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Loretta Fusco
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Fa' che il tuo tempo sia vita e che la tua vita non sia una perdita di tempo.
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IUS SOLI?

La legge sullo Ius soli, ovvero del diritto di chi nasce in Italia ad essere italiano indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori, sta dividendo il Paese ma in realtà sta diventando una caccia alla streghe perché a definirsi contrari a questa legge, a mio avviso imperfetta, si rischia soltanto di passare per razzisti.
Non c’è peggior razzista di chi si dichiara antirazzista e di chi persegue il fanatismo del pensiero unico e il politicamente corretto. Il partito democratico, unito al clero sta spingendo verso un’operazione del tutto scorretta invece, che non prevede le infinite variabili che da un simile futuro meticciato possono derivare.
È vero che così com’è attualmente, la legge basata sullo ius sanguinis difetta ma pensare che basti nascere in Italia in un nucleo temporaneamente o permanentemente stabile o aver frequentato un ciclo di studi per diventare italiani, non contemplando in primis indispensabili forme d’integrazione, dimostra tutto il populismo e il ritorno elettorale che ci si aspetta dal varo di questa legge. Gli Stati Uniti, patria dello ius soli puro sono la dimostrazione più evidente del suo fallimento perché il multiculturalismo non basta a garantire condizioni di pari cittadinanza e dignità esistenziale.

Il terrorismo dilagante dovrebbe essere motivo di enorme riflessione dentro il Palazzo perché non si concepiscono leggi senza pensare a questo enorme ordigno esplosivo, ben localizzato e configurato che va disinnescato attraverso ragionamenti che nel parlare di cittadinanza non possono non prevedere anche le eventuali conseguenze causate da una eccessiva faciloneria legislativa.
In un momento in cui dovrei abbracciare la tesi di un multiculturalismo mondiale non ben specificato, rivendico le mie radici, la mia civiltà, la mia cultura, il mio sentirmi, non il mio essere italiana, senza per questo provare sensi di colpa o vedermi appiccicata addosso qualche etichetta che non mi rappresenta.

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La terra di lavoro da:. Le Ceneri di Gramsci
P.P.Pasolini

Questo è l’ultimo degli undici poemetti che costituiscono “Le ceneri di Gramsci” di P.P.Pasolini, considerato se non il suo capolavoro uno dei libri più letti per la virulenza dei versi che raggiungono nei testi portanti vertiginose altezze poetiche.
Colpisce il pathos, affiora l’immagine del quadro di Daumier “Il vagone di terza classe” ma gli sguardi di quegli emarginati che si vergognano della loro povertà, vissuta come una colpa, non sono un’immagine descrittiva fine a se stessa. Non sfugge a Pasolini la dolorosa scoperta dello schiacciamento delle masse popolari da parte del potere, vittime di una società che in quei primi anni ’50 si sta delineando nelle sue forme aberranti di privilegio e di esclusione
E questi versi di denuncia non sono altro che il suo bisogno di raccontare le deformazioni della realtà sottraendosi alla logica perversa di una società corrotta e servile.



[...]
Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo

autunnale vela il triste legno,
gli stracci bagnati: se fuori
è il paradiso, qui dentro è il regno

dei morti, passati da dolore
a dolore - senza averne sospetto.
Nelle panche, nei corridoi,

eccoli con il mento sul petto,
con le spalle contro lo schienale,
con la bocca sopra un pezzetto

di pane unto, masticando male,
miseri e scuri come cani
su un boccone rubato: e gli sale

se ne guardi gli occhi, le mani,
sugli zigomi un pietoso rossore,
in cui nemica gli si scopre l’anima.

Ma anche chi non mangia o le sue storie
non dice al vicino attento,
se lo guardi, ti guarda con il cuore

negli occhi, quasi, con spavento,
a dirti che non ha fatto nulla
di male, che è un innocente...


[...]
in una gioia ch’è forse conservata

- come una scheggia dell’altra storia,
non più nostra - in fondo al cuore
di questi poveri viaggiatori:

vivi, soltanto vivi, nel calore
che fa più grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,

e anche la tua pietà gli è nemica.



Honoré Daumier - Il vagone di terza classe
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Il 1º giugno 1926 nasceva Marilyn Monroe, indimenticabile donna più che attrice, entrata nella leggenda per la sua bellezza e le sue fragilità.

Voglio ricordarla con una mia poesia, inserita nell’Antologia edita Aragno “Umana, troppo Umana", a cura di Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo

MARYLIN
(dedicata a Marylin Monroe)

Marilyn,
creatura interrotta,
sei nata morta
per assenza d’amore.
Che paradosso!
Afrodite si era inchinata
all’affacciarsi di quel primo giugno
ma i tuoi tratti delicati
sbocciarono nell’ombra
di giorni infelici,
di mancate carezze.
Ti rubarono il sorriso
generoso, innocente
per sacrificarlo
al grande Moloch,
manipolarono
più del talento
la timidezza sfrontata
e le forme sinuose
concesse in cambio
di promesse effimere,
rutilanti giochi
in quel mondo artificiale
che ti strappò alla povertà
consegnandoti
all’adorazione delle masse,
vitello d’oro, icona da imitare.
Il turbinio di
polvere di stelle,
si sfarinava nelle tue mani,
mentre collezionavi amori su amori,
alla ricerca di quello grande,
non lo trovasti neppure
nei due illustri fratelli americani,
bambolina da sfruttare
in silenzio,
all’ombra di oscuri tradimenti.
Scarnificarono la tua pelle
e la fecero a pezzetti,
tu sorridevi sempre,
roteavi la testa,
t’immergevi in vapori profumati,
sprofondavi tra morbidi cuscini
e la tua voce, forzatamente stridula,
aderiva a un personaggio su misura.
Hollywood era la tua non casa,
un mondo di cartone...
Smarristi il senso del presente,
la notte che ti portò via,
lo fermò per sempre.
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In tempi di migranti, di guerra e di miseria, questa poesia di Pasolini rimbalza per attualità e rende vivi i versi in cui paragonando la sorte di quei giovani soldati caduti in guerra ai nuovi giovani strappati agli affetti nella ricerca di un lavoro in terra straniera, c’induce a riflettere sull’oggi e su un esodo di proporzioni immani che ci riguarda tutti.

Le miei zoventùt

di Pier Paolo Pasolini
Un puc ciocs a ciàntin la matina bunora
cui fassolès ros strens atòr la gola,
e a comàndin sgrausìs quatri litros di vjn
e cafè par li zòvjnjs che ormai tàzin planzìnt.
Vegnèit, trenos, ciamàìt chis-ciu fantàs ch'a ciàntin
cui so blusòns inglèjs e li majetis blancjs.
Vegnèit, trenos, puartàit lontàn la zoventùt
a sarcià par il mond chel che cà a è pierdùt.
Puartàit, trenos, pal mond a no ridi mai pì
chis-ciu legris fantàs paràs via dal paìs.

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Tacciare di maledettismo Cèline è come voler occultare il marcio che alberga in ciascuno di noi.

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Mattino

Sono venuta a trovarvi
Ma’ e Pa’
in un cielo livido di maggio.
Forse è perché nei giorni grigi
che i pensieri traboccano
e feriscono come il sole che non c’è.
Uniti per sempre
c’è scritto
sulla fredda pietra.
Da quando non parlo con voi
guardando il cielo?
In questo luogo
dove gli scoiattoli si rincorrono
nei coni d’ombra di alberi antichi
e nel tremolio delle fronde,
la fissità irreale del marmo
separa il silenzio
che in me è singhiozzo.
E vi racconto dell’alternarsi dei giorni,
degli anni, le stagioni
che non risuonano più come allora
quando l’allegria era di casa
tra le consumate stanze
e potevo correre da voi
a consolar le mie pene.
E vi racconto di quanto è cambiato il mondo,
in una porzione pur spicciola di tempo.
È cambiato il mondo
o il mio sguardo
non più protetto dalle vostre mani
che mi traghettavano oltre
i muri della mia incoscienza bambina?
Devo a voi il mio farmi donna,
e del mio graffiare la vita
con unghie affilate
nel tempo degli inganni.
Devo a voi
il rincorrere i sogni
nella volta buia della notte
cantando alle stelle per vederle luccicare.
Devo a voi il brillio dei miei occhi
che dentro i vostri
fanno tremare il cuore.
lf

Van Gogh - I cipressi
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