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il calderone delle streghe. racconti in un post.
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le cose strane non sono fuori ma sono dentro la nostra testa.
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Helso il Diurno Errante. La caccia.

Odile rimase nascosta per tutta la giornata nelle stanze del Venerabile, per paura di poter essere riconosciuta da qualche canonico del palazzo. Sapeva che il villaggio si era preso un bello spavento, non trovandola adagiata nel letto di morte che tutti avevano preparato per lei, dopo che l'avevano trovata morta alla fontana. Inoltre non sapeva dove andare, riteneva non fosse saggio scappare da chi la stava aiutando e sapeva che doveva rendere il favore, nel miglior modo che poteva. Se ne stava alla finestra e guardava la vita scorrere in strada: bambini moccolosi che correvano nei vicoletti intorno al palazzo vescovile, prostitute che mostravano i seni dalle finestre dei palazzi nel viottolo dietro la piazza, signore che si recavano a messa accompagnate dalle loro serve, già cariche di pacchetti della spesa. Ad un tratto si rese conto di quanto riusciva a sentire e a vedere bene: ogni dettaglio di ciò che le si presentava sotto gli occhi non era più un mistero per lei e, prestando un po' d'attenzione, riusciva ad ascoltare discorsi che si svolgevano in case molto distanti da lei. Si spaventò, le sembrava di stare impazzendo, e con uno scatto improvviso si spostò dalla fessura, attirando l'attenzione dell'Errante, che era rimasto con lei per tutto il tempo, per osservare che niente procedesse nel modo sbagliato. Si alzò e le pose una mano sulla spalla, invitandola a calmarsi e a sedersi. Le spiegò che i suoi sensi erano più potenti di quanto non lo fossero nella sua condizione umana e questo valeva anche per la sua prestanza fisica: poteva correre a perdifiato per i prati senza affaticarsi e poteva arrampicarsi sulla parete di un edificio senza aver paura di rimanere senza respiro. Odile era perplessa ed Helso lo notò subito: quasi le sorrise mentre le diceva che si sarebbe abituata anche a questo.
La notte era scesa sulla vallata. Una coltre grigiastra ingoiava qualsiasi edificio incontrasse sulla via, rendendo la campagna e il villaggio irriconoscibili. Al palazzo vescovile i tre erano pronti alla caccia. Si sarebbero mossi insieme, poiché la giovane non sapeva ancora come muoversi.
- Vedrai – attaccò Inghegard – ti verrà naturale molto prima che tu te ne renda conto!- Uscirono dalla finestra e si arrampicarono sul tetto del palazzo e ad Odile sembrò così strano essere in grado di fare una cosa del genere senza avere la minima paura. In piedi sulla copertura scrutava il territorio circostante, riuscendo a vedere bene nonostante la nebbia. Sentì un brivido correrle lungo la schiena mentre osservava una piccola ombra correre giù dalla collina verso il villaggio. Neanche si rese conto di quanto stava facendo mentre, con due balzi, le fu alle calcagna, scortata dai due Diurni, che non riuscivano a prenderla. Allungò la mano e con uno strattone spezzò il collo a quella cosa, che subito riconobbe essere il suo assassino. Vide i suoi occhi roteare e dalla bocca della bestia uscire un liquido verdastro, il veleno che l'aveva infettata. Sfinita, Odile piangeva seduta accanto alla sua vittima. Si sentiva male, aveva avuto una piccola dimostrazione di quanto grande fosse stata la sua trasformazione e non riusciva a crederci. Guardava con occhi colmi di lacrime i suoi due salvatori, che si misero ad ispezionare quanto rimaneva del vampiro. Dopo gli staccarono la testa e bruciarono i suoi resti sotto della paglia trovata nei campi intorno al villaggio.
- Penso che dovremmo seguire la strada che lui ha fatto per scendere al paese, credo che possa aver ridotto nel suo stesso stato altre persone.- disse Helso. I due annuirono e così, mentre un nuovo giorno iniziava, i tre Diurni salivano per il sentiero verso la vetta della collina.
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Helso il Diurno Errante. Il rituale.

Il sole che faceva capolino dalle montagne le stava già bruciando la pelle, il dolore doveva essere tale che la piccola vampira perse i sensi e si lasciò andare sulle spalle di Helso, che aumentò il passo  verso il palazzo del Venerabile. Appena giunto davanti al portale d'ingresso, implorò che gli aprissero nel più breve tempo possibile, i raggi dorati stavano per inondare la piazza antistante la dimora di Inghegard e la dannata non avrebbe avuto più scampo. Il frate che piantonava l'ingresso lo fece entrare, piuttosto guardingo, e inizialmente, scusandosi, lo lasciò sull'uscio, farfugliando di un improvviso impegno del vescovo che aveva lasciato la città. Ad un tratto l'Errante scattò, spintonò il pover'uomo e prese le scale che portavano alle stanze private del Venerabile. Appena fu davanti alla porta, Helso bussò vigorosamente ed entrò nella camera, spaventando il suo amico, che stava leggendo un codice a lume di candela. Quest'ultimo non fece domande, allontanò i suoi servitori con una scusa e fece sistemare la ragazza sul suo letto. Ancora svenuta, mostrava le bruciature sul viso e sulle braccia e, mentre ascoltava il racconto della sera prima di Helso, Inghegard si recò all'armadietto accanto al letto e prese da dentro un piccolo pugnale in argento. Chiuse le tende e accese delle candele. Lui sapeva come affrontare questa situazione, gli era capitato diverse volte di salvare dall'oblio delle piccole anime spezzate, come le chiamava di solito, mentre Helso non era in grado, benché avesse assistito al rituale in diverse occasioni. Aveva la mano pesante, diceva, e si sentiva più a suo agio quando aveva a che fare con un esorcismo, non con questo tipo di cose. Inghegard estrasse dal fodero il pugnale d'argento e, mentre con il suo amico recitavano delle preghiere, tagliò la gola ed i polsi alla ragazza, che sgranò gli occhi ed emise una specie di lugubre ululato. Le chiuse gli occhi e continuò versando sulle sue ferite dell'acqua benedetta, bruciandole e sigillandole. In seguito ripulì il coltellino in un fazzoletto e si sbarazzò delle lenzuola inzuppate di sangue, poi si sedette, continuando la recita, ad osservare la ragazza che mutava, rinvigorendosi e riacquistando una forza che sembrava avere perduta. Dopo un po' di tempo, eccola seduta sul letto, un po' intorpidita, pronta a ringraziare coloro che l'avevano salvata da una non morte infelice. Poteva finalmente tornare ad essere Odile.
- Non so come si chiamasse colui che mi ha morso, quella sera. Ricordo solo che ero andata alla fontana nella piazza del mercato a prendere dell'acqua, perché mia madre stava per partorire e la levatrice mi aveva obbligato ad uscire, anche se era buio e faceva freddo. Ecco, il freddo della serata e i denti freddi di quell'essere che mi morsero, proprio qui, sul braccio, li ricordo bene. Mi lasciò agonizzante accanto alla fonte e mi trovò mio padre, dopo qualche istante, preoccupato perché non rientravo. Mi prepararono il funerale in fretta, perché se io me n'ero andata, era arrivato il mio nuovo fratellino, Bènedium. Mi svegliai la prima volta di notte, mentre ero adagiata in mezzo ai fiori che erano stati raccolti per portarmi al camposanto, e scappai, avvolta nel mio sudario, per nutrirmi. Corsi su per la collina, con una velocità che non era mai stata mia, ed incontrai quel pastorello, che vedevo ogni domenica mattina a messa, e che si doveva essere perso nel bosco. Lo morsi, lo uccisi, ma mentre mi nutrivo del suo sangue mi spaventai per quello che stavo facendo, per quello che ero diventata. Lo spinsi via da me e corsi a nascondermi nei pressi della Roccia Nera, sbigottita ed impaurita. Resistetti alla tentazione di scendere al villaggio per due notti, ma la terza notte non ce la feci più ed andai per uccidere qualcuno, uccisi la ragazzina dalle trecce nere...- Odile si fermò, singhiozzando. Inghegard aveva filtrato per lei la bevanda blu e gliela porse, poi le carezzò la schiena, sussurrandole nell'orecchio che tutto era finito. Appena si riprese le parlò, con molta chiarezza, della sua nuova natura e le spiegò chi era stato a ridurla in quello stato. Non era stato Vortolav, ma un altro vampiro che si aggirava nelle campagne limitrofe e che era necessario fermare. Helso la guardò e poi le chiese se voleva aiutarli a prendere il mostro ed Odile, con fermezza, rispose di sì.
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Helso il Diurno Errante. La vampira. 

Helso camminava per il sentiero su per la collina, vigile e pronto a difendersi, qualora fosse stato necessario. Escludeva che il vampiro si sarebbe fatto vedere appena calato il sole: ancora memore delle sue abitudini mortali, avrebbe aspettato il rintocco della mezzanotte, quando gli esseri umani sono avvolti nei più dolci dei loro sogni e sono disarmati. Helso avrebbe aspettato con lui, lo avrebbe seguito e avrebbe cercato di distruggerlo subito. Non era necessario parlargli per capire chi lo aveva creato, il fetore di Vortolav lo avrebbe accompagnato per molte lune, come un marchio a sigillare l'appartenenza a quel principe delle tenebre. Vortolav un principe lo era stato, una volta. Cavaliere della sua tribù, che viveva nelle ampie pianure dell'est, aveva militato nell'esercito romano e fu proprio in quell'occasione che venne accolto  nel clan del generale Gaudenzio Augusto, che lo abbracciò quando lui non era altro che un ragazzo. Pensava di essere diventato un dio ma quando tornò presso la sua famiglia, nessuno di loro volle avere a che fare con un essere che non sarebbe mai morto e che per vivere doveva uccidere quelli che una volta erano i suoi simili. Fu in quel momento che Vortolav capì di aver perso tutto e il suo rancore gli annebbiò il pensiero, convincendolo che tutti avrebbero dovuto fare la sua stessa fine. Iniziò con i suoi amici più fidati, quelli scagnozzi che ancora lo seguono, e poi continuò con le persone che abitavano nei villaggi che distruggeva: era in un'occasione simile che aveva trasformato Inghegard ed Helso. 
Preso da questi pensieri, quasi l'Errante non si accorse che le tenebre scendevano sulla valle, avvolgendo le case del villaggio e le montagne tutte intorno. Ad un tratto vide un'ombra correre a rotta di collo giù dalla collina, passandogli davanti, mentre se ne stava acquattato nell'anfratto di una roccia. Il vampiro si era messo in moto e il monaco si mise a rincorrerlo, pronto ad intervenire. Doveva avere fame quell'essere, si vedeva da come correva, ed Helso quasi faticava a stargli dietro, essendo più grosso. Quando il vampiro si fermò nei pressi di una casupola, lo stesso fece lui, a breve distanza. Il vampiro osservava dalla finestra dentro la piccola casa e sembrava versare delle lacrime, forse ricordando quella che era stata la sua vita mortale. Pronto ad entrare, non ci riuscì, perché venne immobilizzato da Helso, che lo trascinò per i capelli dietro il camposanto, pronto ad ucciderlo con la sua croce d'argento.
- Abbi pietà! Aiutami a liberarmi!- urlava il vampiro ed Helso era quasi pronto ad ucciderlo quando vide il suo volto alla luce di una candela, che aveva acceso nei pressi di un'edicola dedicata alla Madonna. Davanti a lui non si trovava una bestia, ma una giovanissima ragazza spaventata, con i segni sul collo ancora freschi, che implorava pietà. 
- Aiutami ti prego, liberami da questo sortilegio! Voglio tornare ad essere quella che ero, voglio tornare dalla mia famiglia! Dal mio promesso sposo!-.
L'Errante non disse niente, le liberò i polsi e se la caricò a spalle, poi si mise a camminare verso il monastero del Venerabile. Voleva aiutare quella povera ragazza, ma per trasformarla aveva bisogno di Inghegard.
- Non potrai più tornare quella che eri, ragazza. Però posso aiutarti a non uccidere più e a non avere più paura della luce del sole. In cambio, mi aiuterai a trovare chi ti ha fatto questo. Sei tu che hai ucciso quei ragazzi in paese?- - Sì, sono stata io, ma non volevo, lo giuro! Anche se mi ostinavo nel non volerlo fare, la fame mi trasformava e mi faceva commettere azioni che non avrei mai voluto compiere! Ho cercato di allontanarmi dal villaggio il più possibile, ma non è cambiato niente! Devi aiutarmi, non voglio essere un'assassina!-.
Spuntava l'alba, Helso si trovava davanti alla porta del palazzo vescovile e il piantone lo fece entrare. Si diresse senza dire una parola nella camera del suo amico, dove insieme avrebbero liberato la vampira dalla sua maledizione.
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Helso il Diurno Errante. La traccia.

Non era ancora nato il sole quando Helso si alzò dal suo giaciglio per prendere la via delle vittime del vampiro. Voleva vederli di persona, quei cadaveri rinsecchiti, per farsi un'idea e per capire chi era colui che aveva tolto loro la vita. Prima di partire si recò a salutare il Venerabile, che lo aspettava nella cappella di san Giorgio, inginocchiato ed intento a recitare le sue preghiere. 
- Inghegard, vado. Tornerò appena saprò darti qualche informazione. Intanto ti ringrazio per avermi permesso di stare qui questa notte.- - Non ringraziarmi, Helso. Ho solo fatto quello che per me è un dovere, ho dato ospitalità a chi ne aveva bisogno. Ora vai, fai attenzione. Per la notte a venire avrai una cella presso il monastero di San Giovanni, a circa due miglia da qui. Si trova poco lontano dal villaggio in cui sono avvenuti gli assassinii, quindi potrai contare sulla disponibilità di Gerogius, l'abate del monastero. Gli ho già mandato un messaggio per annunciarti. - .
Si salutarono ed Helso, uscito a piedi dal cenobio, aspettò qualche istante prima di bere un sorso della sua pozione bluastra. Un lungo brivido percorse tutte le sue fibre e l'Errante iniziò a correre per la landa desolata, fino a che all'alba non si ritrovò presso il piccolo villaggio di Zaves, posto sulla strada che collegava il monastero di Inghegard a quello dell'abate Gerogius e sotto una montagna aguzza e ricoperta di una fitta boscaglia. Helso si avvicinò e, fiutando l'aria, capì che i cadaveri avevano già ricevuto una sepoltura. Si avvicinò a passo spedito al piccolo cimitero che si trovava a ridosso dell'abside di un oratorio dedicato a santa Maria Maddalena ed iniziò a scavare  a mani nude dove la terra era stata smossa da poco e fresca. La sua attività aveva incuriosito gli abitanti del villaggio che si misero a gridare e a spintonarsi, non volevano che il loro camposanto venisse profanato. Helso continuò nel suo lavoro, consapevole che gli oppositori se ne sarebbero andati non appena avrebbe rimesso alla luce il primo lenzuolo e così avvenne. Dal peso dell'involucro l'Errante capì che doveva trattarsi di un fanciullo e, srotolando il sudario, si trovò davanti ad una ragazzina piccola e magra, che conservava sul volto la paura e lo sgomento che aveva provato appena prima della sua morte. La madre aveva cercato invano di ricomporre la salma della sua bambina e le aveva intrecciato i capelli, di modo che non si vedessero quegli orrendi segni sul collo, due piccoli fori incrostati che puzzavano di zolfo e veleno. Helso annusò quell'odore e poi fiutò l'aria, come se  cercasse una traccia nelle zone circostanti. Poi risistemò la salma e la rimise nel suo sepolcro e, pregando, si scusò con lei per la profanazione. Helso si ripulì il saio dalla terra e incominciò a salire per un sentiero, che proseguiva verso la montagna. Non aveva parlato con nessuno da quando era giunto a Zaves, poiché sapeva cosa gli avrebbero detto i villani: che la ragazzina era stata trovata morta nel suo giaciglio, che il giorno prima stava talmente bene da poter lavorare nei campi e che la sera aveva mangiato la polenta con molto appetito. Preso da questi pensieri Helso risaliva la montagna, quando ad un tratto si fermò: sotto un cumulo di terra fresca trovò il cadavere di un pastorello, seppellito alla bell'e meglio senza sudario, che presentava le stesse crosticine puzzolenti sul polso. A differenza della ragazza questo giovane non era completamente dissanguato, come se il vampiro fosse stato interrotto durante il suo pasto.  Rifletté. Non era Vortolav questo demone che si aggirava per le campagne, perché quel reietto non si sarebbe lasciato interrompere da nessuno durante la sua colazione, doveva trattarsi di un vampiro giovane, appena abbracciato, poco esperto e forse impaurito. Doveva nascondersi da quelle parti ed Helso, dopo aver risistemato il corpo del pastorello, si avviò per il sentiero annusando l'aria in cerca della sua traccia.
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Helso il Diurno Errante. La chiamata.

Nessuno al monastero si sarebbe aspettato che il vescovo Inghegard avrebbe mandato qualcuno ad aiutarli in così breve tempo. Solitamente era sempre impegnato in altre faccende, come l'evangelizzazione delle terre del nord o sconfiggere il Maligno, che compariva fra gli uomini in una qualsiasi delle sue nefande forme. Invece, a breve distanza dall'invio della missiva, ecco la risposta del Venerabile: avrebbe mandato all'abbazia una persona di sua fiducia che avrebbe aiutato i monaci a sbarazzarsi di quella bestia che stava uccidendo i contadini del feudo. Perché nelle campagne del monastero stava succedendo qualcosa di strano. I bambini morivano, così come i giovani e le fanciulle,  tutte le vittime venivano ritrovate prive di vita, con gli occhi spalancati e pieni di spavento, senza più un goccio di sangue nelle vene.  Fra i contadini c'era chi giurava di aver visto i cadaveri risvegliarsi dalla morte, per poi vagare  fra le casupole del paese, fino a che non si sfarinavano alla prima luce del sole. Tutto questo era stato riportato nella pergamena che il vescovo  Inghegard aveva ricevuto ed aveva letto con avidità quella mattina. Dopo averla arrotolata, chiese ai suoi servitori di essere lasciato solo e poi bevve una strana bevanda bluastra che teneva in una piccola ampolla. Subito dopo il suo corpo fu come scosso da un brivido e, con una lieve spallata, il vescovo distrusse la finestra della sua stanza, che dava sui tetti del palazzo in cui risiedeva. Inghegard balzò fuori e saltando sui tetti come se fosse una bestia, raggiunse la campagna circostante la città. Correva il vescovo, noncurante dello sbigottimento che provava chiunque lo vedesse precipitarsi come un ossesso per la collina, e si fermò solamente quando si trovò in cima ad essa, dalla cui sommità si poteva vedere la regione circostante. Chiamò diverse volte un certo Helso, che non si fece attendere. Era un uomo imponente, dai folti capelli rossi, consacrato a Dio ma che preferiva vivere da eremita e che tornava nel mondo quando gli veniva richiesto un aiuto. Questa era una di quelle occasioni ed Inghegard aveva bisogno del coraggio e della temerarietà del suo amico fraterno. I due si conoscevano da quando era avvenuta la loro rinascita ed erano stati presi da Marburno il Santo, che li aveva iniziati alla guerra contro la feccia del Diavolo, i Vampiri.
- Helso, amico mio, ho bisogno del tuo aiuto. Un vampiro sta uccidendo i giovani di un villaggio nei pressi di un monastero posto sotto il mio controllo e, come sai, io non posso andare a cacciarlo. Necessito della tua discrezione, non voglio che la gente si spaventi più di quanto non lo sia già, e voglio che questo essere mefistofelico venga scacciato dalla faccia della terra. Posso contare sul tuo aiuto?- - Ho sentito di quanto sta accadendo domenica mattina, quando sono sceso al villaggio per le celebrazioni. Se non vuoi che la gente si spaventi dobbiamo agire in fretta, perché la puzza della paura invade ogni vicolo del paese. Voglio distruggerlo come faresti tu, è questo il compito per quelli come me e te, e non oso tirarmi indietro. Sono con te, amico mio.-
Raccattati quattro stracci, i due uomini si avviarono verso il palazzo del Venerabile. Avevano un compito ben preciso quei due esseri, che niente avevano a che fare con gli uomini, se non in un tempo molto remoto. Una  volta lo erano stati, individui in carne ed ossa, ma la loro vita mortale era finita quando un vampiro, Vortolav, li aveva morsi, lasciando nelle loro vene, al posto del sangue, il fluido che li avrebbe resi bestie del Demonio. Li salvò Marburno il Santo, che li curò e insegnò loro come nutrirsi senza uccidere esseri umani e come annientare i Vampiri. Questo era il loro compito nell'eternità a cui erano stati condannati da Vortolav, distruggere quella progenie malefica, che andava spargendosi per tutto il mondo. Durante il viaggio, Inghegard informò di quanto avveniva nelle sue campagne e l'amico ascoltava senza interromperlo, progettando di fermarsi al palazzo vescovile solamente una notte, per distillare la bevanda blu che gli permetteva di non uccidere per nutrirsi. La loro natura era diversa da quella di Vortolav, che non poteva uscire nel mondo alla luce del sole. Inghegard ed Helso potevano farlo e la loro costituzione permetteva loro di non necessitare riposo. Marburno il Santo, che era come loro, li aveva definiti Diurni, perché venivano con la Luce per sconfiggere le Tenebre. Il mattino seguente Helso si sarebbe recato al villaggio alla ricerca di qualche traccia del vampiro.
- E se fosse Vortolav? - fece il Venerabile.
- Lo ucciderò per averci costretto a portare avanti questo compito. A volte lo sento gravare sulle mie spalle come se fosse un macigno, l'impossibilità di recarmi dalla mia famiglia, che mi crede morto, il non poter piangere sulle tombe dei miei cari... mi ha privato di tutto questo e
io ucciderò tutti i suoi figli, fino ad arrivare a lui. Dopo aver concluso con lui, distruggerò chiunque sia come lui.-
Arrivarono al palazzo e Helso chiese di potersi nascondere nella cella che era stata preparata per lui e dove avrebbe passato la notte. Inghegard invece si mise a scrivere di suo pugno la missiva per il monastero, che l'avrebbe ricevuta il giorno successivo.
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La strega e il villaggio fantasma.

Era solo un mucchietto di case sparse nella campagna desolata, piccole e nere, dove la povertà era un qualcosa che non aveva a che fare solo con la ristrettezza economica. Le persone che abitavano in quel luogo sembrava che non aspirassero a vivere diversamente, erano piccole e nere, imbruttite dal lavoro sudicio e pesante che spezzava le loro ossa. Chi riusciva per orgoglio ad andare via non tornava e chi rimaneva era pieno di odio e di rancore per chi era scappato, perché avevano avuto il coraggio di provare ad avere una vita migliore. Anche lei era così, arrabbiata con il mondo ma specialmente con il marito, che aveva avuto il fegato di lasciarla. Lui l'aveva amata molto ma ad un certo punto qualcosa si era spezzato nelle loro vite e lei era diventata molto cattiva. Picchiava i bambini che le facevano i dispetti e durante una discussione inforcò il consorte con un ferro del camino, facendogli molto male. In quell'occasione venne chiamato anche il prete, per tentare di farla ragionare, ma niente, i suoi occhi vuoti sembravano pieni di un fluido nero che non solo le annebbiava la vista ma la trasformava, impedendole di essere la persona docile che era sempre stata. Molti ritenevano che questo suo cambiamento fosse dovuto al forte dolore che aveva provato alla morte dei suoi figli, ancora bambini, a causa di un brutto male e al villaggio pensavano che per superare la terribile perdita avesse venduto l'anima al diavolo, per questo la chiamavano strega: c'era chi giurava di averla vista ballare con un caprone nelle notti di luna piena dietro il cimitero, illuminati dal fuoco. C'era chi raccontava di averla udita cambiar di voce quando si arrabbiava e tutti cercavano di starle lontano, additandola come portatrice di sventura. Quando ci fu l'epidemia di colera e quasi tutti i bambini del villaggio morirono, i capi famiglia si riunirono e decretarono che era stata colpa di quella donna strana e che era necessario punirla, così decisero di dare fuoco alla sua casupola. Aspettarono una notte senza luna e, appena furono sul luogo, unsero la baracca con un unguento infiammabile e appiccarono l'incendio. Udirono le urla di dolore della donna, che morì subito e che venne seppellita in terra sconsacrata. La comunità pensava di essere al sicuro ma dal luogo prescelto per la sepoltura della strega si alzò un fetore nauseabondo che decimò la popolazione, rendendo il paese il fantasma che si può vedere oggi dalla strada maestra. Pare che di questa storia non rimanga solo questo racconto, poiché diverse persone giurano di aver visto un fantasma di donna  ballare nei pressi del cimitero, spesso accompagnata da un caprone in piedi sulle zampe posteriori. 
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Il fondo delle anime.

E' da quando sono bambino che ho l'abitudine di avere la valigia pronta accanto al letto. Siamo stati sempre in fuga, la mia famiglia ed io, e la mamma aveva l'abitudine di dire che dal resto dell'umanità sapeva aspettarsi solo di essere cacciata dal luogo in cui si trovava e dove sperava, e provava, a mettere radici. La gente ci ha sempre odiato, raccontava, non tanto per il colore della nostra pelle ma perché noi vediamo il fondo delle loro anime. Mia nonna, grande donna dalle ampie gonne violacee, raccontava sempre di come sua prozia Beruth era stata bruciata sulla pubblica piazza per aver accusato il vescovo di vivere con delle concubine. Lei non l' aveva mai visto giacere con quelle donne ma una volta, quando lui si era trovato a passare sul sagrato della sua cattedrale e lei era lì vicino intenta a raggranellare qualche spicciolo suonando il violino, vide uscire dal corpo dell'uomo uno spirito, così lo chiamava lei, nero come il fumo che sale nel camino e che urlava che il prelato era un peccatore, che dormiva con donne e che non aveva nessun rispetto per la religione. La nonna continuava asciugandosi le lacrime perché la zia, ingenuamente, urlando raccontò a tutti i presenti quanto lo spirito le aveva detto e il vescovo, che era stato colto in castagna, la fece prelevare dalle sue guardie e fece preparare il rogo per quella sera. La mia gente venne cacciata e ricominciò a vagare per le vaste pianure verdeggianti, suonando il violino e vedendo i fantasmi della gente. Tutta la mia famiglia possiede il dono, o la maledizione, dell'antenata Beruth: siamo tutti dei bravi musicisti e spesso abbiamo sentito raccontare di spiriti neri che parlano di omicidi e di dita tagliate, di denti rotti e di mascelle rovinate. La prima volta che questa esperienza è capitata a me avevo poco più di tredici anni e me ne stavo seduto davanti alla stazione. Suonavo la Grande Fuga, anche se ero l'unico musicista presente, perché Beethoven è il mio preferito ed ero ben attento a non sbagliare quando mi passò accanto un tizio ben vestito, sulla sessantina, dagli occhi grigi e l'apparenza spettrale. Portava in testa una sorta di borsalino nero, cappello un po' fuori moda per quei tempi, e quando mi passò accanto si fermò per gettare nella custodia del mio violino qualche moneta. Alzai la testa dallo spartito per ringraziarlo quando mi trovai davanti una maschera nera con la bocca spalancata, che mi inondava di parole. Vedevo grondare sangue dalle mani di quel tipo strano, ma mi rendevo conto che lo vedevo solo io. Lo spirito mi gridava di bambini seppelliti nel suo giardino di notte e poi sparì, mentre il tizio si accingeva ad entrare in stazione. Sapevo che non si trattava di un sogno e sapevo anche che per smascherare quell'uomo avrei dovuto fare da solo, perché nessuno mi avrebbe creduto. Così aspettai il ritorno dell'uomo per individuarne la sua casa e di notte, con l'aiuto dei miei fratelli, iniziai a scavare nel suo giardino, attenti a non farci scoprire. Trovammo i resti di molti bambini, fra cui uno appena seppellito, di cui ricordavo la faccia perché l'avevo vista sui manifesti e nei giornali in città. La polizia arrivò al mattino e non ci mise molto a mettere quell'uomo in carcere, senza che lui solo immaginasse come era stato scoperto. 
Ancora adesso suono il violino sui marciapiedi e nelle stazioni ed anche adesso vedo cose che non mi piacciono. Proprio stamattina ho visto lo spirito di un ragazzo ben vestito e all'apparenza rispettabile che pare che di notte si diverta a picchiare le prostitute che abborda. Forse lo conosci, visto che era accanto a te mentre andavi a prendere il treno.
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