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torino 1954
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torino 1954

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vedo che Exodus è richiestissima,
tra chi desidera uscire dal carcere

non me ne stupisco

ho fatto un anno di volontariato in una comunità di Exodus

con turno dall'ora di cena al mezzogiorno successivo,
per 5 giorni la settimana

non mi è stato necessario molto tempo
per ritenere del tutto inappropriata la definizione
'comunità di recupero dalla tossico-dipendenza'

la definizione appropriata, per me, è
VILLAGGIO - VACANZE per tossici

affermo questo perché nelle comunità Exodus vige,
secondo me,
un permissivismo
anti-educativo
e anti-recupero

infatti i casi di 'recupero irreversibile' dalla tossico-dipendenza costituiscono una % assai bassa,
ovviamente...

ho anche conosciuto tossici carcerati
che han preferito rimanere in carcere,
quando fu loro proposto il passaggio a San Patrignano

quando, invece, la proposta fu Exodus l'accettarono sùbito,
e contentissimi,
ovviamente

oltre a una pedagogia assurdamente permissiva,
a mio avviso,
ho constatato che le comunità Exodus sono gestite da personale
scarso, quantitativamente
e scarssissimo, qualitativamente

nonché scarsamente retribuito

le parole più giuste da associare a don Mazzi
per me sono :
--- velleitarismo
--- delirio di onnipotenza

queste sono le caratteristiche salienti di Exodus,
basandomi sulla mia esperienza di volontariato
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torino 1954

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Trovata
a Montereale Valcellina
questa splendida cagnolina
senza chip
Chiunque l'avesse smarrita,
la riconoscesse
o fosse intenzionato ad adottarla
chiami il 360 5 93 2 36
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torino 1954

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https://www.youtube.com/watch?v=HKgAbEcPB7E


vedde 'n nostr amis piuré
- TESTO MIO -
(Jacques Brel : voir un ami pleurer, '77)

ho cercato di realizzare una mia versione,
in torinese,
di questo IMMENSO CAPOLAVORO di Jacques Brel
:)


al mund a ij'é sempre tanta guera
e a l'é 'n miseria tanta gent
a ij'é chi poeul nen scuté dla musica
e gnanca ndesne là 'n'America

a ij'é chi 'd gran a n'ha propri nen
e a l'ha nen bastansa da mangé
a penseie a ij'é pru da sté mal
ma... vedde 'n nostr amis piuré...



e 'ntant nuij diventuma veij
's 'ncaminuma vers la fin
sempre pì rèidu e sacagnà
a l'é già tant che stuma 'n pé

e poeuij le fumne ch'a 's lamentu
e 'l canarin ch'a canta pì
a ij'é propi gnent da rì-je
ma... vedde 'n nostr amis piuré...



vive a fà sempre pì scoeur
specie pasà i sinquant'an
venta propri cuntentese
'nt l'amùr as fà l'on ch'a 's poeul

sempre pì 'n presa 'l temp a pasa
e a ij'é chi a ij la fà pì nen
a l'é na storia bin amara
ma... vedde 'n nostr amis piuré...



e fuma finta da sté bin
cume quand'ij eru giuvnòt
elegant con poc e gnente
'nvece adès suma 'd bun-om

e stuma pì nen lì a sburdise
quand a ij'é chi tira i causèt
a la mort 's poeul nen deije 'l bleu
ma... vedde 'n nostr amis piuré...
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torino 1954

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la ri-lettura dei 2 splendidi libri di Ariel Dorfman,
dedicati alla sua vita in Cile,
mi ha indotto a ri-leggere anche un terzo libro, in argomento :

“Luis - una voce sopravvissuta a Pinochet”

di Luis Muñoz González
(Baldini Castoldi Dalai, 2008)


l'11 settembre 1973 Luis e Diana Aròn entrarono in clandestinità, si dovettero separare

non si rividero più

lei fu ferita dai militari e uccisa in carcere

per Luis iniziò un calvario nelle stanze della tortura

Luis racconta con grande umanità le ferite psichiche della tortura

ora vive a Londra, in un esilio infinito...

ha un master in Sociologia e Psicologia,
dà assistenza professionale al governo britannico
nelle politiche di accoglienza verso i richiedenti asilo politico


“Diana Aròn era molto generosa.
fondamentale è che ebbe, come molti della sua generazione, la possibilità di scegliere e scelse di condividere il destino dei diseredati.
proveniva da una famiglia benestante di Santiago, avrebbe potuto seguire la corrente, come i suoi fratelli e le sue sorelle, percorrendo la rotta di una vita normale.
avrebbe anche potuto accettare la richiesta della sua famiglia e lasciare il Cile.
scelse di restare, per lavorare, assieme ad altri, a minimizzare l'impatto della barbàrie abbattutasi sul popolo cileno.
continuò a coltivare il sogno di un Cile libero, in cui venisse vinta la battaglia per i diritti del popolo, nella speranza di un futuro migliore per i poveri, i contadini, gli operai, i giovani cileni.
Diana amava il suo popolo e lo dimostrò con un'incredibile costanza

HO AVUTO IL PRIVILEGIO DI AMARE QUESTA DONNA E IL PRIVILEGIO DI ESSERE AMATO DA LEI

Diana, vai e vieni nei miei sogni; a volte sei dolce, a volte triste.
nella mia quotidianità mi appari nelle vesti di un'altra donna, in una voce, nella fragranza di un profumo.
in quei momenti mi fermo e ti cerco, tra la folla, come se tu fossi a Santiago.
so che non serve a niente, che può sembrare folle, ma è un istinto che, ormai, fa parte di me.
senza accorgermene, giro la testa, quando mi sembra di sentire la tua voce, la tua risata o di vedere i tuoi occhi, in una strada di Londra.
il pugnale della tua assenza, che mi porto nel petto, penetra sempre più a fondo nel mio cuore...

Miguel Krassnoff, Marcelo Morén, Osvaldo Romo, Manuel Contreras sono stati riconosciuti colpevoli del rapimento, della scomparsa, probabilmente dell'assassinio di Diana Aròn Svigilisky e condannati a 15 anni di carcere.
stanno scontando altre condanne, per gli stessi crimini, commessi contro non meno di altre 100 vittime.
il mio viaggio in Cile, per testimoniare contro di loro, non è stato vano”



MILONGA DE UN TRISTE
di Maurizio Camardi, Ricky Gianco, Massimo Carlotto

Balla il capitano
felice incrocia i piedi con la sua signora
io lo guardo dalla vetrina del caffè
e il dolore mi scende un po' più a sud dell'anima

Balla il capitano
con passione bacia la sua signora
io lo guardo dalla vetrina del caffè
e ricordo le tue labbra il primo bacio di mattina

Ti incontro mille volte al giorno
nei dettagli di altre donne
camminano veloci senza mai voltarsi indietro
Buenos Aires non finisce mai

En la noche cierro los ojos pero sueño despierto
leo tus viejas cartas
palabras de amor jovencito
otra vez me quedo dormido abrazado a mi soledad

Ti cerco nella nostra piazza
mi passi accanto insieme agli altri
hai lo stesso profumo di tua madre
da vent'anni non lo cambi mai

Nello specchio frugando tra le mie
cerco di immaginare le tue rughe di oggi
il capitano ha voluto che tu rimanessi per sempre giovane
gli è bastato un vago cenno della mano

Dicono che hai guardato verso sud
nessuno ricorda il mio nome tra i tuoi denti
dicono che fosse aprile o forse maggio nessuno ricorda dove
Buenos Aires non finisce mai

Si te paso al lado levántate por favor
háblame dulcemente como un tiempo
yo sigo viviendo para no olvidarte
y no perdono al capitán

https://www.youtube.com/watch?v=_npGmn6aIqw



“un giovane detenuto mi disse :
'sei rimasto al centro di tortura più a lungo di ogni altro sopravvissuto;
devi aver superato orrori indescrivibili, devi aver visto la sofferenza e la disperazione di tanti;
per caso, hai visto una giovane donna, scomparsa nel novembre dello scorso anno ?
abbiamo una sua foto, grazie al padre che è riuscito a distribuirla, di nascosto, in tutti i campi di concentramento'
estrasse, con cura, una foto da un taschino e mi disse 'si chiama Diana Aròn'
il mio già fragile cuore sprofondò, ancora una volta, nel bàratro e i miei occhi si riempirono di lacrime...
'mi dispiace molto, compagno... conosci questa donna ?'
lottai, per tirar fuori le parole 'è mia moglie... no, compagno, non l'ho più vista, temo non sia più viva' “

“mi trascino, appresso, un'ombra troppo pesante.
è piena di corpi e volti bellissimi :
di coloro che amavo, rimasti soli nelle ore del tormento.
non c'era nessuno a donar loro calore, a stringer loro le mani.
è un'ombra colma delle loro ultime parole, prima di esser violentati,, torturati, mutilati, frantumati, uccisi.
conosco le loro ultime parole perché anch'io sono stato lì, fin sull'orlo del nulla...”

“rivoglio indietro i miei compagni e amici.
rivoglio indietro gli scomparsi e assassinati.
rivoglio indietro le persone che ho amato.
piango, singhiozzo, urlo”


“ricordo la prima volta che tornai in Cile, dopo 12 anni di esilio.
mi si spezzò il cuore, nel vedere bambini scalzi, per le strade, che vendevano caramelle, tra le auto in corsa, cercando di evitare di essere investiti, in quel traffico.
ero con mia figlia Diana, che allora aveva 8 anni, e stavamo bevendo qualcosa, seduti all'esterno di un ristorante.
erano 4 anni che non vedevo il suo bel viso : 4 lunghi anni da quando la madre, Eugenia, l'aveva riportata in Cile, lontana da me.
una ragazzina si avvicinò al nostro tavolo per offrirci i suoi dolcetti e mi chiese di comprarne qualcuno, per la mia bambina.
frugai in tasca, con l'intenzione di darle del denaro.
trovai solo una banconota di grosso taglio, così le dissi che non avevo moneta.
in quel preciso istante arrivò il cameriere, a scacciarla, e lei corse via.
mia figlia andò su tutte le furie e mi chiese perché non le avessi dato del denaro.
le spiegai che non avevo spiccioli.
'allora perché non le hai dato quella banconota ?' mi chiese.
vergognandomi di me stesso, presi mia figlia per mano e corremmo, assieme, a cercare quella ragazzina.
era sparita, ma incontrammo dei ragazzini e chiedemmo loro se sapevano dove fosse finita; loro c'indicarono un punto lontano, dall'altra parte dell'ampia Avenida Providencia, che attraversa uno dei quartieri più ricchi di tutto il Cile.
gridarono il suo nome e lei, zigzagando nel traffico, con difficoltà, ci raggiunse.
gli altri ci chiesero cosa volessimo da lei e perché non comprassimo i dolcetti da loro.
io, sopraffatto dall'emozione e dai ricordi, riuscivo a malapena a parlare.
la ragazzina ci chiese cosa stesse succedendo, io riuscii solo a dirle 'mia figlia vuole darti questa' e misi la banconota nella sua mano sporca.
lei sorrise, con dolcezza, rimanendo in silenzio.
io celai le mie lacrime.
questo succedeva 12 anni dopo che mi fu 'chiesto' di lasciare il Cile e 17 anni dopo il colpo di Stato di Pinochet.
17 anni dopo l'attuazione delle politiche economiche liberiste, della 'Scuola di Chicago'.
centinaia di bambini, scalzi, chiedevano l'elemosina, per le strade di Santiago, e un po' di cibo, anche solo avanzi.
noi avevamo lasciato il nostro sangue, la nostra carne, nelle stanze della tortura.
avevamo donato le nostre vite, con generosità, perdendo i nostri cari, i nostri amori.
tutto questo perché non volevamo più vedere le scene, dolorosissime, di bambini elemosinanti per le strade.
e ora eccoli qui, a centinaia, di giorno e in piena notte, addormentati davanti agli ingressi dei grandi magazzini.
mi porto, dentro, questo insopportabile dolore”

alcune foto :

 https://books.google.it/books?id=JZjYAwAAQBAJ&pg=PT12&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=3#v=onepage&q&f=false

https://books.google.it/books?id=mnn-GPhkW-MC&pg=PA92&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=3#v=onepage&q&f=false

http://radio.uchile.cl/2013/11/17/la-sonrisa-de-diana-aron
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torino 1954

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Memorie del deserto. Viaggio attraverso il Cile del Nord

di Ariel Dorfman

mi è piaciuto molto ri-leggerlo

un racconto affascinante,
e commovente nel ricordo di Freddy Taberna
(foto allegata)
ucciso per esplicito volere di Pinochet


http://web.pschile.cl/npschile/index.php/companero-as/131-freddy-taberna
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torino 1954

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da un po' di anni
sento definire il periodo settembre '43 / aprile '45 'guerra civile'

guerra civile ?

ripercorriamo gli eventi storici :

i fascisti furono insediati al potere da Re Vittorio Emanuele III, nell'autunno '22

ci rimasero, in modo dittatoriale / totalitario, fino all'estate '43

le condizioni dell'Italia in quel momento erano tragiche,
immensamente peggiori di quelle del '22

nei 20 anni abbondanti di pieno potere a loro disposizione,
i fascisti sono riusciti nell'impresa di ROVINARE l'Italia
che mai, in precedenza, era stata in condizioni tragiche come in quel '43

una quantità spaventosa di italiani morirono, da soldati,
in Africa,
in Albania e Grecia,
soprattutto in Russia,
a causa della folle e criminale scelta dei fascisti di scatenare una guerra di aggressione
contro quegli Stati

una quantità spaventosa di ebrei italiani morirono,
nei lager,
a causa della criminale adesione dei fascisti alla 'soluzione finale' attuata dai nazisti tedeschi

quel che accadde, nel settembre '43, fu l'INVASIONE dell'Italia,
da parte dei tedeschi;
sia soldati dell'esercito regolare,
sia volontari nazisti delle 'SS'

la risposta a tale INVASIONE fu una GUERRA DI LIBERAZIONE

questo è il termine appropriato

NON 'guerra civile', PER NULLA

neanche 'Resistenza' trovo sia pienamente appropriato

GUERRA DI LIBERAZIONE
attuata dagli eserciti 'alleati' e da combattenti italiani, detti 'partigiani'

combattenti contro gli INVASORI tedeschi
e contro i loro servi,
italiani TRADITORI,
obbedienti ai tedeschi,
dunque ancora più criminali e spregevoli dei nazisti

tali ritengo i fascisti 'repubblichini'

COMBATTERE i tedeschi invasori e i loro lacché fascisti è stata una
GUERRA DI LIBERAZIONE,
MORALMENTE DOVEROSA

il mio GRAZIE a TUTTI coloro che combatterono
per LIBERARE l'Italia
dagli INVASORI tedeschi
e da quella FECCIA umana che furono i fascisti repubblichini

e tali considero coloro che, oggi, sono fascisti, nazisti



https://picasaweb.google.com/110974926358566692439/GuerraDiLIBERAZIONE#
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torino 1954

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Gattile di Rho

Questo micio dolcissimo vaga disperato
da ieri 21 agosto
a S.Pietro all'Olmo (Cornaredo)
piange davanti agli ingressi delle case
x entrare.
chi l'ha perso?
Cerchiamo x lui stallo urgente
per info:
349 86 7 85 86
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vedo che Exodus è richiestissima,
tra chi desidera uscire dal carcere

non me ne stupisco

ho fatto un anno di volontariato in una comunità di Exodus

con turno dall'ora di cena al mezzogiorno successivo,
per 5 giorni la settimana

non mi è stato necessario molto tempo
per ritenere del tutto inappropriata la definizione
'comunità di recupero dalla tossico-dipendenza'

la definizione appropriata, per me, è
VILLAGGIO - VACANZE per tossici

affermo questo perché nelle comunità Exodus vige,
secondo me,
un permissivismo
anti-educativo
e anti-recupero

infatti i casi di 'recupero irreversibile' dalla tossico-dipendenza costituiscono una % assai bassa,
ovviamente...

ho anche conosciuto tossici carcerati
che han preferito rimanere in carcere,
quando fu loro proposto il passaggio a San Patrignano

quando, invece, la proposta fu Exodus l'accettarono sùbito,
e contentissimi,
ovviamente

oltre a una pedagogia assurdamente permissiva,
a mio avviso,
ho constatato che le comunità Exodus sono gestite da personale
scarso, quantitativamente
e scarssissimo, qualitativamente

nonché scarsamente retribuito

le parole più giuste da associare a don Mazzi
per me sono :
--- velleitarismo
--- delirio di onnipotenza

queste sono le caratteristiche salienti di Exodus,
basandomi sulla mia esperienza di volontariato
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ci può essere un termine superiore a CAPOLAVORO per definire un libro ?

forse vale la pena di trovarlo, per “INDEPENDIENTE SPORTING”
di Mauro Berruto
(Baldini&Castoldi ed.)

un racconto sviluppato in modo GENIALE,
secondo me,
tanto affascinante quanto commovente

particolarmente bello il modo trovato per ricordare Jorge Carrascosa :)


Berruto non è 'solo' un coach di pallavolo
e un “inguaribile tifoso del Toro”

è anche un ottimo scrittore e inventore di storie

etiche :)





“Fu un atto di coscienza.
L’uomo conta più dello sportivo, anche se devo ammettere che non avevo idea dei rischi che potevo correre.
Ma fu una decisione spontanea e per me del tutto naturale.
Della quale non mi sono mai pentito”

Jorge Carrascosa



terzino sinistro dell’Huracan, soprattutto capitano dell’Argentina;
non un fuoriclasse, ma difensore di grande temperamento, detto 'el Lobo' (il lupo)

la maglia della nazionale 'albiceleste' l'aveva conquistata anche così e la indossava dal '70 portando, con onore, la fascia di capitano

fino al '77

poi disse NO, basta

in quel Mondiale decide di non scendere in campo perché, sono sue parole,
“prima viene l’uomo, poi la professione”

el Lobo non giocò quel Mondiale perché non voleva esultare in quell’Argentina di persone 'scomparse'...


Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore

MA un uomo, sì.



http://futbolquepasion.com/2015/02/18/storie-maledette-jorge-el-lobo-carrascosa/


http://zonacesarini.net/2015/04/27/el-lobo-carrascosa-luomo-che-seppe-dire-no-al-proprio-sogno-di-bambino/


http://calcioerivoluzione.blogspot.it/2013/03/jorge-carrascosa-il-lupo-che-disse-no_26.html


http://www.undertrenta.it/cultura/jorge-carrascosa-il-no-del-lupo/
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torino 1954

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'Il popolo che manca'
Il mondo, povero e perduto, dei 'vinti' e delle 'vinte' di Nuto Revelli (1919-2004),
ufficiale degli alpini in Russia, comandante partigiano, cantore degli umiliati e offesi contadini, montanari delle sue vallate cuneesi, ritorna nel libro "Il popolo che manca",  pubblicato da Einaudi e curato da Antonella Tarpino che, con il marito Marco Revelli - figlio di Nuto - anima la Fondazione Revelli, a Cuneo.
Il volume propone, con una angolatura diversa, pagine conosciute di Nuto, tratte dalle interviste de "Il mondo dei vinti" e de "L'anello forte", così come testimonianze inedite,
non utilizzate nei 2 libri citati.
La Tarpino, infatti, oltre a dare una sistemazione per materie
(nascita, lavoro, fede primordiale e universo soprannaturale, guerre, solitudini)
ai testi, ha voluto cucire un senso di coralità, di identità culturale collettiva, ai racconti, raccolti da Nuto negli anni '60 e '70, che avevano, all'epoca, una valenza principalmente individuale, biografica.
"Il popolo che manca", con le belle fotografie di Paola Agosti, è un lungo racconto :
di un universo di uomini, donne, bambini, vecchi, che sopravvivevano,
in un mondo ormai alla fine, distrutto da guerre, miseria, emigrazione.

Massimo Novelli  

http://video.repubblica.it/edizione/torino/il-libro-della-settimana-il-popolo-che-manca/142343/140879



“il popolo che manca” presenta le testimonianze piú suggestive - dal valore letterario e antropologico, insieme - della antica vita agro-pastorale, raccolte da Nuto Revelli.
Erano gli anni dell'industrializzazione accelerata, dello spopolamento di intere aree delle campagne del nord-ovest, delle montagne alpine in cui si consumò un vero e proprio «genocidio culturale» distruggendo, in poco tempo, mondi secolari, comunità, tradizioni, paesaggi.
Di quel cosmo che appare cosí remoto queste voci costituiscono l'unico, flebile, struggente tramite.
Nel percorso tracciato dal “Popolo che manca” si è scelto di riunire le memorie piú profonde (talune integralmente inedite) dell'insieme dei protagonisti dell'epopea revelliana (i contadini del “Mondo dei vinti” e anche le donne dell”Anello forte”) con l'intento di fissare, entro una maglia piú larga possibile, l'intera gamma delle forme (talvolta anche crudeli) della vita quotidiana del tempo:
segnata da poveri sogni di esistenze dominate dalla precarietà alimentare, dalla paura e tuttavia forte, in parallelo, di saperi e di elaborate pratiche di sopravvivenza, consolidate nei secoli.
Sono racconti stranianti, che ricostruiscono il mondo del lavoro, la medicina popolare, il gioco d'azzardo, il regime alimentare, il parto, le pratiche matrimoniali, consegnandoci, insieme, un universo di valori e convinzioni etiche popolato, non meno, di visioni ultraterrene, sacre e profane:
disseminato, come è, di 'masche' (le streghe), preti-stregoni con i «libri del comando», folletti dai nomi colorati ('ciulest').
Nel rimescolarsi delle storie, quasi sospesi fra la terra e il cielo, i mondi naturali si animano, i morti vagano nelle notti autunnali, uomini e donne si trasformano in capre, lupi, cani.
È un universo periodicamente nomade, in cui folle di ragazzini valicano, ogni anno, il confine, per «affittarsi» nella vicina Francia:
chi, le ragazzine, a raccogliere le violette per i mercati di Londra e Parigi;
chi, i giovani, a lavorare nelle biancheggianti saline di Hyères, dove il contatto con la pelle brucia la pianta dei piedi e di notte, nelle baracche, si odono cantare 'les Italiens'...



Genesi
di Antonella Tarpino

“è possibile che da 2 classici del catalogo Einaudi, come 'Il mondo dei vinti' e 'L’anello forte', di Nuto Revelli, si generi (pur con il concorso di numerosi testi mai pubblicati) un volume a sé stante?
Non una raccolta antologica, insomma, né un testo di sintesi, ma un’opera che suona, alla fine di un complesso rimontaggio, come un «inedito»?
Forse.
Se sí, è certamente perché quelle storie vere e, insieme, piú fantastiche di un romanzo
(per rubare le parole a Mario Rigoni Stern)
riescono a prendere le distanze anche da sé stesse, dalle rispettive biografie, per confluire grazie alla loro forza – antropologica e letteraria insieme – in un coro potente, che testimonia di un’imminente tragica fine.
Fine del mondo, quello della montagna povera e della campagna cuneese negli anni del boom, ma che è anche di tanto Friuli, Veneto, ecc...
Non mi nascondo, però, quanto i testi di Nuto Revelli, rimontati, come si è scelto, per temi
(il lavoro, l’alimentazione, la guerra, la magia...)
pur senza aggiungere una sola parola ex-novo, siano risultati, a lavoro ultimato, sovvertiti nell’impianto.
Certo, la dimensione biografica delle testimonianze che presiede l’intero ciclo della 'Spoon River contadina' di Nuto Revelli
(come l’ha definita Corrado Stajano)
qui è stata volutamente revocata.
Cosí come la stessa griglia spaziale in cui trovavano ordine i racconti
(Montagna, Langa, Collina, Pianura)
è stata azzerata.
Ciò che è balzato, invece, in primo piano, a uno sguardo ancor piú distante su quel mondo (forte e, insieme, vinto)
è la sintassi profonda, l’insieme di codici e convenzioni capaci di orientare una cultura arcaica e tenace insieme:
maestra di sopravvivenza, nelle condizioni estreme della vita.
«Cultura» :
Revelli insiste su quella parola, in un’intervista a Lorenzo Mondo,
«voleva dire far camminare con 40° sotto zero un mulo che trascinava una slitta»,
quella dei suoi sol dati montanari sul Don,
«e il mulo sembrava di gesso, tanto era bianco e incrostato di ghiaccio»
«Cultura voleva dire, – continua, – buttar via le scarpe di cartone che stringevano i piedi, come morse, e portavano al congelamento» fasciandoli «con strisce di coperte, con paglia strappata ai tetti delle isbe».
Le storie raccolte da Nuto Revelli, nei lunghi anni della ricerca, danno forma a un unico grande racconto, ancor piú evidente, forse, nei frammenti spezzati de “Il popolo che manca” Invisibili, ma cruciali, nel mettere in comunicazione i mondi, non contigui, di chi osserva e di chi è osservato
(quasi una favola antropologica)
sono le figure dei mediatori:
coloro che fanno da tramite fra Revelli e la rete, via via piú estesa, dei testimoni.
I piú autentici testimoni, confessa l’autore, li incontra proprio nell’ambiente in cui sono sempre vissuti, nelle case antiche o nelle baite di montagna, dove i mobili sono un tavolo rugoso, 4 sedie impagliate, le stufe di ghisa;
e dove l’oggetto piú elegante è, in genere, la fotografia di un congiunto «disperso» in Russia.
È importante anche, come avverte Laurana Lajolo, arrivare al momento giusto:
spesso in inverno, quando il tempo trascorre lento nelle stalle e nelle cucine mal riscaldate, assecondando il ritmo delle veglie;
aspettando che la memoria dei testimoni (per lo piú già anziani) si riorganizzi aprendosi, con fatica, agli altri.
Cosí da raccogliere le ultime tracce di una cultura, quella contadina, dotata di una sua koinè fatta di parole (e immagini) a noi ormai solo superficialmente consuete, ma che hanno un significato radicalmente altro, se le si considera nella loro connessione.
In 'Nascere', il 1° capitolo del libro, sono raggruppate le testimonianze
(per meglio dire i «tasselli», segmenti di testimonianze)
su parto e svezzamento, segnato da rituali a noi sconosciuti:
il «2° parto», l’uso di seppellire la placenta, o la pratica di ricorrere a persone affette da defor- mazioni per liberare ('pupar') la nutrice dal latte troppo abbondante...
Poi c’è l’infinito mestiere di vivere, in cui si apprende, fin da piccoli, con la durezza di una scuola, un’alimentazione stentata, anche se densa di saperi
(dove lo stesso gusto è una colpa perché non ci si può abituare),
tecniche mediche approssimative
(come la ragnatela sulle ferite, o il petrolio),
forti socialità e non meno intensi conflitti.
Sono corpi ,quelli dei 'vinti', sovente «spossessati»:
è il caso dei tanti ragazzini e ragazzine che si affittano, periodicamente, come manovali o raccoglitrici di viole, spesso nella vicina Francia.
Lavoro e migrazioni stanno insieme nel capitolo successivo, perché sono interdipendenti, molto piú di quanto si pensi.
È un mondo, quello dei 'vinti', spesso «alla rovescia», mobile, con le montagne battute dai cacciatori di capelli (cavié) o da inattesi acciugai ,pronti allo scambio del loro carico, approvvigionato sulle coste.
Spossessati, al piú, sono anche gli sposi
(3° capitolo della serie)
uniti dal le scelte delle famiglie, piú che loro, con il concorso, specie nel caso delle 'calabrotte', importate dal Sud, di un intermediario ('bacialé').
Eppure è un mondo denso di metafisica, spiritualmente potente, sempre in bilico tra fede e magia (il titolo del capitolo che segue):
dove, oltre ai fedeli e alle puerpere, anche i bachi da seta sono benedetti dai parroci e la tempesta che distrugge i raccolti può essere scacciata con il calcio di un vecchio prete che agita il suo scarpone.
Preti, fidi guardiani delle misere comunità o schiamazzatori cronici che affollano le osterie dei paesi, si confondono con le tante «creature notturne dello spavento», le masche.
Sono le streghe del Piemonte contadino che, con la magia del narrare, ricreano nuovi mondi, conquistando – le Ortensie, le Angioline – il rispetto professionale di un recensore, incantato dai 'vinti' di Nuto Revelli, come Italo Calvino.
Anche guerra (o Guerre, il penultimo capitolo), una parola certo inequivocabile, ha un significato a sé per chi, nelle tante guerre d’Italia, si trovò, spesso piú di una volta nella vita, a combattere:
occasioni crudeli (come già le emigrazioni) di incontri con altri (spesso deformati come le 'fumnase nere' della guerra di Libia).
L’esperienza bellica è un nastro continuo, che attraversa i fronti e le generazioni.
Nascere: s
i è avviato il volume con le testimonianze sul parto e sui rituali che segnavano il venire al mondo ma già, come ci dicono le testimonianze, in molti paesi, specie in montagna, non si nasceva piú, da tempo.
Intere comunità si sfrangiavano, spegnendosi giorno dopo giorno;
le scuole chiudevano, la posta non arrivava piú.
Tetti sfasciati, muri pericolanti (come nel capitolo finale 'Solitudini') sono il paesaggio che il lettore non «vede» perché ogni testo, letterario o no, frantuma e disperde lo spazio
(traggo spunto da uno dei piú sensibili studiosi di Nuto Revelli, Gianluca Cinelli),
tanto piú nel 'Popolo che manca'
(un passo oltre all’abisso del suo essere 'vinto').





 





 
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torino 1954

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un libro - CAPOLAVORO :

NUTO REVELLI IL TESTIMONE
conversazioni e interviste 1966 - 2003
con bellissima prefazione di Mario Cordero
Einaudi 2014


Fenoglio, Levi, Revelli, Rigoni Stern :
gli scrittori italiani di cui è importante leggere TUTTO,
secondo me


1 dei più bei momenti della mia vita :


sabato 26 novembre '77,
limpidissima sera di luna piena;
cena con Nuto
(da un paio di mesi era uscito un suo capolavoro, IL MONDO DEI VINTI);

barolo portato e offerto dal suo amico Bartolo Mascarello :)
(http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/in_ricordo_di_bartolo_mascarello_coscienza_critica_del_barolo
http://www.winestories.it/bartolo-mascarello/)

lo ascoltammo raccontare fino alle 2 di notte
(o eran le 3, quando ci accomiatammo ?)

un Maestro
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