero presente, caricando la nostra mente e il nostro corpo di una tensione che non trova un motivo reale nel momento presente. Livelli minimi di ansia possono avere effetti funzionali, come ad esempio sentire un poco di preoccupazione prima di una valutazione (scolastica o lavorativa) che ci spinge a prepararci e ad orientare la nostra attenzione verso quel compito. Livelli alti di ansia invece sono causa di blocco, confusione ed allontanamento dall'obbiettivo.
Panico: rappresenta una sensazione molto intensa e transitoria in cui il soggetto vive un'esperienza particolare con sintomi fisici e cognitivi che lo spaventano e lo inducono a preoccuparsi molto per ciò che sta succedendo. Non è raro che la persona riferisca di avere avuto paura di impazzire, morire, svenire o perdere il controllo del proprio comportamento.
L'ansia e il panico sono le due esperienze che motivano le persone a cercare aiuto.
Ricordiamo che la paura è un'emozione del presente, del qui ed ora; l'ansia è un'emozione del futuro, di ciò che ancora non c'è; il panico è una risposta estrema e intensa che rappresenta il parossismo di paura e ansia.
Add a comment...
Wait while more posts are being loaded