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Blase Pascal :  La voce di un uomo che sfugge ai limiti della ragione.
di Fabio Squeo





Si parla di Pascal come di un talento esploso sin dalla tenera età, poiché la sua vivacità e l’oculata osservazione per le piccole cose della realtà lo condizionavano fino a “domandare sino alla noia”.

Ci informa la sorella Gilberte Périer:

“Appena mio fratello raggiunse l’età della ragione, diede segni di straordinaria  intelligenza, e non tanto per le risposte quanto per le domande”.

Questa è la caratteristica di un bimbo prodigio il quale, piuttosto che vivere “l’ebbrezza continua di gioventù” [François de la Rochefoucauld]  (… prendere a calci il pallone o gettare un urlo “Tana scopro tutti! ” -  gioco del nascondino -)  annuncia (… è lo stesso Pascal a confidarcelo): “Gli uomini si dedicano ad inseguire una palla o una lepre; è il piacere persino dei re” . Ma egli  preferiva di gran lunga l’armonioso potere del silenzio, quale motore che muove l’universo delle creature; quindi decide, per sempre, di rannicchiarsi ai piedi di un ciliegio al fine di contemplare le bellezze del creato, i suoi rigogli vegetativi, e raccogliere i frutti nei tempi delle prime allegagioni. Si pensi che a soli 19 anni scoprì il primo computer della storia, conosciuto come Pascalina.

“La sua curiosità era inarrestabile” - scrive Gilberte - e col passar del tempo, l’acuta osservazione e la passione per la vita non bastarono a delineare il suo temperamento, ma “crebbe in lui la forza del ragionamento”. 
Un ragionamento costellato di logica-matematica, che ben presto gli riserverà notevoli sbalzi di umore, soprattutto per la complessa condizione umana di cui egli era un protagonista all’interno di uno scenario di precarietà e di miseria. Pascal scrive: ” Un albero non sa di essere miserabile, ma essere grande significa conoscere di essere miserabile” .
Il sentimento di precarietà della condizione umana è un dato intrinseco alla natura umana, che le conferisce il negativo presagio di essere corpo finito o finitezza nella sostanzialità.  Un ragionamento, che nel tempo gli solleticherà la consapevole conferma di un concetto di vita fondamentale, peraltro coincidente col percorso in cammino verso la verità: cioè la  possibilità di sfatare, dopo accurate analisi geometico-matematiche, infinite realtà, sempre ancora da scoprire, e nonostante il sistematico impegno compiuto, esse aumentano sistematicamente a dismisura. Secondo Pascal, l’attività della mente umana è talmente infinita che non basterebbe una vita biologica in grado di raccogliere gli infiniti limiti imposti dalla natura; questo, però, non significa porre sotto scacco il fine ultimo dell’uomo e marchiarlo dell’impossibilità ontologica alla ricerca del vero, anzi, egli crede nell’uomo ed è convinto dei suoi valori più intimi  che fanno leva sulla condotta dell’agire morale.  “L’uomo non è mai semplicemente una cosa tra le tante cose” [Martin Heidegger].  
Secondo Pascal, l’uomo è “una canna, ma pur sempre  pensante” : certo fragile, dinnanzi alle intemperie dell’universo dei limiti, ma pur sempre pensante e sussistente, cioè in grado di trovare la strategia più conveniente alla propria auto-conservazione fisica e morale. Egli scrive:
“ tutta la dignità dell’uomo è nel suo pensiero” . L’uomo, deve prendere in mano la propria condizione morale-esistenziale e accettare filosoficamente la propria limitatezza, e magari, con una spolverata d’ironia , burlarsi ogni tanto delle proprie “scoperte dell’acqua calda” se si vuole scavalcare il muro delle imperfezioni. Egli scrive nei suoi frammenti:  “L’ultimo passo della ragione umana è di riconoscere che ci sono infinite cose che la sorpassano”. 
L’uomo non deve demotivarsi dal suo progetto originario che porta alla luce universale, perché tra gli infiniti sogni e le infinite notti insonne passate a realizzare il suo autentico progetto di vita, deve  rendersi conto che a breve sarà possibile per l’umanità intera “toccare il cielo con un dito”, pur restano con i piedi saldi in terra. Questa è la sua scommessa più grande. 
Le leggi dettate dalla fisica e dalla matematica, regolano certamente il mondo dei/nei limiti, esse però non vanno assolutizzate; devono fungere soprattutto da trampolino di lancio per carpire le vere problematiche escatologiche, che non interdicano l’uomo dalla comunicazione con Dio.
Il riconoscimento dei limiti della ragione deve mirare a dimostrare la “necessità della Fede”  come unica e sola strada attraverso la quale arrivare all’individuazione di principi valevoli universalmente. 
“Perché la fede abbia un qualche valore, deve saper sopravvivere alle prove più dure”. [Gandhi] 
Le prove ontologiche, anche le più dure, non vanno superate secondo procedure schematiche e/o macchinose né dimostrate razionalmente ma devono risultare vere alla luce di una “intuizione” o “voce interiore”. Il che non ha niente a che vedere con l’edificio logico-deterministico definito da Cartesio (il quale attribuiva - alle scienze
geometriche-matematiche - la sola conferma di una struttura
profonda in grado di comprendere e interpretare la realtà). 
Pascal non era interessato a pervenire ad una dimostrazione dell’esistenza di Dio, quanto piuttosto voleva assicurarsi -  stando alle leggi della phyusis - se vale la pena o no riflettere “sul sentiero che porta nella direzione di Dio, ovvero nella direzione della sua immagine”.  “La fede, essendo un dono di Dio, non va dimostrata” …Ecco che Pascal obietterà e dirà ancora: “Il cuore conosce ragioni, che la ragione stessa non conosce”. 
Non smettere mai di ricercare le leggi e i principi, unici motori dell’universo fisico. Esse sono eccellenti ingredienti per un piatto succulento. L’uomo deve essere in grado di muovere - facendo appello  al suo buon senso – la propria ragione in termini di scelte morali e di comprensione della cultura del senso civico. Attraverso l’appello al buon senso, l’umanità avvertirà sul proprio corpo il fruscio dell’eternità, e con le proprie orecchie saprà udire gli echi evanescenti cosparsi nell’universo.
Il cuore rappresenta, primariamente, la comprensione che porta nella traiettoria di Dio, a riconoscersi come parte di universo infallibile.
E’ certamente interessante fare esperienza delle leggi della natura ma sarebbe ancor più conveniente “riflettere sulle esperienze stesse” 
stando alle antiche memorie aristoteliche.
In Domenico Ruggiero la condizione umana dell’esistenza trova terreno fertile per impiantare il suo sistema della “centralità della mente umana” all’interno di un processo meccanicistico-razionale-intuitivo. 
Ruggiero accoglie fortemente la riflessione filosofica di Pascal e sostiene, a suo dire, che sarebbe un’impresa impossibile (per la sola ragione) rapportarsi alle leggi di Dio. La ragione non può penetrare nel groviglio dell’immanente, poiché ogni suo tentativo perirebbe sul nascere. La ragione è solo uno strumento matematico in grado di risolvere certamente i problemi legati alle ragioni di fede, ma non può dimostrare le verità,  in quanto  atti di necessità” , cosa che compete (nella natura dell’uomo) alla mente, in collegamento intimo al ponte dell’inconscio con la vera Realtà Onnisciente, mentre le ragioni di fede possono essere recuperate, come “anelito” grazie all’intervento in extremis di una procedura logico-sequenziale che assorbe in ultima analisi qualsiasi rimasuglio metafisico. Ma non basta: perché a volte l’uomo, immerso nella sua completa razionalità, non dispone del significato originale che spiega il dinamismo connaturato ai mali dell’umanità visti da vicino…
Qual è la causa? L’intuizione di Pascal è ciò che propriamente Ruggiero definisce come “ Oggetto pensante” ovvero la “Realtà Onnisciente” , cioè l’energia che trae il proprio vigore essenziale tramite il corrispettivo di una mente universale. Un mente che conserva il dono della Coscienza degli uomini, che spinge loro ad una realtà sempre protesa alla massima espressione, una coscienza che può elevarsi rispetto al resto del cosmo, e lanciare il proprio anelito fino a penetrare nel corpo degli uomini, degli animali e delle cose.

poesia....

Monti

non crollare

non crollate su di noi

 

pensa

pensate a guidare le nuvole

prima che si abbattano sulle vostre cime.

 

Non vedi

non vedete come friniscono

i grilli, i piccoli grilli,

vicini alla margherita,

appollaiati nelle campagne?

 

Già vi stanno avvisando

che è tempo di ristorno

 

di un grande ritorno alla libertà!


(D.R. - 2-3-2013)

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gentile Domenico Ruggiero
siamo lieti di comunicarLe che il suo libro di liriche
"L'energia che ci unisce"
all'esame della giuria ha ottenuto

l'assegnazione dell'8° posto

nella sezione poesia metafisica con la seguente motivazione:
"La certezza dei versi, apparentemente domesticati e sottratti
agli estemporanei capricci della percezione, si dimostra mera 
traccia indiziaria di altre trame sotterranee sui territori di una
poesia metafisica portando una versificazione che crea una 
paradossale convivenza tra chiusura e apertura, pudore e 
ostensione, privato e pubblico".
IL Presidente della giuria
Tito Cauchi.

Secondo quanto previsto dal bando, le compete, quindi, 
la pergamena e la pubblicazione omaggio.
I partecipanti alla presente edizione del concorso sono stati 163.

POESIA - (In mezzo romanesco - 6-11-2012)


Navigando, rotolando

semo arrivati alla cima del mondo.

 

Da lì

il profumo, il sapore

è tutta n’atra cosa.

 

Se sta molto bene.

 

Che!

C’è voi veni’ pure tu?

 

Fàtte coraggio

e parti all’arrembaggio

 

ma non portarte niente appresso

che qui c’iavemo tutto!

L'ONDA BISLACCA


Si è bislaccata l’ultima onda del sole

quella che porta la luce al colore

la vita ai mammiferi

 

che accende i fiammiferi

che brucia l’ossigeno

 

ossidandolo,

radiandolo dai consumi,

coriandolo di primavera.

 

Eppure l’uomo accorto

avverte nell’aria

odor di bruciato

e prega davanti al sagrato

 

prega seduto al selciato

prega

per non esser falciato

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POESIA . ESISTENZA. CRISI

Oggi sono stato poco bene. Poi ho riflettuto. Ma perché ho riflettuto? Sulla vita, sulla poesia, sulla nostra cara esistenza. Sì, cara! Ma in tutti i sensi.
Cara come un voler bene a questa nostra vita; cara perché ci costa troppo; cara perché ci piace stare con gli altri e condividere emozioni; cara perché ci porta il dolore.
Niente di preoccupante, ben inteso.
Parliamone da un punto di vista ingegneristico.
Siamo dei palazzi. Ben piantati per terra, con fondamenta, a volte anche antisismiche.
Ma siamo sopra un pianeta, siamo sulla terra, su di una base.
La terra trema, per terremoti, per assestamenti; i palazzi (noi) incominciano a tremare, a scuotersi, a perdere l’equilibrio. Cadono i calcinacci sulla nostra testa; ci facciamo del male; i nostri quadri, le nostre viste dalla finestra per un po’ perdono la solita visuale, si annebbiano, si alterano; sono secondi, momenti infiniti, non so; ognuno ha il suo tempo.
E incominciamo a prendere appunti, appunto, sulla nostra cara esistenza!
E questo ultimamente lo avvertiamo molto sempre più frequentemente: nella società, in noi stessi, nei veri palazzi, nel cedimento delle istituzioni. Tutto traballa, ciò che ci circonda è entrato in fibrillazione, IN CRISI.
Le strutture non sono più solide. E’ la fine?
E’ la vetustà di questi palazzi? Di queste costruzioni?
Ognuno la prenda come vuole. Sono costruzioni andate in CRISI.
E quei palazzi (noi), che hanno subito di più il movimento tellurico ancestrale diventano poeti. Perché avvertono se stessi, avvertono quel mondo di cui hanno smosso le fondamenta; forse nemmeno lo sanno perché scrivono, forse pensano per diletto o giovamento; non sanno di essere andati in CRISI. Il desiderio intrinseco è di vedere un’altra natura umana che si mostra, un altro mare, un nuovo tipo di amicizia, una nuova minestra che si mangia dolcemente in compagnia. E non frettolosamente, per uscire da palazzi disabitati, lasciati alla mercé di estranei, perché si deve correre. La terra è in crisi, noi siamo in crisi, e i poeti aumentano.
Ma pensate che al tempo del Carducci vi erano tutti questi poeti? Era il CARDUCCI, che era andato in crisi.
Saffo entrò in crisi. Ogni tanto qualche palazzo qua e là traballava. Oggi traballano tutti, tutti diventano poeti, e nessuno sa perché. Forse perché sono aumentate le lauree, è stata favorita la conoscenza, oppure perché è aumentata la paura, l’insicurezza? Niente è più al suo posto. E noi andiamo avanti, corriamo all’impazzata, per far più confusione …
(Trani, - 14-10-2012)

La vita è ‘na pizza - 4 stagioni


Si nasce immaturi e bianchi
come i peperoni rossi

si cresce cotti e affumicati
come il prosciutto deficiente

si vive a spicchi delicati
come i carciofini sott’olio

si muore e si rinasce sempre
come i funghi all’ombra dei cipressi.

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CRITICA VS D. RUGGIERO (20-07-2012)



DOMENICO RUGGIERO, LÀ DOVE FINISCE L’ONDA, Albatros, Roma 2010, Pagg. 66, € 11,50

Domenico Ruggiero nato a Bitonto (Bari) nel 1950, ingegnere elettronico, si è dedicato all’insegnamento; dalla sua passione intima è scaturita la raccolta poetica Là dove finisce l’onda. Luca Ferretti nella prefazione ci invita ad andare oltre i limiti fisici e umani per percepire “un luogo dell’anima che è al tempo stesso tangibile e metafisico”, asserisce trattarsi di poesia essenziale che riduce al minimo le parole per giungere direttamente al cuore.
In effetti il linguaggio del Nostro si presenta sostanziale, ingegneristico, come la sua professione; robusta, ma potrebbe passare inosservata; senza ornamenti. E in ossequio a questa caratteristica, mira alle cose durature, lapidali, che contano, affrontando la vita con il suo bagaglio pesante per riscriverla, con la complicità del lettore cui è dedicata la raccolta, pregandolo di “non fuggire…” dinanzi ai più sfortunati, ai quali egli presta la voce vestendone i panni, così al Down, al cieco, al sordo, ecc. che vuole soccorrere: “Coraggio Corinne/ sta sorgendo il sole/ …/ che si può vivere/ anche…/ con il sapore del niente.” (pag. 21). La sua vuole essere denuncia e nel contempo speranza, esortazione, a non chiudere gli occhi.
Il Poeta, pare dire, che nessuno, per propria volontà, sceglie di vivere in una fogna. Se noi, che siamo gli altri, comprendessimo questo, allora il mondo sarebbe più pacifico. L’invito che il Poeta ci rivolge è di prendere coscienza della propria esistenza, di non lasciarci omologare, chiudendo gli occhi come se il resto non ci riguardasse, e non tradirsi mai. Ci si guarda intorno, nelle cose vicine, moderne e consumistiche, e perdiamo di vista la realtà di quanto accade nel mondo. La poesia con lui sembra essere risorta, e dopo un lungo sonno, egli risorge dal passato, in una sorta di rivincita sulla vita finora trascorsa: ”Il vento di Bisceglie/ trasporta la Stella/ lungo il mare/ e m’incanto al suo sorriso…/…/ Solo allora/ bacio/ la mia morosa di Bisceglie/ e vivo per gustare i suoi ‘sospiri’…” (43, puntini di sospensione nel testo).
Ancora, nel recupero della propria infanzia, così mi pare di interpretare, usa un linguaggio intrigante e scandaloso, seppure entrato nel lessico quotidiano, provocatorio o accondiscendente. Un componimento in dialetto un po’ irriverente, entra nel vivo della massa, sporcandosi le mani, rivolto al padre dice “E famme saltà/ o’ munno/ pecché/ m’ascassa o’ càzzo!” (pag. 36, Napoli 2010- Nu’ mare ’e guài) o guardando cose amene, ma anche nel vicino oriente; amore assente, o un indizio biografico in “bacio/ la mia morosa di Bisceglie”. Ma pure in due brevi pezzi in prosa, abbiamo una sorta di rivisitazione dei luoghi in cui ha vissuto; in uno, Io sono mafioso, si parla di morte per coloro che il pizzo “non l’hanno ancora versato”; nell’altro, La fiaba del Castello, si fa rivivere il Principe Ansaldo presso Barletta; in entrambi i casi denuncia sotto, sotto, il malessere della popolazione.
Domenico Ruggiero è poeta fra gente che non sa che cosa sia la poesia, fra gente intorpidita dai messaggi pubblicitari , così in una sorta di confidenza, in un componimento in omaggio ad Alda Merini ammette che siamo “incompresi/ in questo mondo assurdo”. Le sue sono osservazioni sulla vita, sulla morte, sull’Onnipotente. “Là dove finisce l’onda/ del mare/ si posa la salsedine/ su rocce di fuoco/ e il giorno comincia a divenire/ l’eternità del presente.” (55), in cui l’incipit risuona del titolo della raccolta, ivi ritroviamo il Nostro come eternauta eccellente che vagherà fra gli uomini, scriverà versi per tutti.
“Domenico Ruggiero con questa raccolta dimostra che la poesia non è sepolta, come pensano tanti, ma vive clandestinamente in ognuno di noi laddove l’Autore, con la precisione delle parole e nell’invenzione della sintesi fulminea, abbozza un minimalismo letterario accattivante. I toni del parlato, dell’assolo, del confidenziale, la sintassi, la metrica, la musicalità diventano tutti elementi che mirano ad attingere una unità cercando una lingua che possa parlare di ogni cosa senza mai tradire il vero.”*
Tito Cauchi

*Motivazione ottenuta al Premio Nazionale 2011, Poesia Edita Leandro Polverini - Anzio, all’assegnazione del 2° posto nella sezione poesia minimalista. (NdA)
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