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Μαθήματα Ιταλικής Γλώσσας on line με Ιταλό καθηγητή
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The Ideal City: National Gallery of Urbino (Italy)
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Natalia Ginzburg : "Le scarpe rotte", legge Giovanna Mezzogiorno
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FILOSOFIA : Ermeneutica
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Benjamin e il Surrealismo
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𝐈𝐥 “𝐧𝐨𝐧𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞” 𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐢𝐧𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐋𝐞𝐨𝐩𝐚𝐫𝐝𝐢 - Stefania Ragaù -'
Aʀᴛɪᴄᴏʟᴏ ᴛʀᴀᴛᴛᴏ ᴅᴀʟʟᴀ ʀɪᴠɪsᴛᴀ sᴇᴍᴀsɪᴏʟᴏɢɪᴄᴀ "Nᴏɴᴏsᴛᴀɴᴛᴇ"


Nonostante. Cosa significa per noi nonostante? In un’epoca come la nostra, in un mondo privo di senso, nel momento in cui tutti i nostri «pallidi simulacri del vero» sono caduti, venuti meno, cosa significa aggiungere un nonostante al nostro discorso? Qual è il suo valore? Dove il suo significato?

La ginestra di Leopardi ci può dire molto su questo nonostante. Essa infatti nel pensiero del poeta ha lo stesso valore che ha per noi il «nonostante». Dinanzi ai «campi cosparsi di ceneri infeconde» del Vesuvio, dinanzi a una terra desolata, ricoperta dall’«impietrata lava», proprio lì dove «la ruina tutto involve», lì Leopardi trova la sua odorosa ginestra, un fiore “contento dei deserti”. Un fiore gentile che allieta l’arido vero col suo profumo. Che consola il deserto. Questa è la testimonianza lirica che Leopardi ci lascia. Un’estrema riflessione del poeta che, raggiunto il fondo del suo pessimismo, lungi dal voltare le spalle e chiudere gli occhi di fronte alla misera condizione umana, trova la forza di alzare lo sguardo e mirare la desolante verità.

Troppo facile per Leopardi voltarsi e fuggire inseguendo le tenebre, come appunto indica l’iniziale citazione evangelica: e gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Giov. 3,19). No. All’arido vero non si sfugge, al pari dell’islandese delle Operette morali nei confronti della Natura. Consapevole di ciò, Leopardi non prefigura alcuna speranza. Nessuna salvezza a venire. Proprio in quanto consapevole di ciò, Leopardi ci lascia solo un fiore. Una ginestra, il suo nonostante.

Cos’è il nonostante dunque se non l’ostinazione di una vita che nasce, cresce e vive su quell’arida schiena del vulcano? Un’ostinazione a vivere nonostante tutto ciò che la circonda rifletta la negazione della vita in quanto tale. Il deserto appunto. Il deserto e il fiore, ovvero il pessimismo senza speranza e l’ostinazione a lottare per sopravvivere. Il nonostante ha in sé tutta la forza vitale che possiede questo fiore gentile. È anch’esso un’ostinazione, non un tentativo di negare il pessimismo, voltandogli le spalle e preferendo sogni vani e fugaci illusioni, bensì una costante tensione a organizzare il pessimismo, proprio secondo quanto diceva Benjamin.

Si tratta dunque di convivere con il deserto. Con la natura dal volto bello e orribile, con il nostro presente. Partire da qui per poter riannodare i fili di un’esistenza precaria e incerta, senza lasciarsi sedurre dai pallidi simulacri del vero che ormai la società, la storia e il tempo hanno fatto cadere. Se, come scriveva Camillo Sbarbaro «il mondo è un gran deserto», ebbene questo va vissuto, attraversato, esperito proprio come fa Leopardi con la sua ginestra. Il “nonostante” diviene quindi un espediente, un mezzo per sopravvivere ai nostri deserti contemporanei. Forza e salvezza di fronte a un facile nichilismo. La forza di riuscire a guardare il presente, per quanto arido, con un sorriso. Quello stesso che Leopardi ci tramanda come ultima testimonianza di un pensiero radicale.
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𝐓𝐈𝐙𝐈𝐀𝐍𝐎 𝐕𝐄𝐂𝐄𝐋𝐋𝐈𝐎 - 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐝𝐫𝐨: 𝐀𝐦𝐨𝐫 𝐒𝐚𝐜𝐫𝐨 𝐞 𝐀𝐦𝐨𝐫 𝐏𝐫𝐨𝐟𝐚𝐧𝐨
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𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚 𝐞𝐬𝐚𝐠𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐅𝐢𝐥𝐨𝐬𝐨𝐟𝐢𝐚 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 è 𝐢𝐧 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐠𝐫𝐨𝐬𝐬𝐚 𝐩𝐢è 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐚, 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐚 𝐚 𝐩𝐢è 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐚, 𝐚𝐥 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐥𝐚𝐭𝐨𝐧𝐞, 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐅𝐢𝐥𝐨𝐬𝐨𝐟𝐢𝐚 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐫𝐧𝐚 è 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐚 𝐚 𝐩𝐢è 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐅𝐢𝐥𝐨𝐬𝐨𝐟𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐊𝐚𝐧𝐭.
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La Divina Commedia, V canto ( i lussuriosi) , Inferno, Paolo e Francesca.
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𝐋𝐚 𝐦𝐢𝐦𝐞𝐬𝐢𝐬 𝐟𝐨𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐫𝐢𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
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𝐈𝐋 𝐁𝐎𝐒𝐂𝐎 𝐒𝐔𝐋𝐋’𝐀𝐔𝐓𝐎𝐒𝐓𝐑𝐀𝐃𝐀 𝐝𝐢 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐨 𝐂𝐚𝐥𝐯𝐢𝐧𝐨 - 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐳𝐨 “𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨𝐯𝐚𝐥𝐝𝐨”

Il freddo ha mille forme e mille modi di muoversi nel mondo: sul mare corre come una mandra di cavalli, nelle città come lama di coltello taglia le vie e infila le fessure delle case non riscaldate. A casa di Marcovaldo quella sera erano finiti gli ultimi stecchi, e la famiglia, tutta incappottata, guardava nella stufa impallidire le braci, e dalle loro bocche le nuvolette salire a ogni respiro. Non dicevano più niente; le nuvolette parlavano per loro: la moglie le cacciava come sospiri, i figlioli le soffiavano assorti come bolle di sapone, e Marcovaldo le sbuffava verso líalto a scatti come lampi di genio che subito svaniscono.
Alla fine Marcovaldo si decise: - Vado per legna; chissà che non ne trovi -. Si cacciò quattro o cinque giornali tra la giacca e la camicia a fare da corazza contro i colpi d'aria, si nascose sotto il cappotto una lunga sega dentata, e così uscì nella notte, seguito dai lunghi sguardi speranzosi dei familiari.
Andare per legna in città: una parola! Marcovaldo si diresse subito verso un pezzetto di giardino pubblico che c'era tra due vie. Tutto era deserto. Marcovaldo studiava le nude piante a una a una pensando alla famiglia che lo aspettava battendo i denti...
Intanto il piccolo Michelino, battendo i denti, leggeva un libro di fiabe, preso in prestito alla bibliotechina della scuola. Il libro parlava d'un bambino figlio di un taglialegna, che usciva con l'accetta, per far legna nel bosco. - Ecco dove bisogna andare, - disse Michelino, - nel bosco! Lì sì che c'è la legna! - Nato e cresciuto in città, non aveva mai visto un bosco neanche di lontano.
Detto fatto, combinò coi fratelli: uno prese un'accetta, uno un gancio, uno una corda, salutarono la mamma e andarono in cerca di un bosco.
Camminavano per la città illuminata dai lampioni, e non vedevano che case: di boschi, neanche l'ombra. Incontravano qualche raro passante, ma non osavano chiedergli dov'era un bosco. Così giunsero dove finivano le case della città e la strada diventava un'autostrada.
Ai lati dell'autostrada, i bambini videro il bosco: una folta vegetazione di strani alberi copriva la vista della pianura. Avevano i tronchi fini fini, diritti o obliqui; e chiome piatte e estese, dalle più strane forme e dai più strani colori, quando un'auto passando le illuminava coi fanali. Rami a forma di dentifricio, di faccia, di formaggio, di mano, di rasoio, di bottiglia, di mucca, di pneumatico, costellate da un fogliame di lettere dell'alfabeto.
Evviva! - disse Michelino, - questo è il bosco! E i fratelli guardavano incantati la luna spuntare tra quelle strane ombre: - Comíè bello...
Michelino li richiamò subito allo scopo per cui erano venuti lì: la legna. Così abbatterono un alberello a forma di fiore di primula gialla, lo fecero in pezzi e lo portarono a casa.
Marcovaldo tornava col suo magro carico di rami umidi, e trovò la stufa accesa.
Dove l'avete preso? - esdamò indicando i resti del cartello pubblicitario che, essendo di legno compensato, era bruciato molto in fretta. - Nel bosco! - fecero i bambini. - E che bosco? Quello dell'autostrada. Ce n'è pieno!
Visto che era così semplice, e che c'era di nuovo bisogno di legna, tanto valeva seguire l'esempio dei bambini. Marcovaldo tornò a uscire con la sua sega, e andò sull'autostrada.
L'agente di vigilanza Astolfo della polizia stradale era un po' corto di vista, e la notte, correndo in moto per il suo servizio, avrebbe avuto bisogno degli occhiali; ma non lo diceva, per paura d'averne un danno nella sua carriera.
Quella sera, viene denunciato il fatto che sull'austostrada un branco di monelli stava buttando giù i cartelloni pubblicitari. L'agente Astolfo parte d'ispezione. Ai lati della strada la selva di strane figure ammonitrici e gesticolanti accompagna Astolfo, che le scruta a una a una, strabuzzando gli occhi miopi. Ecco che, al lume del fanale della moto, sorprende un monellaccio arrampicato su un cartello. Astolfo frena: - Ehi! che fai lì, tu? Salta giù subito! - Quello non si muove e gli fa la lingua. Astolfo si avvicina e vede che è la reclamo d'un formaggino, con un bamboccione che si lecca le labbra. - Già, già, - fa Astolfo, e riparte a gran carriera. Dopo arriva ad un cartellone di una compressa contro l'emicrania con una gigantesca testa d'uomo, con le mani sugli occhi dal dolore. Astolfo passa, e il fanale illumina Marcovaldo arrampicato in cima, che con la sua sega cerca di tagliarsene una fetta. Abbagliato dalla luce, Marcovaldo resta lì immobile, aggrappato a un orecchio del testone, con la sega che è già arrivata a mezza fronte. Astolfo studia bene, dice: Quell'omino lassù con quella sega significa l'emicrania che taglia in due la testa! L'ho subito capito! - E se ne riparte soddisfatto.
Tutto è silenzio e gelo. Marcovaldo dà un sospiro di sollievo.

(nella foto Italo Calvino con la figlia Giovanna)
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