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Oscar Marcheggiani
Viaggiatore, storico e saggista
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Un treno per Nablus": intervista di Veronica Gervaso all'autore

Veronica Gervaso, giornalista e conduttrice di TG5 e TGcom24, intervista Oscar Santilli Marcheggiani sull'importanza della Storia nelle storie di ciascuno.
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PALAZZO CUSANI, MILANO

Alla presenza di un folto pubblico e del Generale Mario Sciuto, Direttore dell'UNUCI, è stato presentato il libro "Un treno per Nablus", una raccolta di racconti che narrano vicende reali sullo sfondo di fatti storici che coprono gli ultimi ottant'anni in una ventina di luoghi diversi sparsi per il mondo. Vicende a volte drammatiche, a volte paradossali. Al termine della presentazione vi è stata un'ampia discussione sull'importanza della storia nella formazione dei giovani, e della consapevolezza del momento storico che stiamo vivendo. A conclusione, l'Autore ha ricevuto dal Generale Sciuto in dono un'incisione di Alberto Fremura.
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04/11/17
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Premio Internazionale di Letteratura LUCIUS ANNAEUS SENECA

29 aprile 2017 ore 17,00 - Auditorium Diocesano "La Vallisa" - Bari

Menzione d'onore Sezione Narrativa al racconto "Un giorno a Nablus", autore Oscar Santilli Marcheggiani pubblicato nella raccolta "Un treno per Nablus", Editore Polaris

http://www.oscarmarcheggiani.it/ultime-notizie/2-uncategorised/111-premio
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Premio Letterario "UN GRANDE AMORE E NIENTE PIÙ"

12 SETTEMBRE 2017, Accademia Francesco Petrarca - Capranica

Premio alla carriera "La vita che ti diedi" a Oscar Santilli Marcheggiani - Medaglia oro zecchino

Motivazione: "La commissione del concorso a favore dell’associazione “FILO D’ORO OSIMO” in pieno accordo conferisce il PREMIO ALLA CARRIERA a MARCHEGGIANI SANTILLI OSCAR di Milano, un personaggio di insolito spessore intellettuale, sagace autore, tra le migliori voci della letteratura nazionale. Le sue narrazioni si differenziano per la foggia penetrante, in cui l’avvenenza della parola si gemella all'immensità della meditazione."

Materiale premiato: i racconti "Mani di fata" e "Ritorno a Smoky Mountains" pubblicati nella raccolta "Un treno per Nablus", Editore Polaris; il filmato "Georgia on my mind"

http://www.oscarmarcheggiani.it/ultime-notizie/2-uncategorised/110-premio-letterario-un-grande-amore-e-niente-piu
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Ritorno a Smoky Mountains - UN TRENO PER NABLUS
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Un giorno a Nablus - UN TRENO PER NABLUS
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Tressette col morto a Varosha - UN TRENO PER NABLUS
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VIA FRANCIGENA

Arrivo a Roma dal cammino sulla Via Francigena di nonno Oscar, Pietro, Matteo, Dario
Dalla Via Trionfale la Francigena si inoltra nella misteriosa Villa Mazzanti attraverso un vecchio cancello che non è facile scoprire, e in cima a una breve salita nella verzura giungiamo ad un belvedere con Roma ai nostri piedi. Scendiamo poi per un lungo sentiero in una giungla subtropicale per ritrovarci all'improvviso su una trafficatissima autostrada urbana... Roma!!!

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30/06/17
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LOTTERIA A SAN PIETRO IN VINCOLI

“La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? ... Le cause di questa situazione rimangono non identificate, non chiarite, … spinte in secondo piano dinanzi alla … minaccia dall'esterno… l'Ovest minacciato dall'Est, l'Est minacciato dall'Ovest.

Egualmente ovvio è il bisogno di essere preparati, di vivere sull'orlo della guerra, … Ci si sottomette alla produzione in tempo di pace dei mezzi di distruzione… Se si tenta di porre in relazione le cause del pericolo con il modo in cui la società è organizzata…, ci troviamo immediatamente dinanzi al fatto che la società industriale avanzata diventa più ricca… a mano a mano che perpetua il pericolo… i nostri mezzi di comunicazione di massa trovano poche difficoltà nel vendere interessi particolari come fossero quelli di tutti gli uomini ragionevoli.

E tuttavia questa società è, nell'insieme, irrazionale. La sua produttività tende a distruggere il libero sviluppo di facoltà e bisogni umani, la sua pace è mantenuta da una costante minaccia di guerra, la sua crescita si fonda sulla repressione delle possibilità più vere per rendere pacifica la lotta per l'esistenza individuale, nazionale e internazionale.

Questa repressione opera oggi … da una posizione di forza. Le capacità intellettuali e materiali della società contemporanea sono smisuratamente più grandi di quanto siano mai state, e ciò significa che la portata del dominio della società sull’individuo è smisuratamente più grande di quanto sia mai stata”




* * * *

Roma, 23 maggio 1968, sera tardi: siamo una trentina di studenti in un’aula per lezioni del primo piano della Facoltà di Ingegneria , in cima al Colle Oppio, giusto sopra il Colosseo. L’occupazione della nostra facoltà, buona ultima dopo Architettura, Lettere, Matematica, Medicina e tutte le altre, andava avanti da alcuni giorni e si avvertivano già sintomi di stanchezza. E non c’era mica tanto da sforzarsi per capire dove fosse il nocciolo del problema. Contrariamente a tutte le altre facoltà, da noi non c’era neppure uno straccio di studentessa a sollevarti il morale. Tutti maschi, squallidissimi maschi. Da Architettura e da Lettere arrivavano voci incontrollate di cose fantastiche, cose incredibili, cos’e pazz. Sesso libero, sesso democratico, sesso di gruppo, notti di fuoco all’insegna della scopata proletaria. C’era carburante per far andare avanti l’occupazione di Architettura, si favoleggiava, per un anno intero. Noi dopo neanche una settimana eravamo già alla frutta. Il pensiero di quelli di Architettura – c’era già un’antica ruggine tra di noi ingegneri e gli architetti – ci faceva venire la bava alla bocca. Qualcuno aveva provato a portarsi in facoltà la ragazza, ma con l’aria che tirava – sesso democratico significa che si scopa tutti, no? – la poveretta aveva battuto precipitosamente in ritirata. Insomma, una depressione.

Quella sera per fortuna un collega aveva portato un piccolo televisore. C’era da Rotterdam la finale di Coppa delle Coppe tra Milan e Amburgo. Il Milan si presentava con la sua migliore formazione: Cudicini, Anquilletti, Rosato, Trapattoni, Schnellinger, Lodetti, Rivera, Hamrin, Sormani, Prati. Il Milan imbroccò una partenza prodigiosa con reti di Hamrin al 3° e al 19° minuto. L’Amburgo per un po’ barcollò come ubriaco, ma poi i tedeschi si ripresero e diedero filo da torcere al Milan fino all’ultimo minuto, senza però riuscire a segnare. Finì dunque 2-0 e il Milan vinse la Coppa. Grande partita. Spento il televisore, restammo davanti ai finestroni spalancati sui chiostri del cortile da cui arrivava il fresco ponentino romano, a chiacchierare e a fumare Gauloises. Chissà perché, con l’arrivo della contestazione occorreva darsi un contegno e avevamo quasi tutti sostituito le Nazionali con queste pestifere sigarette francesi dal tabacco nero senza filtro che ti bruciava la gola. Un certo numero di noi rimaneva a rotazione a presidiare la facoltà e i designati si erano portati i sacchi a pelo. Tuttavia tiravamo a fargli compagnia per un po’ continuando a cazzeggiare del più e del meno. Poi, piano piano, gli argomenti scemarono…
Ma com’era cominciata tutta questa faccenda? Beh, è duro ammettere che è passato quasi mezzo secolo. Io c’ero e cercherò di raccontarvelo.


* * *


I movimenti studenteschi iniziarono negli Stati Uniti – precisamente a Berkeley nel 1964 – su due temi di fondo: la contestazione della società dei consumi e i diritti civili, a cui ben presto si aggiunse la guerra del Vietnam. Il messaggio ideologico che giunse forte e chiaro a noi che eravamo al di qua dell’Atlantico fu quello di Marcuse: il rifiuto dell’autoritarismo, di ogni forma di repressione, della stessa civiltà tecnologica, sostanziato dalla volontà di un cambiamento radicale che consentisse finalmente la partecipazione “dal basso” delle masse proletarie ai processi decisionali. Un concetto marcusiano che affascinò molto noi sessantottini italiani repressi dall’andazzo benpensante dell’epoca fu quello della "liberazione dell'eros", inteso non solo come liberazione sessuale (che tuttavia ci interessava moltissimo), ma come liberazione delle energie creative dell'uomo dal condizionamento della società repressiva. Insomma, il pensiero di Marcuse dava voce e inquadramento filosofico a quelle che sono state le spinte di tutte le generazioni giovanili in tutti i tempi, trovando nel ’68 uno straordinario terreno di coltura. Indubbiamente quell’uomo era un genio, ci pareva allora che avesse ragione su tutto, anche se pochi di noi si erano presi il disturbo di leggerlo e capirlo fino in fondo.
In ltalia il Movimento Studentesco si sviluppò gradualmente a partire dal 1966. Tappe principali:
1. Gennaio 1966: occupazione della facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. Trento era sede della prima facoltà di Sociologia in Italia, campo di studi guardato con sospetto dalla sinistra tradizionale perché considerato espressione della cultura borghese. Per la prima volta, inoltre, erano stati ammessi a Trento studenti degli istituti tecnici, con conseguente aumento della componente “proletaria” nella popolazione universitaria, fatto che ebbe notevole importanza nella protesta. Obiettivo immediato fu la contestazione della Riforma Gui, che rafforzava la direzione centralizzata dell’istruzione, mentre gli studenti chiedevano un’immediata democratizzazione dell’università, l’introduzione di rappresentanze di tutte le componenti negli organi di governo, e la garanzia della libertà di espressione culturale e politica in nome di “un sapere critico e non nozionistico, autoritario e borghese”.
2. Gennaio 1967: occupazione della facoltà di Chimica e Fisica dell’Università di Pisa. La manifestazione aveva l’obiettivo di impedire la Conferenza Nazionale dei Rettori che stava per essere inaugurata a Pisa in quei giorni. Venne teorizzato un nuovo modello di politica studentesca consistente in: costruzione di un sindacato studentesco con la funzione di controllo della formazione dello studente; definizione dello studente come forza lavoro nel processo di addestramento e come figura sociale subordinata, e quindi meritevole di essere retribuito per il suo lavoro produttivo; contestazione dell’organizzazione universitaria ipotizzata dalla riforma Gui. Per la prima volta nel dopoguerra le forze di polizia intervennero nell’ateneo per sgomberarlo.
3. Novembre 1967: occupazione dell’Università Cattolica di Milano per protestare contro l’aumento del 50 per cento delle tasse universitarie. Aumento che veniva visto come un’ingiustizia sociale, in quanto mirava ad escludere dall’istruzione superiore i più poveri.
4. Novembre 1967: occupazione della sede centrale dell’Università di Torino, Palazzo Campana. La protesta ebbe diverse motivazioni, dall’aumento delle tasse universitarie alla rivendicazione di una rappresentanza studentesca negli organi di gestione dell’università, fino ad una critica severa dell’insegnamento tradizionale. Secondo gli studenti torinesi l’Università funzionava “come uno strumento di manipolazione ideologica e politica teso ad installare uno spirito di subordinazione rispetto al potere. Lo studente credeva di andare all’università per imparare la storia, il diritto, la fisica, la medicina, e invece apprendeva soprattutto ad obbedire”.
5. Febbraio 1968: occupazione dell’Università Statale di Milano, dove le richieste del movimento studentesco si andarono sempre più focalizzando su nuovi diritti di partecipazione, lotta contro l’autoritarismo accademico, programmi gestiti dagli studenti nei quali i professori sarebbero stati poco più che delle comparse… La radicalizzazione della protesta diede luogo ai primi episodi di violenza tra studenti e polizia.
6. Marzo 1968: battaglia di Valle Giulia, Roma. Con i fatti di Valle Giulia (sede della facoltà di Architettura) il movimento studentesco si spostò definitivamente dal piano della protesta universitaria a quello della contrapposizione frontale con l’intero assetto sociale. Nel mese di febbraio la facoltà di Architettura era stata occupata dagli studenti, e successivamente (29 febbraio) sgomberata dalla polizia chiamata dal rettore Agostino D’Avack. Il giorno dopo, 1° marzo, circa 4.000 persone si radunarono in Piazza di Spagna formando due cortei, uno dei quali si diresse verso Valle Giulia, l’altro verso la Città Universitaria con l’intenzione di riprendere l’occupazione delle facoltà. Giunti alle loro mete, gli studenti si trovarono davanti a imponenti cordoni di polizia. Si scatenarono violentissime battaglie testimoniate da oltre 600 feriti di ambo le parti (miracolosamente non ci scappò il morto), e dozzine di automezzi incendiati, tra cui numerose camionette della polizia. La battaglia fu condotta sia da studenti di estrema destra (Avanguardia Nazionale), guidati da Stefano delle Chiaie, che dal Movimento Studentesco. Di quest’ultimo facevano parte alcuni giovani destinati a diventare famosi: Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Ernesto Galli della Loggia, Oreste Scalzone e molti altri. Tra i poliziotti che fronteggiarono gli studenti c’era il futuro attore Michele Placido.
La cosa sorprendente fu che, per la prima volta, gli studenti furono in grado di reggere le cariche della polizia e di contrattaccare. Nonostante gli sforzi, la facoltà di Architettura a Valle Giulia rimase nelle mani della polizia , ma gli studenti batterono le forze dell’ordine alla Città Universitaria. Avanguardia Nazionale occupò la facoltà di Giurisprudenza, mentre il Movimento conquistò la facoltà di Lettere. Inoltre Architettura venne rioccupata dopo qualche settimana.
Il risultato principale della battaglia di Valle Giulia fu che, attraverso le azioni di protesta, il Movimento dimostrò che “coloro che osavano” avevano successo, dando chiara dimostrazione di quanto il sistema fosse vulnerabile. In rapida successione manifestazioni studentesche e occupazioni si verificarono in tutte le università d’Italia, trainate anche da quanto stava succedendo all’estero. Il 2 maggio c’era stata l’occupazione della Sorbona a Parigi che diede l’avvio al famoso “maggio parigino”, un mese di imponenti proteste che spesso sfociarono in duri scontri con la polizia. I disordini si estesero alla Germania e l’ondata libertaria ebbe di certo influenza sulla primavera di Praga. Davanti alla vastità del fenomeno le forze di polizia, in Italia come altrove, erano impotenti.
E’ in questo quadro che la facoltà di Ingegneria di Roma, tradizionalmente un’oasi di moderazione, fu investita dal vento tempestoso della contestazione. Fu così che mi trovai immerso fino al collo in quell’indimenticabile ’68. Tenni persino un discorso infuocato, infarcito di demagogia e luoghi comuni com'era d'obbligo all'epoca, nell’assemblea generale degli studenti in Aula Magna, assemblea che segnò l’inizio della contestazione a San Pietro in Vincoli. Il discorso fu un gran successo, tanto che il testo venne esposto in bacheca e diventò una specie di manifesto delle rivendicazioni studentesche. Non ne serbo traccia, ma non fu una gran perdita.

* * *

Non ricordo esattamente come fu, in quella languida sera del 23 maggio, con il ponentino che arrivava dai finestroni spalancati e già portava i primi sentori dell’estate, che a qualcuno venne in mente di organizzare un totoscopa. Sarà stato che, finita la partita di Coppa delle Coppe, non avevamo granché di cui parlare, se non fantasticare su cosa stessero facendo in quel preciso momento i colleghi di Lettere e Architettura (stramaledetti architetti!) impegnati nelle fatiche notturne dell’occupazione delle rispettive facoltà. Ma poiché ingegneria viene da “ingegno”, l’idea vincente per animare la serata saltò finalmente fuori. Cosa fosse un totoscopa è presto detto. Stabilita una quota, mi pare duecento lire a testa, fu costituito un monte premi che arrivò – se non ricordo male – all’astronomica cifra di cinquemila lire. Ciascuno scrisse su un bigliettino il proprio nome, e i bigliettini accuratamente piegati vennero messi in una bacinella smaltata reperita nel vicino laboratorio di Metallurgia. L’estrazione del bigliettino vincente fu accompagnata da una certa suspense. Fui io a proclamare solennemente il nome del vincitore, il quale venne omaggiato da tutti i colleghi con pacche sulle spalle e grida di sfottò che ho ritegno a riferirvi.
A questo punto lasciammo a presidio dell’aula una solitaria sentinella e ci avviammo verso le auto parcheggiate nella piazzetta antistante la facoltà. Davanti all’ingresso principale c’erano le camionette della polizia, ma né noi né loro avevamo voglia di darci noia. I poliziotti sembrarono non fare minimamente caso a quel folto gruppo di studenti che usciva con aria festante in piena notte. Si formò dunque un piccolo corteo di auto, forse 4 o 5, che da Colle Oppio scese al Colosseo. Dovete sapere che per arrivare alle Terme di Caracalla, che erano la nostra meta, occorre fare una delle strade più belle al mondo. Girammo attorno al Colosseo (allora era consentito), dall’arco di Costantino imboccammo la Passeggiata Archeologica con il Palatino a destra e il Celio a sinistra, giungemmo all’obelisco di Axum e svoltammo per Caracalla. In tutto non ci vollero più di dieci minuti. Il romano imperatore, che lasciò di sé queste terme bellissime oltre ad innumerevoli ritratti che ne fanno uno dei volti più conosciuti di tutta l’antichità, non poteva immaginare che dopo quasi diciotto secoli i piaceri a cui i sudditi si sarebbero dedicati subissero una tale trasformazione. Ai suoi tempi le terme erano un luogo smagliante di piscine, mosaici, saune, affollato da gente beneducata che accompagnava i bagni e la cura del corpo con discussioni d’affari e l’intrattenimento di relazioni sociali. Di quelle splendide costruzioni rivestite di marmi restano oggi ruderi di mattoni e poche imponenti arcate immerse nel verde. Ma nel 1968 quel luogo, bellissimo nonostante la rovina in cui si trova, era frequentato da dozzine di fanciulle che esercitavano la più antica professione del mondo, e da innumerevoli automobili i cui conducenti cercavano a Caracalla il trastullo degli umani sensi.
Il nostro piccolo corteo di auto – su quella di testa c’era il vincitore del totoscopa che fieramente si ergeva dal tettuccio della 500 – percorse in rassegna l’offerta della serata che non mancava di attrattive. Infine il nostro eroe operò oculatamente la sua scelta, scese agilmente dalla vettura, parlottò con la prescelta (non mancò l’offerta della controparte di una prestazione di gruppo con opportuni sconti, che venne gentilmente declinata) e si avviarono insieme dietro un rudere contornato da oleandri e pitosfori. Cosa avvenne possiamo solo immaginarlo. Vengono in mente i versi con cui De André cantò il ritorno del re Carlo Martello dalla battaglia di Poitiers: “Cavaliere egli era assai valente, ed anche in quel frangente d’onor si ricoprì”. Insomma l’eroe ricomparve dopo una decina di minuti e tutti lo osannammo con grandi grida, fischi e qualche ululato.
Riprendemmo la strada dell’università strombazzando i clacson. Con quanto era avanzato dalla lotteria – allora il sesso era veramente a buon mercato – comprammo in un bar due bottiglie di brandy Stock 84 (il più economico in commercio) per coronare la serata con un po’ di baldoria. I poliziotti non ci degnarono di uno sguardo quando rientrammo in facoltà. La serata era ancora lunga sia per noi che per loro.
Fu così che, in quella notte di maggio, gli ingegneri credettero di sconfiggere la noia, forse per dispetto ad architetti e letterati.


* * *


Lo spirito goliardico che animò i primi tempi della contestazione studentesca ben presto si perse. Il movimento si politicizzò, studenti di destra e sinistra – che inizialmente avevano solidarizzato nella protesta – si divisero e presero a darsele di santa ragione. Gli episodi di violenza si aggravarono e si spostarono nelle fabbriche. Arrivò “l’autunno caldo” del ’69. La strage di Piazza Fontana, alla fine di quello stesso anno, segnò l’inizio di una nuova epoca, assai peggiore della precedente. Oltre a piantare i semi avvelenati che sbocciarono negli anni di piombo e nel terrorismo, il ’68 introdusse fondamentali distorsioni nella politica, nella vita civile, nella scuola, nell’educazione dei figli, distorsioni che provocarono danni nella società italiana che durano ancora oggi. Molti allora si accorsero che Marcuse non era stato per niente un genio, niente di quanto aveva predicato si era realizzato né mai avrebbe potuto.
I miti del ’68 crollarono uno dietro l’altro. La Cuba di Che Guevara si rivelò una prigione a cielo aperto per milioni dei suoi abitanti, centinaia di migliaia di Cubani fuggirono con ogni mezzo trovando spesso la morte nel tratto di mare che separa l’isola dalla Florida, oltre 15.000 detenuti politici vennero fucilati dal regime castrista.
Gli orrori del sud-est asiatico finalmente “liberato” nel 1975 dall’occupazione imperialista americana furono assai superiori alle piccole vicende di Cuba, benché rimossi dalla (cattiva) coscienza collettiva delle sinistre concentrata in quegli anni sulle nefandezze, tutto sommato modeste, di Pinochet. Poiché le guerre che si svolsero in quel teatro ebbero tanta parte nelle rivolte studentesche del ’68, vale la pena di rinfrescare la memoria di chi ci legge. Pressoché contemporaneamente, nell’aprile 1975, Pham Van Dong e Pol Pot riconquistarono rispettivamente il Sud Vietnam e la Cambogia. Pol Pot ed i suoi Khmer Rossi avviarono un “repulisti” generale della società cambogiana con deportazione di massa delle popolazioni urbane nelle campagne e l’assassinio sistematico di tutti coloro che per una ragione o per l’altra (bastava saper leggere e scrivere) fossero sospettati di connivenza con l’ideologia capitalista. Il risultato, degno di nota dato l’utilizzo di tecnologie assai rudimentali, fu la soppressione di due milioni di persone in larghissima parte innocenti su una popolazione di otto milioni. Non fu tuttavia per questi efferati delitti, bensì per banali rivendicazioni territoriali nei confronti del vicino Vietnam, che i Vietnamiti di Pham Van Dong invasero la Cambogia nel dicembre 1978, portando alla deposizione di Pol Pot. Per completare il quadro della solidarietà socialista in Asia, a febbraio ’79 i Cinesi invasero le regioni settentrionali del Vietnam, un’operazione prevalentemente dimostrativa per costringere i Vietnamiti a darsi una calmata, visto che quel brav’uomo di Pol Pot era loro alleato.
Quadro completo? Macché. Tra il 1977 e il 1979 furono circa 800.000 i “boat people” che fuggirono dal Sud Vietnam finalmente libero, diretti verso Tailandia, Filippine, Singapore, spesso respinti in mare da tali paesi e periti a decine di migliaia.
Infine, tra il 1966 e il 1970 la “Rivoluzione Culturale” di Mao causò 50 milioni di vittime, a cui occorre aggiungere i circa 20 milioni già provocati dal “Grande balzo in avanti” tra il ’58 e il 60, il più grande massacro di tutti i tempi. Roba da far impallidire di umiliazione Hitler, Stalin e Pol Pot messi insieme.

* * * *


Un pensiero mi accompagnò per tutti quegli anni: il ’68 andò esattamente come il nostro totoscopa di San Pietro in Vincoli. A puttane. Ecco come andò.
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28/06/17
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UN GIORNO A NABLUS

Giudea e Samaria sono due regioni bibliche che oggi si trovano in gran parte in Cisgiordania, ovvero nei territori arabi occupati da Israele. Questi territori sono fuori dai normali itinerari turistici. Tuttavia non può esserci un viaggio “vero” in Israele senza visitare queste terre. E’ così che, avendo deciso di recarci in Israele lo scorso mese di ottobre, cerchiamo di prendere informazioni. L’ambasciata italiana di Gerusalemme sconsiglia tassativamente di andarci: troppo pericoloso. Lo stesso da parte delle guide israeliane che ho prenotato nelle varie tappe. Tranne Betlemme, meta super turistica alle porte di Gerusalemme, ogni altro luogo nei “territori” viene sconsigliato. Non sono convinto, mi rivolgo ai servizi di sicurezza israeliani. Costoro mi dicono che in diverse città come Ramallah, Gerico, Hebron è complicato andare perché a) ci sono posti di blocco che spesso non lasciano passare in funzione delle tensioni locali, b) l’assicurazione delle auto a noleggio non è valida. Unica eccezione: Nablus. Attenzione però, girare in quei luoghi con una targa israeliana può attirare attenzioni sgradite. Cioè? Beh, magari i ragazzini ti tirano dei sassi. Ma la cosa non è frequente, dicono i servizi di sicurezza, e poi i sassi generalmente non sono grossi. Accenno di tutto questo – minimizzando – a mia moglie Carla che non fa storie. Vada per Nablus. L’albergatore a cui telefono per prenotare è entusiasta di riceverci.


* * * * *


Arriviamo a Nablus il 19 ottobre, dopo un ampio giro che nei giorni precedenti ci ha portati lungo la costa mediterranea, Cesarea, Haifa, San Giovanni d’Acri, per poi addentrarci in Galilea attraverso Baram (sul confine libanese), Safed, Tiberiade. Nel primo pomeriggio del 19 imbocchiamo verso sud l’autostrada che costeggia il fiume Giordano.
La temperatura è estiva, 30-35°. Poco dopo aver superato Beit She’an c’è un posto di blocco dell’esercito con controllo passaporti e breve interrogatorio. Passiamo senza problemi. Il paesaggio, che fino a poco fa è stato verde di palmeti e uliveti, diventa desertico con un cambiamento improvviso e surreale. Il traffico è rarefatto. Di tanto in tanto tra le pietraie sorge un villaggetto di baracche. Dietro la rete di protezione dell’autostrada un ragazzino arabo ci saluta.
Dopo una cinquantina di chilometri arriviamo ad un bivio: diritto c’è Gerusalemme, a destra Nablus. Giriamo a destra. È difficile descrivere la desolazione, la solitudine di questi luoghi. La strada è ottima, corre con ampi curvoni in mezzo alle montagne brulle. Noto che le rare vetture che incontriamo hanno targhe bianche, la nostra è gialla, grande, troppo evidente. Guido veloce la piccola Hyundai, sorvegliando la situazione in tutte le direzioni, senza dare a vedere a Carla una certa mia ansia. Ad un certo punto, all’improvviso, mi trovo alle costole un camion. Schiaccio a fondo per distanziare l’intruso, ma quello niente, mi sta incollato dietro. Poi d’improvviso scompare in una traversa laterale sterrata in un gran polverone. La cosa si ripete ancora una volta, io pigio l’acceleratore a tavoletta per non farmi superare.
Verso le quattro veniamo fermati ad un posto di blocco. Da solo al centro di un incrocio nel mezzo del nulla c’è un soldato israeliano giovanissimo e barbuto, a capo scoperto con un enorme fucile mitragliatore. Non possiamo passare di qui. Ma come, protesto, ci avevano detto che non c’erano problemi. Il soldato dice che per andare a Nablus bisogna tornare indietro, fare un giro verso sud e risalire lungo un’altra strada. Poi ci chiede da dove veniamo. Italia. Italia? Mussolini! Esclama. Spiego che adesso c’è Berlusconi. Si batte una mano sulla fronte. Berlusconi! Gli piacciono le donne, eh? Questa conversazione nel deserto ha un che di improbabile.
Torniamo indietro seguendo le indicazioni del soldato. Per fortuna i cartelli stradali sono anche in inglese. Qui c’è la stessa ora dell’Italia nonostante siamo a 2500 km verso oriente, la sera scende prestissimo sui monti della Samaria. A mano a mano che ci avviciniamo a Nablus il deserto lascia spazio ad una stentata vegetazione, il traffico aumenta. È notte fonda quando raggiungiamo i sobborghi della città ed un nuovo posto di blocco. In uscita da Nablus c’è una lunghissima coda di auto, noi passiamo senza problemi. Per una cifra irrisoria un tassista agganciato al volo ci porta all’albergo.
Dopo avere sbrigato le formalità, esserci sistemati e rinfrescati, ci accingiamo ad uscire per una passeggiata in città e sceglierci un ottimo ristorante per cena. Uscire dall’albergo è agghiacciante. Sono solo le sei, ma la città è completamente deserta e silenziosa. Sembra il film E venne l’ultimo giorno.
Rientriamo in albergo, dice Carla. Su mia insistenza riusciamo a fare il giro dell’isolato scattando qualche foto spettrale. In attesa della cena, approfitto per bere una birra (analcolica) e scambiare due chiacchiere con il direttore dell’albergo.
Mohammad è un uomo di trent’anni di bell’aspetto, che parla un ottimo inglese. Gli chiedo come vanno le cose nei territori occupati. La situazione, spiega Mohammad, non è difficile, è tragica. Gli arabi non solo non hanno una patria, vivono imprigionati, non possono muoversi neppure all’interno dei territori. Per andare a Ramallah, un tragitto normalmente di 45 minuti, ci vogliono 4 ore, e altrettante per tornare, quando si passa ai posti di blocco. Perché talvolta le forze occupanti decidono a loro insindacabile giudizio che non si passa e buonanotte. Gestire un’attività, o semplicemente lavorare, è quasi impossibile. Infatti c’è il 70% di disoccupazione. I ragazzi neppure vogliono più andare a scuola, tanto non serve, non c’è speranza nel futuro, non c’è futuro . E lui, la sua famiglia? Mohammad viene da una famiglia di profughi, fuggiti da Haifa durante la guerra del 1947-48. La famiglia vive ancora nel campo profughi di Balata, costituito nel 1950 alla periferia della città e dove ci sono oltre 20.000 rifugiati. E come mai, gli chiedo, dopo 62 anni vivete ancora in un campo profughi? Noi non siamo di Nablus, mi risponde, noi siamo di Haifa e vogliamo tornare nella nostra casa di Haifa da cui vengono la mia famiglia ed i miei antenati. Ma è assurdo, obietto, la tua casa probabilmente non c’è più, adesso quello è un altro paese, c’è un altro popolo, si parla un’altra lingua. Amico mio, la vostra situazione, per quanto tristissima, non è diversa da quella di milioni di italiani, tedeschi, polacchi, ungheresi, indiani, pachistani che dopo la guerra dovettero lasciare le case dove erano nati, e andare a stare altrove. Tutti questi popoli ad un certo punto si sono adattati a vivere altrove, c’erano i figli da crescere, la necessità di guardare avanti. Così hanno rinunciato a tornare nei luoghi dove erano nati e oggi vivono in pace. Perché non in Palestina? Perché? Hanno voluto dare una patria agli ebrei, mi risponde, e questo lo posso anche capire. Ma perché non gli hanno dato una patria in Europa quelli che li avevano massacrati, invece di cacciare noi dalle nostre case? Cosa c’entravamo noi? Perché abbiamo dovuto pagare noi? E poi c’è stato un altro problema. Mentre i profughi italiani avevano l’Italia dove andare, i tedeschi avevano la Germania e così via, e sono rimasti cittadini italiani o tedeschi con tutti i diritti, i palestinesi non sono stati accettati dai paesi arabi confinanti come loro concittadini. Hanno preferito tenerli nei campi profughi per paura o convenienza politica.
Non insisto sulle inesattezze della ricostruzione di Mohammad, che glissa sul fatto che nei territori assegnati ad Israele dall’ONU nel 1947 gli ebrei erano la maggioranza della popolazione. Inoltre da un lato egli considera lo stato di Israele come responsabile principale dei guai palestinesi, dall’altro ammette che sono stati i fratelli arabi a chiudere i palestinesi nei campi profughi per 60 anni, rendendo lo status di profugo – unico caso nel mondo – ereditario di padre in figlio. Ricordo di avere letto da qualche parte che la maggioranza degli arabi lasciarono volontariamente le loro case nel 1948 dietro invito delle 7 nazioni arabe che stavano attaccando Israele per avere mano libera nelle operazioni militari che – pensavano – si sarebbero presto concluse in modo vittorioso, cosicché tutti sarebbero tornati di lì a poco nelle loro case. Ma la verità si è persa nel tempo, l’assurdità della situazione attuale si è talmente aggrovigliata su se stessa che una visione obiettiva delle cose sembra diventata non tanto difficile quanto inutile.
Gli chiedo se è sposato, se ha figli. Sì, è sposato con una cittadina inglese che si era stabilita a Nablus. Poi però non le hanno rinnovato il visto ed è dovuta tornare in Inghilterra. Solo una volta le autorità israeliane le hanno dato un breve visto turistico ed hanno potuto rincontrarsi nuovamente. Per lui non c’è alcuna possibilità di poter andare in Inghilterra. Ovviamente in questa situazione ha scelto di non avere figli, che sono la gioia più grande per un arabo.
Mohammad ci lascia e noi ceniamo scambiando poche parole, ancora pensierosi su quanto abbiamo udito.
L’indomani mattina, 20 ottobre, è lo stesso Mohammad che ci fa da guida per Nablus. La luce del giorno ha trasformato la città, mille botteghe si sono aperte e mille mercanzie multicolori hanno invaso le strade ed i vicoli. Nonostante il risveglio, ristagna tuttavia un’aria di non allegria, i rumori sono ovattati, c’è poca gente in giro. Mohammad ci porta a visitare i quartieri della città vecchia fatti di stradine, sottopassi, palazzi un tempo splendidi ed ora fatiscenti, moschee.
La gente che ci incrocia, improbabili turisti stranieri a Nablus, riconosce Mohammad e lo saluta rispettosamente. Nei vicoli visitiamo antiche botteghe di rigattieri, panettieri, speziali, saponai, fabbri, falegnami, carpentieri, pasticceri, tessutai, tappetai, un bellissimo hammam con affreschi e mosaici.
Con molti Mohammad si ferma a conversare, loro ci mostrano le mercanzie ma senza spingere la vendita come avviene normalmente nei paesi arabi, quasi con timidezza. Qualcuno ci fa sedere nella bottega e ci offre delizioso the alla menta.
Volete visitare un campo profughi? Ci chiede Mohammad. Mi pare di capire che questo desiderasse sopra ogni altra cosa. Sicuro, rispondo. Prendiamo per 2 shekel a testa (40 centesimi di euro) un taxi collettivo. Sale con noi una ragazza abbigliata con hijab e in pochi minuti arriviamo a Balata. A parte la chiara demarcazione rispetto ai quartieri confinanti, il campo ha l’aspetto di un villaggio, sebbene un villaggio particolarmente misero.
Percorriamo la via principale. I muri sono coperti da manifesti coloratissimi che rappresentano ragazzi, per lo più armati di mitra e ornati da bandane intorno al capo. Sono i “martiri”. Mohammad fa mostra di conoscerli quasi tutti, su qualcuno si sofferma e ce ne racconta la storia. I più sono morti per operazioni “chirurgiche” dell’esercito israeliano. Le spie pagate dagli israeliani – che a quanto pare abbondano – segnalano quando una certa persona si trova in una casa o sale a bordo di un’auto. In tempi brevissimi interviene un commando israeliano, tipicamente elitrasportato, e finisce sempre con un conflitto a fuoco e la morte del presunto terrorista. Nei casi di auto in fuga intervengono spesso gli elicotteri Apache che chiudono inesorabilmente la partita con un missile o una sventagliata di cannone a canne rotanti. Chi ci capita ci capita, dice Mohammad.
Percorriamo la strada principale del campo, fiancheggiata da case malandate di 2, massimo 3 piani, e brulicante di gente e di botteghe. C’è anche molta spazzatura, un po’ abitudine araba, un po’ scarso amore per un rifugio “temporaneo” divenuto una prigione. In fondo alla strada si apre all’improvviso un bellissimo spazio verdeggiante. Da un portico si accede al cimitero dei martiri, dozzine di lapidi in pietra si affollano tra palme ed eucalipti. Una lastra in pietra ammonisce “Mai dimenticare, mai perdonare”. Sostiamo un po’ in silenzio. Per quanto questa lotta mi paia inutile, il dolore di questi luoghi è soverchiante.
Risaliamo la strada verso l’uscita. Incontriamo una vecchia araba con cui Mohammad si sofferma. È la madre di due martiri. Ci racconta di come sono morti, gli agguati che gli sono stati tesi. C’è un’enorme calura sotto il sole di mezzogiorno, e in questa afa, in questo miscuglio di odori, non riesco più a seguire le parole della vecchia, i racconti di violenza e di morte, la vana disperazione, mi causano un senso di vertigine. Per fortuna ci allontaniamo ed usciamo dal campo
Subito fuori dal campo c’è un edificio dove ha sede il “Women’s Programs Center”, un’associazione che ha per obiettivo di elevare il livello culturale delle donne ed insegnare loro un mestiere. Ci fermiamo a parlare con la responsabile. Ha una faccia bella e intelligente. Ci viene mostrata una produzione di ricami dove c’è sicuramente molto lavoro e molta abilità, ma i manufatti sono stilisticamente invendibili. Sarebbe necessario un supporto creativo, e, naturalmente, un’organizzazione commerciale. Qui non c’è neppure un sito web. Mi sembra tutto senza speranza.


Prima di accomiatarci la donna ci chiede qual è la nostra prossima tappa. Gerusalemme, rispondo. Ci guarda con grande tristezza. Voi siete molto fortunati. Non c’è dubbio: siamo incredibilmente fortunati.
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28/06/17
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