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Domenico Caruso
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Grazie dell'amicizia.
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                                         Salviamo il Castello

All'inizio del Comune di Taurianova, sotto il nome si legge: «Città d'Arte».

Eppure il suo maggiore patrimonio storico e artistico, sconosciuto alla maggior parte degli abitanti, è il “Castello”.

Sì, proprio nel Comune di Taurianova, ora completamente abbandonato e dimenticato, sorgeva uno tra i più famosi castelli del Meridione.

Si legge testualmente nell’«Enciclopedia Moderna» dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani - vol. IX - pag. 52 ediz. 1949: «Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo - primogenito di Carlo I re di Sicilia nacque nel 1248… nel generale Parlamento tenutosi a S. Martino il 30 marzo 1283 aveva promulgato quei 47 capitoli che sono da considerare come il nucleo fondamentale di tutta la legislazione angioina».

Su Wikipedia troviamo: «Durante la rivolta del 1059 fu scelto da Roberto e Ruggero d'Altavilla come base per la riconquista del territorio e fu proprio nella Piana di San Martino che si svolse la battaglia decisiva a seguito della quale i Normanni ripresero il controllo della Calabria giungendo alla sconfitta finale dei Bizantini e alla prese di Reggio Calabria. La vittoria fu celebrata con il matrimonio di Ruggero d'Altavilla con Giuditta d’Evreux nel Castello di San Martino (1062)».

Nello stesso luogo nel 1285 venne stabilita una convenzione col Sommo Pontefice Onorio IV.

Bene, di questo pezzo di storia vi è traccia ovunque eccetto che nel proprio ambiente dove, anno dopo anno, il tempo e l'uomo erodono le ultime vestigia.

Quanti dei nostri "concittadini d'arte" sono a conoscenza di ciò, quanti si sono recati almeno una volta a vedere i ruderi o vi hanno portato i figli e i nipoti?

Il mio appello è rivolto a coloro che vogliono salvaguardare la nostra storia e le nostre tradizioni, perché facciano sentire la propria voce per la fine di questo degrado e la rivalutazione del Castello.


(Nella foto i ruderi del Castello)
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Rizziconi

«Voglio che» (il mio cuore) «sia piantato in Aspromonte
in un groviglio di felci
e all’acqua, al sole, al vento
rifiorisca come un cespo di rose»
(Potito Giorgio).

Un po’ di storia
Origini della città
Fondato probabilmente dai profughi di Tauriana, “Rizzìconi” fino all’eversione feudale (1806) fu un casale del Ducato di Terranova di cui seguì le vicende. Appartenne, quindi, ai Lauria, ai Joinville e ai Sanseverino fino all’inizio del Quattrocento; ai Santangelo, ai Caracciolo, ai Correale, ai Cordova, ai de Marinis ed infine - dalla 2^ metà del XVI secolo - ai principi Grimaldi di Gerace.
L’attestazione del toponimo, contenuta in uno studio di Domenico Vendola, risale al XIV secolo: “de Riczicone”.
Il termine “rizikòn” (scoglio), derivante dal greco, con l’aggiunta del suffisso “-oni” (gr. “-ones”) designa i discendenti di una famiglia. Ai tempi della Repubblica partenopea (1799), proclamata dal generale Championnet, Rizzìconi fece parte del cantone di Seminara e con le successive riforme amministrative francesi fu inclusa prima fra le “università” del governo di Rosarno e poi fra i comuni del circondario di Polistena.
Molto importante risulta la frazione Drosi (“Drosium”), antica stazione romana della via Pompilia: scavi archeologici hanno portato alla scoperta di alcuni sepolcri dell’età preistorica.

Il “Passo dei cavalli”
Nel 1495 le truppe francesi di Carlo VIII occuparono la nostra Regione. Allora il duca di Calabria Alfonso II (il Guercio), dopo aver abdicato a favore del figlio Ferdinando II (Ferrandino), si ritirò nel convento siciliano degli olivetani a Mazzara. Ferdinando II chiese l’aiuto del Re Ferdinando II d’Aragona (il Cattolico) che gli inviò le sue truppe al comando di Consalvo di Cordova (il Gran Capitano). Quest’ultimo, attraversato lo Stretto di Messina, occupò Reggio e pose il suo campo a Seminara. I due eserciti nemici, schierati dalle pendici dell’Aspromonte al fiume Petrace, si scontrarono a lungo (21 gennaio 1495) con esito incerto. Verso sera la fanteria spagnola, respinta dalla cavalleria pesante francese, si piegò in rotta fra le paludi di Rizziconi. Qui al duca di Calabria Ferdinando venne ucciso il cavallo e Giovanni d’Altavilla, nel cedergli il suo e permettere così al figlio del suo Re di raggiungere i fuggitivi, perse la vita.
Da allora il luogo tra il vecchio mulino e la stazione della Calabro Lucana è stato chiamato il “Passo dei cavalli”.
(L’episodio è riportato da Raffaele A. Catananti in: “Rizziconi”, De Pasquale Ed. Varapodio-RC, 1993).
Dopo la sconfitta di Seminara, Ferrandino recuperò gran parte del regno ma morì di malattia il 3 settembre 1496.

Leggende e curiosità
Origini controverse
La famiglia Capece avrebbe dato origine alla famiglia “Cordopatri” e questa, verso il 1286, a Rizziconi.
Gli autori Taccone-Gallucci, Nicola Lafortuna e G. B. Marzano sono “concordi nel ritenere fondatore di Rizziconi quel Sigismondo Capece, figlio di Marino che, sposando Margherita di Lauria, figlia di Ruggero, famoso ammiraglio aragonese, e cambiando il proprio nome in Riccio Cordopatri, si stabilì in queste contrade portategli in dote dall’illustre consorte”.
L’etimologia di Rizzicoli o Rizziconi sarebbe, quindi, “Ritius colit” o “condit”.
(Nella sua relazione del 13/6/1992 sull’origine di Rizziconi, Bernardo Collufio ritiene infondate le affermazioni dei tre scrittori che rivelano una fonte comune).
Secondo P. Fiore,dalla disfatta di Tauriana si ebbero i primi semi di Rizziconi e il suo luogo di edificazione fu in un podere inalberato con cipressi, ulivi, noci predominato da un certo Rizzo Cordopatri. (Da: Rizzi + coni, alberi coniferi per i latini = cipressi o noci di Rizzo, deriverebbe la denominazione Rizziconi).

Principali feste civili e religiose
Ad agosto:
Festa della “Madonna del Rosario”. Sagra della melanzana.
9 novembre: “San Teodoro”,patrono.

I riti della Settimana Santa:
Il Venerdì, fin dal 1902, si svolge la rappresentazione “IlCristo”, tragedia sacra sulla vita e la crocifissione di Gesù, scritta da Francesco Carbone ed interpretata da attori del luogo.
La Domenica di Pasqua si può assistere al suggestivo incontro della statua di Gesù Risorto con quella della Vergine, alla quale viene tolto il velo (“sbelata”) dopo l’emozionante annuncio dell’Apostolo Giovanni. L’ordine viene assicurato da un gruppo di uomini incappucciati (volantini). La tradizionale cerimonia, definita l’“Affruntata”, richiama un gran numero di persone anche dai paesi limitrofi.

Detti e proverbi
«Cu’ si strica cu’ ll’ògghiu, nesci cundutu». (Chi si strofina con l’olio ne esce unto). «Esseri onestu ‘nta ‘stu mundu disunestu è comu cercari ‘nu gaju ‘nto desertu». (Essere onesto in un mondo disonesto è come cercare un gallo nel deserto). «‘U vinu jesti ‘u sangu ‘i ll’omu». (Il vino è il sangue dell’uomo). «Pani e cipuja è mangiari da ‘gnura». (Pane e cipolla è mangiare da signora). «’U bonu mangiari ti sana, ‘u troppu faticari ti cunzuma». (Il buon vitto ti sana, il troppo lavoro ti consuma). «I fìmmani d’aguannu su’ comu i fica ‘i ‘mbernu, non tròvanu ‘u si marìtanu e jestìmanu ‘u Patreternu!». (Le donne d’annata sono come i fichi d’inverno: non trovano marito e maledicono il Padre Eterno). «Non c’è sabatu senza suli, non c’è fìmmina senza amuri». (Non c’è sabato senza sole, non c’è donna senza amore). «Addirizza ‘u magghiolu quandu è figghiolu». (Educa l’uomo fin da bambino).
(Dalla monografia di R. A. Catananti: «Rizziconi», op. citata).

Canti popolari
(L’uomo alla donna)
Dichiarazione d’amore e desiderio:
1 - Affàcciati a la finestra mu ti viju
ca pe’ l’amuri tuo c’avanti staju;
no’ mu ti cridi ca r’atru talìu,
ca ‘nta lu cori meu a tia sula ‘nd’haju;
all’atri tutti quanti li scherziju,
amuri a ‘n’atra amanti non ‘nci ‘nd’haju.

2 - ’Na sula vota ti vitti affacciata,
‘st’arma s’annamurau di la to’ vita;
non eppu mi bisognu d’imbasciata,
mu ‘ndi tiramu cu’ la calamita;
cu sa’ quandu sarà chira tornata,
tu mu ti godi ‘st’arma e jeu ‘ssa vita.

Profili estetici:
1 - Chista è la ruga di lu Paradisu,
la ruga chi risedunu li fati:
c’è ‘na figghjola cu’ ‘nu bellu visu,
cu’ ‘nu risguardu soi sana malati.
Mo’ mi ‘ndi vegnu jeu ‘nu pocu affisu,
mu viju se mi runa sanitati;
cu’ voli rosi mu vaci a ‘ru visu,
ca ‘nd’havi d’ogni tempu spampinati.

2 - Vaju a la Missa pe’ vidiri a tutti,
ma speciarmenti a l’amorusa mia;
a tutti li viju cu’ li labbra russi,
a la me’ bella lu virdi merìa.
Fazzu ‘nu segnaleru a mo’ di tussi,
mu viju se si vota e guarda a mia.

(La donna all’uomo)
Profili estetici:
Bona venuta a ‘stu giuvani bellu,
belli non averà ma’ com’è illu:
alla so’ testa ‘nu novu cappellu,
alla so’ fàccia ‘nu ‘ndoratu ‘nillu.
Puru lu caminari ‘nd’havi bellu,
prima appoja lu peri e dopu illu;
puru lu so’ nomi ‘nd’havi bellu,
si chiama Peppinedu ‘mbiat’illu!

(Ringrazio il già responsabile della biblioteca comunale di Rizziconi, Vincenzo Burzì, per avermi messo a disposizione il manoscritto folcloristico di Grazia Turone dal quale ho tratto i canti).

Poeti e scrittori
Fra i personaggi illustri ricordiamo:
1) Edoardo Arcuri (1877-1940), medico, scrittore e autore di articoli scientifici, appassionato di folklore.
2) Ugo Arcuri (1915-1979), professore di lettere e filosofia, poeta, saggista di studi storici e pedagogici. Collaborò al “Travaso” e al “Marc’Aurelio”. Fra le sue opere: “Diomede Marvasi e la sua requisitoria contro l’ammiraglio Persano”; “Così parlando onesto”; “Aldo Capitini”.
3) Francesco Carbone (1868-1928), poeta, pittore, fotografo e inventore. Autore, tra l’altro, della “Sacra Tragedia” che viene rappresentata nel paese durante la Settimana Santa.
4) Domenico Cordopatri (1751-1818), dottore in lettere e filosofia, economia e lingua greca; scrittore e autore di poesie in lingua e in latino.
5) Domenico De Luca (1871-1971), avvocato e commendatore del Regno d’Italia; ha donato la casa paterna e alcuni terreni all’Opera S. Francesco d’Assisi affinché venisse realizzata la Casa di riposo per gli anziani.
6) Potito Giorgio (1916-1988), combattente; poeta e scrittore; autore - tra l’altro - dei “Canti dell’Aspromonte”. Per il volume “Adulteri” fu accusato di vilipendio alla religione di Stato e poi assolto.

Il dialetto
Vocaboli di Rizziconi:
Abbèntu (s.m.), riposo, pace, tregua, quiete; / aràngu (s.m.), arancia; / arìganu (s.m.), origano; / bùmbula (s.f.), orcio, brocca di terracotta dal collo stretto; / catòju (s.m.), catapecchia, tugurio, porcile; / cucùzza (s.f.), zucca. Prov.: Falla comu la voi sempri è cucuzza. (Comunque tu la faccia è sempre zucca); / dijùnu (agg.),digiuno. Prov.: ‘U sàzziu no’ cridi o’ dijunu, ‘u sanu mancu ‘u malatu; (Il sazio non considera il digiuno, il sano nemmeno l’infermo); / ficàra (s.f.), pianta di fico. Prov.: ’U ciùcciu chi mangia ficari, dassa ‘u vìzziu quandu mori. (L’asino che mangia le piante di fico, perde il vizio soltanto con la morte); / gurdu (agg.), sazio; / jestìma (s.f.), bestemmia, maledizione. Prov.: I jestimi su’ di canìgghja, cu’ ‘i manda s’’i pìgghja. (Le bestemmie sono di crusca, chi le manda se le prende); / lordìa (s.f.), sudiciume, sporcizia; / malucòri (s.m.), rancore, dissapore; / màrgiu (s.m.), terreno non lavorato, incolto; / muccatùri (s.m.), fazzoletto; / nòzzulu (s.m.), nòcciolo; (fig.) tipo cattivo; / nzùdu (s.m.), dolce tipico, biscotto; / òji (avv.), oggi; / panàru (s.m.), paniere; (fig.) sedere. Prov.: Cu’ faci còfini faci panara. (Chi fa ceste fa panieri). / sbarijàri (v. intr. e tr.), preoccuparsi, sviare, delirare; / spagnàri (v. intr. pron.), spaventarsi, temere; / stracu (s.m.), coccio, rottame di mattone; / tièlla (s.f.), teglia; / tripòdi (s.m.), treppiede, tripode; / valòri (s.m.), caldarroste; / zzilla (s.f.), bizza, stizza, capriccio, briga.

E per finire
Facciamo nostra l’esortazione di Ugo Arcuri, di viva attualità:

Scrolliamoci la polvere di dosso,
la cenere lasciamo ai cimiteri:
la gloria è nel domani, non nell’ieri,
l’aquila è in cima e la ranocchia al fosso!

Gettiamo al fuoco tutti i vecchi dei
che a lungo ci prostrarono e i solenni,
ammuffiti ricordi dei millenni
diamo alle ragnatele dei musei.

Risorge solo il popolo che vuole
risorgere e sa scegliersi il cammino,
e si crea volta a volta il suo destino
cogli occhi fissi al sole, al sole, al sole!

(Da: «Così parlando onesto», 1974).

Domenico Caruso

(Servizio pubblicato sul mensile "La Piana" di Palmi-RC -
Anno IV, n.3 - Marzo 2005).
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Religione e superstizione

Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.), «degli altri poeti onore e lume» (Inf. I, 81) che Dante scelse come guida attraverso i gironi dell'Inferno e del Purgatorio, affermò che occorre incominciare da Giove, poiché tutte le cose sono piene del re degli dei: «Ab Jove principium, Musae; Jovis omnia plena» (Ecl. III, 60).
La religione rappresenta la realtà assoluta, indicata col nome di Dio (in greco “thèos”). Per alcuni il termine deriverebbe dalla radice latina del verbo “ligare” (legare), equivalente al rapporto di devozione verso la divinità, mentre la voce “monoteismo” (dal greco “monos”) denota la fede in un solo Dio. Quest'ultimo nome proviene dall'indoeuropeo “deiwo” e dalla radice “div”, col significato di “luce”. Ma la storia dell'umanità conobbe, nel corso dei secoli, diverse forme di riti e usi sacri, per cui è opportuno formulare un concetto: «La religione non è solo conoscenza più o meno speculativa di una realtà. Presa così sarebbe uno studio o una riflessione filosofica. E neppure si riduce al desiderio di un bene percepito sotto forma di “divinità”. L'elemento fondamentale della religione è la contingenza, l'essere stesso e l'esistere creaturale dell'uomo» (Manuel Guerra, “Storia delle religioni” - Ed. La Scuola, Brescia - 1989).
L'analisi delle religioni presenta dei punti in comune (“costanti”), partendo dai quali si giunge alla configurazione religiosa dei popoli.
A motivo di sintesi seguirò la classificazione adottata dallo studioso spagnolo Manuel Guerra, già docente di Teologia all'Università di Burgos.
La più arcaica religiosità, quella “tellurica”, espressa sotto forma di dea madre Terra (le cui figure femminili risalgono a circa 30.000 anni or sono), fa sì che nella terra si cali l'origine e il destino dell'uomo. Nel «bacino del Mediterraneo, attorno al quale i Greci si insediarono, a dire di Platone, “come rane attorno a uno stagno”, è la culla del Cristianesimo. Sotto l'aspetto religioso, in epoche precedenti l'avvento del Cristianesimo e nei primi secoli dopo Cristo, questa area fu dominata dalle religioni “celesti” e misteriche» (M. Guerra, op. cit.).
In tale divisione la rappresentazione umana (antropomorfismo) della divinità è Zeus, termine associato a quello di “padre”. Durante la “costante etnico-politica”, che segue, ogni popolo ebbe la propria religione; mancarono un fondatore conosciuto e il proselitismo; si tese alla conservazione e alla prosperità della comunità sotto i diversi aspetti. Mentre le radici delle religioni etnico-politiche e di quelle celesti si fusero nel sottosuolo del clan o del popolo, quelle “misteriche” trovarono corrispondenza nella terra resa divinizzata.
A differenza di quanto avveniva nel fatto tellurico, l'efficacia si ebbe nel serpente quale simbolo e presenza del dio misterioso. Unito alla divinità, fin dal principio, l'iniziato aspirò al bene futuro.
«La salvezza e la felicità si misurano in base all'intensità della “sympàtheia” o “com-passione”, nel significato etimologico dei termini (greco il primo - simpatia - di origine latina il secondo), vale a dire, nella misura in cui “sono sentiti con” la divinità i propri dolori, la morte e altre sventure» (M. Guerra, op. cit.). Appariva indispensabile condurre un'esistenza corretta, costituendo la morte il passaggio da una vita all'altra.
Tralascio la trattazione delle “religioni universali” come l'induismo, il confucianesimo e il taoismo, il buddhismo, il jinismo, l'islamismo, lo yahvismo israelita poiché meriterebbero un approfondimento specifico.
Passo, così, al “Cristianesimo” che - pur possedendo tratti caratteristici delle religioni universali - si differenzia per la figura particolare del suo fondatore, Gesù Cristo. Anzi, nella storia generale delle religioni s'inserisce anche la “Chiesa”, la quale come «…Popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia…» (“Catechismo della Chiesa Cattolica” - al n. 782 - Libreria Ed. Vaticana, 1992).
Diversamente dalle altre comunità, quella cristiana (in greco “ekklesìa”, chiesa, significa “adunanza”), proclama di essere la prosecuzione reale di Gesù Cristo. La presenza della Chiesa nel mondo avviene in modo “sacramentale” per la partecipazione amorevole di Dio, che si rivelò e si donò all'uomo. Prendo a prestito le parole di Corrado Balducci (1923-2008) per affermare: «…Nessuno poteva immaginare duemila anni fa, quando gli dei della mitologia greco-romana scagliavano i loro fulmini, una religione in cui Dio stesso venendo sulla terra avrebbe insegnato agli uomini una preghiera che incomincia: - Padre nostro… - » (D. Caruso, Parapsicologia Oggi - “Nel Mondo del Mistero” - S. Martino, 1987). Poiché dipende da Dio, non c'è dubbio che «l'uomo non può convertire la divinità, in quanto realtà suprema, in oggetto di sua proprietà né in strumento al servizio delle personali necessità e capricci» (M. Guerra, op. cit.).
Sembra incredibile come, nell'era presente contraddistinta dal progresso scientifico e tecnologico, l'uomo sia ancora schiavo di antiche sopravvivenze.
In tal senso collochiamo la voce “superstizione” (dal latino “superstitio”, che sta sopra), contrapposto a “religio”. Accanto alle costanti religiose, infatti, si svilupparono forme secondarie o degradate giunte fino a noi - come l'animismo, il feticismo e la magia. A proposito, il capolavoro comico di Peppino De Filippo (1903-1980) recita: «Non è vero… ma ci credo!». Il ricercare con la magia l'amore, la salute o altro dimostra di non voler accettare con serenità la volontà divina. Il mondo dei simboli, oltre che nelle superstizioni, è presente ed importante per l'esplorazione del nostro spirito nell'ambito prettamente cattolico. A nessuno sfuggono, ad esempio, i segni espressi nei sacramenti come l'acqua del battesimo, il pane di vita per entrare in comunione con Dio, il calice di vino (il sangue dell'uva, usato nel linguaggio rituale dell'antico patto d'alleanza). Ed ancora, il cero pasquale che rappresenta la luce del Cristo risorto, la domenica giorno del sole e del Signore; lo stesso rituale della Messa riassume altri numerosi simboli. La Chiesa si è posto l'arduo impegno di fare assumere a Cristo il ruolo di Elios, il dio sole dei greci e dell'antica Roma.
Al fine di scongiurare mali e disgrazie o per procurarsi il successo e la fortuna, vige ancora l'uso di portare addosso qualche piccolo oggetto, un “amuleto”. Il termine potrebbe derivare dal latino “à-molior” (tener lontano) oppure dal greco “àmulon” (specie di focaccia, che si offriva sugli altari o sulle tombe per propiziarsi gli dei o gli spiriti dei defunti). L'oggetto consacrato (in greco “tèlesma”) è noto anche come “talismano”.
Gli antichi egizi consideravano un efficace amuleto lo scarabeo alato (“Kepher”), animale rappresentante il dio-sole RA che moriva al tramonto per risorgere all'alba del giorno successivo. Lo “scarabeus sacer”, “dalle braccia lunghe”, originario del Taiwan, come lo “stercoraro” ha l'abitudine di creare pallottole di fango ed escrementi che, oltre a procacciargli il nutrimento, favoriscono il dischiudersi delle sue uova. Pure il dio sole (Khepri) svaniva per poi rinascere. Nei primi secoli del Cristianesimo, i Padri della Chiesa proibirono le pratiche pagane e considerarono gli amuleti fonte di idolatria.
Durante il governo di alcuni imperatori romani, persino le leggi civili vietarono l'uso degli amuleti per la cura di malattie o applicarono il supplizio a chi si giovava di parole magiche per lo stesso fine.
Fra le credenze degli avi, nella nostra Piana erano note le cerimonie d'ascolto. Dopo la recita di alcune formule, si chiedeva al santo un segno di buono o di cattivo presagio. Così a S. Martino di Taurianova, Santa Monica o S. Elena avrebbero rivelato in anticipo al proprio devoto l'esito di un evento. Ecco la traduzione di una formula:
«Sant'Elena mia, imperatrice,
figlia del re Carmelitano,
vi partiste con un grande esercito
per cercare la Santa Croce;
dopo averla trovata,
la Croce vi abbracciaste.
Per la mia indegnità,
per la vostra santità:
mostratemi la pura verità!»
Prima di disporsi all'ascolto si recitavano un Pater, un'Ave e un Gloria. Era di buon auspicio l'aprirsi di porte e finestre, l'accensione di luci, l'abbaiare di cani; di cattivo augurio - invece - il pianto di bimbi, la chiusura di imposte, lo squittio della civetta. L'animismo figurava molto diffuso: a parte i semplici dotati di un certo carisma, numerose altre persone presumevano di vedere e di parlare con i cari defunti.
Mentre il cristiano si metteva al servizio di Dio, c'era chi avrebbe voluto servirsi di Dio o di “potenze” occulte per il proprio interesse.
Oggi il prosperare dei “nuovi movimenti religiosi”, composti prevalentemente di giovani che si distaccano dalla fede, viene condannato come idolatria.
Fra le figure del Vangelo, quella di “Tommaso” ci induce ad una responsabile riflessione. Pur avendo sempre dimostrato fermezza d'animo e lealtà nei confronti di Gesù, l'apostolo si rivelò incredulo allorquando il Divino Maestro nella sua assenza apparve ai discepoli. Un ragionevole scetticismo non è da condannare, ma giova a stimolare la ricerca della verità: «Beati quelli che hanno creduto senza aver visto!» (Gv 20, 29). Va bene la fede, ma anche chi è nel dubbio potrà divenire beato: dipenderà dalla sua scelta.
Vale per tutti riflettere sull'opera “Orme sulla sabbia” della scrittrice canadese Margaret Fishback Powers (nel mio adattamento):
«Ho sognato che passeggiavo
lungo la spiaggia con il mio Signore
e rivedevo sullo schermo del cielo
proiettate le scene della mia vita.
E per ogni giorno trascorso
apparivano due orme sulla sabbia:
le mie e quelle del Signore.
Ma in alcuni tratti ho notato una sola orma,
in coincidenza con i periodi di maggiore angustia e di dolore...
Allora ho domandato: - Signore,
ho scelto di vivere con te
e tu mi avevi promesso
che avresti camminato sempre accanto a me.
Perché mi hai lasciato solo
proprio nei momenti più difficili? -
E Lui mi ha risposto:
- Figlio mio, lo sai che ti amo
e non ti ho abbandonato mai:
i giorni nei quali
hai visto soltanto un’orma sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui
ti ho portato in braccio - »

(Servizio pubblicato da Domenico Caruso sul mensile "La Piana" di Palmi-RC - Anno X, n. 3 - Marzo 2011)
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Bestemmia, lusso e moda
fanno perdere il cervello e fan nascere la coda
(Appunti degli anni ’20 di Rocco Caruso a cura del figlio Domenico)

Signori, tutto il mondo è rovinato
e le famiglie tutte in gran tempesta;
non c’è più cuore oggi consolat
son cose che fan perdere la testa!

Causa prima è la bestemmia orrenda
con lusso, mode e cose stravaganti.
La giustizia divina è assai tremenda;
a passi giganteschi, sempre avanti!

Vecchi canuti, giovani e ragazzi
bestemmian con parole scandalose,
pieni di rabbia, quasi come pazzi
e commettendo azioni vergognose.

I genitori tanti “diavoloni”,
sorelle e pur fratelli diavoletti:
le loro azioni sono da birboni,
sempre con dubbi e pieni di sospetti.

I giovanotti con le sigarette,
portando a destra il loro bastoncino
sciupano il tempo dietro le civette,
il resto con le carte a tavolino.

Le signorine ciprie, acque di odori,
con braccia nude e con scollato petto,
han perso ogni contegno, ogni pudore
di sotto quel famoso cappelletto.

E dopo tanto tempo alla toilette,
teatro, strada o conversazione;
non smettono di fare le civette:
oh, che sventura, questa corruzione!

Fanno l’amor con giovani a dozzina,
ed ecco gelosie ed omicidi:
finanche la più bassa contadina
cagione è di disgrazie e pur suicidi.

L’odierna gioventù è rovinata,
colma di vizi e immersa nel dolore,
anche la voce tien semitonata,
coperto il volto per tanto squallore.

Discorsi poco onesti ed atti impuri,
scandali dappertutto, oh che rovina!
Persino le innocenti creature,
disobbedienti senza disciplina.

Indietro, indietro gioventù ritorna,
con gelosia conserva purità:
di questa gran virtù, deh fatti adorna,
almeno abbi di te vera pietà!

Quante famiglie sono amareggiate,
di debiti son colme e d’afflizioni;
son notte e giorno tanto ormai turbate:
sempre bestemmie con imprecazioni!

Prendete, genitori, i miei consigli:
date soltanto il giusto da mangiare,
vestite al naturale i vostri figli,
fateli sempre tanto lavorare.

Non v’affidate al lusso né alla moda,
pensateci, vi prego, seriamente
e per qualcuno che alza la coda,
ci sono bastonate immantinente.

In casa vostra regni religione:
cacciate Satanasso traditore,
se c’è di Dio la benedizione
ritornerà la pace in ogni cuore.

Stando vicini a Dio che santa pace,
regna nel cuore e dentro la coscienza;
serenità celeste nella face,
non fa mancare mai la provvidenza.

Seguire Satanasso, che tempesta!
Ogni progetto viene rovesciato,
si sente in ogni loco: cos’è questo?
Il cuore non si vede consolato.

Si nota la miseria dappertutto,
si leva il grido: che brutta cometa!
Si stenta e si lavora senza frutto,
non è bastante più la dea moneta.

N.B. - Rispolverando le carte di mio padre Rocco Caruso (16/8/1904 - 28/5/2000), risparmiate dall’incuria del tempo mi sono imbattuto - fra l’altro - in suoi ameni appunti giovanili che denotano la mentalità del passato.
In fondo, però, “nihil sub sole novi”, sostiene l’Ecclesiaste: dopo quasi un secolo “l’omo è sempre quello” avrebbe detto Trilussa.
Mi sono limitato a rivedere gli scritti ingialliti del mio genitore (la cui figura si può leggere nella sezione “Da libri, giornali e riviste” del sito www.brutium.info - eliminando i numeri progressivi ed effettuando qualche lieve ritocco ritmico e di lingua, evolutasi negli anni (come “purità” al posto di puritade; “non c’è più cuore oggi consolato”, anziché “oggi nessun cuore è consolato”), senza nulla togliere all’idea originale.
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Maria SS. della Colomba
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Maria SS. della Colomba

La Chiesa parrocchiale di S. Martino di Taurianova (Reggio Calabria), situata nella piazza principale del nostro paese che ha come protettore l'omonimo “Santo Vescovo di Tours”, è intitolata a “Maria SS. della Colomba”.
Già nell'antico Centro della “Piana di S. Martino”, distrutto dal catastrofico sisma del 1783, sorgeva un convento consacrato a “Santa Maria della Palomba” - di pertinenza dei Conventuali di S. Francesco e soppresso nel 1653.
Un altro importante cenobio di “Santa Maria della Palomba” che ebbe più lunga durata risultava a Messignadi, non lontano da noi.
La suggestiva immagine della Madonna, il cui viso richiama la pregevole effigie marmorea cinquecentesca del “Gagini” situata nel medesimo tempio sammartinese, reca in braccio Gesù Bambino con in mano una candida colomba.
I festeggiamenti, che si concludono in estate, permettono la partecipazione di tanti nostri emigranti.
La "colomba" dovrebbe simboleggiare l'Arca dell'Alleanza, in analogia con l'Arca di Noè. Non dimentichiamo che la Santa Vergine è la Regina della Pace.
Come si può rilevare nella volta antistante l'altare della Chiesa di S. Martino, la "colomba" rappresenta lo Spirito Santo.
Nel giorno del battesimo di Gesù si legge infatti: "E mentre pregava, il cielo si aprì. Lo Spirito Santo discese sopra di Lui in modo visibile come se fosse una colomba". (Luca III, 21-22).
Molto significativo è l'inno alla Madre Divina:
“Stella del mar lucente,
salve, o Colomba, stanza del Dio vivente;
Vergine innocente,
rugiada delle grazie del Signor”.

Ed ancora:
“Candida per natura,
del Creator prima e più dolce cura;
Immacolata e pura
mansueta Colomba senza fiel”.

In un'altra lode si afferma:
“Madre della Colomba di San Martino amata,
risuona nel tuo tempio l'eco degli inni alati.

Nel nome Tuo dolcissimo
l'umano sdegno tace,
Regina della pace
Regina dell'amor”.

Il mondo oggi ha urgente bisogno di pace. Senza questo dono celeste, ogni altra cosa è vana.
Ben lo sapeva il Sommo Poeta che si è servito della delicata sensibilità femminile di Francesca da Rimini per esprimere il suo profondo desiderio:

“Se fosse amico il re dell'universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi ch'hai pietà del nostro mal perverso”. (Inf. V, 91-93).

La pace nasce però dalla giustizia. Non si tratta di concetti astratti, entrambi i valori sono insiti nel cuore di ogni individuo. Tutti siamo chiamati a vivere nella giustizia e ad operare per la pace.
Lo ha ribadito il 28 luglio 2002 il Beato Giovanni Paolo II, nell'esortare i numerosi giovani convenuti a Toronto: «Quello che voi erediterete è un mondo che ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà umana. È un mondo che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla ricchezza dell'amore di Dio. “Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell'amore”. Ha bisogno che voi siate il sale della terra e la luce del mondo. Il mondo ha bisogno di voi, il mondo ha bisogno di sale, voi come “sale della Terra e luce del mondo”».
La devozione di Papa Wojtyla per la Madonna era espressa dal motto: «Totus Tuus ego sum, Maria, et omnia mea tua sunt!».
La bellezza e l'armonia che il Creatore ha impresse al mondo non sono in fondo
che un'espressione della Sua libertà e del Suo immenso amore.

P.S. - Ripropongo aggiornata, all’attenzione dei sammartinesi, la riflessione sulla SS. Vergine della Colomba affinché ognuno possa esprimere il suo parere.
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La nostra satira

Riporto quanto ho pubblicato sulla prima pagina di Questacittà di Taurianova (anno VIII n. 48 - Gennaio/ Febbraio 1993) in occasione del 28 marzo, data di rinnovo del Consiglio comunale di Taurianova, dopo il lungo periodo di commissariamento.

Come prima

Passa il tempo e nulla cambia
nella nostra cittadina:
dappertutto è una rovina
che descrivere non so.
Professore, tocchi il DO!

Strade, vero colabrodo
di veicoli intasate:
sia d’inverno che d’estate
il pericolo poi c’è.
Professore, tocchi il RE!

Spazzatura a non finire
popolata di bestiacce,
pietre, fango, tante erbacce
che fan male notte e dì.
Professore, tocchi il MI!

Ma balzelli ben salati
poi ci tocca di pagare,
nulla vale protestare,
si rimane sempre là!
Professore, tocchi il FA!

Scarsa luce per le strade
veramente ha San Martino:
se permetti un momentino
la protesta adesso fo’...
Professore, tocchi il SOL!

Cari amici in alto loco,
non dormite tanto sodo,
forse è questo il giusto modo
per un buon amministrar?
Professore, tocchi il LA!

Le stradelle comunali
ostruite son di spine,
è una storia senza fine
per un popolo così.
Professore, tocchi il SI!

Se t’ammali e in ospedale
per sventura vai a finire,
come un cane puoi guaire,
questo no, poi no, poi no...
Professore, tocchi il DO!

Chi ci segue avrà capito
che abbiam voglia di scherzare,
ma siam pronti a rimboccare
pur le maniche perché...
Professore, tocchi il RE!

Se spazziamo il davanzale
e il cortile a noi vicino,
il paese più carino
si presenta lì per lì.
Professore, tocchi il MI!

Un lavoro regolare
per i giovani ci vuole,
solo fatti non parole
chiede questa società.
Professore, tocchi il FA!

Per l’anziano cittadino
che l’impegno ha prodigato,
un riposo meritato
senza indugio ormai ci vuol!
Professore, tocchi il SOL!

Quanta vile ipocrisia
ha la gente in malafede,
che non sente che non vede
dove sta la verità!
Professore, tocchi il LA!

Difendiamo il giusto e il vero
dalle righe del giornale,
abituarci non fa male
a procedere così!
Professore, tocchi il SI!

Domenico Caruso
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A Natuzza Evolo

Volgi su noi lo sguardo, mamma cara,
che pur vermi di terra ci sentiamo,
la vita è sempre un’esperienza amara
se nel Signore non ci confidiamo.

Serva di Dio tu sei e fonte chiara
di bene, di preghiera, di richiamo:
Natuzza, ora dal Cielo ci aspettiamo
la grazia della pace così rara.

Felice con la Vergine Maria
e con Gesù da te sofferto e amato
or ti vediamo in sì beato loco.

Mostra a noi tutti la diritta via
che ci preservi da grave peccato
e il cor c’infiammi del divino fuoco.

Domenico Caruso
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A Padre Pio

Padre che del Gargano resti un sole,
accogli questa supplica sincera,
non c’è bisogno di molte parole
perché procacci a me la gioia vera.

E mi giunge un profumo di viole
mentre rivolgo l’umile preghiera:
ancora esorti a seguir chi vuole
la via del Vangelo veritiera.

Tu che d’ardor serafico colmasti
l’intera vita afflitta dal dolore,
ricordati di me di fronte a Dio.

L’esempio dato a noi penso che basti
a meritar le grazie del Signore
perché Sei tanto grande, Padre Pio!

Domenico Caruso
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