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Made in Nirvana
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Made in Nirvana, un romanzo di Emanuela Cooper
Made in Nirvana, un romanzo di Emanuela Cooper

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Dal capitolo 12 di Made in Nirvana: Tu sei Dio?
"Si avviarono su per la montagna con le gerle in spalla e arrivarono fino allo spiazzo del giorno prima, ma oggi dovevano salire più in alto per trovare della buona legna. Si fermarono dopo una ripida salita e Pushpa le disse di riposarsi. ‘Beto, beto’ diceva, facendole segno con la mano di sedersi sull’erba. Si guardarono intorno, respirando a pieni polmoni. Maria tirò fuori dalla tasca il pezzetto di charas che aveva fatto e lo mostrò a Pushpa. Lei lo guardò bene e poi chiese “Tum?” puntando l’indice verso Maria. “Sì, io,” rispose, mimando il frizionare della pianta. Pushpa annuì sorridendo e disse “Baguàn.” Fu il turno di Maria di sollevare la mano, le dita rivolte verso l’alto, avvitando e svitando l’immaginaria lampadina. “Cosa vuol dire Baguàn?” “Dio,” rispose Pushpa. Come? La charas era dio? “Sì,” annuì Pushpa e indicando il cielo, disse di nuovo “Baguàn.” Poi toccò la terra sulla quale erano sedute, Baguàn. Maria indicò gli alberi, Baguàn? Sì. Gli uccelli che volavano, Baguàn? Sì, certo. Allora, tutta la natura era dio? Sì, tutto.
Maria ci pensò un attimo, le piaceva quell’idea che la natura fosse una manifestazione di dio, molto di più della versione che le avevano insegnato, di un essere che stava nei cieli, che vedeva e sapeva tutto. Un’idea le attraversò la mente. Guardando Pushpa disse:
“Tum, Baguàn?” Tu sei dio? aspettandosi che ridesse all’idea. Invece, la sua domanda sembrava pertinente e per niente azzardata. “Maim accià, maim Baguàn,” rispose, toccandosi il petto con l’indice. Poi elaborò “Maim accià nè, maim Baguàn nè.”
La guardò per vedere se aveva capito. Allora, quando io mi comportavo bene, ero buona, ero una manifestazione di dio, mentre se mi comportavo male, non lo ero. Un concetto elementare e, allo stesso tempo, che differenza tra le due mentalità. Nella religione che le avevano insegnato, non sarebbe mai stata uguale a Dio, addirittura una manifestazione di Dio stesso, mentre in quella di Pushpa l’idea di dio non era separata dalla vita o dalle persone stesse. Le piaceva questa idea della divinità umana."
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Dal capitolo 11 di Made in Nirvana, Firmato Gautama Buddha:

"Camminando in discesa, Maria vide delle baracche; era il gruppo dei tibetani, probabilmente, con le stesse calendole arancioni appese alle finestre o sistemate davanti alle porte, come a Mcleodganji. Continuando, la strada era fiancheggiata da enormi piante con le foglie a cinque punte a forma di stella, molto più alte di lei. Si fermò a toccarle, erano bellissime, lussureggianti. Le aveva già viste da qualche parte, ma non ricordava dove. Le cime dei grandi abeti, nel bosco dietro le alte piante, oscillavano pigramente con la brezza. C’era un grande cartello bianco con una scritta in nero; si fermò a leggerlo. “Dipartimento forestale: La foresta è un organismo peculiare di illimitata bontà e benevolenza che non fa nessuna richiesta per la sua sussistenza, estende generosamente i prodotti dell’attività della sua vita, dà protezione a tutti gli esseri viventi, offrendo l’ombra anche all’uomo con l’accetta che la distrugge.” Firmato: Gautama Buddha.
Che sorpresa! Il Buddha, riportato dal dipartimento forestale. Rilesse il cartello più volte, cercando di memorizzarlo. Che solennità, e che sentimento, in quelle parole. Nam-myoho-renghe-kyo, rispose a mani giunte, inchinandosi, tanto non c’era nessuno che la vedesse e, se anche ci fosse stato, non si sarebbe stupito di quel saluto di rispetto e di unione. Entrò nel bosco, accarezzando il tronco ruvido dei pini, calpestando con leggerezza il terreno fertile e morbido sotto i piedi, facendo amicizia con quella terra che la faceva sentire parte di sé, benvenuta. Era completamente sola. Si accucciò sotto un pino, inalando l’aria attraverso le narici, sentendo il profumo del muschio e della resina.
Era così simile alle Alpi che conosceva bene, la stessa terra, la stessa vegetazione, perfino gli stessi odori."
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Stiamo completando la traduzione in inglese di Made in Nirvana. Miriamo alla pubblicazione entro il 18 novembre del libro cartaceo in italiano e in inglese, come pure della versione ebook in inglese. Yeah! E poi, ogni settimana, pubblichiamo dei brani in italiano, sempre da un capitolo nuovo. Se non vuoi aspettare una vita per leggerlo tutto, compra l'ebook per €2,99. Meno di cosi' non si puo'! ;-) 
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Dal capitolo 10 di Made in Nirvana, La Valle degli Dei:
"Ogni volta che guardava fuori dal finestrino vedeva il fiume verde e impetuoso che scorreva al fondo della scarpata, tagliando in due l’enorme vallata. Il pullman correva pericolosamente vicino al bordo della strada. Maria cominciò ad avere le vertigini e a sentire una nausea da paura. Si impose di non guardare giù. Dopo poco più di un’ora il pullman si fermò di nuovo. C’era un tempio rosa vicino alla strada. Scese solo l’autista ed entrò nel tempio. Maria lo vide pregare. Un uomo salì a bordo e si mise a distribuire delle manciate di riso soffiato che depositava sul palmo delle mani che gli venivano sporte. In cambio i passeggeri facevano un’offerta di qualche paisa. Maria prese il riso e diede una rupia. Si girò per guardare Franca e vide che anche lei dava il suo contributo. Era seria.
“Perché ci siamo fermati qui?” chiese al suo vicino.
“Questo è l’ultimo tempio prima di Kulu, e dopo questo punto, la strada diventa pericolosa. L’autista sta facendo ‘pugia’. Pugia è una preghiera, per la nostra protezione. Anche i passeggeri adesso faranno ‘pugia’,” disse con semplicità.
“Succedono molti incidenti su questa strada?” gli chiese, cercando di nascondere l’ansia.
“Qualche volta,” rispose lui, dondolando la testa. Maria guardò l’autista che rimontava in pullman. Si sedette al posto di guida, congiunse le mani e si inchinò sul volante, rimanendo immobile per qualche istante; poi mise in moto e ripartì.
“E, qualche volta, i pullman rotolano giù per la scarpata?” chiese timidamente. Non era sicura di voler sentire la risposta. Di nuovo quel dondolio della testa.
“Raramente,” rispose Ciaman Lal, cercando di rassicurarla, ma poi aggiunse: “Se guarda giù ne vedrà qualcuno. A volte è difficile quando ci sono due pullman che si incrociano. In certi punti la strada non è abbastanza larga.”
Maria non poteva nascondere la sua preoccupazione. “Tu non hai paura?” gli chiese. Ciaman Lal pensò un po’ prima di rispondere: “In un certo senso sì, ho un po’ di paura, ma è per questo che preghiamo per protezione. Da un altro lato, noi indù non ci preoccupiamo troppo di morire. Quando arriva il nostro momento di andare, andiamo! Nel frattempo, cerchiamo di vivere bene.” La guardò apertamente e, vedendo l’ansia nel suo viso, disse: “L’autista è molto esperto!”
Maria pensò che, almeno, non pioveva. Chissà com’era quando la strada era bagnata e magari piena di fango. In quel momento il pullman fece una curva e vide un pullman che arrivava dalla direzione opposta. Sperò che il suo pullman si mettesse dalla parte della montagna, ma no! Con orrore, vide che si spostava vicino all’orlo della scarpata. I due autisti si salutarono con la mano e cominciarono a concentrarsi sulla delicata manovra di passare l’uno di fianco all’altro. Avanzavano di centimetro in centimetro. L’autista controllava continuamente il fianco del pullman e l’orlo della strada. Maria guardò fuori dal finestrino e vide che non c’era strada, solo il fiume verde, sotto, a centinaia di metri; aveva il cuore in gola. Riuscì a malapena a sussurrare: “Il pullman è fuori dalla strada.” Le veniva da vomitare dalla paura.
“Le sembra così, per via di dove è seduta. Ma le ruote sono ancora sulla strada... beh, almeno tre,” disse Ciaman Lal a voce bassa. “Non si preoccupi. L’autista è bravo.”
 
Nel pullman c’era silenzio assoluto e la gente pregava.
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Dal capitolo 9 di Made in Nirvana: Il segreto della felicita':
"Contenta di trovare un medico del posto, Franca si incamminò subito con decisione, mentre Maria camminava più lentamente per rimanere al passo con Surinder.
Le presentò al dottore tibetano, un uomo molto anziano e minuto, con i capelli bianchi legati in una treccia e grandi occhiali dalla montatura nera. Il medico si stava preparando per andare alla cerimonia, ma le avrebbe visitate prima di uscire. Franca sollevò una manica del maglione e mimò il prurito e il grattarsi. Il dottore guardò bene le punture e poi disse qualcosa: morsi di pulci, tradusse Surinder. Pulci? Sì, pulci. Il dottore parlò di nuovo e Surinder spiegò che avrebbe preparato delle erbe per dare sollievo al prurito e scoraggiare le pulci dal morderle di nuovo. Che erbe erano? Non ne conosceva il nome inglese, ma crescevano in quelle montagne. Potevano fidarsi, era un ottimo dottore. Contentissime di fidarsi, le ragazze sedettero su una vecchia panca di legno stagionato ad aspettare con Surinder, approfittando dell’attesa per fargli le domande che avevano sulla punta della lingua. Come mai i tibetani erano a Mcleodganji? Erano buddisti scappati dall’invasione cinese; i cinesi avevano distrutto i templi e ucciso migliaia di monaci e i loro studenti, oltre a tutti quelli che sospettavano fossero contro l’invasione. Erano fuggiti e si erano fermati qui, dove avevano trovato rifugio con il Dalai Lama, il quale era una figura molto importante, un misto di padre, santo, leader spirituale e il loro rappresentante politico. E le bandierine, cosa simboleggiavano? Le bandierine erano preghiere, una dichiarazione di speranza e di fede.
“Tu sei buddista?” chiese Maria.
“Io? Sono un po’ di tutto,” rispose Surinder. “Sono indù di nascita, da padre inglese e da madre indiana. Mia madre era un’intoccabile, come li chiamate voi, ‘harigen’, li chiamò Gandhi, che significa figli di dio. Per cui, sono un ‘harigen’ anch’io. Nella religione indù si nasce in una casta e ci si rimane per tutta la vita. Non mi vergogno di essere della casta più bassa; sono orgoglioso delle mie origini. Sono diverso dagli altri e mi va bene così.” “Se uno vuole, può cambiare religione?” chiese Maria. “Potresti diventare buddista?”
“Certo! E la religione buddista mi piace, non esistono caste e tutti sono uguali. Quello che mi piace di più del buddismo è che non accetta il destino passivamente, vede il karma come una condizione che si può trasformare costantemente. Il buddismo si concentra sul presente, per cui, ogni pensiero, o azione che compio adesso, è la causa che sta creando il mio futuro. È una filosofia molto positiva, dinamica.”
“E perché non cambi allora?” chiese Franca.
“Perché sono già libero,” rispose Surinder. “Non ho bisogno che nessuno mi dica che posso vivere con dignità, perché lo faccio già. Scelgo di rimanere un harigen, per dimostrare a quelli della mia casta che anche noi abbiamo una grande dignità. Voglio che si sentano orgogliosi di essere chi sono. La mia vita è perfetta così com’è e non mi serve cambiare niente,” concluse come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Maria era curiosa di sapere perché aveva perso le gambe, ma non trovava il coraggio per fargli quella domanda; inoltre quello che lui aveva appena detto, che la sua vita era perfetta, le diceva che il resto non importava. Allora gli chiese della cerimonia per il compleanno del Dalai Lama. Sì, la cerimonia aveva luogo nella residenza del Dalai Lama, dove c’era un bellissimo tempio. C’erano già andate?
“No, ma vorremmo andarci oggi. Seconde te, i non-buddisti possono andarci?”
Surinder rise, con i suoi bei denti bianchi. “Certo che potete andarci. Tutti possono. Portate rispetto, questo è tutto!”
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Dal Capitolo 8 di Made in Nirvana. Disponibile in italiano come ebook in tutti i formati. Da novembre 2014 sara' disponibile anche come libro cartaceo, sua in italiano che in inglese.
"Fuori, all’aria umida, la pioggia aveva smesso, ma c’erano pozzanghere e fango dappertutto. Maria si avviò verso il ristorante tibetano e si imbatté quasi subito nell’uomo senza gambe. Le chiese se aveva mangiato bene e Maria si accovacciò per parlare con lui.
“Sì, grazie, benissimo.” Adesso cercava la sua amica che era andata al ristorante tibetano; aveva l’unica chiave e l’unica torcia. Lui le disse che Franca era nella piazzetta, l’aveva vista passare. Ma perché lei non aveva la sua torcia? Era stupito e chiaramente pensava che questa fosse una cosa molto importante.
 
“Devi sempre avere la tua torcia,” le disse, tutto serio. “Cosa succede se la tua amica decide di andare da un’altra parte? Se vuole andare più tardi di te? Se prende la strada sbagliata? O magari tu vuoi andare in una direzione diversa!” Vedendo che Maria non dava molta importanza a quello che diceva, la guardò negli occhi con un senso di urgenza: “Devi prenderti tu la responsabilità per la tua vita, Maria, non delegare a qualcun altro, mai. Sei tu responsabile di dove vai, di che direzione prendi!” Visto che Maria cominciava ad ascoltarlo, continuò con premura: “Devi sempre poter vedere la strada che hai davanti, con le buche, i sassi, i fossi, magari i burroni! Pensaci! E se la torcia della tua amica rimane senza pile? Può capitare che, a un certo punto, tu sia l’unica che vede chiaramente dove andare!” Maria capiva che le stava parlando simbolicamente, oltre che a riferirsi a quella situazione particolare. La colpì che il concetto di ‘prendersi la responsabilità’ tornasse a galla di nuovo. Ma Franca la stava aspettando nella piazzetta, non aveva tempo di comprare la torcia adesso.
“Quando si capisce una cosa importante, bisogna metterla in pratica subito,” insisté l’uomo con urgenza. “Non si può più fare finta di niente e continuare come prima. La tua amica non si accorgerà neanche che arrivi un po’ più tardi, parlerà con la gente che è in piazza. Ci metti due minuti.” E va bene, sapeva dove poteva comprare una torcia? Certo, in quel negozio lì, disse, indicandoglielo col braccio. “Vieni, andiamo insieme!” aggiunse, deciso. Maria si alzò in piedi e si incamminarono, lui sollevando il torso sui blocchi di legno attaccati alle mani, lei camminando lentamente al suo lato. Comprò una torcia gialla con delle buone pile; il negoziante le fece lo sconto, grazie al suo amico, che si chiamava Surinder. Era contenta di aver seguito il suo consiglio, si sentiva più sicura e più indipendente, adesso.
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Dal capitolo 7 di Made in Nirvana. Disponibile come ebook in tutti i formati. pr meno di 3 euro. Da novembre anche come libro cartaceo, in italiano e in inglese.
"Arrivò fino a giù, nell’atrio; questa è fatta, pensò. C’era un divano di fronte a lei; misurò la distanza: due passi. Si alzò in piedi, la testa le girava, tutto l’atrio girava, le orecchie completamente tappate, le veniva da vomitare; fece i due passi alla cieca fino a toccare il divano e riuscì a stendersi, giusto in tempo, prima di svenire.
 
Sentiva una voce in lontananza che diceva “Madam, Madam?” Aprì gli occhi a fatica e lì, con il viso sopra il suo, un cameriere la guardava preoccupato. “Sta bene, Madam?”
Aveva la gola secca, la bocca completamente asciutta e non riusciva a parlare. Voleva acqua. La parola ‘water’ le usciva tutta sbagliata. “Ua... er”
“Cosa?” chiese lui, preoccupato, avvicinando l’orecchio.
“Ua... er”
“Sorry Madam! Cosa?” ripeté, dispiaciuto di non capire.
“Ua... ter”
“Vuole acqua?” le chiese premuroso.
“Yes”
Il cameriere sparì e Maria richiuse gli occhi. Si svegliò con il cameriere che la chiamava, porgendole un bicchiere d’acqua. Si sollevò su un gomito e bevve qualche sorso. “Grazie!” sussurrò con un filo di voce e con la bocca meno secca.
“Are you okay, Madam?” le chiese di nuovo, osservandola attentamente.
“Sì, un po’ meglio. Sono molto stanca,” rispose.
Vide la sua faccia perplessa ma, dopotutto, stanca lo era, oltre che strafatta! E finché lui era qui non lo avrebbe mollato, non si fidava ad andare in giro da sola. Si mise a sedere sul divano e la testa le girava ancora. “Camera dodici!” disse.
“Vuole la camera dodici?” chiese il cameriere, guardando le scale.
“No, non su per le scale. Fuori in giardino.”
“Camera dodici è di sopra,” disse lui gentilmente, ma sicuro del fatto suo.
Maria fece una lunga pausa e poi si ricordò che nel pomeriggio avevano cambiato di camera, perché Franca aveva deciso che una notte nella camera più cara era sufficiente. “Camera sei,” disse, convinta.
Il cameriere la osservò attentamente, confuso. “Vuole la numero sei, adesso,” ripeté. “Vuole la numero dodici o la numero sei?”
“La numero sei, è dopo il giardino, no?” Cominciava a sentirsi un po’ più chiara.
“La camera sei è subito dopo il giardino,” ripeté il cameriere, lentamente, come se stesse parlando con una donna anziana, e sorda. “È sicura?”
“Sì sì, mi accompagni, per favore?” Lei questo qui non lo mollava finché non era arrivata in camera sua, altrimenti chissà come andava a finire. Si alzò, fece un paio di passi e uscì in giardino, ma la testa cominciò a girarle forte. Il cameriere le camminava di fianco e, con sua grande sorpresa, Maria lo prese a braccetto per non perdere l’equilibrio del tutto. Seduti intorno a un tavolo degli uomini indiani bevevano birra. Maria vide la loro espressione curiosa e divertita; sapeva benissimo cosa stavano pensando, ma non gliene importava niente. Il cameriere era molto imbarazzato e cercava di svincolarsi, ma Maria lo teneva ben stretto, con il braccio e con la mano. Se mi molla cado! Pensava. La camera sei era a due passi dal giardino e l’aria fresca della sera l’aveva svegliata un po’.
“È questa la sua camera, Madam?” disse il cameriere, studiandola attentamente.
“Sì grazie!”
“È sicura?”
“Sì sì, c’è anche la mia amica dentro, guarda!”
“No no, grazie,” disse lui, allarmato. Lui, dentro a quella camera, non aveva nessuna intenzione di metterci piede e Maria notò il sollievo quando gli lasciò andare il braccio.
“Grazie mille!” disse, vergognandosi un po’ per essere così fumata, ma contenta di essere a portata di mano del suo letto.
“Buonanotte,” disse lui con un piccolo inchino, e si incamminò verso il giardino, voltandosi un paio di volte a guardarla, prima di sparire.
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Dal capitolo 6 di Made in Nirvana, disponibile in tutti i formati ebook e, da novembre 2014, anche come cartaceo. Uscira' anche la versione in inglese, sia come ebook che cartaceo.
"All’improvviso ecco che tutti camminavano, velocemente. I loro zaini erano ancora sul tetto del pullman e stavolta doveva salire lei a prenderselo. Franca andò su per prima, arrampicandosi con determinazione. Maria, che soffriva di vertigini, si fece coraggio, sollevò i bordi del sari e li rimboccò dentro la cintura. I pioli della scaletta perpendicolare erano pieni di fango, ma non c’era scelta, doveva aggrapparsi e salire con, in più, la borsa della macchina fotografica a tracolla. In cima al pullman, vide subito il suo zaino, era l’unico bagaglio rosso. Lo trascinò fino al bordo del tetto e poi, senza guardare giù, se lo mise in spalla, barcollando sotto il peso. Guardando fisso davanti a sé, si afferrò alla struttura di ferro del portapacchi, cercò il piolo più alto con il piede e aggrappandosi fermamente, cominciò a scendere. Il peso dello zaino le faceva perdere l’equilibrio, ma si tenne durissima e arrivò a terra tutta d’un pezzo. In lontananza poteva appena vedere Franca che camminava spedita, e cercò di raggiungerla. Seguì la fila di gente e vide che tutti si toglievano i sandali prima di affondare con i piedi dentro alla terra bagnata della valanga. Per non perdere tempo Maria non se li tolse ma, non appena fece il primo passo, sprofondò fino alle caviglie. A fatica, tirò fuori prima un piede e poi l’altro, ma i sandali erano rimasti sotto. Non poteva perderli. Senza pensarci due volte, si chinò, immerse le mani nel fango e, tastando con le mani alla cieca, riuscì ad agguantarli uno ad uno. Adesso anche le mani erano coperte di fango; per pulirle le strofinò sulla stoffa del sari ma, per togliersi i capelli dagli occhi, si imbrattò anche la fronte e le guance. Il bagaglio era pesantissimo e lei si sentiva debole, era esausta, non ne poteva più. Tutti la sorpassavano e aveva paura di restare sola. Non riusciva a respirare a fondo e la gola le si chiudeva in spasmi. Non voleva piangere, perché sapeva che non sarebbe servito a niente, ma dei potenti singhiozzi cominciarono a scuoterla da dentro. Perché qualcuno non l’aiutava? Maria si lasciò andare allo sconforto e alla stanchezza, piangendo a voce alta, con un pianto senza lacrime, mentre dentro tremava, dalle ginocchia in su. Paul era già lontano, ma la sentì e si fermò a guardarla, incerto, poi vide Franca che si voltava e cominciava a scendere per tornare verso di lei. Un uomo che le camminava dietro le chiese cosa succedeva. “Non posso andare così in fretta! Faccio quello che devo fare, ma non con questa fretta, e questa angoscia!” singhiozzò Maria, “e ho paura di perdermi!”
“Tranquilla! Cammino io con te! Non ti perdi,” disse lui con gentilezza, in inglese, e poi aggiunse “Shanti, shanti.” Quelle parole erano tutto quello di cui aveva bisogno.
Fece segno a Franca di andare avanti, che tutto andava bene. Maria si rimboccò ancora meglio le falde del sari dentro la cintura così che il sari era diventato una minigonna. Ironico, a dire poco, ma nessuno sembrava notarlo. Camminavano in salita, in fila indiana, scivolando sul fango ad ogni passo, arrancando e procedendo con mani e piedi, quand’era necessario. Maria notò che le donne non portavano niente di pesante. Gli uomini si erano caricati tutto, bagagli e bambini. Sentì un passo leggero dietro di sé e, voltandosi, vide un ragazzo giovane che non portava niente. Senza dir parola, si sfilò lo zaino e, porgendoglielo, disse: “Me lo porti per favore?”
Il ragazzo, alto e magro, guardò lo zaino con antipatia e rispose: “Ti porto la macchina fotografica!”
Maria insisté: “Sono stanchissima e ho bisogno del tuo aiuto. Mentre andiamo in salita, prendi lo zaino. Quando andiamo in discesa, mi porti la macchina fotografica, va bene?” e gli spinse lo zaino in mano. Di controvoglia, il ragazzo lo prese e se lo caricò in spalla. Maria gli sorrise con gratitudine. Adesso poteva salire meglio e più velocemente. Si sentiva protetta e confortata da questi due uomini che non la conoscevano, ma che, camminando uno dietro e l’altro davanti, si prendevano cura di lei.
 
Si arrampicarono per oltre un’ora; una lunga coda di uomini, donne e bambini si snodava, in silenzio, scivolando e affondando nel fango sdrucciolevole e bagnato a piedi nudi, sudati, assetati, senza lamentarsi. Arrivarono infine in cima alla valanga e, da lì, videro quattro pullman nella strada di sotto. Franca era già arrivata e stava in un gruppetto con gli inglesi e altra gente. La discesa era non solo più facile, ma il morale era decisamente migliore, adesso che una prospettiva era in vista. Il ragazzo continuò a portarle lo zaino e le prese anche la borsa con la macchina fotografica." .....
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Dal capitolo 5 di Made in Nirvana. Si trova in tutti i formati ebook, da Bookerepublic, oltre che altri...
A volte bisognerebbe saper dire di no!
"Le due donne le osservavano, sorridendo. Avevano notato i sari appoggiati sul letto e, non riuscendo a trattenere la curiosità, chiesero se erano per loro. Sì, rispose Franca, sono nostri. Le donne confabularono un po’ tra di loro e poi si avvicinarono. Un po’ a gesti e un po’ in inglese, fecero capire che volevano mostrar loro come indossare il sari.
“Abbiamo tempo?” chiese Maria.
“Un po’,” rispose Franca.
Una delle donne, aiutandosi con i gesti, chiese alle ragazze se avessero una cintura. Le ragazze si guardarono e, no, non avevano una cintura.
“No problem,” dissero le donne, mettendo giù la scopa e lo spazzolone. Discussero tra di loro e poi si sollevarono il sari, mostrando la gonna che indossavano sotto. Da lì, con un po’ di fatica, tirarono fuori una striscia di tessuto di cotone, quella che teneva su il loro sari. Dissero alle ragazze di togliersi i jeans e risero come bambine quando le videro in mutande. Una donna per Franca e una per Maria, non ascoltarono le loro proteste e legarono in vita la loro cintura; il loro sari stava su anche senza cintura, le rassicurarono. Presero in mano il sari nuovo e cominciarono a sistemarlo, il primo pezzo ben piegato dentro la cintura e poi, piega dopo piega, tutto sul davanti. Un altro giro sul didietro e poi l’ultimo tocco consisteva nello spiegare l’ultima parte del sari diagonalmente dietro la schiena e portarlo sopra la spalla. Ecco fatto! Se necessario, potevano mettersi l’ultimo pezzo sopra la testa, per ripararsi dal sole.
Maria guardò Franca e Franca guardò Maria. Non c’erano specchi per cui dovevano specchiarsi l’una nell’altra. Si misero a ridere. Le donne delle pulizie le ammiravano, erano molto soddisfatte; annuivano convinte, divertite, complici e orgogliose allo stesso tempo. Quattro donne da due mondi diversi unite nel gioco, come ragazzine che imitano le mamme. Per quanto il sari fosse messo bene e Franca sembrasse anche elegante, c’era qualcosa di strano in quella combinazione. Non sapeva come descriverlo, ma sembrava un po’ assurda. “Come mi sta?” chiese.
“Beh, starebbe anche bene, ma c’è qualcosa che non quadra! Forse il fatto che sei di Venezia, hai gli occhi azzurri, non so. C’è qualcosa di incongruente. E io, come sto?” chiese Maria, aspettandosi un commento altrettanto onesto.
“Mmm, tra l’elegante e lo strano, non so. Incongruente è una buona descrizione. Beh, cambiamoci e andiamo,” disse, facendo segno di togliersi il sari.
Oh no, no, no! Un coro di proteste a voce alta cominciò dalle due donne. “No, Madam, siete bellissime! Tenete il sari!” Ma la cintura, vi ridiamo la cintura, fecero segno le ragazze. “No, no! Tenete la cintura! Sembrate proprio due donne indiane!” Le ragazze si guardarono. E adesso cosa facevano? Se si toglievano il sari avrebbero dispiaciuto molto le due donne.
“Ma sì, dai, teniamoceli. Forse è più fresco che viaggiare con i jeans!” disse Franca, mettendo i suoi jeans dentro lo zaino e chiudendolo stretto.
“A questo punto le offendiamo se ce lo togliamo,” rifletté Maria, guardando le due donne che sorridevano soddisfatte. “E va bene. Staremo così. Dobbiamo andare!” Sistemò i jeans sopra di tutto, tirò gli spaghi che chiudevano lo zaino e chiuse con lo scatto le fibbie di plastica della falda che lo copriva.
 
Zaino in spalla, Maria prese la borsa della macchina fotografica e si mise a tracolla il borsello con i documenti. Senza tempo di soffermarsi oltre, si inchinarono alle donne indiane che le stavano salutando a mani giunte, guardando felici il loro capolavoro! Si avviarono verso l’uscita del Tourist Camp, cercando di non inciampare sulle pieghe del sari, che scendeva fino a terra. Salutarono a destra e a sinistra la gente che avevano incontrato, suscitando occhiate sorprese e perplesse......................................................................
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Dal capitolo 4 di Made in Nirvana. (In tutti i formati e-book, da Bookrepublic) .
Le nostre protagoniste hanno conosciuto due buddisti inglesi, e hanno un sacco di domande da fare!
“Allora, vuoi dire che dall’Inferno si può passare direttamente alla Buddità?” si assicurò Franca. “Non è necessario fare uno scalino alla volta; si può ‘passare’ da un mondo qualsiasi a quello della Buddità. Ho capito bene?”
 “Hai capito benissimo. Brava!” disse Colin. “Se volete, vi do un esempio di come passiamo costantemente da un mondo all’altro. Ma noterete che la Buddità è l’unico mondo che manca!” aggiunse Colin. Controllò per vedere se erano d’accordo! Certo! Samosa in mano, le ragazze annuirono con entusiasmo. “Allora, prendiamo l’esempio di una giornata ‘tipica’. È un inverno freddo,” cominciò. “Ti alzi la mattina presto e trovi la casa freddissima perché, per risparmiare, hai spento il riscaldamento di notte. Vai in cucina con la vestaglia stretta stretta, e ti prepari il caffè. Mentre aspetti che venga su, versi un po’ d’acqua nella ciotola del gatto e lui ti si struscia contro le gambe, facendo le fusa. Prendi il giornale di ieri e leggi che hanno varato una nuova legge, per cui aumenteranno il gas, la luce, la benzina, le sigarette e l’IVA. Sei molto preoccupata perché già fai fatica ad arrivare a fine mese; dovrai dare in affitto una stanza in casa tua e l’idea proprio non ti va, ti piace vivere da sola! Questi corrotti che sono al governo e che approfittano di chi lavora giorno e notte!”
 
Masticando la samosa calda, le ragazze lo seguivano con attenzione, annuendo. Colin continuò: “Giri la pagina del giornale per vedere se c’è qualcosa di interessante. Ti imbatti in un articolo sui benefici del miele e ti metti a leggerlo con attenzione. Scopri che ha un sacco di vitamine, minerali ed è un tonico per il sistema immunitario; per questo ti aiuta a superare il raffreddore in fretta! Nel frattempo, il caffè è pronto e lo sorseggi con gusto, mentre il gatto si strofina contro le tue gambe. Gli fai una carezza, lo prendi in braccio, che così ti scalda un po’, e lo baci sulla testa! Adori il tuo gatto.”
 
Prese una samosa, ma invece che addentarla, la aprì per farne uscire il vapore bollente e, visto che nessuno lo interrompeva, continuò: “Poi giri la pagina e leggi che ci sarà un concerto del tuo cantante preferito nella tua città, proprio il giorno del tuo compleanno. Bello sì, ma i biglietti costano un occhio della testa e di sicuro non potrai andarci. Ti senti depressa e di malumore. Mentre stai andando in bagno noti che c’è un messaggio nella segreteria telefonica. Lo ascolti ed è il tuo collega, quello che ti piace da una vita. Dice che ha due biglietti per il  concerto e ti invita ad andare con lui. La sorpresa ti toglie il respiro e ti senti scoppiare dall’emozione. Con un sorriso che va da qui a qui,” disse toccandosi l’attaccatura delle orecchie prima con l’indice destro e poi con quello sinistro, “ti vesti e ti prepari in fretta per andare a lavorare, senza notare il freddo nell’appartamento.” Maria vide che Franca fremeva per capire dove stava il messaggio.
“Lovely, darling!” Bellissimo, caro! Disse Sanya, sorridendo a Colin. Poi, rivolta alle ragazze chiese se avevano capito.
“Mmmmmmm!” Così così, fece segno Maria, ondeggiando la mano.
Ridendo con complicità, Sanya spiegò: “Quando si alza e fa un freddo boia, la nostra ‘amica’ è nel mondo dell’Animalità. Quando versa l’acqua per il gatto passa nel mondo del Bodisattva. Leggendo degli aumenti si preoccupa che dovrà affittare una camera e piomba nel mondo dell’Inferno. I pensieri verso ‘quelli del governo’ la portano nel mondo dell’Ira. Mentre sorseggia il caffè con gusto passa nel mondo dell’Umanità, e mentre legge le proprietà del miele è nel mondo dell’Apprendimento e della Realizzazione.” Fece una breve pausa per ricordarsi la scena illustrata da Colin poi, ricordandola, con un sorriso, riprese: “Quando bacia il gatto e lo accarezza è di nuovo nel mondo dell’Umanità. Poi legge del concerto e passa nel mondo dell’Avidità e quando si rende conto che non potrà permetterselo ripiomba nell’Inferno. Poi, quando sente il messaggio registrato passa nello stato vitale del Cielo e così si prepara per andare a lavorare. Non nota più il freddo della casa, la temperatura non è cambiata, è come prima. L’unica cosa che è cambiata è il suo stato vitale,” concluse con un sorriso.
“Adesso sì che capisco!” disse Maria, soddisfatta.
“Elementare Watson,” disse Franca, ridendo. “E allora, ritornando alla mia domanda di prima, che differenza vi fa recitare quella frase? Perché, fino a qua, tutto è chiarissimo, ma ripetere una frase per un tot di tempo, cosa fa?”....
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