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Tommaso Cimino
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Savii parvis luminibus luminant magnas— I saggi con piccole luci illuminano grandi cose
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La danza delle età: una traduzione interlineare di "Pas de deux" di Jackie Kay
La poetessa scozzese Jackie Kay (a questa pagina di Wikipedia delle informazioni su di lei) è la terza "poetessa nazionale" della Scozia moderna: con il termine proprio, è una makar  (calco del poietes  greco antico, corrisponde all'inglese attuale maker , ...

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Intensissima e - fuor d'ironia - modernissima.

La semina e l’attesa: un ricordo di Guglielmo Tocco

Ho aspettato che vi fosse un compleanno: quello di Guglielmo capitava in un bel giorno, il 22 di maggio, e lui si inebriava con il profumo della zagara e con gli ultimi sambuchi in fiore, guardava le primizie dei capperi e sentiva in quel caldo incombente avvicinarsi la vita. Però ho atteso un diverso compleanno: oggi, Primo marzo, è il suo compleanno nella vita slegata dai profumi e dal calore, è l’anniversario della sua morte, che è come quella dei semi e dei fiori, che non saprebbero fermarsi per troppo tempo e devono prendere altre forme in altri luoghi per dare tutto di sé stessi.
Ho conosciuto Guglielmo (era amico di giovinezza, insieme a Lidia, dei miei genitori, ma l’avevo incontrato pochissime volte nel corso del tempo) quando avevo diciott’anni anni: scrivevo versi, non credevo fossero delle poesie, e frequentavo l’ultimo anno del Liceo. Un mattino di primavera passò per le classi distribuendo una copia del primo volume del #SanValentinoinpoesia, quel libricino grazioso e delicato intitolato Rose rosse, rose blu. Quando entrò, bussando sonoramente alla porta dell’aula, fu accolto da un caloroso saluto del mio insegnante di Filosofia, che lo conosceva da tempo; poi, con il suo grande sorriso, chiese: Chi è il poeta della classe?, ed i miei compagni — ben prima di me, che in piena sincerità non avrei affatto pensato a una tale risposta — risposero unanimi indicandomi. Lui sorrise ancora, si complimentò scherzosamente con me, e mi fece quel dono che mi avrebbe cambiato la vita.
Guglielmo era un seminatore: mi piacerebbe molto parlare della parte di vita che abbiamo trascorso insieme fino al 2013, quando il Primo marzo di quattro anni fa è andato da suo padre e sua madre ad incontrarli di nuovo; ma sono restio — non ho ancora fatto la vera abitudine a pensare ed agire senza di lui, e da quando è morto mio padre nel maggio dell’anno dopo, la mancanza si è fatta più grave e forte.
Lo ribadisco: Guglielmo era un seminatore. Ha distribuito idee e consigli, improvvise accensioni di passione, intelligenza creativa, amore per cause grandi e piccole come un Don Chisciotte romantico e scanzonato, gioviale ed energico anche negli anni della sua malattia; anzi, forse ancor più in quegli anni in cui si è più volte letteralmente rialzato da terra quando, caparbiamente, cercava di camminare da solo alzandosi e sollevandosi dalla sua carrozzina. Ha sollevato il suo spirito, come riusciva a sollevare quello di chi gli stava intorno.
La cosa che più mi manca è la sua intuizione prospettica, a volte profetica: addestrato dall’analisi delle cose del mondo, Guglielmo traeva conseguenze dove altri avrebbero annaspato fra gli elementi ancora sconnessi. Potevano essere i leggeri discorsi sull’arte o sullo sport, o le grandi discussioni che dall’arte e dallo sport potevano spaziare e toccare la Storia e gli Uomini: in Guglielmo c’era sempre una delicatezza gentile e generosa verso quel che l’interlocutore avrebbe potuto sviluppare, costruire, far evolvere — somigliava in questo, proprio al seminatore, che attende alle piantine osservandole crescere.
Una volta, prendendo un caffè in piazza Taormina, accanto casa sua, discutevamo di alcune mie poesie — erano i primi tempi della nostra conoscenza più stretta e l’inizio della nostra collaborazione. Lui ne aveva lette molte fra quelle che gli avevo consegnato, ma poi si era fermato, mi diceva: non era d’accordo con il modo che avevo di scrivere, e me lo disse con queste parole — Pare che con le tue poesie tu voglia costruire un’architettura, che tu voglia dimostrare qualcosa. E non si dovrebbe scrivere così: si dovrebbe dar libero corso alle proprie emozioni, e trasmetterle a chi non le proverà mai ma le vivrà in maniera simile, di modo che possa ritrovarsi pur nella diversità. Non la pensava come me, ammettendo che io all’epoca avessi le idee chiare: lui, da focoso qual era, scriveva, dipingeva, agiva in modo molto differente. Eppure in quel riferimento all’architettura e alla dimostrazione mi spronò, pur restando io molto distante dal suo modo di esprimersi in versi, a capire quel che era latente in me — un intendere la poesia proprio come una forma suprema di conoscenza, una formalizzazione del pensiero, una filosofia in arte capace di trovare la verità particolare partendo dal singolare del poeta e cercando di raggiungere (meta impossibile) l’universale. Senza quella manifestazione di dissenso, io non avrei trovato la mia strada, forse; e di certo non l’avrei trovata altrettanto utilmente. Guglielmo è stato quindi un padre spirituale, per me, e lo ricordo così per le tantissime cose che abbiamo fatto insieme.
Vorrei che Lentini, la sua città che a lui tanto piaceva e che amava (diceva spesso così) a prescindere, lo ricordasse per quel gesto singolarissimo, importante, sovranamente bello e gentile, che lui iniziò a creare con le poesie murali: un percorso di poesia e di pensiero progettato per manifestare la Bellezza proprio sui muri più sconci e brutti, nei luoghi apparentemente più anonimi e dimenticati, che con la poesia e con l’arte, semplice ma efficace, volevano far vedere come fosse possibile cambiare. È un progetto da urbanista rinascimentale (Guglielmo aveva formazione da geometra), una rivisitazione della Città del Sole di Tommaso Campanella: costruire dentro la città un percorso dove il visitatore non veda soltanto case e muri non intonacati, mostri edilizi, graffi e scritte volgari o insulse, ma venga colpito agli occhi, alla mente e al cuore, da una scintilla di poesia, di bellezza viva e ruggente per contrasto con l’incuria e lo sfacelo. Forse c’è solo un altro luogo nel mondo, a Leiden nei Paesi Bassi, dove delle poesie adornano i muri delle case e della città; e non credo si trovino con la stessa deliberata coerenza fissate anche sui muri scorciati e cadenti, coperti di muffa o pericolanti, vandalizzati o dimenticati persino dal sole, come capita a Lentini.
Lentini, la città che Guglielmo amava a prescindere, dovrebbe forse ricordarlo per l’esempio strenuo di cercare nella sua stessa storia, nelle sue radici, il motivo per essere orgogliosa e fiera, e da ciò positivamente rinascere: che sia il Parco Archeologico, il San Valentino sulle orme di Giacomo da Lentini e del sonetto, il progetto del Luogo Gentile con le poesie murali o la chiesa di San Giuseppe Giusto, o l’orgoglio di parlare attraverso un documentario dell’esempio di sindacalista di Graziella Vistrè o di scrivere una storia autentica del Biviere. Per me, è difficile scegliere: ho conosciuto Guglielmo principalmente come scrittore di racconti, poesie, opere teatrali, creatore di riviste letterarie e di antologie di poesia, di eventi culturali, e l’ho seguito come giornalista, scrittore sul web, documentarista, regista, creatore di rassegne di fumetti, attivista ambientale, politico e sociale, animatore di iniziative di lettura per i ragazzi, pittore, scultore, attore e dicitore di poesie… Scegliere sarebbe come tagliare qualcosa da un corpo unitario; ma vorrei che Lentini ricordasse e testimoniasse il suo affetto continuando anzitutto nella sua idea di Luogo Gentile, aggiungendo ancora e ancora poesie sui muri, poesie per gli occhi e per il cuore, come una disseminazione generosa di Bellezza, proprio come il gesto del seminatore e del raccoglitore, com’era Guglielmo.

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Anche il gusto di decadere è decaduto, miseramente, nella ricerca di una fatua goduria
Le "serate" di Arcore e la banalità della seconda Repubblica. L'amaca di Michele Serra di oggi
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Impara a suonare il theremin con Clara Rockmore! #GoogleDoodle

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Un'interpretazione rigorosa e appassionata, dove brilla anche la tessitura di questa chitarra a undici corde dal suono molto bello.
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