Profile cover photo
Profile photo
Info Point Noto
13 followers
13 followers
About
Posts

Post has attachment
La figura del Commissario Montalbano nasce per mano dello scrittore agrigentino Andrea Camilleri. La Tv italiana ne ha tratto poi soggetto per una riuscita serie ormai tradotta in tutto il mondo e persino in giapponese.
Il segreto del successo di queste storie, piene di ironia, mistero e meravigliosi colori di una Sicilia barocca del Sud est, vive soprattutto nel Commissario Montalbano, impersonato dall’attore Luca Zingaretti, spesso ripreso mentre nuota davanti la sua casa al mare. Dongiovanni impenitente e buongustaio ineccepibile, il commissario Montalbano, certo il più riuscito dei personaggi di Andrea Camilleri, si muove agevolmente tra una indagine e un’arancina.
Le location della produzione tv hanno scelto il sud est siciliano anche per l’effetto luminoso del sole che bacia la pietra locale, che conferisce alla pellicola effetti straordinari ed impensabili per qualunque filtro o fotoritocco.
E’ il trionfo cinematografico del sud est siciliano, baciato da una luce costante che tinge di oro qui palazzi elegantemente barocchi, lì una masseria di campagna, e, su tutto, finissime spiagge da sogno.

Vi invitiamo a scoprire con noi i luoghi televisivi del Commissario Montalbano:

Noto

L'imponente Palazzo Di Lorenzo di Castelliccio appare nell'episodio "Gita a Tindari" e vede il commissario suonare al citofono.
In "Tocco d'artista" lo studio del notaio è ambientato nello splendido Palazzo Nicolaci.
Di fronte alla Chiesa di San Francesco d'Assisi all'Immacolata Montalbano incrocia e ferma una signora.
In vari episodi Noto è anche rappresentata dal carcere di Vigata, ambientato presso l'ex Monastero di San Tommaso.
In un paio di episodi, oltre al Palazzo Nicolaci e all'omonima strada in salita, è stato immortalato, a far da esclusivo fondale, il prospetto della Chiesa di Montevergini, ma anche altre location, sparse tra il centro storico e la Noto alta. Ad esempio il terrazzino del Café Amarcord, alla destra di Palazzo Ducezio, dove Montalbano prende un caffé.
Nel mese di maggio del 2015, finalmente, è venuto il turno della Loggia del mercato di Palazzo Nicolaci, che è stata selezionata dal regista, Alberto Sironi, per ambientare alcune scene delle due nuove puntate della popolare serie, tratte dai romanzi intitolati "Un covo di vipere" del 2013 e "La piramide di fango" del 2014.
Castello di Donnafugata. Nella fiction è la sontuosa e sorvegliatissima residenza del boss Don Balduccio Sinagra. L'attore Luca Zingaretti ha scelto questo luogo per celebrare il suo matrimonio con l'attrice napoletana Luisa Ranieri.

Comiso. L'ex Mercato Ittico e il Municipio di Comiso sono diventati il set per alcune riprese de "Gli arancini di Montalbano". Altre scene sono state girate del piazzale antistante la Chiesa Madre, in Piazza Fonte Diana e all'interno del Palazzo Municipale.

Donnalucata. Nella fiction è il borgo di Marinella.

Ispica. Sono state girate delle scene presso il Loggiato, Corso Garibaldi e la piazza della Chiesa della SS. Annunziata.

Marina di Ragusa. Sono state girate delle scene presso il Lungomare Mediterraneo e il Lungomare Andrea Doria.

Marzamemi. Le casette dei pescatori che si affacciano sul mare, il borgo marinaro e il magazzino della tonnara sono il luogo di alcuni episodi della fiction.

Modica. Sono state girate delle scene presso la scalinata adiacente al Duomo di San Giorgio, Palazzo Polara, Palazzo degli Studi, la Chiesa di San Pietro e veri vicoli della città, che fa spesso da sfondo alla fiction.

Portopalo di Capopassero. Sono state girate delle scene presso la Tonnara e il Castello Tafuri.

Punta Secca. Qui si trova l'abitazione di Montalbano, nella piazzetta antistante la Torre Scalambri, direttamente sul mare. Numerose le scene girate sulla spiaggia e nella piazzetta antistante la casa.

Ragusa Ibla. Sono state girate delle scene presso il Duomo di San Giorgio, Via XXV Aprile, il Circolo di Conversazione, Piazza Pola col palazzo accanto alla Chiesa di San Giuseppe, i bellissimi giardini iblei e tanti altri angoli della città.

Scicli. La location principale della fiction. Sono state girate delle scene presso Via Francesco Mormino Penna, Palazzo Municipio sede del commissariato, Palazzo Penna-Musso-Iacono sede della questura, Piazza Italia, Piazza Carmine, Chiesa e cava di San Bartolomeo, Palazzo Spadaro, Piazza Armando Diaz, il complesso della Madonna del Rosario e Via Duca degli Abruzzi.

Sampieri. Nella fiction prende il nome di Mànnara, luogo malfamato per delitti e prostituzione. Si tratta della scogliera del Pisciotto dove sorge la Fornace Penna, un grandioso complesso di archeologia industriale in rovina.

Siracusa, Ortigia. Sono state girate delle scene presso Palazzo Vermexio, Piazza Duomo col Duomo di Ortigia e la Chiesa di Santa Lucia alla Badìa.

Vendicari. All'interno della riserva naturale di Vendicari, presso la Torre Sveva, è stato girato uno degli episodi della serie.

Vittoria. Molti angoli della città sono ripresi nella fiction, come il palazzo alla sinistra della Chiesa di San Giovanni.
Photo
Add a comment...

Post has attachment
Una delle feste religiose più sentite dai siciliani è la Pasqua, e l’area del sud est, radicata com’è alla tradizione, non fa eccezione. Nei giorni della Risurrezione, le piazze ed i borghi si animano di gruppi di cittadini che si preparano, come in un grande evento a partecipazione collettiva, alle sacre rappresentazioni.
Dalla Domenica delle Palme alla processione del Venerdì Santo sino alla Domenica della Pasqua, le parrocchie, le chiese ed i luoghi di culto rinnovano la loro fede con eventi che si tramutano in spettacolari scenografie ambientate spesso sullo sfondo di un barocco giallo oro. Lacrime di emozione e fede sentita, botti gioiosi e statue portate a spalla, silenzi dolorosi e applausi genuini scandiscono i giorni della Pasqua, accompagnati, come buona tradizione sicula impone, da piatti tipici, dolci e salati, che è obbligo degustare.

Ecco il calendario della Settimana Santa a Noto:

GIOVEDI' SANTO: Visita ai "Santi Sepolcri" - ore 19,00

VENERDI' SANTO: PROCESSIONE DELLA "SANTA SPINA" - ore 20,00
La reliquia, proveniente dalla Città Antica e custodita in un'artistica teca d'oro, è portata in processione per le vie del Centro Storico insieme al simulacro del Cristo Morto e della Madonna Addolorata; seguono le Confraternite, la Banda Musicale e i fedeli.

DOMENICA DI PASQUA - "LA PACE"
Piazza Municipio - ore 13,00: Incontro ed abbraccio tra i simulacri della Vergine e del Cristo Risorto.
La Madre riconosce il Figlio risorto, i due corrono l'uno verso l'altro, lei perde il velo nero del lutto, si abbracciano ed infine la Vergine benedice la popolazione.
Volo di colombe, fuochi pirotecnici e musiche gioiose fanno da cornice a questo spettacolo stupendo.
Photo
Add a comment...

Post has attachment
Fra gli eventi collaterali dell'Infiorata, è doveroso citare il "Corteo Barocco", che sfila per le vie del centro storico, rievocando i fasti della Noto del Settecento, costituito da figuranti in costume d'epoca, da musici e sbandieratori che si prodigano in virtuosismi acrobatici.

Negli ultimi anni la manifestazione si è aperta al contributo e alla cultura di artisti stranieri: i primi a impreziosire l'infiorata coi propri motivi decorativi sono stati i giapponesi, seguiti dai russi, dagli spagnoli della Catalogna per finire con l'Infiorata 2016 che ha ospitato delegazioni provenienti da varie parti del mondo, con un boom di visitatori. Secondo le ultime stime si parla di centinaia di migliaia di turisti che ogni anno affollano la città barocca. L'Infiorata netina alimenta una corrente turistica rilevante destinata a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni.

Photo
Add a comment...

Post has attachment
Infiorata di Noto

La tradizione delle decorazioni floreali è nata a Roma nella prima metà del XVII secolo come espressione della cosiddetta festa barocca. Si ritiene, infatti, che la tradizione di creare quadri per mezzo di fiori fosse nata nella basilica vaticana ad opera di Benedetto Drei, responsabile della Floreria vaticana, e di suo figlio Pietro, i quali avevano usato fiori frondati e minuzzati ad emulazione delle opere del mosaico, il 29 Giugno 1625, festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma.
Sicuramente non si pensava che questa brillante, originale e geniale trovata avrebbe avuto una così lunga vita. Evidentemente l'idea piacque, poiché è giunta ai giorni nostri e non accenna ad arrestarsi.

Era il lontano 1980 quando, grazie a un'illuminata quanto lungimirante intuizione di alcuni amministratori locali, fu immaginata per Noto una "Primavera Barocca" ricca di brio e allegria, impreziosita dai colori e dai profumi dei fiori di un'infiorata dal taglio volutamente profano, ma ispirata e declinata da quella a carattere religioso di Genzano, nel Lazio. Da allora, ogni anno, il terzo weekend di maggio, Noto, "Giardino di Pietra", secondo la memorabile definizione di Cesare Brandi, ormai adottata nel mondo intero per indicare la capitale del barocco, accoglie, nel cuore del centro storico, nella suggestiva via Nicolaci, un meraviglioso tappeto di fiori.

Il venerdì, nel pomeriggio, ciascuno degli artisti vincitori del concorso bandito dal Comune per l'ideazione dei bozzetti ispirati a temi che variano, di anno in anno, dalla mitologia all'arte sacra, al folklore locale, ecc., prende possesso del riquadro assegnatogli tra i sedici a disposizione sui lastroni di lava che pavimentano la via Nicolaci. E' consolidata tradizione che la realizzazione del bozzetto raffigurante lo stemma della città, che apre l'Infiorata con il primo riquadro, venga affidata, fuori concorso, all'Istituto d'arte di Noto.
Inizia allora la prima fase della tessitura artistica con autori e infioratori intenti a tracciare con appositi gessetti le sagome dei disegni, primo abbozzo dell'equilibrio armonico di forme e colori che si prefiggono di realizzare.
Ma la traslazione esecutiva, dal bozzetto su cartoncino di dimensioni minime (cm 50 per cm 70) all'opera floreale sul riquadro assegnato per uno spazio interno utile di circa m 6 per m 4, inizia a partire dal primo pomeriggio del venerdì e si sviluppa fino al completamento, il più delle volte fino al primo mattino del sabato.
Per infiorare il tappeto di mq 700, occorrono circa 400.000 fiori, in prevalenza margherite, garofani, gerbere, rose, ma anche fiori di campo delle più varie dimensioni e colori, ampiamente disponibili, nel mese di maggio, in tutto il territorio collinare di Noto. Per la copertura di cornici e parti esterne, nonché per la realizzazione delle necessarie sfumature, gli artisti fanno ampio uso delle essenze vegetali tipiche della macchia mediterranea come foglie di mirto, finocchietto, lentisco, oltre a foglie e steli di garofani, crusca, carrube macinate, semi di carrube, tufo nero di caffè ecc.
Il fervore esecutivo si avvale dello stupore di una folla di curiosi che segue con trepidazione il lavoro compositivo degli artisti che, a conclusione della fatica, si allontanano barcollanti, sorretti da amici e collaboratori.
All'alba del sabato, quando il sole si leva ad oriente con misurata maestosità, l'opera meticolosa e competente di gruppi di fotografi, cineoperatori e videoamatori inizia la procedura per consegnare ai posteri il ricordo del fuggevole respiro dell'Infiorata. Contemporaneamente, gli occhi dei primi mattinieri visitatori si spalancano dinanzi al tripudio floreale, mentre le chimere e i mostri che sorreggono i "più bei balconi del mondo", quelli del Palazzo Nicolaci di Villadorata, tracciano un misterioso sorriso simpaticamente estorto dalla luminosità solare.
Continua, quindi, l'affluenza di turisti, in particolare studenti in visita con i loro docenti, per tutta la giornata di lunedì, finché a sera non si procede all'asportazione dei fiori ormai prossimi all'appassimento.
Resteranno, per molto tempo ancora, i disegni dei bozzetti, silenziosi testimoni di un'avventura di breve durata che, però, conoscerà una rinnovata edizione l'anno successivo.
Photo
Add a comment...

Post has attachment
Il Borgo Marinaro di Marzamrmi

Marzamemi è una frazione marinara di cui una parte è del comune di Pachino, da cui dista circa 3 km, e una seconda parte è del comune di Noto, da cui dista 20 km.
L'origine del nome Marzamemi è controversa: secondo alcuni deriverebbe dalle parole arabe marza (‘porto') e memi (‘piccolo'), mentre secondo il glottologo netino Corrado Avolio il toponimo deriverebbe dall'arabo marsà ‘al hamam, cioè «baia delle tortore», per l'abbondante passo di questi uccelli in primavera.
Il borgo è nato attorno all'approdo, poi divenuto porto da pesca, e si è sviluppato grazie a quest'ultima attività, molto praticata ancor oggi, dotandosi anche di una Tonnara, tra le più importanti della Sicilia. La tonnara di Marzamemi risale al tempo della dominazione degli arabi in Sicilia. Nel 1630 venne venduta dal proprietario al Principe di Villadorata.
I Villadorata potenziarono i fabbricati della tonnara portando da Avola e da Siracusa degli abili carpentieri, che poi rimasero residenti a Marzamemi.
Nel 1752 costruirono il palazzo, la chiesa di San Francesco di Paola e le casette dei pescatori (molte delle quali, oggi, ospitano bar, ristoranti e negozi).
Nel 1912 fu costruito a Marzamemi uno stabilimento di lavorazione del tonno salato e in seguito del tonno sottolio. La pesca della tonnara fu abbondante fino al dopoguerra.
Dal porto di Marzamemi, in passato, partivano anche navi che trasportavano grandi quantità di vino prodotto localmente verso i diversi porti della penisola. Il vino veniva trasportato anche da treni merci verso varie località estere, essendo stata Marzamemi fornita di stazione ferroviaria.
Fino al 31 dicembre del 1985, era raggiungibile anche tramite i treni viaggiatori della ferrovia che da Siracusa e Noto, costeggiando il territorio della Riserva naturale orientata Oasi Faunistica di Vendicari, raggiunge Pachino.
Ulteriore fonte di sviluppo è la pesca e la lavorazione di prodotti ittici: famosa è, ad esempio, la bottarga di tonno rosso, lavorata usando artigianalmente antichi sistemi di essiccazione derivati dalla cultura arabo-fenicia.
Marzamemi possiede una bella spiaggia: negli ultimi anni, ha puntato sul turismo, offrendo la possibilità di numerosi approdi attrezzati per imbarcazioni da diporto. In estate, la popolazione aumenta notevolmente, grazie anche agli insediamenti residenziali sorti nei pressi del borgo antico.
Nel mese di agosto i cattolici festeggiano Francesco di Paola, da loro venerato come santo, con una processione di barche, cuccagna a mare e una regata.
Nel 1993 il borgo storico è stato utilizzato come location dal regista Gabriele Salvatores per il film Sud, con protagonisti gli attori Silvio Orlando, Claudio Bisio e Francesca Neri.
Dal 2000 Marzamemi ospita il Festival del Cinema di Frontiera.
Photo
Add a comment...


Citazioni Famose

Da secoli meta prediletta di viaggiatori e artisti, la Sicilia ha ispirato ai suoi più famosi visitatori versi e parole che ne esaltano il fascino e la bellezza.
Questa raccolta di citazioni, celebri o meno, compone una sorta di racconto dell’Isola, che, speriamo, susciti nel lettore il desiderio di visitarla.

«La Sicilia è il puntino sulla i dell'Italia, [...] il resto d'Italia mi par soltanto un gambo posto a sorreggere un simil fiore»
(Friedrich Maximilian Hessemer, Lettere dalla Sicilia)

"Andate a Noto, datemi retta…questo è un luogo che, se uno ci capita resta intrappolato e felice, chi lo muove più".
(Gesualdo Bufalino)

«Custodisca Iddio una casa di Noto, e fluiscano su di lei le rigonfie nuvole!
Con nostalgia filiale anélo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle belle sue donne.
E chi ha lasciato l'anima a vestigio di una dimora, a quella brama col corpo fare ritorno...
Viva quella terra popolata e colta, vivano anche in lei le traccie e le rovine!
Io anélo alla mia terra nella cui polvere si sono consumate le membra e le ossa dei miei avi».
(Ibn Hamdis, "Diwan" (canzoniere), tra l'XI e il XII secolo)

«Non invidio a Dio il Paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia [...] ».
(Federico II di Svevia, 1194 – 1250)

«Nel bene e nel male, la Sicilia è l’Italia al superlativo».
(Edmonde Charles Roux, “Oublier Palerme”, 1966)

«Eccola, dunque, finalmente, ci dicevamo, questa Sicilia, la mèta del nostro viaggio, l’argomento delle nostre discussioni da tanti mesi, eccola tutta intera sotto i nostri piedi. [...] È questa la patria delle divinità della mitologia greca. [...] Terra degli déi e degli eroi! ».
(Alexis de Tocqueville, 1805 – 1859)

«O divina Sicilia! Quanti Italiani, che hanno corso il mondo per diletto, morirono o moriranno senza averti veduta!».
(Edmondo De Amicis, “Ricordi di un viaggio in Sicilia”, 1908)

«Nessuna isola erge sull’orizzonte della nostra civiltà una fronte più radiosa della Sicilia. Essa punta verso tre continenti e ne sintetizza le caratteristiche. Tre volte, nel corso dei secoli, fu il più fulgido centro del mondo mediterraneo».
(Roger Peyrefitte, “Du Vesuve à l’Etna”, 1952)

Il sesto giorno Dio compì la sua opera
lieto di averla creata tanto bella prese la terra tra le mani e la baciò…
là dove pose le sue labbra è la Sicilia.
(Renzo Barbera)

Numquam est tam male Siculis, qui aliquis facete et commode dicant
Qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi lo commenteranno con una battuta di spirito
(Cicerone, In verrem - De Praetura Siciliensi)

«Ajo visto el mappamondo
et la carta da navichare,
ma Sicilia ben me pare
più bel isola del mondo».
(Carmelo Trasselli, "Sicilia Levante e Tunisia nei secoli XIV e XV", 1952)

«Il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell'isola hanno cantato con solennità»
(Dante Alighieri, De vulgari eloquentia)

«Sai tu isola bella, a le cui rive
manda Jonio i fragranti ultimi baci,
nel cui sereno mar Galatea vive
e su' monti Aci?»
(Giosuè Carducci, "Primavere Elleniche", 1872)

«Venga a' li lidi tuoi
fè d'opre alte e leggiadre,
o isola del sole, o tu d'eroi
Sicilia antica madre».
(Giosuè Carducci, "Rime e ritmi"- alla figlia di F. Crispi, 1898)

«Ho conosciuto la piena bellezza,
lo splendore nobile e pacifico
della luce, pura e immensa,
a Palermo, a Villa Tasca».
(Anna de Noiailles, "Les vivants et les morts", 1913)

«Pagatemi queste righe a peso d'oro, non per la loro straordinaria bellezza ma perchè io stesso le devo pagare così care. Se stimo ogni stelletta dieci centesimi e un centesimo ogni profondo mormorio del mare, dieci lire il fuocherello rosso sulla cima dell'Etna e mezza lira ogni ora dell'aria balsamica - come vedete, non tengo conto né dei riflessi del mare, né delle palme, né del vecchio castello, e nemmeno del teatro greco che di notte non ha niente con cui attirare l'attenzione - allora, veramente ne vale la pena e sia lodato Dio che mi ha mandato in questa parte del mondo».
(Karel Capek, "Fogli italiani"- da Palermo a Taormina, tra il 1890 e il 1938)

«[...] l'influenza della cultura spagnola è l'ultima della serie, la prima è quella greca, la seconda e la terza sono saracena e la normanna; il Rinascimento l'ha sfiorata soltanto.
E' adesso annaffiate queste diverse componenti culturali con il sole abbagliante, con la terra africana, con un mucchio di polvere e con vegetazione bellissima - e avrete la Sicilia».
(Karel Capek, "Fogli italiani"- da Palermo a Taormina, tra il 1890 e il 1938)

«Tutto ciò che la natura ha di grande,
tutto ciò che ha di piacevole,
tutto ciò che ha di terribile,
si può paragonare all'Etna,
e l'Etna non si può paragonare a nulla».
(Dominique Vivand Denon, "Voyage en Sicilie", 1788)

«Te prego, o splendida, più bella tra le città dei mortali».
(Pindaro su Agrigento)

«[...] hai visto le generose
montagne siciliane coperte da vigneti.
Hai bevuto a Messina, a Palermo e sull'Etna;
Catania ti ha riempito il calice».
(Jan Andrzej Morsztyn, "Georgiche", 1643-1644)

«Bella ed immensa città, il massimo e splendido soggiorno [...] Palermo ha edifici di tanta bellezza che i viaggiatori si mettono in cammino attratti dalla fama delle meraviglie che offre qui l'architettura, lo squisito lavoro, l'ornamento di tanti peregrini trovati dall'arte».
(Edrisi, 1099 ca. – 1164)

«La verde isola Trinacria, dove pasce il gregge del sole».
(Omero, “Odissea” XI canto,800-700 a.C. )

«L'Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto» [...] «La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra...chi li ha visti una sola volta, li possede...rà per tutta la vita».
(J.W.Goethe, "Viaggio in Italia", 1817)

«Palermo, Museo del Mediterraneo: se volete sapere quel ch'è passato su questi flutti azzurri venite a Palermo. E' una città deliziosa, una città dolce, una città profumata. Le sue piazze, le sue vie, i suoi giardini, i suoi monumenti sono magnifici. Ecco la Sicilia: capolavoro della natura, centro d'un mondo, terra illustre, si commovente e si nobile nel suo misterioso destino».
(Gabriel Hanotaux, documento diplomatico dell'Accademia di Francia, 1853-1944)

«E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!"».
(Dante Alighieri, Paradiso, VIII canto, vv 67-69; 1304-1321)

«L' Etna nevoso, colonna del cielo
d'acuto gelo perenne nutrice;
mugghiano dai suoi recessi
fonti purissime d'orrido fuoco,
fiumi nel giorno riservano
corrente fulva di fumo
e nella notte ròtola
rocce portando alla discesa
profonda del mare, con fragore».
(Pindaro, Ode Pitica , 518- 438 a.C)

«È la città greca per le sue origini, per la luminosità del suo cielo e per le mètopi del suo museo, di bellezza non inferiore a quelle di Olimpia. È città romana per il ricordo delle sue lotte contro Cartagine e per i mosaici della villa Bonanno. È città araba per le piccole cupole di alcune sue chiese, eredi delle moschee. È città francese per la dinastia degli Altavilla che l'abbellirono. È città tedesca per le tombe degli Hohenstaufen. È città spagnola per Carlo Quinto, inglese per Nelson e Lady Hamilton».
(Roger Peyrefitte su Palermo, 1907 – 2000)

«Giusto è che questa terra, di tante bellezze superba, alle genti si addìti e molto si ammiri, opulenta d'invidiati beni e ricca di nobili spiriti».
(Lucrezio, De rerum natura, I secolo a.C.)

«Il medio-evo cristiano si è vittoriosamente installato sulla vetta del monte Erice, ma le città della pianura, Trapani e Marsala, geograficamente le più occidentali della Sicilia, sembrano la più durevole impronta dell'Oriente».
(Daniel Simond, 1904 – 1973)

«Di fronte m'eri Sicilia, o nuvola di rosa sorta dal mare! E nell'azzurro un monte: l'Etna nevosa. Salve o Sicilia! Ogni aura che qui muove pulsa una cetra od empie una zampogna e canta e passa...Io era giunto dove giunge chi sogna».
(Giovanni Pascoli, "Odi e Inni"- L'isola dei poeti, 1906)

«L'intera Sicilia è una dimensione fantastica. Come si fa a viverci senza Immaginazione?».
(Leonardo Sciascia)

«Montalbano si commosse. Quella era l'amicizia siciliana, la vera, che si basa sul non detto, sull'intuìto: uno a un amico non ha bisogno di domandare, è l'altro che autonomamente capisce e agisce di consequenza».
(Andrea Camilleri, "Il ladro di merendine", 1996)

«Peregrino del mare, se da lungi tra i flutti
vedi brillare il fuoco dell' Etna, i lini tutti
spalanca al vento, e corri! Quivi è eterno riso: approda a queste spiaggie, è questo il Paradiso!».
(Ettore Romagnoli, "Poesie", 1871 – 1938)

«La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo... Ma quel che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo, è il fatto che da un'estremità all'altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura».
(Guy de Maupassant, "Viaggio in Sicilia", 1885)

«Ha insegnato Leonardo Sciascia che la Sicilia non è una. Ne esistono molteplici, forse infinite, che al continentale, forse al Siciliano stesso, si offrono e poi si nascondono in un giuoco di specchi».
(Paolo Isotta, Corriere della Sera, 4 marzo 2008)

«Sai tu la terra ove i cedri fioriscono?
Splendon tra le brune foglie arance d'oro
pel cielo azzurro spira un dolce zeffiro
umil germoglia il mirto, alto l'alloro...».
(J.W.Goethe, "evocazione")

«Vi è una Sicilia "babba", cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia "sperta", cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o sia un male [...]».
(Gesualdo Bufalino, "Cere perse"- l'isola plurale, 1982 e il 1985)

Arrivi qui e ti accorgi che quella città in cui vivi, cioè Parigi, sembra un posto qualunque, anonimo, che subito rifiuti di considerarlo quella capitale del mondo che tutti credono, e nemmeno il centro dell’Europa, perché non ha i colori della Sicilia, né i suoi profumi né i sapori che tingono e incensano l’anima della mia infanzia.
(Claudia Cardinale)

La Sicilia è un dono di Dio, ci sono posti che non ti immagini, alla fine di una strada ti imbatti in un anfiteatro fatto di pietra lavica, e se sali sull’Etna e vedi il mare, beh, allora capisci perché chi conosce la Sicilia ne sia innamorato.
(Carmen Consoli)

La più bella regione d’Italia: un’orgia inaudita di colori, di profumi, di luci, una grande goduria
(Sigmund Freud)

“Cosa ti manca della Sicilia?”
“U scrusciu du mari.”
(Andrea Camilleri)

Quegli odori di alga seccata al sole e di capperi e di fichi maturi non li ritroverà mai da nessuna parte; quelle coste arse e profumate, quei marosi ribollenti, quei gelsom ini che si sfaldano al sole.
(Dacia Maraini)

Il clima è temperato, l’aria dolcissima, l’isola fertile, il tempio assai più bello di quanto se ne dica.
(William Shakespeare)

All’inizio della mia carriera l’essere siciliana e il forte accento del dialetto, mi rendeva molto insicura; pensavo che al di là dello Stretto di Messina tutto fosse più interessante e coinvolgente. Crescendo e acquisendo più fiducia in me stessa e nella mia sicilianità, invece, mi sono resa conto che non solo non abbiamo nulla in meno, ma che bisogna con ogni strumento difendere il nome della Sicilia.
(Maria Grazia Cucinotta)

Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso.
(Luigi Pirandello)

Anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia.
(Renato Guttuso)

Basta un attimo per sentirti avvolta da una sensazione nuova e antica, avvolgente e narcotizzante assieme, quell’attimo in cui poggi il piede su quest’isola, appena scesa da un treno o da un aereo. E subito capisci che questa terra, questo paesaggio, questa luce ti appartengono, fanno parte del tuo dna, delle tue radici, della tua anima, di qualcosa che senti tuo…
(Claudia Cardinale)

I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria.
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Prendete un problema di qualunque natura (politico, sociale, culturale, tecnico o altro) e datelo da risolvere a due italiani: uno milanese e l’altro siciliano. Dopo un giorno, il siciliano avrà dieci idee per risolvere questo problema, il milanese nemmeno una. Dopo due giorni, il siciliano avrà cento idee per risolvere questo problema, il milanese nessuna. Dopo tre giorni, il siciliano avrà mille idee per risolvere questo problema, e il milanese lo avrà già risolto.
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

In Sicilia, quando facciamo qualcosa o la facciamo in grande o niente. Ecco perché spesso non facciamo niente.
(Pino Caruso)

La mia terra è sui fiumi stretta al mare, non altro luogo ha voce così lenta, dove i miei piedi vagano, tra giunchi pesanti di lumache.
(Salvatore Quasimodo)

La Sicilia è la più bella di tutte le isole, poiché contribuisce grandemente alla crescita di un impero.
(Diodoro Siculo)

Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutt’a un tratto d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri.
(Giovanni Verga)

Di tutte le isole del Mediterraneo la Sicilia è la più grande, la più fertile, la più popolata. Situata alla punta estrema dell’Italia, verso occidente, forma un braccio di mare che si chiama Stretto di Messina, largo, nella parte settentrionale, non più di tre quarti di lega; proprio in questo canale ci sono i famosi promontori di Cariddi e di Scilla: Cariddi vicino al porto di Messina, Scilla sulla penisola. La Sicilia è triangolare; la sua parte più ampia è di circa sessantasei leghe. È divisa in tre «valli», termine che significa «provincia». Queste valli hanno avuto nome dalle città che sono o che sono state loro capoluoghi: il vallo di Mazzara a sud, il vallo di Noto al Oriente e il vallo di Emonè a nord.
(Jean Pierre Louis Laurent Hoüel)

Poiché abbiamo intitolato questo libro Le isole, in conformità con questa intestazione, la prima isola di cui parleremo sarà la Sicilia, perché è la più ricca delle isole ed è al primo posto per l’antichità dei miti che si raccontano a suo riguardo. L’isola, in antico chiamata Trinacria per la sua forma, poi denominata Sicania dai Sicani che vi si stabilirono, alla fine ha avuto nome Sicilia dai Siculi, che vi passarono in massa dall’Italia.
(Diodoro Siculo)

Allora incontro ti verran le belle
Spiagge della Trinacria isola, dove
Pasce il gregge del Sol, pasce l’armento.
(Omero, Odissea)

Il popolo siciliano è un popolo forte, generoso, intelligente. Il popolo siciliano è il figlio di almeno tre civiltà: la civiltà greca, la civiltà araba e la civiltà spagnola. È ricco di intelligenza questo popolo. Quindi non deve essere confuso con questa minoranza che è la mafia. È un bubbone che si è creato su un corpo sano.
(Sandro Pertini, Messaggio di fine anno agli Italiani, dicembre 1983)

Ci vuole più tempo per attraversare la Sicilia sui binari che volare da un’altra parte del mondo.
(Sergio Rizzo)

In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni buone, quanto le cattive si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso.
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i piú bei regali.
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Dobbiamo ricordare che la Sicilia è terra di Archimede non terra di mafia. Quello che ha fatto Archimede è unico al mondo. È l’unico uomo al mondo che dall’alba della civiltà fino al 1500 dopo Cristo, in diecimila anni ha capito cose che nessun altro, nemmeno Einstein, ha capito fino al 1929. È stato lui a dire Datemi una leva e solleverò il mondo. Associare l’immagine della Sicilia ad un così grande scienziato è un grande problema che dobbiamo affrontare. È un tema che abbiamo dimenticato per duemila anni.
(Antonino Zichichi)

È facile essere felici in Sicilia, ma è un’operazione che richiede un adattamento biologico oltre che culturale: bisogna imparare a vivere il tempo alla maniera siciliana.
(Francine Prose)

La famiglia è lo Stato del siciliano.
(Leonardo Sciascia)

In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

È incredibile come i siciliani, dal piú infimo strato alle cime piú alte, siano solidali tra loro e come anche degli scienziati di innegabile valore corrano sui margini del Codice Penale per questo sentimento di solidarietà. Mi sono persuaso che realmente i siciliani fanno parte a sé; c’è piú somiglianza tra un calabrese e un piemontese che tra un calabrese e un siciliano.
(Antonio Gramsci)

È questa la patria delle divinità della mitologia greca. Vicino a questi luoghi, Plutone rapì Proserpina alla madre; in questo bosco che abbiamo appena attraversato, Cerere sospese la sua rapida corsa e, stanca delle sue vane ricerche, si sedette su una roccia e, benché dea, pianse, dicono i Greci, perché era madre. Apollo ha custodito le mandrie in queste valli; questi boschetti che si estendono fin sulla riva del mare hanno risuonato del flauto di Pan; le ninfe si sono smarrite sotto le loro ombre e hanno respirato il loro profumo. Qui Galatea fuggiva Polifemo, e Akis, sul punto di soccombere sotto i colpi del suo rivale, incantava ancora queste rive e vi lasciava il suo nome… In lontananza si scorge il lago d’Ercole e le rocce dei Ciclopi. Terra degli déi e degli eroi!
(Alexis de Tocqueville)

Vi è una drammaticità in quest’isola che non ha uguale in alcun luogo del mondo. Il nostro spirito spazia liberamente da Pitagora a Colombo, pervaso dal senso di una realtà grandiosa. Qui approda Platone. Qui combatte il cartaginese. Qui il bizantino costruisce. Qui lo svevo dorme, sotto volte arabe, in una tomba di porfido. Qui Goethe cavalca su un sentiero lungo il mare. Qui Platen esala l’ultimo respiro.
(Hugo von Hofmannsthal)

I siciliani gente acuta e sospettosa, nata per le controversie.
(Marco Tullio Cicerone)

In Sicilia abbiamo tutto. Ci manca il resto.
(Pino Caruso)

La nostra terra ha subito tante devastazioni morali e materiali. Anche la natura qualche volta si è accanita contro la nostra terra attraverso i terremoti. Eppure, che cosa è rimasto intatto? È rimasta una bellezza infinita, unica al mondo. Basta girare la nostra Sicilia, le coste, l’interno della Sicilia, per scoprire una bellezza che i nostri avi, i nostri progenitori, ci hanno lasciato in eredità, sicuri forse, loro, che noi l’avremmo rispettata questa natura, l’avremmo esaltata…cosa che non abbiamo fatto. Questa terra, senza futuro, è morta, è finita, è scomparsa, e i giovani non troveranno niente, nient’altro che macerie e devastazioni. Amara terra mia, amara…e bella. Il Bello vincerà, sono sicuro. Il Bello trionferà.
(Pippo Baudo)

La Sicilia contiene le memorie dei romani, dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei. La Sicilia è vicina anche geograficamente al nord Africa. La Sicilia può essere la Bruxelles del Mediterraneo.
(Abraham Yehoshua)

Anche nelle zone più sconsolate batte un sole che riempie tutto di sé e trasumana le cose: ciò che altrove sarebbe indifferente, qui è divino perchè viene investito in pieno da una luce solidale, chiarificatrice di ogni minima struttura.
(Sebastiano Aglianò)

La Sicilia è indubbiamente una delle due grandi isole letterarie del continente, l’altra è l’Irlanda. Entrambe hanno un’importantissima tradizione di scrittori e poeti, al punto che si dovrebbe riflettere sul legame specifico che esiste tra la condizione insulare e il bisogno di scrittura. Un bisogno spesso strettamente legato al tema della nostalgia, visto che, quando gli scrittori vivono lontani dall’isola natia, sublimano la nostalgia attraverso la scrittura.
(Daniel Pennac)

Dalla natura (storica) del siciliano emerge un orgoglio: quello di avere il privilegio delle disgrazie.
(Pino Caruso)

Noi siciliani non siamo nemmeno masochisti: ci facciamo continuamente del male, ma senza provarci piacere.
(Pino Caruso)

Io sono io e la Sicilia. Non posso ignorarlo o escluderlo, sarei colpevole di un’astrazione malfatta.
(Manlio Sgalambro)

La prua della barca taglia in due il mare
ma il mare si riunisce e rimane sempre uguale
e tra un greco, un normanno, un bizantino
io son rimasto comunque siciliano.
(Lucio Dalla)

Io amo pensare alla Sicilia come un luogo dove puoi trovare qualunque tipo di contraddizioni. Troverai sempre che tutto ha un fondamento. Però certamente il fatto che sia un’isola ha influito moltissimo sulla capacità di ragionare, ma anche, forse, sulla capacità di sragionare, se vogliamo sempre citare Pirandello. Quello che a me sempre ha colpito è che, secondo me, l’isola, l’essere nati in un’isola ha accentuato la vena sognatrice dei siciliani. L’essere costretti ad immaginarsi che cosa ci sia dall’altra parte dell’orizzonte ha accentuato molto questa vena visionaria che mi è molto vicina, in qualche modo.
(Giuseppe Tornatore)

Siamo abituati a pensare al mare d’estate ma la stagione più bella per venire in Sicilia è proprio questa, la primavera, oppure l’autunno, che per me, individuo malinconico, è una stagione di grande fascino. La Sicilia è la culla della nostra cultura, qui viene conservato come in un laboratorio il dna del nostro essere un popolo mediterraneo. Una grande terra che racchiude però tantissime anime: non riesco a immaginare niente di più diverso tra loro fra Palermo, Ragusa, Catania, Taormina, Trapani…
(Luca Zingaretti)

In Sicilia ci sono le donne che hanno la pelle più bella e più luminosa del mondo. Lei ricorda La terra trema di Luchino Visconti? Quelle donne siciliane vestite di nero, ma un po’ scollate, al punto giusto, luminose e provocanti come non mai. Andate a rivedere quel film e poi ne riparliamo. Comunque in fatto di donne, difficilmente mi sbaglio.
(Giorgio Albertazzi)

In quanto alla Sicilia da che mondo è mondo è stata sempre al centro della grande storia. Prima i commerci e le tante dominazioni, oggi l’approdo nelle sue coste di una catena di disperati. I natanti fanno rotta verso Lampedusa perché la Sicilia da sempre è terra di accoglienza. Brava gente con grande senso dell’umanità. Altrove, vedi in Spagna ma anche in Francia per molti versi, non è così. Il flusso purtroppo è destinato a ingrossarsi.
(Tahar Ben Jelloun)

I siciliani sono più personaggi che persone.
(Roberto Gervaso)

Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.
(Gesualdo Bufalino)

Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male.
(Gesualdo Bufalino)

L’estate cala sulla Sicilia come un falco giallo sulla gialla distesa del feudo coperta di stoppe. La luce si moltiplica in una continua esplosione e pare riveli e apra le forme bizzarre dei monti e renda compatti e durissimi il cielo, la terra e il mare, un solo muro ininterrotto di metallo colorato. Sotto il peso infinito di quella luce gli uomini e gli animali si muovono in silenzio, attori forse di un dramma remoto, di cui non giungono alle orecchie le parole: ma i gesti stanno nell’aria luminosa come voci mutevoli e pietrificate, come tronchi di fichi d’India, fronde contorte di ulivo, rocce mostruose, nere grotte senza fondo.
(Carlo Levi)

Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana.
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Isole che ho abitato
verdi su mari immobili
D’alghe arse, di fossili marini
e spiagge ove corrono in amore
cavalli di luna e di vulcani.
(Salvatore Quasimodo)

Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando.
(Leonardo Sciascia)
Add a comment...

Post has attachment
Trinacria, simbolo della Sicilia

Nella bandiera siciliana campeggia in bella mostra il simbolo di una testa femminile con tre gambe piegate (triscele) e mosse direttamente dal capo. In araldica questa raffigurazione prende il nome di trinacria.

La testa rimanda chiaramente alle gorgoni, mostri della mitologia greca di aspetto mostruoso, ali d’oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli. Esse erano tre e rappresentavano le perversioni: Eurialerappresentava la perversione sessuale, Steno la perversione morale e Medusa (la più famosa, unica mortale tra le tre e custode degli Inferi) la perversione intellettuale.

Anticamente il nome della Sicilia era quello di Triquetra o Trinacria. Questo perchè, a differenza della classica forma tonda di tutte le altre isole, la Sicilia ha una configurazione geografica strana. E’ caratterizzata da tre promontori, Pachino, Peloro e Lilibeo e tre vertici che quasi istintivamente rimandano al triangolo. Ed è probabilmente in epoca ellenistica che la cultura greca, colma di dei, semidei e mostri mitologici, coniò il simbolo della gorgone con tre gambe attaccate direttamente alla testa associandolo piano piano alla nostra terra ed i misteri che la avvolgevano (se non sbaglio un tempo la fine del mondo con tanto di colonne d’ercole erano molto più vicine alla Sicilia di quanto possiamo oggi immaginare).

Ma dove trae origine questo simbolo? Ce ne sono mai stati di simili nella storia dell’uomo?

In questo gli studiosi sono concordi nel ribadire che la trinacria sia un antico simbolo religioso orientale che rappresentava il dio del sole nella sua triplice forma di primavera, estate e inverno. Remote monete (del VI e IV secolo a.C.) lo testimoniano. Esse provenivano quasi tutte da città dell’Asia Minore, come Aspendo in Panfilia, Olba in Cilicia, Berrito e Tebe nella Troade.

Il simbolo si sarebbe quindi diffuso in occidente attraverso i greci che con le tre gambe marchiavano diverse monete (a esempio quelle di Atene del VI sec a.C., ma anche successivamente nelle urbe di Paestum, Elea, Terina, Metaponto e Caulonia).
In Sicilia, invece, pare essere stato Agatocle (in Siracusa) ad usare il simbolo sulle monete e forse (questo dato non è certo) come sigillo personale.

E’ solo in epoca romana che la trinacria perde il suo intrinseco significato religioso per diventare esclusivamente il simbolo geografico della Sicilia.

In quell’epoca a Palermo la gorgone con tre gambe appare nel suo aspetto definitivo sulle monete. Ma al posto dei serpenti, la testa della gorgone è decorata con tante spighe. Spighe di grano che tributavano alla Sicilia il suo ruolo di granaio dell’antico impero romano. Sicilia sinonimo di fertilità e prosperità.

Ma perchè è stata usata la testa di una gorgone?

La domanda che alcuni di voi potrebbero porsi è: ma perchè, se il significato religioso della trinacria non c’era più, si continuò ad usare una immagine mistica come quella della gorgone?

La gorgone, amici miei, è un dettaglio tipicamente siciliano.
In tutte le altre rappresentazioni, le gambe erano legate tra loro attraverso un cerchio o un punto.
E la “Trichetria” è fortemente legata alla mitologia greco orientale. I nostri avi erano soliti decorare tempi, vasi e case con maschere e raffigurazioni pittoresche per scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni. Proprio come il gesto delle corna che noi usiamo per esorcizzare il male.

Per il siciliano doc, religioso e superstizioso per tradizione familiare, la trinacria è un talismano portafortuna.

Vogliamo concludere questo articolo spiegando anche il perchè del giallo e del rosso presenti nel vessillo ufficiale della regione Sicilia.
Il giallo ed il rosso stanno a rappresentare rispettivamente il coraggio delle città di Palermo e poi di Corleone, che per prime si sollevarono contro i francesi durante i vespri siciliani del 1282.
Photo
Add a comment...

Post has attachment
La leggenda siciliana delle Teste di moro: quell’amore che diventa vendetta

Così finemente lavorate, belle e colorate, ma nascondono una storia macabra: le teste di moro sono un simbolo della tradizione artistica e della cultura siciliana, un frequente acquisto dei turisti che vogliono portare con sé un ricordo dell’isola e un elemento decorativo di tante abitazioni.

Ma in realtà dietro quest’oggetto si nasconde una storia d’amore e gelosia, d’amore malato e vendetta. La leggenda, che secondo la tradizione si racconta, risale intorno all’anno 1000, nel cuore della dominazione dei Mori in Sicilia, ed è ambientato nell’antico quartiere di Palermo della Kalsa.

Lì viveva una bellissima ragazza che aveva l’abitudine di affacciarsi dal balcone impegnata nella cura delle sue piante. Un giorno un Moro si accorse di lei e ne rimaste affascinato tanto da volerle dimostrare, con coraggiose promesse ed appassionate effusioni, il suo amore incontrollabile.
Il giovane, ricambiato dalla bella siciliana, portava con sé un grande segreto: non soltanto sarebbe ritornato da lì a poco in Oriente, ma era proprio lì che avrebbe ritrovato la sua famiglia, sua moglie e i suoi figli.

Ferita nell’orgoglio e tradita da quello che credeva essere il suo grande amore, pianificò la sua vendetta. Una notte, mentre il suo Moro dormiva indifeso, lo uccise e gli tagliò la testa affinché il suo amato non solo non potesse più tornare da quella famiglia, ma rimanesse con lei per sempre.

Proprio con la testa, da qui deriva il nome testa di moro, ne fece un vaso dove piantò il basilico, una pianta legata ad una simbologia divina e associata da sempre alla sacralità.

Il basilico da quel momento crebbe rigoglioso, sempre secondo la leggenda, grazie alle lacrime della ragazza. La bellezza di quella pianta però risvegliò l’invidia degli altri abitanti del quartiere che quindi si fecero costruire dagli artigiani dei vasi di terracotta a forma di testa di moro.
Photo
Add a comment...

Post has attachment
Il carretto siciliano: da mezzo di trasporto a simbolo culturale

Oggi rappresenta uno dei più grandi simboli del folklore siciliano, nonostante abbia perso la sua originale funzionalità: il carretto siciliano non ha perso la sua importanza e rimane emblema di bellezza, di una sicilianità autentica.

Come ogni simbolo, anche u carrettu (in siciliano) ha alle spalle un vissuto particolare che lo ha trasformato in segno distintivo della propria terra di origine, raccontandone oggi più di ieri la storia economica e culturale dell’isola.

Nel periodo della caduta dell’Impero Romano l’assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote ha limitato l’uso del carro; i maggiori trasporti avvenivano con altri mezzi e perlopiù via mare. Soltanto nei primi anni dell’ ‘800 inizia a diffondersi l’utilizzo del carretto per il trasporto di legna e prodotti agricoli come verdure, legumi e agrumi, mandorle, vino e grano.

È nel ventesimo secondo che il carretto perde in parte la sua funzione di mezzo di trasporto per essere sostituito da veicoli a motore. Proprio allora però il carretto da strumento di lavoro inizia ad assumere la sua veste di emblema siciliano.
I motivi per cui è diventato così rappresentativo della cultura siciliana, erano palesi anche allora: il carretto siciliano era il prodotto di diversi mestieri, raccogliendo così in sé l’opera di intagliatori, fabbri, pittori che riuscivano a creare una sorta di favola illustrata.
Il carro era la tela in cui prendevano vita scene e racconti, con figure bidimensionali, semplici e stilizzate, ma soprattutto con colori molto accesi. Il colore, insieme alla straordinaria cura dei dettagli, è ancora oggi la caratteristica principale di questa opera d’arte ambulante.

Oltre alla bellezza che la pittura restituiva al carretto, come prodotto artistico unico, l’usanza di dipingere aveva diverse funzioni: preservava più a lungo il legno del carretto e aveva una funzione scaramantica; alcune scene, infatti, venivano considerate come un augurio per scacciare la malasorte e gli eventi negativi.

Il carretto siciliano fa oggi parte di quel grande racconto che è la Sicilia, che porta con sé tradizioni millenarie. Il sapere di quegli artigiani, nonostante sia meno diffuso con l’evolversi della tecnologia, non è scomparso ma si tramanda ancora da padre in figlio. Il carro viene sfoggiato ancora soprattutto durante le feste popolari in Sicilia, cambiando forma, colori e decorazioni in base alla caratteristica del paese. Quello che è certo, è che rimane un oggetto che conserva la memoria storica della tradizione siciliana.
Photo
Add a comment...

Post has attachment
Com’è nata la cassata siciliana?

La cassata siciliana è un dolce della tradizione siciliana mangiato soprattutto a Pasqua come testimonia un vecchio proverbio Tintu è cu nun mancia a cassata a matina ri Pasqua” (Meschino chi non mangia cassata la mattina di Pasqua).

Le origini della cassata risalgono al XI secolo, quando gli Arabi giunsero in Sicilia portando agrumi, pistacchi, mandorle e zucchero da canna. Si dice che un pastore un giorno unì ricotta e zucchero e chiamò questo dolce quas’at, cioè bacinella (dal nome del contenitore in cui aveva mescolato gli ingredienti). Il dolce subì un cambiamento quando alla corte palermitana dell’emiro in piazza Kalsa, i cuochi decisero di ricoprire l’impasto di ricotta e zucchero con uno strato di pasta frolla. Nacque così la cassata al forno.

In epoca normanna presso il convento della Martorana di Palermo le suore preparavano la pasta reale o pasta martorana che fu successivamente usata per arricchire il dolce. Sotto la dominazione spagnola, la cassata siciliana subì nuove modifiche e la ricetta cambiò ancora una volta. Gli spagnoli introdussero, infatti, il pan di Spagna che sostituì la pasta frolla; alla ricotta si aggiunsero le gocce di cioccolato; la frutta candita, la glassa di zucchero e la pasta reale preparata dalle suore vennero usate per decorare il dolce, tanto bello quanto buono.

La zuccata, anch’essa preparata dalle suore come tantissime altre specialità, venne introdotta dal pasticcere palermitano Salvatore Gulì. Questo dolce è talmente buono che nel 1575, il sinodo della diocesi di Mazara del Vallo lo riconobbe come dolce ufficiale della festa di Pasqua vietando il suo consumo in altri periodi dell’anno per non commettere peccati di gola.

Che sia al forno o classica, la cassata siciliana ha da sempre conquistato tutti i palati al punto che non solo a Pasqua, ma durante tutto l’anno è sempre possibile trovarla nelle vetrine delle pasticcerie siciliane.
Photo
Add a comment...
Wait while more posts are being loaded