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Silvana Santo (Una Mamma Green)
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Quando è calmo e trasparente, luccicante come una colata di oro liquido che risplende al sole. Quando è tiepido e tranquillo, accogliente come un abbraccio, rassicurante come una giovane madre. Il mare nelle mattine d’estate, con l’eco dei gabbiani che evoca avventure letterarie, bucanieri maledetti e isole lontane. Il mare che si incendia al tramonto, acceso di bagliori arancio e cremisi, appassionato e vivo come un innamorato della prima ora. Il mare d’inverno, rabbioso e ostile. Con le onde che si inseguono e la schiuma che sbatte contro gli scogli. Il mare che riflette il grigio freddo del cielo, come una solida lastra d’acciaio. Il mare più nero della notte più nera, illuminato soltanto dall’argento mistico della luna. Il mare che profuma di sale e di sole. +Hotel Nettuno Frontemare Jesolo

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L’undicesima piaga d’Egitto – ma pure d’Italia, tapina me – è il moccio permanente dei bambini. Non lo scopri fino a quando non fai un figlio, ma è una delle grandi verità del cosmo. Tosse, naso chiuso, febbre, starnuti, muco cattivissimo e chi più ne ha più ne metta. Roba da farti invocare l’esorcista, Madama Pomfrey da Hogwarts e pure i monatti di Alessandro Manzoni. Una verità regolata dalle terribili leggi universali del catarro, dalle quali, si dice, nessun genitore è mai riuscito a salvarsi.

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Mi dicono spesso che sono insicura. Che, a meno di colossali mancanze o sbagli giganteschi, un figlio non può non amare sua madre. Anzi, di più. Che non può non nutrire nei suoi confronti un’affezione speciale, unica. Che la mamma è sempre la mamma. Ma io non ci credo. Non riesco a pensare che i miei figli mi vorranno bene comunque, tra qualche anno o tra un paio di decenni. Solo in nome del legame madre-figlio che dovrebbe unirci. Mi dico ogni giorno che oggi mi amano, che domani mi ameranno. Ma tra qualche anno, chissà. Dipenderà da tanti fattori, a cominciare dall’impegno che ci metterò nell’aiutarli a diventare grandi.

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Nei mesi e negli anni, quell’odore cambierà molte volte. Saprà di cose disgustose o buonissime, saprà di sudore, di pannolini sporchi, di pappa e di crema solare. Di terra e di cioccolato, di fango, di erba e di colori a tempera. Saprà di malattia e di felicità. Saprà di pubertà, di rabbia, di eccitazione. Di amore e di amicizia, di adrenalina e di paura. Saprà, a un certo punto, dell’odore di altre giovinezze, e sarà insieme meraviglioso e terribile. Ma conserverà quella nota originaria che ti è entrata nel naso, senza più uscirne, quando te lo hanno messo in braccio la prima volta. Quell’odore che non è tuo, ma che un poco ti appartiene.

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Imponi sempre a te stesso un po’ di buon senso e una certa misura nell’agire, ma abbandona ogni prudenza nel sentire. Ama e odia, ridi e piangi, incazzati, godi e trema. Senza ritegno, senza vergogna, senza inibizioni. Mai nella vita riuscirai a vivere con altrettanta intensità, e mai più, in un certo senso, ti sarà concesso di farlo. Emozionati fino a sentirti sopraffatto, esausto, sgomento. Pur senza permettere ai tuoi sentimenti, per quanto possibile, di agire al posto tuo.

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Negli anni sono stata affettuosamente soprannominata “medusina”, Raffaella Carrà, Mortisia e It (il pagliaccio orrorifico, non il cugino. E non so cosa sia peggio). Il fatto è che sono davvero pessima a mettere in piega i miei capelli sottili e svolazzanti. Non ho pazienza, sudo sette camicie, mi si stancano le braccia, mi viene il mal di schiena, mi si addormentano le dita, mi si ingarbugliano le ciocche nella spazzola. Mi sembra di perdere tempo prezioso. Se ho la radio accesa, spengo subito il phon perché copre la musica. Se cerco contemporaneamente di leggere qualcosa (perché, vorreste dirmi che voi non ci avete mai provato?) finisco con l'acconciarmi i capelli alla foggia di quella di The ring. Ho un sacro terrore della piastra lisciante. Una volta, per sbaglio, mi sono marchiata a fuoco con la grata incandescente del vecchio asciugacapelli di mia nonna. Il dolore è stato inferiore solo alla paura, per fortuna infondata, di rimanere tatuata a vita. Ora che ci penso non ho mai sentito neanche l'esigenza di colorarli, i miei poveri capelli. A parte quella volta che il mio ragazzo mi aveva mollato dicendomi “non so più cosa provo”, e io mi ero tinta di un incommentabile prugna che fece dire a mia nonna (la stessa del phon): “Uh ma', sembri una vecchia!”. E come darle torto, del resto.
#DysonHair #DysonSupersonic #Dysoniani

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Perché la verità è che quando si parla di allattamento prolungato non si racconta mai, o quasi, il lato oscuro di una scelta così impegnativa. Si riferiscono i benefici per la salute psicofisica del bambino, le raccomandazioni ufficiali, i vantaggi pratici legati, ad esempio, alla gestione dei risvegli notturni. Ma è raro che si faccia notare quanto un’esperienza tanto coinvolgente possa essere impegnativa per la mamma, specie se non ha un solo figlio e se lavora. Ammettere di essere stremate, di voler smettere anche se tuo figlio non vuole saperne, di desiderare una tregua, è difficile. Hai paura di essere giudicata egoista dalle madri che sono favorevoli all’allattamento a termine e patetica da quelle che non hanno allattato, o che lo hanno fatto per pochi mesi. Sai che le prime potrebbero biasimarti perché non riesci ad andare fino in fondo, e le seconde compatirti perché “hai viziato tuo figlio” e adesso sono cavoli tuoi.

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Puoi pedalare se ne hai voglia e farti spingere quando sei stanco. Senza che chi ti conduce faccia la minima fatica, sull’asfalto, sui sampietrini o sullo sterrato. Il che ti solleva anche dai sensi di colpa: cosa desiderare di più? #bimbiattivi   #smarTrike  
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