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stefano zingone
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E' il filo che frega l'aquilone.
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Fregare la ragazza ad un amico: non si fa! E poi, bella fatica quando le dedichi una canzone come questa. Lei, Patty Boyd, cadde nelle braccia di Clapton lasciando George Harrison senza neanche dargli il preavviso degli otto giorni. Ma il beatle non se la prese più di tanto rimanendo comunque amico di Eric. Da allora George, ogni volta che invitava il chitarrista a casa, non mancò mai di nascondere l’argenteria. Così, solo per precauzione. Comunque grande pezzo e splendida esecuzione.
Warner Bros. Records
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La Regina della Querceta
La Regina della Querceta camminava lenta e solenne, tronfia e consapevole del suo ruolo e dell’importanza che rivestiva tra i suoi simili. Che fosse bella glielo ripetevano ogni giorno e più si lasciava massaggiare, curare ed accudire, maggiormente cresceva...
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La Regina della Querceta camminava lenta e solenne, tronfia e consapevole del suo ruolo e dell’importanza che rivestiva tra i suoi simili. Che fosse bella glielo ripetevano ogni giorno e più si lasciava massaggiare, curare ed accudire, maggiormente cresceva la sua vanità con l’alterigia propria di una stella in un firmamento di comprimarie. Aveva partecipato a tanti concorsi di bellezza e quasi tutti li aveva vinti con facilità, ma era proprio quel “quasi” che la indispettiva e la rendeva irrequieta. Come nella famosa favola, ogni tanto si specchiava in qualche vasca o laghetto e chiedeva rivolta alla sua immagine: “chi può competere con la mia leggiadria?” E si dava da sola la risposta, sempre la stessa e con sempre più acredine: “Gioia del Trogolo, quella fanatica presuntuosa!” In realtà erano i giudici delle varie competizioni che, talvolta, avevano preferito l’altra a lei, ma per la Regina questo era inconcepibile ed avrebbe fatto di tutto per eliminare la rivale. Lo stesso proposito albergava nell’animo del suo padrone, ma anche in quello del proprietario della Gioia, che ormai da anni si sfidavano in tutte le mostre di bestiame per avere l’onore di essere riconosciuti come i migliori fra gli allevatori e gli orgogliosi possessori della scrofa campionessa.
Il Conte della Berardesca aveva subito riconosciuto nel maialino appena partorito i prodromi di un esemplare eccezionale che avrebbe potuto dargli tante soddisfazioni. Già il peso prometteva grandi cose. Mentre gli altri suinetti venivano al mondo di due/tre chili, “lei” si era presentata sulla bilancia sfoggiando ben sei chili e otto. Inoltre era rosa, compatta, proporzionata e con un vezzoso codino a ricciolo, in sostanza: una regina, e così il conte la chiamò aggiungendo il patronimico della tenuta di famiglia. Per infausta combinazione, nella proprietà del Barone Grisolfi, quasi in contemporanea, la vecchia scrofa di casa sfornava una cucciolata di piccoli grufolanti tra i quali se ne distingueva uno particolarmente avvenente, ovviamente secondo i parametri della bellezza suina. La neonata era il triplo degli altri e si era da subito appropriata della mammella della madre per soddisfare un appetito fuori dal comune e poter ingrassare a dismisura. Il Barone riconobbe a prima vista il carattere e l’ambizione propri di una fuoriclasse, sempre mirata ad eccellere con spirito di sacrificio ed abnegazione, e prese la maialina sotto la sua paterna protezione. Queste due nascite eccezionali si innescavano su una diatriba ormai secolare che contrapponeva le casate dei nobiluomini fin dai tempi più remoti. Avevano entrambe partecipato alle Crociate e se una si era impossessata di un frammento della Croce, l’altra si vantava di possedere la tovaglia originale posata sulla tavola dell’Ultima Cena. Ai tempi delle esplorazioni, i signori della Berardesca si spinsero fino al Polo Sud, ma l’uovo di pinguino che riportarono come testimonianza fece una brutta fine scambiato da un servitore imprevidente per una leccornia da presentare sul desco sotto forma di frittata con le patate. I Grisolfi ne risero, ma anche sulla loro spedizione alle sorgenti del Nilo sorse qualche dubbio. Al ritorno esibirono solamente delle lastre fotografiche sbiadite che rappresentavano delle rapide assolutamente anonime e senza alcun riferimento geografico. Uno della Berardesca, particolarmente maligno, insinuò addirittura una certa somiglianza di quei paesaggi supposti africani con le cascate delle Marmore. Insomma, la guerra per la supremazia tra le famiglie non aveva mai conosciuto armistizio e si perpetuava da una generazione all’altra. Ai giorni nostri, essendo in disuso giostre e tenzoni, lo scontro avveniva principalmente in occasione delle Fiere agricole dove la voglia di prevalere prendeva a pretesto un po’ di tutto, dalla zucca elefantiaca alla pannocchia con più chicchi, fino a sfidarsi sugli animali da primato.
-Non ti angustiare. – Disse il Conte alla Regina. – Per la prossima competizione a Vitorchiano sarai in splendida forma e vincerai a mani, scusa : zampetti, bassi. Non c’è gara, basta che mantieni inalterato l’appetito. Ricorda il motto della casata, mia ma anche tua : « Maxime omnium », ovvero : più di tutti, e tu così devi mangiare. – Ma l’espressione del nobiluomo contrastava con le sue ottimistiche parole. L’allevatore era preoccupato, aveva notato che sul fondo della mangiatoia erano rimaste due secchiate abbondanti di pappone e questo non rientrava nelle abitudini della sua scrofa. Anche gli occhi dell’animale, piccoli ma espressivi, sembravano quasi velati, come se in quel capoccione si aggirassero pensieri estranei al normale corso delle sue giornate. Fino ad allora era bastato il rumore del secchio sbattuto sulla vasca per far accorrere la Regina pimpante ed avida, e non c’era errabonda patata che potesse sottrarsi al suo impeto predatorio. Ma da qualche giorno appariva svogliata, con la testa fra le nuvole. « E’ la primavera. » Pensò il Conte, e con un ultimo cenno d’incoraggiamento verso la sua protetta, si avviò verso la casa padronale dove contava di immergersi nella lettura di « La Psicologia dei maiali non umani. » testo fondamentale per la comprensione dei suini, nell’accezione bestiale del termine.
I giorni scorrevano, la Fiera si approssimava, ma la situazione non mostrava segni di miglioramento. La scrofa continuava ad ostentare un mood esistenzialista, dove la malinconia aveva preso il posto della consueta giovialità. Durante il giorno girellava un po’ per l’aia, ma con l’atteggiamento distaccato di chi aveva capito che la vita è tutta una farsa dove zotici contadini possono gratificarti con coccarde colorate a volontà, ma niente veramente conta nell’economia del creato. Il nobile della Berardesca si era adoperato per risvegliare l’interesse della scrofa tentandola con ogni tipo di mangime possibile e provando addirittura ad imboccarla : senza esito. Lei sembrava aver aderito alla filosofia di Henri Chenot : ingurgitava solo il tot di calorie sufficienti per non scivolare nel deliquio, senza indulgere ad altra tentazione.
Finchè un giorno, mentre stava tornando dal recinto dei maiali verso casa, il Conte non si accorse di un odore particolare che sovrastava il profumo delle Cariopteris e delle Violaciocche.
-Oilà ! - Si disse – Quest’olezzo non si può certamente definire gradevole, eppure sento l’acquolina in bocca e lo stomaco che brontola. Voglio scoprire da dove provviene. – Come un cane da caccia, mise il naso in favore di vento e seguì la scia che, nell’appropinquarsi al confine della prorpietà, diventava sempre più intensa. Quale fu il suo stupore, una volta uscito dal cancello principale, notare addossato al muro di cinta un baracchino avvolto in una nuvola di fumo. Si avvicinò e vide che il gestore dell’attività commerciale ambulante stava arrostendo su un fornello da campo un assortimento di salcicce, costolette e braciole. Dallo sfrigolio delle carni si levava il classico ed irresistibile profumino che induce anche i più riluttanti a sontuose merende e spuntini al limite della lussuria. Il Conte ebbe un’improvvisa folgorazione. Capì che la sua Regina, tanto sensibile e perspicace, aveva da lontano avvertito l’odore e si era in qualche modo immedesimata nel destino dei suoi simili meno fortunati, cadendo in depressione. Come il più battagliero dei suoi antenati, il nobiluomo lanciò un grido di guerra e scacciò con maleparole lo stupito norcino che, avendo paura di opporsi a quel pazzo invasato e urlante, in tutta fretta avviò il motore del furgone allontanadosi verso piazze più accoglienti.
Gioia del Trogolo già si sentiva la coccarda della vincitrice appuntata sul collare, ma dovette rimandare le sue ambizioni quando vide la Regina della Querceta entrare nel recinto di gara alla Fiera, più grassa e ballonzolante che mai.


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La Regina della Querceta camminava lenta e solenne, tronfia e consapevole del suo ruolo e dell’importanza che rivestiva tra i suoi simili. Che fosse bella glielo ripetevano ogni giorno e più si lasciava massaggiare, curare ed accudire, maggiormente cresceva la sua vanità con l’alterigia propria di una stella in un firmamento di comprimarie. Aveva partecipato a tanti concorsi di bellezza e quasi tutti li aveva vinti con facilità, ma era proprio quel “quasi” che la indispettiva e la rendeva irrequieta. Come nella famosa favola, ogni tanto si specchiava in qualche vasca o laghetto e chiedeva rivolta alla sua immagine: “chi può competere con la mia leggiadria?” E si dava da sola la risposta, sempre la stessa e con sempre più acredine: “Gioia del Trogolo, quella fanatica presuntuosa!” In realtà erano i giudici delle varie competizioni che, talvolta, avevano preferito l’altra a lei, ma per la Regina questo era inconcepibile ed avrebbe fatto di tutto per eliminare la rivale. Lo stesso proposito albergava nell’animo del suo padrone, ma anche in quello del proprietario della Gioia, che ormai da anni si sfidavano in tutte le mostre di bestiame per avere l’onore di essere riconosciuti come i migliori fra gli allevatori e gli orgogliosi possessori della scrofa campionessa.
Il Conte della Berardesca aveva subito riconosciuto nel maialino appena partorito i prodromi di un esemplare eccezionale che avrebbe potuto dargli tante soddisfazioni. Già il peso prometteva grandi cose. Mentre gli altri suinetti venivano al mondo di due/tre chili, “lei” si era presentata sulla bilancia sfoggiando ben sei chili e otto. Inoltre era rosa, compatta, proporzionata e con un vezzoso codino a ricciolo, in sostanza: una regina, e così il conte la chiamò aggiungendo il patronimico della tenuta di famiglia. Per infausta combinazione, nella proprietà del Barone Grisolfi, quasi in contemporanea, la vecchia scrofa di casa sfornava una cucciolata di piccoli grufolanti tra i quali se ne distingueva uno particolarmente avvenente, ovviamente secondo i parametri della bellezza suina. La neonata era il triplo degli altri e si era da subito appropriata della mammella della madre per soddisfare un appetito fuori dal comune e poter ingrassare a dismisura. Il Barone riconobbe a prima vista il carattere e l’ambizione propri di una fuoriclasse, sempre mirata ad eccellere con spirito di sacrificio ed abnegazione, e prese la maialina sotto la sua paterna protezione. Queste due nascite eccezionali si innescavano su una diatriba ormai secolare che contrapponeva le casate dei nobiluomini fin dai tempi più remoti. Avevano entrambe partecipato alle Crociate e se una si era impossessata di un frammento della Croce, l’altra si vantava di possedere la tovaglia originale posata sulla tavola dell’Ultima Cena. Ai tempi delle esplorazioni, i signori della Berardesca si spinsero fino al Polo Sud, ma l’uovo di pinguino che riportarono come testimonianza fece una brutta fine scambiato da un servitore imprevidente per una leccornia da presentare sul desco sotto forma di frittata con le patate. I Grisolfi ne risero, ma anche sulla loro spedizione alle sorgenti del Nilo sorse qualche dubbio. Al ritorno esibirono solamente delle lastre fotografiche sbiadite che rappresentavano delle rapide assolutamente anonime e senza alcun riferimento geografico. Uno della Berardesca, particolarmente maligno, insinuò addirittura una certa somiglianza di quei paesaggi supposti africani con le cascate delle Marmore. Insomma, la guerra per la supremazia tra le famiglie non aveva mai conosciuto armistizio e si perpetuava da una generazione all’altra. Ai giorni nostri, essendo in disuso giostre e tenzoni, lo scontro avveniva principalmente in occasione delle Fiere agricole dove la voglia di prevalere prendeva a pretesto un po’ di tutto, dalla zucca elefantiaca alla pannocchia con più chicchi, fino a sfidarsi sugli animali da primato.
-Non ti angustiare. – Disse il Conte alla Regina. – Per la prossima competizione a Vitorchiano sarai in splendida forma e vincerai a mani, scusa : zampetti, bassi. Non c’è gara, basta che mantieni inalterato l’appetito. Ricorda il motto della casata, mia ma anche tua : « Maxime omnium », ovvero : più di tutti, e tu così devi mangiare. – Ma l’espressione del nobiluomo contrastava con le sue ottimistiche parole. L’allevatore era preoccupato, aveva notato che sul fondo della mangiatoia erano rimaste due secchiate abbondanti di pappone e questo non rientrava nelle abitudini della sua scrofa. Anche gli occhi dell’animale, piccoli ma espressivi, sembravano quasi velati, come se in quel capoccione si aggirassero pensieri estranei al normale corso delle sue giornate. Fino ad allora era bastato il rumore del secchio sbattuto sulla vasca per far accorrere la Regina pimpante ed avida, e non c’era errabonda patata che potesse sottrarsi al suo impeto predatorio. Ma da qualche giorno appariva svogliata, con la testa fra le nuvole. « E’ la primavera. » Pensò il Conte, e con un ultimo cenno d’incoraggiamento verso la sua protetta, si avviò verso la casa padronale dove contava di immergersi nella lettura di « La Psicologia dei maiali non umani. » testo fondamentale per la comprensione dei suini, nell’accezione bestiale del termine.
I giorni scorrevano, la Fiera si approssimava, ma la situazione non mostrava segni di miglioramento. La scrofa continuava ad ostentare un mood esistenzialista, dove la malinconia aveva preso il posto della consueta giovialità. Durante il giorno girellava un po’ per l’aia, ma con l’atteggiamento distaccato di chi aveva capito che la vita è tutta una farsa dove zotici contadini possono gratificarti con coccarde colorate a volontà, ma niente veramente conta nell’economia del creato. Il nobile della Berardesca si era adoperato per risvegliare l’interesse della scrofa tentandola con ogni tipo di mangime possibile e provando addirittura ad imboccarla : senza esito. Lei sembrava aver aderito alla filosofia di Henri Chenot : ingurgitava solo il tot di calorie sufficienti per non scivolare nel deliquio, senza indulgere ad altra tentazione.
Finchè un giorno, mentre stava tornando dal recinto dei maiali verso casa, il Conte non si accorse di un odore particolare che sovrastava il profumo delle Cariopteris e delle Violaciocche.
-Oilà ! - Si disse – Quest’olezzo non si può certamente definire gradevole, eppure sento l’acquolina in bocca e lo stomaco che brontola. Voglio scoprire da dove provviene. – Come un cane da caccia, mise il naso in favore di vento e seguì la scia che, nell’appropinquarsi al confine della prorpietà, diventava sempre più intensa. Quale fu il suo stupore, una volta uscito dal cancello principale, notare addossato al muro di cinta un baracchino avvolto in una nuvola di fumo. Si avvicinò e vide che il gestore dell’attività commerciale ambulante stava arrostendo su un fornello da campo un assortimento di salcicce, costolette e braciole. Dallo sfrigolio delle carni si levava il classico ed irresistibile profumino che induce anche i più riluttanti a sontuose merende e spuntini al limite della lussuria. Il Conte ebbe un’improvvisa folgorazione. Capì che la sua Regina, tanto sensibile e perspicace, aveva da lontano avvertito l’odore e si era in qualche modo immedesimata nel destino dei suoi simili meno fortunati, cadendo in depressione. Come il più battagliero dei suoi antenati, il nobiluomo lanciò un grido di guerra e scacciò con maleparole lo stupito norcino che, avendo paura di opporsi a quel pazzo invasato e urlante, in tutta fretta avviò il motore del furgone allontanadosi verso piazze più accoglienti.
Gioia del Trogolo già si sentiva la coccarda della vincitrice appuntata sul collare, ma dovette rimandare le sue ambizioni quando vide la Regina della Querceta entrare nel recinto di gara alla Fiera, più grassa e ballonzolante che mai.


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Claudia
Claudia si guardava allo specchio e vedeva una ragazza esile,
gracile, piccola e magra. Si sentiva come un fuscello in balia di ogni colpo di
vento, sballottata e sospinta senza la possibilità di opporsi. Scrutava il suo
viso scavato, si guardava negli occh...
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Claudia si guardava allo specchio e vedeva una ragazza esile, gracile, piccola e magra. Si sentiva come un fuscello in balia di ogni colpo di vento, sballottata e sospinta senza la possibilità di opporsi. Scrutava il suo viso scavato, si guardava negli occhi sempre cerchiati da un’ombra scura e con la forza di volontà spazzava via il riflesso della disperazione per sostituirlo con una scintilla di speranza. Tutte le mattine si impegnava per mettere insieme l’energia che le consentisse di iniziare la giornata, e lo sforzo di trascinare giù dal letto prima una gamba e poi l’altra la lasciavano sfinita come se avesse compiuto un’impresa sportiva al limite delle sue capacità. Eppure mangiava, forse anche troppo, ma era come se tutto l’attraversasse senza aggiungere niente alle sue braccia sottili come stecchi ed ai sui suoi fianchi puntuti e sporgenti. Anche la pelle era diafana, quasi trasparente, una sorta di carta velina che a malapena avvolgeva un delicato organismo che sembrava vivere automaticamente, fragile ma determinato. A volte s’immaginava come una di quelle creature marine fatte di gelatina: un insieme traslucido di cellule attraverso le quali si può vedere un piccolo cuore pulsante e qualche liquido vitale fluire da una parte all'altra di un corpo senza scheletro. Lei si sentiva così ed avrebbe voluto essere sostenuta dagli altri, o quantomeno capita nella sua immane fatica, ma il muto grido d’aiuto che solo i suoi occhi lasciavano trapelare, veniva ignorato per superficialità o egoismo. Le persone che incontrava, i suoi pochi amici ed addirittura i suoi genitori vedevano solo il suo corpo ai limiti dell’obesità, la rimproveravano per il suo peso ormai sopra i cento chili e non riuscivano a parlare con l’altra Claudia, minuta ed indifesa, che albergava dentro di lei. La prendevano in giro. Lei ne soffriva, ma non replicava mai perché sapeva quanto sforzo costasse a quella piccola se stessa accettare di mostrarsi grossa e sgraziata, mentre la realtà era del tutto differente. Quasi compativa chi le rivolgeva maleparole perché il poveretto non si rendeva conto di insultare solamente l’involucro di una persona momentaneamente nascosta, racchiusa come una crisalide in un bozzolo del quale prima o poi si sarebbe liberata. I momenti più difficili li passava a scuola. Ormai si era abituata ai soprannomi e gli scherzi dei compagni la ferivano solo di striscio. Claudia si raccontava che non le importava di non avere un ragazzo come tutte le sue amiche o che nessuno la invitasse ad uscire il sabato sera, ma non poteva impedire, ogni tanto, di compatirsi un po’ versando qualche lacrima. Ma le passava presto, andava a sciacquarsi la faccia in bagno e sopra al lavandino incontrava il suo viso dalle guance paffute, ma poi, come in una dissolvenza cinematografica, quell’immagine pian piano svaniva per lasciare il posto all’altra lei. E si sorrideva riconoscendosi.
-Sei una balena, grassa e stupida. Non ti vuole nessuno! – Quella che aveva pronunciato queste parole era la sua migliore amica? La sola con la quale si era lasciata andare a qualche confidenza e che credeva le volesse almeno un po’ di bene? Claudia, per la prima volta in vita sua, fu accecata dall’ira. Le vennero su tutti i rospi ingoiati, tutte le umiliazioni subite e le mille quotidiane frustrazioni. Sollevò il braccio ben tornito, lo stese portandolo dietro la schiena, aprì la manona e, piegandosi per prendere maggiore slancio, tirò uno schiaffo in pieno viso all’altra ragazza. Quella si mise a piangere dolorante e stupita, ma Claudia improvvisamente rinacque. Si rese conto che in lei c’era la forza per reagire alle cattiverie degli altri ed anche alle difficoltà della vita. Acquistò fiducia in se stessa e sfidò il mondo. Da quel momento cominciò a dimagrire abbandonando il suo corpo in sovrappeso per portare alla luce l’altro nascosto. In realtà la nuova Claudia non rispecchiò mai esattamente quella che lei si era immaginata, ma al fidanzato questo non importava minimamente.
Come Claudia c’è anche il conducente di autobus che appena può prende un microfono per cantare e il signore oltre la sessantina che non riesce a soffocare il ventenne nascosto dento di sé; la signora che ripete davanti allo specchio le parte di Giulietta; il bancario che di notte scrive poesie; chi lascia l’ufficio per fotografare un tramonto; quelli che si travestono da biker e poi si sfilano l’anello col teschio per indossare la cravatta; chi sa tutto sulle carote “julienne” ma non sa cucinare neanche un uovo; coloro che abitano in centro coltivando il basilico sul balcone e chi cambierebbe subito Magliano con Manhattan. E chissà quanti altri.
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Claudia si guardava allo specchio e vedeva una ragazza esile, gracile, piccola e magra. Si sentiva come un fuscello in balia di ogni colpo di vento, sballottata e sospinta senza la possibilità di opporsi. Scrutava il suo viso scavato, si guardava negli occhi sempre cerchiati da un’ombra scura e con la forza di volontà spazzava via il riflesso della disperazione per sostituirlo con una scintilla di speranza. Tutte le mattine si impegnava per mettere insieme l’energia che le consentisse di iniziare la giornata, e lo sforzo di trascinare giù dal letto prima una gamba e poi l’altra la lasciava sfinita come se avesse compiuto un’impresa sportiva al limite delle sue capacità. Eppure mangiava, forse anche troppo, ma era come se tutto l’attraversasse senza aggiungere niente alle sue braccia sottili come stecchi ed ai sui suoi fianchi puntuti e sporgenti. Anche la pelle era diafana, quasi trasparente, una sorta di carta velina che a malapena avvolgeva un delicato organismo che sembrava vivere automaticamente, fragile ma determinato. A volte s’immaginava come una di quelle creature marine fatte di gelatina: un insieme traslucido di cellule attraverso le quali si può vedere un piccolo cuore pulsante e qualche liquido vitale fluire da una parte all'altra di un corpo senza scheletro. Lei si sentiva così ed avrebbe voluto essere sostenuta dagli altri, o quantomeno capita nella sua immane fatica, ma il muto grido d’aiuto che solo i suoi occhi lasciavano trapelare, veniva ignorato per superficialità o egoismo. Le persone che incontrava, i suoi pochi amici ed addirittura i suoi genitori vedevano solo il suo corpo ai limiti dell’obesità, la rimproveravano per il suo peso ormai sopra i cento chili e non riuscivano a parlare con l’altra Claudia, minuta ed indifesa, che albergava dentro di lei. La prendevano in giro. Lei ne soffriva, ma non replicava mai perché sapeva quanto sforzo costasse a quella piccola se stessa accettare di mostrarsi grossa e sgraziata, mentre la realtà era del tutto differente. Quasi compativa chi le rivolgeva maleparole perché il poveretto non si rendeva conto di insultare solamente l’involucro di una persona momentaneamente nascosta, racchiusa come una crisalide in un bozzolo del quale prima o poi si sarebbe liberata. I momenti più difficili li passava a scuola. Ormai si era abituata ai soprannomi e gli scherzi dei compagni la ferivano solo di striscio. Claudia si raccontava che non le importava di non avere un ragazzo come tutte le sue amiche o che nessuno la invitasse ad uscire il sabato sera, ma non poteva impedire, ogni tanto, di compatirsi un po’ versando qualche lacrima. Ma le passava presto, andava a sciacquarsi la faccia in bagno e sopra al lavandino incontrava il suo viso dalle guance paffute, ma poi, come in una dissolvenza cinematografica, quell’immagine pian piano svaniva per lasciare il posto all’altra lei. E si sorrideva riconoscendosi.
-Sei una balena, grassa e stupida. Non ti vuole nessuno! – Quella che aveva pronunciato queste parole era la sua migliore amica? La sola con la quale si era lasciata andare a qualche confidenza e che credeva le volesse almeno un po’ di bene? Claudia, per la prima volta in vita sua, fu accecata dall’ira. Le vennero su tutti i rospi ingoiati, tutte le umiliazioni subite e le mille quotidiane frustrazioni. Sollevò il braccio ben tornito, lo stese portandolo dietro la schiena, aprì la manona e, piegandosi per prendere maggiore slancio, tirò uno schiaffo in pieno viso all’altra ragazza. Quella si mise a piangere dolorante e stupita, ma Claudia improvvisamente rinacque. Si rese conto che in lei c’era la forza per reagire alle cattiverie degli altri ed anche alle difficoltà della vita. Acquistò fiducia in se stessa e sfidò il mondo. Da quel momento cominciò a dimagrire abbandonando il suo corpo in sovrappeso per portare alla luce l’altro nascosto. In realtà la nuova Claudia non rispecchiò mai esattamente quella che lei si era immaginata, ma al fidanzato questo non importava minimamente.
Come Claudia c’è anche il conducente di autobus che appena può prende un microfono per cantare e il signore oltre la sessantina che non riesce a soffocare il ventenne nascosto dento di sé; la signora che ripete davanti allo specchio le parte di Giulietta; il bancario che di notte scrive poesie; chi lascia l’ufficio per fotografare un tramonto; quelli che si travestono da biker e poi si sfilano l’anello col teschio per indossare la cravatta; chi sa tutto sulle carote “julienne” ma non sa cucinare neanche un uovo; coloro che abitano in centro coltivando il basilico sul balcone e chi cambierebbe subito Magliano con Manhattan. E chissà quanti altri.
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Attenzione: è in programmazione una trasmissione pericolosa per i giovani. Ho visto il trailer del “Il Professore” che Parla di Aldo Moro. Io, come molti della mia generazione, ricordo bene lo statista pugliese e tutta la drammatica vicenda della sua morte. Ma soprattutto ho presente la sua statura intellettuale, lo spessore umano e la lungimiranza del politico democristiano. Non lo votai mai, ma anche se rappresentava qualcosa di lontano dalle mie idee riconoscevo in lui un punto di riferimento per l’evoluzione degli equilibri politici in Italia in un momento storico estremamente difficile sia sul versante interno che nello scenario internazionale. Fu il teorico del compromesso storico, ovvero l’accordo fra La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista e l’inventore delle “convergenze parallele” che nell’enunciazione dimostrano la funzione della politica che dovrebbe trovare piani d’incontro anche tra figure geometriche incompatibili. Ma non solo lui, all’epoca c’erano Berlinguer e Andreotti, Craxi e Cossiga, Almirante e Lama: uomini discutibili fin che si vuole per le loro idee, ma comunque statisti con una solida preparazione dettata dalla cultura e dall’esperienza che davano dignità all’agone politico. Poi sappiamo come sia stata travolta la Prima Repubblica e come errori e colpe di una degenerazione del sistema abbiano portato verso una china sulla quale stiamo ancora scivolando. Comunque si parla di personaggi che avevano lo spessore dei leader e che, per la maggior parte, prima di entrare in Parlamento o guidare formazioni politiche avevano fatto una lunga gavetta dimostrando il loro valore con la capacità di aggregare consenso intorno alle idee. I giovani però non lo sanno. Vedono i politici attuali e pensano che per fare il deputato o il candidato sindaco bastino pochi “voti” espressi on line e una buona propaganda sul web. Non conta altro, non titoli accademici, non vita vissuta, non capacità e cultura, non dialettica, non eloquenza o retorica. Soprattutto non contano gli ideali, la visione programmatica del futuro, il senso di responsabilità verso gli elettori. E allora vanno su i Di Maio e compagnia bella, ma anche le comparse di bell’aspetto di Forza Italia o degli altri partiti dove l’esteriorità è il primo valore nell’era dell’apparenza senza sostanza. Milioni d’italiani oggi si fanno trascinare da banditori di illusioni che per agguantare la poltrona promettono tutto ed il contrario di tutto cercando alleanze che sanno già innaturali prima a destra e poi a sinistra, senza la minima onestà intellettuale con il solo scopo del potere. Sogno una Tribuna Politica con Petroselli contro la Raggi, Fanfani contro Tominelli, Almirante contro la Meloni, Craxi contro Martina e Pannella contro Salvini. Forse così i giovani capirebbero cosa significa la politica. Ma oggi si devono accontentare di Di Maio, lo steward, invece di avere Moro, il professore. Non fate vedere loro lo sceneggiato, erano altri tempi.
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Forse perché si avvicina il mio compleanno e non è fra quelli nella prima decade della vita (né seconda, terza, quarta, quinta...etc.), ma questo bel vecchio è una consolazione.

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Prendo un giornale, accendo la televisione. Sono le otto, sullo schermo appaiono e si sovrappongono volti, macerie, calciatori e parolai, tutto in un guazzabuglio di immagini che hanno il solo scopo di confondere. Mi siedo sul divano ed inforco gli occhiali. Scorro i titoli del quotidiano con poca attenzione e meno curiosità. In casa c’è un velo di polvere dove prima tutto brillava di pulito e nell’aria resta sempre l’odore delle sigarette al posto del profumo che mi piaceva tanto. Ormai è così da tempo e così lo voglio lasciare, nessuno mi rimprovererà. Aggiusto i cuscini, lascio da parte il giornale e stendo le gambe sul tavolino basso. Nel bicchiere si scioglie lentamente il ghiaccio rompendosi con piccoli schiocchi. Chiudo gli occhi.
-E tu che ci fai qui?
-Anche se sembri dimenticarlo, ci sono anch’io oltre alla tua donna.
-Va bene, fammi compagnia. Bevi qualcosa?
-Dai, ho solo vent’anni, non mi tentare. E poi non mi va il whisky.
-Ok, come sei morigerato…
-Almeno uno di noi due deve restare lucido.
-Com’è andata all’università?
-Oh, beh, economia e commercio: una palla! Te l’avevo detto che non ci capisco niente di matematica e statistica. Invece con i diritti vado come un treno. Avrei dovuto fare Giurisprudenza.
-Già, i primi ripensamenti. Ma sei ancora in tempo per cambiare.
-Ma che dici? Ho i miei binari ben chiari davanti. Laurea e poi il lavoro, una famiglia e soldi in tasca.
-E la motocicletta?
-La venderò con la nascita della prima figlia.
-Il coast to coast negli Stati Uniti?
-Lo farò. A cinquant’anni, forse.
-Quella smania di avventura di cui mi parlavi?
-Adesso non ho tempo. Più in là, si vedrà.
-No, caro, non ci siamo. Bisogna avere il coraggio di scommettere, innanzi tutto su se stessi, e poi prendere la vita per le corna, come un toro a Pamplona.
-Tu l’hai fatto?
-Sto parlando di te. Riempimi il bicchiere e ascolta. E’ vero che si può trovare sempre una Harley che ti aspetta a Chicago pronta per lanciarsi sulla route 66, ma bisogna decidere di prenderla. Il giubbotto di pelle con le frange sta bene su un ragazzo o su un giovane uomo, ma un vecchio cow boy improvvisato è spesso solo una maschera patetica di perdute illusioni. Lo stesso vale per qualsiasi altro sogno. La giovinezza è un alibi che giustifica la pazzia, ma la pazzia non è un alibi per la perduta giovinezza.
-Che vuoi dire?
-Voglio dire che ogni epoca della vita ha una cornice ben definita che delimita i comportamenti e rinchiude in un quadro di doveri. Solo quando si è giovani la tela è ancora bianca e si può sporcarla con qualsiasi colore. Dopo: si deve, bisogna, tocca e qualsiasi altro verbo abbia a che fare con il concetto di responsabilità ti tarperà le ali creando una sorta di ragnatela dalla quale non sarà possibile districarti. E, ti dirò di più, ne sarai contento.
-Sarò contento di essere prigioniero?
-Si, caro. Sarà una gabbia fatta da tante cose a cui terrai con affetto, amore o addirittura passione, ma comunque resterà una gabbia. Come nella sindrome di Stoccolma, t’innamorerai di quelle cose che ti imprigionano e ti sembrerà assurdo solo il pensiero di poterne fare a meno.
-Non capisco. Se sei felice di quello che hai, perché rimpiangi quello che non hai? Mi sembra un atteggiamento sciocco e, soprattutto, ansiogeno.
-No, chiariamoci: nessun rimpianto o, tantomeno, rimorso. Solo qualche sogno che è rimasto nell’aria e la rabbia di non poter fermare questo treno del quale incomincio ad intravedere la stazione.
-Quindi che mi consigli?
-Consigli? Nessuno, non ne sono in grado. Anzi, solo uno: resta accanto a chi ti vuole bene.
La televisione continua nel suo monologo in sottofondo mentre sul divano, vicino a me, non c’è nessuno.

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