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Manuela Mori
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Uscire dagli attacchi di panico è possibile

Gli attacchi di panico sono episodi che si presentano improvvisamente e suscitano una intensa paura. Sono accompagnati da sintomi quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.
È descritta come un'esperienza terribile e il timore di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante. Ci si trova aggrovigliati in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro altre fobie, come, ad esempio, l'ansia relativa all'essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico improvviso. Con la paura degli attacchi di panico diventa quindi pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l'auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.
La persona diviene schiava del suo problema, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarla mai sola e ad accompagnarla ovunque, con l'inevitabile senso di frustrazione che ne deriva e che può condurre ad una depressione secondaria. Dagli attacchi di panico, fortunatamente si può uscire! Dal punto di vista della psicoterapia Breve Strategica non si va a ricercare perché esiste una difficoltà, ma come essa sia strutturata e le modalità di mantenimento.
Generalmente si basa su periodi di trattamento brevi: i risultati si ottengono comunemente tra le 8/20 sedute, a seconda del tipo di problema. L'intervento Strategico efficace sui disturbi d'ansia e da panico porta al cambiamento della percezione della realtà minacciosa. L'approccio punta l'attenzione su quali strategie disfunzionali ("tentate soluzioni") vengono messe in atto per affrontare il problema. La persona mediante esperienze guidate dal terapeuta viene condotta a costruire quelle abilità e capacità individuali che permettono di gestire il problema per superarlo efficacemente e definitivamente.
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Emdr e trauma: ho davvero superato quel brutto momento?
Hai la sensazione che il passato non sia del tutto finito, che sia ancora presente? Forse non hai superato un trauma.

Ho deciso di scrivere questo articolo per esserti più utile possibile e chiarirti le idee su un aspetto importantissimo che riguarda tutti noi. Io prometto che sarò breve, chiaro e - spero - utile. Tu promettimi di leggere fino in fondo.
Che tipo di impatto abbia su di noi un evento negativo e traumatico lo raccontano le neuroscienze ormai da anni. Sostengono ad alta voce che i comportamenti che abbiamo tutti i giorni, i nostri pensieri, le nostre emozioni ne possano risentire fortemente, fino ad esserne inconsapevolmente guidati. Spesso ci troviamo a rivivere brutti ricordi, a non poter fare a meno di ripensarli, a supporre che il blocco che viviamo oggi, magari all'interno di una relazione significativa, possa derivare da quel brutto evento vissuto anni e anni fa, in condizioni completamente diverse.
Sembra che il passato non sia del tutto finito, che sia presente.
E allora diventa importante chiedermi come posso fare a capire se ho veramente accettato, superato ed elaborato un particolare evento o una serie di eventi legati tra loro.
La chiave sta in questa domanda: che effetto mi fa oggi quel ricordo? Ripensarci adesso mi lascia distaccato e calmo o mi genera rabbia o tristezza o paura o vergogna, mal di pancia ecc?
Perché questa domanda mi aiuta a capire se ho superato quel trauma o no? Perché capire se il ricordo di un brutto momento del passato mi genera qualcosa di spiacevole, adesso è l'indicatore che qualcosa non è avvenuto correttamente dentro di me?
La risposta sta nel funzionamento biologico dell'organo mente. Il nostro cervello processa milioni di informazioni di ogni tipo, tutto il giorno, dalla nascita alla morte, senza sosta. Lo fa in maniera automatica, senza sforzi e ad altissima velocità. Estrae ordine dal caos delle informazioni che ci arrivano filtrate dai sensi. Informazioni che decodifica ed elabora ottenendo significato per orientarci e guidarci. Attraverso pensieri, sensazioni, immagini, emozioni e comportamenti.
Dimenticare diventa così un bisogno fondamentale del nostro sistema nervoso. Mantiene la nostra attività cerebrale snella ed efficiente.
Quando siamo esposti a stimoli stressogeni esterni molto intensi l'opera di decodifica ed elaborazione continua insita nel sistema nervoso subisce delle alterazioni fino a bloccarsi. Questo produce un immagazzinamento non produttivo e funzionale delle informazioni che risultano quindi resistenti all'elaborazione, letteralmente intrappolate in un' area (chiamata amigdala) del nostro cervello dove non possono essere smaltite correttamente.
E così che queste informazioni prendono la forma di ricordi indelebili, portatori di emozioni negative, immagini, sensazioni corporee e credenze negative su di noi. Ecco spiegato perché riconoscere se il ricordo di un evento passato (più o meno recente) è spiacevole o “attivante” ora, è il primo importantissimo passo per stabilire se si può parlare di trauma.
Il secondo passo è elaborarlo. In questo, il metodo EMDR è riconosciuto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità come metodo elettivo. Il metodo EMDR (Eyes Movement Desensitization and Reprocessing) si avvale della stimolazione bilaterale sensi e sul conseguente aumento della connessione inter-emisferica per avviare lo sblocco di queste informazioni “intrappolate”, attraverso il transito di queste dalla amigdala alla corteccia frontale, regione deputata al lavoro di elaborazione e smaltimento degli stimoli.
Il risultato che si ottiene è quello di poter ricordare l'evento senza nessun problema, come se fosse diventato un evento neutro, non più spiacevole o attivante. Con enorme sollievo da parte nostra. Gli ambiti di utilizzo del metodo EMDR sono molteplici, dalla psicologia dell'emergenza alla psicoterapia neonatale alla psicologia dello sport. Per ulteriori approfondimenti si rimanda alle pubblicazioni presenti on line e consultabili facilmente.
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L'abuso sessuale nell'infanzia
Non esiste una definizione universalmente accettata di abuso sessuale sui minori, tuttavia lo si può definire come "il coinvolgimento di bambini ed adolescenti - soggetti immaturi e dipende

Cos'è l'abuso sessuale
L'abuso sessuale sui minori può includere: la masturbazione, l'accarezzamento dei genitali del minore, i contatti orali-genitali, la penetrazione digitale e i rapporti anali o vaginali, ma non si restringe solo al contatto fisico, infatti, si parla anche di "abusi senza contatto" (ne sono esempi l'esibizionismo, il voyeurismo e la pornografia minorile).
A causa dell'assenza di una definizione universalmente accettata è difficile stabilire la misura precisa del fenomeno dell'abuso sessuale sui minori.In Italia, tra il 2000 e il 2005 si sono riscontrati 2891 casi di abuso sessuali su minori e adolescenti. La casistica del Centro per il Bambino Maltrattato e la Cura della Crisi Familiare di Milano ci dice che il 10% dei casi che vengono riferiti è rappresentato da abuso sessuale e che nell'89% di essi si tratta di incesto padre-figlia.
Le conseguenze dell'abuso sessuale possono andare dall'assenza (almeno apparente) sino allo sviluppo di sintomi più importanti.Gli abusi intrafamiliari e quelli associati alla violenza e all'uso della forza comportano gli esiti negativi maggiori; tra questi ricordiamo:
• il disturbo post-traumatico da stress;
• il disturbo borderline;
• un disturbo d'ansia.
In presenza di un sospetto abuso sessuale su minori è bene contattare tempestivamente le autorità competenti (forze dell'ordine e tribunale dei minori) ed un professionista per la salute mentale.
Chi subisce l'abuso
Il rischio di subire un abuso sessuale durante l'infanzia e l'adolescenza è indipendente dalla razza, dalla cultura e dallo status socio-economico. Le statistiche indicano una maggiore prevalenza per il sesso femminile rispetto a quello maschile.I minori abusati presentano di base una mancanza di fiducia nel mondo e negli altri e una tendenza a percepire il comportamento altrui come ostile e minaccioso. Reazioni tipiche dell'abuso sono anche: difficoltà nelle relazioni interpersonali e condotte aggressive nei confronti dei coetanei e degli adulti di riferimento.Gli studi indicano che l'abusato di sesso maschile, una volta diventato adulto, non sempre segue il tipico percorso di vittima; infatti, a causa degli steriotipi sociali, alcuni individui possono vivere con orgoglio l'inizio precoce della propria attività sessuale. E' bene sottolineare, comunque, che queste persone sono più a rischio per il coinvolgimento in atti criminali che per la salute mentale.
Chi commette l'abuso
La maggior parte degli studi sull'abuso sessuale, permette di affermare che:
• coloro i quali commettono l'abuso (o sexual offenders) sono solitamente familiari o, comunque, persone che il minore conosce e di cui spesso si fida;
• l'abuso extrafamiliare non è diffuso quanto quello intrafamiliare;
• il 90% degli adulti che abusa di bambini è di sesso maschile;
• il numero di sexual offenders di sesso femminile non è trascurabile;
• non vi è una maggiore predisposizione all'abuso da parte degli omosessuali rispetto agli eterosessuali.
Non è ben chiaro il percorso attraverso il quale un individuo diviene sexual offender e, data l'eterogeneità della categoria dei soggetti, non si è neppure in grado di comprendere come egli stabilisca le proprie preferenze sessuali. Esistono però alcuni fattori che hanno una qualche correlazione con il fenomeno, tra questi ricordiamo:
• l'uso di sostanze psico-attive (alcol e droghe);
• la presenza di psicopatie.
L'ipotesi più accreditata tuttavia rimane quella dell' "abusato-abusatore", secondo cui la vittima, una volta adulta, riproduce la violenza subita seguendo le stesse modalità a suo tempo patite, identificandosi in un certo senso con il suo abusatore.In qualche modo è come se questi individui agissero sessualmente ed aggressivamente per ridurre gli effetti post-traumatici (senso d'impotenza, immagine negativa di sé, perdita di fiducia nel mondo e negli altri, timore costante di qualche pericolo) indotti dall'abuso sessuale subito da piccoli.
Quali le conseguenze dell'abuso?
L'abuso sessuale sui minori può comportare una serie di problemi psicologici e comportamentali. Solitamente le conseguenze a breve termine compaiono entro due anni dall'abuso e possono manifestarsi, nell'infanzia, con sintomi psicologici quali:
• depressione;
• ansia;
• paura;
• disturbi del sonno;
• disturbi dell'alimentazione;
• enuresi;
• problemi scolastici;
• isolamento sociale;
• mancanza di fiducia;
• giochi sessuali inappropriati;
E con sintomi fisici quali:
• infezioni veneree ed urinarie;
• infiammazioni;
• emorragie.
In adolescenza sono riscontrabili, prevalentemente, sintomi quali:
• comportamenti sessuali promiscui;
• prostituzione;
• gravidanze precoci;
• comportamenti auto-lesivi;
• svenimenti.
Per ciò che concerne le conseguenze a lungo termine, esse possono comportare la comparsa di:
• disturbi post-traumatici da stress;
• disturbi di personalità multipla;
• disturbi borderline di personalità;
• disturbi dell'alimentazione;
• disturbi d'ansia;
• inibizione sessuale;
• uso/abuso di droghe ed alcol;
• comportamento depressivo e suicidario;
• pedofilia.
Gli effetti negativi, dunque, si protraggono nel tempo sino all'età adulta comportando oltre ai sintomi sopra citati, comportamenti aggressivi e violenti verso se stessi e verso i propri figli. Inoltre c'è il rischio che chi è stato abusato possa ritrovarsi ulteriormente coinvolto, come vittima, in relazioni sentimentali psicologicamente e /o fisicamente abusive. Nel corso dello sviluppo alcuni minori vittime di abuso sessuale sembrano non presentare sintomi o disfunzioni rilevanti, ma va considerato che essi potrebbero essere eccessivamente spaventati dall'esprimere le proprie emozioni e presentare il fenomeno conosciuto come "sleeper effects", un'apparente o momentanea assenza di sintomi, che non esclude, però, lo sviluppo successivo di problematiche serie.
È possibile "superare" un abuso sessuale?
È difficile stabilire quale può essere l'impatto traumatico in seguito ad un abuso sessuale; ciò a causa della molteplicità dei fattori che entrano in gioco e che possono essere ascrivibili alle seguenti categorie:
1 individuali: va considerata l'età del minore insieme al suo stadio di sviluppo e alla capacità di comprensione dell'atto abusivo. Influisce anche la presenza o meno di fattori protettivi quali la possibilità di mantenere un buon livello di autostima e di autoefficacia;
2 familiari: qualora i rapporti familiari non risultino totalmente compromessi ed il minore possa contare su un'altra figura familiare affidabile, egli potrà riuscire più facilmente ad elaborare il trauma subito. L'elaborazione sarà tanto meno difficoltosa quanto più sarà possibile per il minore rivelare l'abuso ad un adulto fidato anziché tenerlo segreto per anni;
3 ambientali: il rischio di stigmatizzazione diminuisce in presenza di una comunità che offre sostegno e che è priva di pregiudizi e valutazione negative nei confronti del minore e della sua famiglia.
4 tipo di abuso: quanto più stretta è la relazione tra abusato e abusatore e quanto maggiore sono la durata, la frequenza e la violenza dell'abuso, tanto maggiori sono le conseguenze.
Il minore va sostenuto e con esso anche la sua famiglia. La consulenza terapeutica in questi casi è fondamentale e deve essere condotta tempestivamente.
Cosa fare se temi che un minore di tua conoscenza è stata vittima di abuso sessuale
1 Incoraggia il minore a parlare con te o con un altro adulto di fiducia delle sue esperienze, ma attento a non suggestionarlo ed a non suggerirgli eventi di cui non ne hai la certezza e che potrebbero non essere mai accaduti;
2 richiedi un esame medico. Seleziona un medico specializzato nel campo e spiega al minore la differenza tra gli esami medici e le violenze sessuali;
3 rassicura il minore e aiutalo a capire che lui non ha nessuna colpa di quanto accaduto;
4 richiedi un'assistenza psicologica;
in caso di sospetto di abuso sessuale avvisa le autorità competenti (forze dell'ordine, tribunale dei minori o tribunale ordinario).
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Commettere errori è fondamentale per il nostro cervello
Durante il processo di apprendimento, una parte del nostro cervello ci mostra gli sbagli che commettiamo e li memorizza per evitare che si ripetano in futuro.

«Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono», Aristotele.
“Sbagliando s’impara” ci dicevano a scuola. È difficile accettare di aver fatto un errore. Eppure, sbagliare ci permette di imparare sempre nuove cose. Pensate a quando state imparando una nuova lingua. Se non avete il coraggio di fare errori e di imparare dagli sbagli, difficilmente riuscirete a parlare fluentemente in una seconda lingua. Secondo gli studiosi dell’Università Johns Hopkins (USA), infatti, il nostro cervello ha bisogno di sbagliarsi per imparare.
I risultati dello studio
I ricercatori dell’Università Johns Hopkins hanno eseguito uno studio, pubblicato sulla rivista Science Express, in cui un gruppo di volontari dovevano compiere delle azioni utilizzando un joystick. Analizzando il cervello dei partecipanti quando riuscivano a realizzare l'azione correttamente l'azione e quando invece commettevano errori, hanno scoperto un dato molto interessante. Secondo gli studiosi, infatti, il cervello avrebbe due circuiti quando eseguiamo attività che per noi sono nuove: uno che immagazzina le novità e l’altro che si dedica agli errori. Questo secondo circuito è quello che ci mostra gli sbagli e li memorizza per evitare che si ripetano in futuro.
Questa parte del cervello, dunque, ci permetterebbe di imparare più rapidamente in quanto riesce ad apprendere in base agli errori, per poi agire di conseguenza. Si tratta di una scoperta fondamentale che ci permette di capire l’importanza che hanno gli errori nella nostra crescita personale e intellettuale.
Come possiamo utilizzare questa informazione nella nostra vita quotidiana? Ecco alcuni consigli per imparare ad accettare i nostri sbagli e per poter apprendere più rapidamente.
• Essere consapevoli dei propri errori: spesso non vogliamo ammettere, nemmeno a noi stessi, di aver sbagliato. Così ci convinciamo di saper fare bene qualcosa mentre non è assolutamente vero. Riuscire ad accettare che possiamo migliorare è il primo passo per poter ammettere l’errore e, di conseguenza, imparare a superarlo.
• Gli sbagli non devono minare l’autostima: proprio come ci suggerisce lo studio dell’Università Johns Hopkins, sbagliare non è la fine del mondo. Al contrario, gli errori sono fondamentali nel processo di apprendimento. Nonostante ciò quando sbagliamo a risentirne è la nostra autostima. Per questo motivo è fondamentale non legare l’idea che abbiamo di noi stessi a quanti errori commettiamo durante la giornata. È impossibile riuscire perfettamente in qualsiasi cosa. Invece di concentrarti sull’errore, pensa alle possibili soluzioni, sperimenta e sicuramente poco a poco il tuo cervello sarà in grado di imparare e migliorare i risultati.
• Circondarsi di persone che ci aiutano a imparare: anche se a volte lo dimentichiamo, abbiamo la possibilità di imparare sempre qualcosa di nuovo da ciascuna delle persone che ci sono vicine. Amici, parenti, conoscenti…ognuno possiede informazioni e conoscenze che a noi mancano. In più, è indispensabile che queste persone ci possano aiutare a imparare. Non chiuderti agli altri per paura di essere “peggiore”. Al contrario, usa le interazioni sociali per apprendere più rapidamente. Un esempio? Studia con altri compagni di università, sicuramente ci sarà uno scambio di informazioni e di risoluzione degli errori.
Con i risultati dello studio dell’Università Johns Hopkins, dunque, abbiamo un elemento in più per evitare di essere troppo perfezionisti e per “concederci” qualche errore in più. E ricorda: sbagliando s’impara!
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Perché il desiderio sessuale è maggiore all’inizio di una relazione
Fattori psicologici, biologici e ambientali possono condizionare il nostro desiderio sessuale.

«Il sesso sta alla radice della vita, e non potremo mai imparare a rispettare profondamente la vita fino a che non sapremo comprendere il sesso», Havelock Ellis.
Quando si inizia una nuova relazione e si entra nella fase di innamoramento, tutto è speciale e meraviglioso. Anche il sesso. La voglia di mantenere relazioni sessuali con il nostro partner è continua. Tuttavia, quando il rapporto di coppia passa dalla fase dell’innamoramento a quella più stabile dell’amore, curiosamente diminuisce il numero di relazioni sessuali. Perché?
Innanzitutto è bene spiegare che, quando viviamo una relazione sessuale gratificante con una persona, il nostro corpo produce una serie di sostanze come la dopamina, le endorfine e la serotonina che ci fanno stare bene e ci fanno sentire soddisfatti. Per questo, sviluppiamo una sorta di “dipendenza” che ci porta a ricercare nuovamente questa sensazione e, di conseguenza, a continuare ad avere relazioni sessuali con il partner.
Tuttavia, con il passare del tempo, questa sensazione si affievolisce e ci permette di poter aspettare più tempo fra una relazione sessuale e l’altra, come se il corpo si dimenticasse più facilmente il piacere sperimentato durante l’ultimo rapporto. Questo calo avviene con più forza nelle donne.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Sexual and Relationship Therapy, infatti, il desiderio di avere una connessione intima con il partner porta le donne ad avere una grande desiderio all’inizio della relazione che poi, con il passare del tempo, diminuisce maggiormente rispetto agli uomini.
In più, nelle donne, il desiderio sessuale è molto più soggetto a oscillazioni rispetto a quello degli uomini perché viene influenzato dai cambiamenti ormonali causati dal ciclo mestruale. L’ormone chiamato progesterone che aumenta nei giorni precedenti e durante le mestruazioni, per esempio, può causare non solo un umore poco stabile ma anche far diminuire la voglia di avere relazioni sessuali.
In ogni caso, dobbiamo ricordare che, indipendentemente dal sesso, la libido, ossia il desiderio sessuale, cambia a seconda delle persone e del periodo. Sia fattori psicologici, biologici che ambientali, infatti, possono condizionare il nostro desiderio sessuale. Se da una parte gli ormoni hanno un forte impatto sulla libido, non dobbiamo dimenticare che il nostro stato d’animo ha anche un ruolo importante. Stress, ansia o disturbi del sonno, ad esempio, possono portare a un calo del desiderio sessuale.
Allo stesso tempo, uno stile di vita poco sano, in particolar modo a livello di alimentazione, può causare una riduzione della libido. Anche l’invecchiamento, alcune malattie, l’assunzione di determinati farmaci, come gli ansiolitici, o determinati interventi chirurgici possono avere un ruolo fondamentale nella diminuzione del nostro desiderio sessuale.
Che lo si voglia o no, dunque, il desiderio sessuale non può essere sempre costante, soprattutto nel caso in cui la relazione dura da diverso tempo. Ovviamente, ciò non vuol dire che bisogna fare a meno del sesso. In più, se dovessimo far passare molto tempo fra una relazione e l’altra, è possibile che quando ritorneremo a fare sesso con il partner potremmo sentirci meno sicuri e con una maggiore ansia di prestazione.
Per questo, è sempre auspicabile che ognuno di noi non abbandoni il desiderio sessuale e che, di conseguenza, continui a esplorare il proprio corpo liberamente. Il benessere sessuale individuale, infatti, può avere un grande impatto positivo nelle nostre relazioni sessuali con il partner.
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Migliorare l’autostima durante l'adolescenza
I cambiamenti a livello fisico ma anche le pressioni sociali verso le adolescenti possono causare una caduta dell’autostima.

«L'adolescente non sa chi è stato e teme di non riuscire a diventare quello che sogna di essere: la consapevolezza di sé è il frutto di un lungo, complesso confronto tra stadi precari della propria identità, e il gruppo consente di rispecchiarsi nell'altro, di imparare a riconoscere sé e l'altro da sé», Paolo Crepet.
L’adolescenza è una fase complessa per tutti. Cambi fisici e psicologici, infatti, rendono la quotidianità un percorso ad ostacoli. Gli adolescenti entrano in una nuova fase in cui scuola, attività sportive e creative, ma soprattutto la vita sociale possono supporre una difficoltà continua. Questo problema, in generale, diventa ancora più complesso per le ragazze. I cambiamenti a livello fisico ma anche le pressioni sociali verso le adolescenti, infatti, possono causare una vera e propria caduta dell’autostima.
Le autrici del libro “The Confidence Code for Girls”, Claire Shipman, Katty Kay e JillEllyn Riley, in un articolo pubblicato sul The New York Times, sottolineano come sia stato dimostrato che il livello di fiducia in se stesse delle ragazze diminuisce del 30% fra gli 8 e i 15 anni, mentre per i ragazzi è di un 27% più alto.
Ovviamente questa differenza non si colma immediatamente ma continua a creare problemi anche con il passare degli anni.
L’adolescenza è una fase complessa anche per i genitori che non sanno come comportarsi con i propri figli. Al tempo stesso, se ci sono problemi come una bassa autostima, può essere ancora più difficile aiutarli. Le autrici di “The Confidence Code for Girls” suggeriscono alcune strategie per aiutare la propria figlia a migliorare la sua autostima nonostante le difficoltà dell’adolescenza. Ecco di seguito le principali.
• Uscire dalla zona di comfort: l’adolescenza è un momento fondamentale della crescita in cui si impara ad affrontare gli ostacoli e a raggiungere i propri obiettivi. Per questo motivo è positivo spingere le ragazze ad abbandonare la loro zona di comfort per poter acquisire maggiore fiducia in se stesse. Non deve trattarsi di un obiettivo particolarmente difficile, ad esempio può essere semplicemente iniziare un nuovo sport. Per aiutare le adolescenti a superare la paura iniziale si può proporre di fare una lista in cui scrivere le cose peggiori che potrebbero accadere. Tranquillizzatele: è poco probabile che succeda qualcosa di grave, mentre gli altri rischi sono facilmente risolvibili. Allenate la loro positività, ricordandogli tutte quelle volte in cui sono riuscite a superare gli ostacoli e a raggiungere un obiettivo.
• Accettare gli insuccessi: se vostra figlia ha appena subito una delusione o una sconfitta, ad esempio un compito in classe andato male, non cercate immediatamente di parlare dell’accaduto e di analizzare gli errori. È preferibile lasciare che la sua mente si calmi, magari eseguendo un’attività rilassante, per poter spostare il pensiero dalla negatività a una posizione più neutra. Le autrici di “The Confidence Code for Girls” consigliano di eseguire un semplice esercizio: chiedete alla ragazza di immaginare di stare volando sulla città. Da una tale altura avrebbe la possibilità di vedere tutto e di parlare di come vede ciò che le è successo dall’alto, ovvero in forma distaccata. Questo nuovo punto di vista la aiuterà a vedere le cose da un’altra prospettiva. Per ultimo arriva il momento dell’analisi: quali errori ho commesso? cosa posso fare per migliorare? In questo modo, sarà possibile intendere gli insuccessi come un’opportunità per imparare e per migliorare.
• Allenare i pensieri positivi: nella pubertà le ragazze hanno una maggiore tendenza a sviluppare pensieri negativi. Aiuta tua figlia a riconoscerli e a capire che si tratta di uno schema mentale che porta costantemente a guardare la realtà attraverso la lente della negatività. Se qualcosa non è andata per il verso giusto, aiutatela a vedere la situazione da un altro punto di vista. Cercate di alleggerire un eventuale episodio negativo ma anche di pensare insieme a come potrebbe essere stato se questa stessa situazione fosse stata catastrofica, anche utilizzando un po’ di umore.
Essere genitori, dunque, vuol dire anche allenare la propria autostima. Se noi per primi non siamo capaci di avere fiducia in noi stessi, difficilmente potremo utilizzare la nostra esperienza per poter aiutare i nostri figli.
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Sacrifici in amore: fino a che punto sono sani?
Rinunciare ai propri bisogni e ai propri obiettivi, non fa altro che sgretolare l’amore e la relazione di coppia.

«Se l'amore non sa come dare e prendere senza limitazioni, non è amore, ma una transazione che non manca mai di aggiungere stress a un più e a un meno», Emma Goldman.
L’idea dell’amore romantico, che ha ancora molto influenza tutt’oggi, ci ha insegnato che questo sentimento è legato alla sofferenza. Ma se nei romanzi o nei film questa idea può sembrare addirittura poetica, nella vita reale non è così.
Siamo sicuri che l’amore debba essere sempre e comunque collegato al fare sacrifici?
Senza dubbio, avere un partner (o più di uno, nel caso delle relazioni poliamorose) vuol dire fare compromessi. Ciò vuol dire che la coppia ha bisogno di una comunicazione costante per poter raggiungere degli accordi con il fine di raggiungere un obiettivo che è vantaggioso per entrambi, anche se può portare ad alcune rinunce da entrambe le parti.
Tuttavia, spesso, uno dei due partner decide spontaneamente di doversi sacrificare per l’altro perché pensa che in questo consista l’amore. Allo stesso tempo, ci aspettiamo che anche l’altro si sacrifichi per noi e, se ciò non succede, ci sentiamo frustrati e poco amati. Pian piano si crea un “debito”. Se io ho fatto tutto questo per te, perché tu non fai lo stesso? Si vuole obbligare l’altro a sacrificare la propria identità come abbiamo fatto noi, arrivando a mettere in atto, praticamente, un ricatto emozionale.
Rinunciare ai propri bisogni e ai propri obiettivi non fa altro che sgretolare l’amore e la relazione di coppia - oltre che la propria identità. I sacrifici non sono assolutamente compromessi basati sulla comunicazione, ma rinunce personali che possono avere un costo altissimo a livello psicologico e vitale. A lungo andare, inoltre, quando vediamo che l’altra persona non contraccambia i sacrifici, inizieranno a fioccare le accuse.
Questa dedizione radicale non ha nessun tipo di vantaggio, né per il partner né per sé stessi. Una relazione è formata da persone con la propria personalità e individualità. Se si rinuncia a una parte di sé stessi per poter mantenere in piedi a tutti i costi il rapporto, stiamo scegliendo la strada sbagliata.
Qual è il limite di questi sacrifici? Molti avranno fatto scelte per la propria relazione. Ma siamo sicuri che queste decisioni, ad esempio un trasferimento per raggiungere il partner, si possano denominare “sacrifici”? Sicuramente è stata una scelta meditata in cui i vantaggi (stare vicino al partner, formare una famiglia, ricominciare una nuova vita, ect.) sono stati valutati come più importanti degli svantaggi.
Nonostante ciò, i sacrifici diventano tali quando alla base della rinuncia non c’è un compromesso o una serie di benefici personali e per la coppia, ma semplicemente l’ideale di amore romantico: l’idea del sacrificio per il sacrificio, l’immolarsi per amore.
Il compromesso e la disponibilità ad appoggiare il partner sono caratteristiche molto più sane e utili per una relazione rispetto al sacrificio costante. Ovviamente, ciò non vuol dire che spesso i compromessi non possano essere complessi o soggetti a rinunce. Tuttavia, in questo caso, prendiamo una decisione di comune accordo e con totale libertà, senza un obbligo morale nei confronti del sacrificio.
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Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere
La comunicazione è un aspetto estremamente importante nella relazione con l'altro...ma nella coppia invece come viene utilizzata?

Non c'è nulla da fare, il mondo femminile e quello maschile sono diversi. Non c'è un mondo sbagliato, sono semplicemente differenti!
Ma questo non vuol dire che non possano avvicinarsi e confrontarsi…ma per far ciò è necessario comunicare.
Il verbo comunicare deriva dal latino communico, cioè mettere in comune: il che significa parlare, confrontarsi, esprimere vicendevolmente le proprie idee ed opinioni ed ascoltare quelle degli altri senza preconcetti.
La funzione della comunicazione è principalmente relazionale: attraverso di essa viene infatti definita la natura della relazione tra i partecipanti. Perciò, in una relazione di coppia la comunicazione diventa un pilastro importante che ne determina l'andamento e, forse, il futuro.
Ma esattamente cosa bisognerebbe fare per avere una buona comunicazione di coppia?

• Bisogna costantemente ridefinire le proprie idee ed aspettative nei confronti di se stessi, del partner e della coppia;
• è necessario chiarire le regole ed i ruoli all'interno della coppia;
• bisogna avere rispetto delle posizioni altrui;
• è utile allenare la capacità di mettersi nei panni dell'altro;
• è necessario chiarire a sé e all'altro i propri bisogni ed esigenze;
• ogni coppia deve raggiungere un accordo su come esprimere reciprocamente sentimenti quali amore e affetto, che costituiscono le fondamenta affettive della cura reciproca. L'aspetto emotivo è infatti sicuramente un aspetto vitale della comunicazione di coppia.
I criteri di valutazione di ciò che è soddisfacente o problematico in una relazione differiscono sensibilmente da uomo a donna. Per fare in modo che la coppia funzioni è quindi necessario esprimere all'altro ciò che si sente e si pensa: proprio perché l'universo maschile e quello femminile sono così diversi, non si può pensare che l'altro capiscaautomaticamente la nostra visione delle cose.
Non è forse meglio condividere e spiegare i nostri pensieri invece che sperare che l'altro intenda da solo, con il rischio che non capisca e si provi di conseguenza rabbia o delusione?
La grossa differenza tra coppie che funzionano e quelle che non funzionano non è infatti determinata dalla presenza o dall'assenza di problemi, ma dalla capacità di affrontare e risolvere le difficoltà che insorgono. Spesso questa capacità è proprio offuscata dalla mancanza di comunicazione.
La capacità di comunicazione, o meglio l'assenza di questa capacità, è il segno distintivo delle coppie in crisi.
Se non ci sono chiarezza e coerenza è più facile che si presentino fraintendimenti che portano a frustrazione e conflitto. Questi fraintendimenti sono fonte di tensione e potrebbero portare la coppia ad allontanarsi e a minare ancor di più la comunicazione. Nella maggior parte dei casi questo allontanamento porta i coniugi ad una separazione.
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La dipendenza affettiva: la dipendenza da un oggetto amato
L'oggetto amato si rivela come il soggetto che può dare o togliere benessere a chi ne dipende.

La dipendenza affettiva è una dipendenza da un oggetto amato. L'oggetto amato, che in questo caso è una persona, si rivela come il soggetto che può dare o togliere benessere a chi ne dipende. Ha quindi molto potere.
Al pari di una sostanza o di un farmaco la persona funge da regolatore emotivo. Ma come si fa a capire se si è in una dimensione di dipendenza affettiva? Quando ci si trova a soffrire spesso, a sopportare di essere trascurati o maltrattati, a fare cose che non si vorrebbero fare, pur di preservare il legame con l'altra persona, si è sicuramente in una forma di dipendenza affettiva.
La dipendenza affettiva assume quindi varie forme
Se i partner sono entrambe dipendenti, la relazione sarà sperimentata inizialmente come un idillio d'amore fusionale, ma non mancherà di precipitare in dinamiche disfunzionali, poiché la simbiosi comporta sempre una svalutazione di parti di sé e dell'altro. Se la persona con cui il dipendente è in relazione ha un’organizzazione di personalità narcisista, gli esiti relazionali possono essere diversi.
La persona dipendente, che normalmente parte con una bassa autostima, inizierà a considerare l'altro la cosa più importante, dandogli la priorità assoluta, spesso rinunciando alle proprie amicizie e ai propri interessi per seguire l'altro, fino ad arrivare ad adombrarsi (togliere luce a se per far risplendere l'altro). che culturalmente hanno assimilato il concetto per cui è giusto rinunciare a molte cose per far stare bene e far emergere il proprio uomo.
Spesso abbiamo sentito frasi pronunciate da mogli o compagne di uomini illustri come "una donna deve sempre mettersi in ombra per far brillare il proprio uomo" oppure "dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna", che riconoscono di fatto alla donna il ruolo di stare dietro, nell'ombra e di far brillare l'altro, come dei valori.
Naturalmente però anche un uomo può adombrarsi. Colui che si adombra sarà compiacente, se il partner è collerico, cercherà di essere mite e di non provocarlo, se è geloso, taglierà tutti i contatti con le persone del sesso opposto, ma in alcuni casi taglierà i contatti anche con le amicizie e nei casi più estremi anche con i familiari.
La persona da cui dipende diventerà il centro del suo mondo ed unico nutrimento affettivo. Sarà quindi l'unica possibilità per il dipendente di sentirsi amato o di valore. Ma se il partner ha una struttura di personalità narcisista, tenderà a svalutare tutti tentativi del dipendente di essere abbastanza degno del suo amore, se la relazione degenererà si arriverà alla violenza psicologica come controllo, all’umiliazione, alla svalutazione continua, alle urla, alla coercizione fino ad arrivare alla violenza fisica.
Il dipendente avrà completamente demolita la sua autostima, potrebbe iniziare a sentire una mancanza di energia, di interessi, ed arrivare anche a trascurarsi fisicamente, sia perché potrebbe iniziare ad instaurarsi una depressione reattiva, sia perché in questo modo, sacrifica totalmente se stesso, togliendosi importanza per non urtare o offendere l'altro.
Nonostante tutto potrebbe rimanere ancora ancorato, pur di non subire un abbandono. Ciò che infatti il dipendente teme di più è l'abbandono e la solitudine emotiva. Il dipendente pensa di non potersi fare carico di sé ed è disposto a tutto pur di rimanere nella relazione. Se infine viene abbandonato o decide tra mille difficoltà di porre fine alla relazione, colui che dipende può trovarsi ad affrontare una depressione o ad assumere sostanze, oppure ad andare incontro a comportamenti autolesionistici.
Il rifiuto e l'abbandono sono infatti, per il dipendente, dolori troppo forti da poter affrontare senza aiuto.
La dipendenza affettiva può assumere anche forme meno distruttive. Si può rimanere per lungo tempo in una relazione insoddisfacente da molti punti di vista, poiché si teme il distacco, o si avvertono troppi sensi di colpa, o si pensa di non poter meritare di essere felici. Anche in questa circostanza ci si trova in una forma di dipendenza affettiva che ha a che fare con un disagio interno legato al sé.
Un percorso di cura della dipendenza affettiva implica una rielaborazione dei traumi affettivi che hanno origini antiche. Mira a ricostruire una stima di sé e un senso di valore personale tale da potersi dare importanza, dire dei no, mettere dei confini, avere come priorità se stessi.
Attraverso tale percorso si può imparare a riconoscere le persone abusanti (psicologicamente oltre che fisicamente) o indisponibili (le persone dipendenti tendono inconsciamente a ricercare partner trascuranti o maltrattanti per confermare a se stessi il poco valore personale e il bisogno di dipendere) e instaurare relazioni intime positive, caratterizzate da rispetto, scegliendo partner adeguato.
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Malessere sociale e malessere individuale: esistono dei collegamenti?
Alcune riflessioni sulle nuove forme del disagio psichico.

In questo articolo l'autore pone in relazione alcuni aspetti dei cambiamenti sociali con le nuove forme di disagio psicologico, quali i disturbi narcisistici, borderline e depressivi.
È ormai noto come in questi ultimi decenni le forme della sofferenza psicologica e mentale abbiano subito alcune trasformazioni: la tipologia dei disturbi psicologici e mentali non è immutabile nel tempo ma prende forme strettamente legate al contesto sociale, culturale, economico e valoriale presente in un determinato periodo storico.
Un classico esempio chiarificatore che si porta in questi casi è rappresentato dai disturbi isterici.
Nel periodo storico a cavallo fra la fine dell'ottocento e i primi decenni del novecento la sessualità femminile era ridotta e finalizzata alla mera procreazione. Qualsiasi atto sessuale era considerato impuro e immorale e sconsigliato per le donne, che in ogni caso dovevano mostrarsi caste e pure, angeliche e sottomesse al marito e ben lontane dall'istinto "peccaminoso" e "animalesco" legato al piacere sessuale.
Oggi contemporaneamente anche la "malattia Isterica", che nel passato ne costituiva la sua espressione psicopatologica, oggi appare difficilmente osservabile.
Per poter comprendere le forme della nuova sofferenza psichica può venirci in aiuto la comprensione di alcuni importanti cambiamenti sociali che ne sono alla base.
A questo proposito appaiono illuminanti le riflessioni di un importante psicoanalista francese, R. Kaes, raccolte in un suo libro recente "Il malessere" (1).
In questo libro egli sottolinea come la sofferenza psicologica che serpeggia nella nostra civiltà contemporanea possa essere ben definita con la parola "Malessere", che rappresenta una condizione esistenziale dell'uomo moderno caratterizzata da una sofferenza globale e generale del suo essere al mondo, e dunque non relativa a specifiche porzioni della sua vita o delle sue relazioni.
Questo malessere, continua Kaes, è strettamente legato con le importanti trasformazioni che in questi ultimi decenni hanno attraversato i nostri Sistemi Sociali, Economici, Culturali e Valoriali.
Tali trasformazioni, e questo è il punto, hanno determinato un importante indebolimento delle funzioni di collante e di punto di riferimento che ogni istituzione sociale ha sempre rappresentato per ognuno di noi, per ogni cittadino, e soprattutto a livello inconscio.
Per semplificare, è un po' ciò che può avvenire in una famiglia quando la sua struttura affettiva e relazionale incomincia a indebolirsi, a disgregarsi, e dove a causa di ciò si allentano i legami familiari e si attenuano le funzioni genitoriali del padre, della madre, ecc.: in simili situazioni ogni componente della famiglia, soprattutto i figli, non ritrova più in essa i punti di riferimento e di sostegno di prima, e si ritrova più solo spaesato.
Analogamente a ciò che può avvenire in una famiglia, anche in una società in cui vengono meno o si attenuano le sue funzioni di collante sociale, e di punto di riferimento per i suoi membri, si allentano i legami sociali fra le persone, i gruppi sociali di appartenenza, fra i membri di uno stato con la sua Nazione.
In tale contesto le persone faticano a trovare identificazioni comuni che hanno la funzione di farle sentire membri di uno stesso gruppo, di una stessa nazione.
Si perde il senso della socialità, della famiglia, non si trovano più identità comuni a cui fare riferimento, non ci si sente più sulla "stessa barca" con altre persone in direzione di obiettivi comuni su cui convergere.
L'individuo incomincia a sentirsi solo e con sentimenti di "sradicamento" di fronte al mondo che ora egli vive come estraneo, lontano e sente che dovrà fare tutto da solo.

Per altri versi Bauman (2), un sociologo contemporaneo, descrive la situazione di sradicamento dell'uomo dai suoi riferimenti sociali e dal suo gruppo di appartenenza con il concetto di "liquidità": viviamo in una società "liquida", che ha perso la sua struttura di sostegno, e questo induce nell'uomo un analogo e dilagante senso di inconsistenza; è una società - la nostra - affetta da una crisi dei sistemi di autorità, e che di conseguenza suscita nelle persone una crescente difficoltà a confrontarsi con l'esperienza del limite, dei limiti.
Gli esseri umani, oggi più che ieri, hanno più difficoltà ad appoggiarsi a norme e valori consolidati: tutto cambia, tutto è relativo.
Pensiamo solo a come il tradizionale concetto di Famiglia si sia aperto a molteplici alternative ed abbia "filiato" e prodotto nel tempo numerose tipologie di Famiglie diverse (3).
In questo clima sociale così cangiante dove il limite, i limiti - da ogni punto di vista - appaiono ormai demodé, vecchi armamentari sociali ed educativi del passato, ogni persona diventa paradossalmente più vulnerabile, insicura oppure, come reazione, si cristallizza in posizioni preconcette e dure; in altri casi prende a prestito identità prefabbricate, posticce.
Questi cambiamenti sociali non potranno pertanto che esprimersi, sul piano individuale, in un nuovo corredo sintomatologico che accompagnerà per almeno un tratto l'individuo del terzo millennio.
La cosa che a mio parere si è sottovalutata in questo processo di cambiamento storico sociale e valoriale è data dal fatto che si è individuato nel limite un freno al cambiamento, alla modernizzazione, all'evoluzione umana e psicologica, un ostacolo che si pone di traverso sulla via della realizzazione di ogni desiderio e impresa umana.
Con questa azione purtroppo si è "buttato via il bambino con l'acqua sporca", ammesso che tale immagine possa valere anche in questo caso, e che consiste nel non aver tenuto conto, probabilmente, che il concetto di limite esprime una doppia valenza, in cui l'altra faccia del delimitare è quella di contenere qualcosa, e nel contenere è in grado di dare forma a qualcosa.
Crescere, ammodernarsi, cambiare, significa ristrutturare i limiti e le forme in modo più complesso e articolato, e non semplicisticamente abbattere i limiti attuali.
Sarebbero numerosi gli esempi da portare a testimonianza di ciò.
Dalla fragilità della struttura sociale a quella familiare e a quella individuale
La società "liquida crea famiglie "liquide", scarsamente formate nella loro struttura affettiva e relazionale, con una attenuazione ed insieme una scarsa differenziazione nei ruoli della genitorialità (genitorialità sfumate, intercambiabili nei ruoli e funzioni).
Ciò non potrà fare altro che generare al suo interno individualità poco strutturate: la fragilità dei limiti e delle forme si declina, rispetto alla evoluzione del soggetto nella sua famiglia, in una scarsa differenziazione Sé-altro, legata al permanere nel tempo di importanti legami narcisistici; in una scarsa definizione della propria identità ed inadeguata elaborazione realistica dei propri desideri ed aspirazioni.
Paradossalmente, oggi, non si punisce o non si richiama chi infrange i limiti, chi attacca le strutture sociali, le istituzioni, ma si punisce chi cerca di farle rispettare, di introdurle in contesti in cui la loro mancanza lascia spazio a scorrerie di ogni genere.
A proposito di genitorialità sfumate Daniele Biondo, uno psicoanalista che si occupa del mondo adolescenziale, mostra come esse diano come risultato una frattura generazionale quando lo scambio comunicativo fra le generazioni si assottiglia sempre di più, denunciando in tal modo la rinuncia dei genitori ad offrirsi come modello affettivo, relazionale,impoverendo così la trasmissione e l'uso di strumenti di lettura della realtà odierna, proprio ora che appare certamente più complessa rispettò al passato.
In particolare, la mancanza di una comunicazione verbale, affettiva, e la scarsa consistenza di figure guida che sostengano una elaborazione psichica delle esperienze dei figli, impoverisce in loro la funzione del pensare, affievolendo in tal modo la costruzione e lo sviluppo della mente, apparato fondamentale che si pone fra il corpo, l'agire e la realtà esterna.
A causa di ciò si manifesta in forme diverse ma aventi un comun denominatore rappresentato dalle condotte agite, dai disturbi narcisistici, dalle dipendenze patologiche, dagli incidenti stradali, fino alla violenza e alle condotte più autodistruttive, quali anoressia e bulimia, cutting (il tagliarsi), scarificazioni della pelle, ecc.
Dall'impulso all' azione, per mancanza di quella camera di decompressione, di rielaborazione e trasformazione mentale dell'impulsività corporea rappresentata dal contenitore mentale e dal suo motore trasformativo rappresentato dal pensiero, l'unico che può lavorare attorno alla costruzione dei limiti e alle differenziazioni fra se e l'altro, fra il mondo esterno e il mondo interno, e così via.
In altri termini è una rinuncia a differenziare la realtà, a introdurre norme, valori, modelli di riferimento, a valorizzare la funzione del pensare differenziandola dall'agire, e a differenziare la dimensione privata, intima da quella pubblica. Con la nuova cultura "social" il privato, il familiare diventa pubblico, sociale, in una sorta di cortocircuito che brucia in un istante la dimensione della intimità, esperienza fondamentale, questa, per ogni crescita umana.

Anche la depressione non è più la stessa di prima
Abbiamo prima accennato al cambiamento della forma dei sintomi e dei disturbi psicologici come conseguenza delle trasformazioni sociali e culturali in atto, dove i disturbi di personalità borderline o di tipo narcisistico hanno preso il posto delle classiche nevrosi. A tal proposito Green sostiene come il paziente borderline sia diventato il nuovo paziente paradigmatico della psicoanalisi.
Per M. Benasayag e G. Schmit queste "nuove" sindromi, si esprimono in un generico malessere difficile da decifrare, caratterizzato da una tristezza diffusa che caratterizza anche la nostra società, e che rappresentano i precipitati di una sofferenza più generale (e generica) che si staglia sullo sfondo sociale in cui viviamo, in una relazione di reciproca continuità.
Rossi Monti, in un suo recente lavoro, continua la riflessione sulle nuove patologie e sui cambiamenti sociali e culturali
Sottolinea come la malattia depressiva classica abbia subito una trasformazione qualitativa tale che gli attuali sistemi di classificazione diagnostica non sono in grado di intercettare; e dove ai tradizionali temi del peccato, della colpa e della espiazione si sono piano piano sostituiti i temi della contemporaneità, nati nella nuova cultura dell' "impresa e della iniziativa": all' angoscia della colpa è subentrata l' angoscia per la inadeguatezza , del vuoto, del deficit per la performance, o per la vergognosa insufficienza.
Le nuove depressioni sono pertanto caratterizzate da disforia, rabbia, senso di vuoto, solitudine, delusione e vergogna, senso di irrealtà, di inconsistenza e si inseriscono nelle strutture di personalità borderline e narcisistiche.
In tale contesto sociale competitivo, anche il rapporto con il limite si è capovolto: il limite oggi non è più un punto di riferimento psichico, metapsichico e sociale la cui presenza conferisce stabilità e sicurezza alle organizzazioni psichiche e sociali, ma è diventato uno stimolo per essere infranto, superato.
L' angoscia di castrazione ha lasciato posto al timore dello scacco esistenziale che si manifesta in depressioni che evolvono in suicidi collettivi, di coppia, e dove il senso di indegnità lascia posto al senso di fallimento.
La psicoterapia psicoanalitica dei nuovi pazienti
È naturale come di fronte ai cambiamenti delle forme della sofferenza, anche l'approccio di lavoro dello psicoanalista sia - da tempo - al centro di un dibattito costruttivo di rinnovamento e di riadattamento alle nuove forme di psicopatologia.
Ad esempio, In un recentissimo convegno Nazionale su "Psicoterapia psicoanalitica e mutamenti sociali" (Bologna 2015) organizzato dalla Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica, di cui faccio parte, si è affrontato proprio il tema dei nuovi pazienti e della necessità di importanti modifiche dell' approccio psicoterapeutico.
Il cuore del lavoro psicoanalitico con i nuovi pazienti, non è più la risoluzione dei loro conflitti interni, la cui cristallizzazione dava luogo nel passato alle diverse forme nevrotiche.
Oggi, la possibilità di vivere una conflittualità all'interno del paziente rappresenta più un obiettivo da raggiungere che un punto da cui partire.
I pazienti di oggi esprimono sofferenze primarie del Sé derivanti da una strutturazione povera e lacunosa, che rende l'Io debole e incapace di sostenere adeguatamente le vicissitudini della loro vita emozionale.
Il lavoro psicoterapeutico ha oggi l'obiettivo di offrire un "ambiente strutturante al paziente" (Laurora) e nel collocare la nostra risposta terapeutica a livello di quelle aree primarie in cui si fonda il sentimento di valore del Sé e dell'altro, e che consenta la nascita di un sano narcisismo.
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