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Heart of Glass
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Tascam Love (diNotte Records / Resurrection Records) va accettato per come viene: pura ed incontaminata espressione di un punk-android stonato, sgraziato, recalcitrante al nuovo che avanza; suonando per ironia della sorte fresco nell’energia nonostante appaia distrattamente anacronistico nella forma. Un’espressione coraggiosa, che in pochi hanno saputo affrontare, e di questo gli AustraliA non possono che esserne gelosamente fieri.
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La forza espressiva di Bees Make Love to Flowers sta proprio nell’essenzialità della forma, nell’eliminare tutto ciò che è superfluo sia negli arrangiamenti che nelle liriche, consegnando un folk sporco e crudo fino all’osso, ma esattamente per questo motivo sincero e diretto, poiché spesso i sentimenti è meglio rappresentarli per quello che sono, astrazioni dei nostri più profondi desideri...
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Feroce ed emozionante, Letting You Go(per Coward Records) è un disco che non può lasciare indifferenti, sicuramente per le liriche ed un’interpretazione cieca dalla passione, ma sopratutto per la delicatezza e la giusta corrispondenza degli arrangiamenti, che riescono a montare uno spleen romantico, senza cadere nella banalità delle buone intenzioni. Lucy Anne Comb gioca con le parole delle sue canzoni con l’esperienza di un veterano, eppure codeste non sono fredde stringhe di sillabe accomodabili da una graziosa armonia, ma nascondo una potente vocazione all’empatia che in pochi sanno maneggiare e mettere in musica: la strada del cantautorato è tracciata!
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Eccolo, in bilico tra un rock emozionale dalla abrasive parabole di volumi e velocità, ed un cantato livido, senza compromessi ivi poco incline ai facili consensi: al primo ascolto è così che si presenta Palude, il secondo lavoro dei Zagreb, eppure oltre ad una scorza apparentemente dura si celano significati interessanti, dallo spiccato accento “sociale”.

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The Irresistible New Cult of Selenium (co-prodotto da Edison Box) è un esordio potente e ben marcato su sonorità ruvide, capace di emozionare quando i volumi si abbassano ed i ritmi rallentano, e rilasciare endorfine acriliche quando le chitarre ruggiscono e la ritmica si alza in piedi. I John Malkovitch! stazionano fieri in una zona grigia tra ambient e post-rock, senza porsi limiti (vedi il minutaggio dei brani!) in una continua ricerca sonora personale ed in qualche modo anche spirituale!
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Il Ritratto di Bombay (come del resto l’intera sua discografia) evidenzia un approccio alla musica genuino e libertario, da mettere in netta contrapposizione con l’andazzo commerciale che un “certo” indie italiano sta mettendo efficacemente in pratica. Dalla cover-art anacronistica stile fine anni ’70, il disco nelle sue sbavature e disallineamenti è un elogio al far musica per il piacere di farlo, vendibile solo attraverso le proprie peculiarità ed originalità, cancellando qualsiasi elemento “forzato” che possa essere in contrapposizione con l’etica di Bombay: questo si chiama independent!
Grazie per questa lezione di vita, Bombay!
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C’è l’esperienza e c’è l’improvvisazione ispirata di un diavolo come lo era Johnny Thunders nel suo inno alla solitudine Hurt me: chitarra, voce, registrazioni homemade, chissenefrega del resto, ecco a voi Bardass e su questo breve spazio si parla di ElevesLand, vagito disperato ululato all’imbrunire del 2017
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Poche, tra le miriadi di band al “fatidico” disco d’esordio, possono vantare una produzione importante nell’ambito indipendente (ad esempio un Karim Qqrudegli Zen Circus?) e qualche buon featuring disseminato lungo dieci compatte tracce dal sapore nostalgia: è il caso dei Cara Calma e di Sulle punte per sembrare grandi (Cloudhead Records / Phonarchia Dischi).
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Terzetto d’assalto, i veronesi NØEN (che mi dicono in norvegese voglia dire “alcuni”) spremono un post-rock sporco e baritono con un minimalismo asciutto, che si muove con nervosismo e cupezza in sconosciuti atri della memoria del tutto personali. Caraibi (in uscita per Röcken Records, in queste prime settimane del 2018), possiede la pesantezza di un sadcore intimo, eppure non ne segue le orbite, preferendo conferire maggiore dinamica con una sezione ritmica ruvida e penetrante, che ben s’amalgama con una sei corde ruggente e fuzzosa.
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Scelte prudenti ma sostanzialmente coerenti e lineari per i State Liquor Store in Nightfall and Aurora, che si fanno notare più per la pulizia dei loro arrangiamenti che per eventuali riedizioni del folk acustico a stelle e strisce. Lontani tuttavia dall’emulazione, la band procede ordinata verso liriche dallo spiccato sapore personale, come se l’urgenza di questo disco fosse prettamente individuale – e non ci sarebbe nulla di male- come se la malinconia dei suoi racconti fosse qualcosa da cui trarre prezioso insegnamento.
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