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Pietro Ippoliti
I was not afraid of the words of the violent, but of the silence of the honest. By M.L.King
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08/04/17
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Fategli fare i riassunti! (Piccolo vademecum perché gli alunni non diventino analfabeti funzionali) di Mariangela Galateo Vaglio.

Ci sono molti modi per capire se un percorso di studi ha avuto successo. Uno dei criteri per capirlo è verificare se chi lo ha compiuto è in grado di comprendere correttamente un testo. In Italia da qualche anno il problema dell'analfabetismo funzionale è gravissimo. Abbiamo quasi una metà della popolazione (secondo le stime famose di De Mauro) che non capisce assolutamente nulla nemmeno di un testo semplice, un bugiardino delle medicine, il libretto di istruzioni di una lavatrice. Figuriamoci cosa può capire di un dotto articolo sulla riforma della Costituzione o sul problema del riscaldamento globale.
L'analfabeta funzionale sa leggere e scrivere, ma resta indifeso nei confronti della vita. Banalmente non capisce nulla, anche se mette in fila in maniera corretta lettere e riesce a leggere le parole. La cosa assurda è che può avere (anzi spesso ha) un titolo di studio, un diploma, persino alle volte una laurea. Questa cosa sembra un inspiegabile paradosso, un bug incomprensibile del sistema. Invece si spiega facilmente: l'analfabeta funzionale è chi non ha mai imparato a fare un banale riassunto.

Di anno in anno io mi ritrovo sempre più ragazzini che mi arrivano in prima media anche con buoni voti dalle elementari. Quando però dai loro da fare i primi riassunti (banalissimi: tipo leggi questa fiaba e racconta la trama, oppure leggi e riassumi la leggenda di Romolo e Remo, riassumi il paragrafo del libro di Storia in cui vengono raccontate le invasioni barbariche) producono delle cose che non si sa nemmeno come definire. Chiariamoci: in molti casi ad una lettura superficiale sembrano testi perfetti. Sono ordinati, ripetono con precisione le sequenze di testo ed hanno senso. Ma non sono riassunti. Sono copia e incolla di sezioni di testo (anche quando sono fatti a mano) che loro giustappongono le une alle altre senza preoccuparsi di capire cosa stiano dicendo.

Ti accorgi che non hanno senso quando glieli fai leggere ad alta voce, li fermi e chiedi loro dopo ogni frase che cosa esattamente voglia dire la parola che hanno usato, o la frase intera. In almeno otto casi su dieci non lo sanno, o lo sanno spiegare molto confusamente. In pratica loro hanno prodotto un testo apparentemente dotato di senso che però a loro sfugge.

Mi sono a lungo interrogata sul perché di questo fenomeno, che ha proporzioni preoccupanti. Una volta in una classe c'erano al massimo cinque o sei alunni in queste condizioni, oggi invece sono almeno quindici venti. E parliamo di ragazzi assolutamente intelligenti e senza alcun tipo di difficoltà cognitiva, quindi che dovrebbero essere perfettamente in grado di cavarsela. Mi sono resa conto che alle volte questo problema sorge dalla maniera con cui viene strutturato l'apprendimento, anche alle medie. Noi ormai usiamo molto spesso in classe per spiegare come si fa un riassunto dei materiali standard, forniti dai libri di testo, che impostano la faccenda dividendo il testo in sequenze e facendo sottolineare e ricopiare al ragazzino, agli inizi, la sezione corrispondente, e poi mettere assieme le varie sequenze.

La tecnica è corretta, solo che a furia di avere tutti questi materiali già pronti sui libri di testo che vengono pensati per essere usati quasi senza la mediazione dell'insegnante, cui si aggiungono poi le schede preparate e i compiti da somministrare a crocette per le verifiche che si pensa così siano "oggettive", si finisce non per insegnare ai ragazzini l'arte di fare un riassunto, che è appunto un'arte, e non una sorta di tecnica combinatoria fine a se stessa. Loro imparano che per riuscire bene nel compito di "fare un riassunto" è sufficiente che sappiano combinare i vari pezzi di frasi che trovano già pronte nel testo. Diventano abilissimi, le combinano con la maestria di esperto solutore di puzzle, ed apparentemente le frasi che producono hanno senso alle orecchie di noi adulti che le leggiamo. Ma nella loro testa, nella testa dei ragazzini, non risuonano. Non sanno cosa stanno mettendo assieme, perché per loro i pezzi di frase che appiccicano insieme per formare il testo sono tessere di un puzzle che si incastrano perfettamente le une delle altre, ma non hanno altro senso che quello. Sono un gioco, una sfida che richiede l'applicazione di una tecnica ormai metabolizzata.

Le vecchie maestre elementari, quelle che non seguivano tecniche innovative e didattiche moderne, quando facevano fare i riassunti erano delle solenni rompiscatole. Anzi, delle rompiscatole all'ennesima potenza. Facevano leggere al ragazzino a voce alta, rileggere, e poi chiedevano molto banalmente di spiegare con parole sue che cosa avesse capito. Ogni volta che gli sentivano usare una parola, anche presa dal testo, lo fermavano e gli chiedevano di chiarire a se stesso e agli altri il significato. E continuavano a farlo finché non erano sicure che quella parola era chiara nella sua testa e che lui era in grado di costruire frasi magari non perfette formalmente come quelle ricopiate dal libro ma che avevano senso nella sua testa. La comprensione del testo è questa roba qua.

Non sarà didattica particolarmente innovativa, ma funzionava. Le regole base del buon riassunto dovrebbero essere queste: che l'alunno non deve usare nel farlo pezzi di testo copiato, ma elaborare le informazioni con parole sue e deve usare esclusivamente parole di cui sa spiegare il significato. E l'insegnante, invece di limitarsi a correggere il testo scritto, deve ogni santa volta fermarsi e interrogarlo, chiedendo di spiegare ciò che ha capito.

È una fatica immane. Soprattutto in classi che hanno 25 o 30 alunni e che arrivano totalmente disabituati a questo. Ci si perdono le ore. Si litiga spesso ferocemente anche con i genitori, che da un lato non capiscono come mai i riassunti formalmente ineccepibili costruiti dai figli non vengano considerati "ben fatti" dall'insegnante e dall'altro sono arrabbiati perché la classe, apparentemente, perde ore e ore in attività molto simili (alle volte, per riuscire ad ottenere un riassunto decente bisogna fargli riassumere lo stesso passo una, due, tre volte). Inoltre l'attività è lenta e noiosa, e quindi l'insegnante viene accusato di non essere capace di istruire con attività ludiche e divertenti, perché ormai a scuola alle volte sembra che il compito principale del corpo docente sia intrattenere gli alunni e non insegnare loro qualcosa.

Insomma, insegnare ai ragazzi a fare un buon riassunto è una attività sfibrante, faticosa, che ti attira enormi critiche e scatena incomprensioni e recriminazioni. Ma serve. Accidenti se serve. Nella vita, che se ne rendano conto o no, tutti andiamo avanti a furia di riassunti. Sono il grado zero della comprensione e dell'organizzazione mentale. Se non sei in grado di capire il prima e il dopo, la causa e l'effetto, di decidere quali siano le informazioni necessarie e quelle che si possono tagliare o ridurre non vai avanti nella vita. Diventi un analfabeta funzionale incapace di capire quello che ti stanno dicendo.

Per cui sì, cari colleghi, bisogna insegnare loro a fare i riassunti. Con i metodi delle vecchie maestre rompiscatole. Essendo tignosi e pignoli.

Probabilmente vi odieranno mentre sono in classe con voi. Cominceranno ad apprezzarvi quando usciranno nel mondo e si accorgeranno che capiscono quello che viene detto loro. E per questo riescono a sopravvivere.


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Ok, let me fix it #Michelle2020
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Amatrice, la ricostruzione sulla via dello spreco
Primo bilancio a un mese dal sisma: le case provvisorie costano più di tutti gli edifici nuovi della zona. Perché la Protezione civile ha un modello che favorisce lo sperpero. Senza benefici per la popolazione.
C’è una domanda che Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, dovrebbe fare a Fabrizio Curcio, capo nazionale della Protezione civile: «Perché nel 1997 bastarono quarantacinque giorni per dare un tetto provvisorio a oltre tremilaquattrocento persone, dopo il terremoto di Marche e Umbria e oggi servono sette mesi per 2.304 sfollati?». La stessa questione riguarda perfino noi contribuenti, se teniamo davvero ai principi dell’articolo 97 della Costituzione sul buon andamento della pubblica amministrazione. Ma non solo i tempi di intervento si sono paurosamente dilatati da allora, con un salto del 366 per cento. Anche i costi sono letteralmente esplosi.
Il dopo-terremoto 2016 ha già imboccato la strada lastricata d’oro (per pochi imprenditori) che aveva guidato l’emergenza a L’Aquila nel 2009: cioè la via dello spreco, già pesantemente sanzionata dalla Commissione di controllo del Parlamento europeo sui bilanci Ue e dalla Corte dei conti europea (Special report 24/2012), dopo che l’Unione ci aveva rimesso svariate centinaia di milioni. Perché, come vedremo, ciascuna casetta di legno che costruiranno ad Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto la pagheremo perfino più di quanto in Abruzzo ci era costata la Protezione civile di Guido Bertolaso, l’ex capo dipartimento che si avvia felicemente alla prescrizione dei processi penali che lo riguardano. Questione di giorni.
Il prezzo al metro quadro per i moduli abitativi provvisori che la Protezione civile sborserà è infatti di 1.075 euro (contratto Consip del 25 maggio 2016 per “fornitura, trasporto, montaggio di Sae - soluzioni abitative in emergenza”). Il costo supera il valore di tutti i tipi di edifici nuovi e in muratura nella provincia di Rieti e nella zona di Amatrice prima del terremoto: 990 euro al metro quadrato un appartamento, 840 una casa di edilizia economica, 1.000 una villa. Quotazioni immobiliari che nei paesi subito al di fuori dell’area del disastro scendono a 790 euro al metro quadro per un appartamento, 740 per una casa economica, 840 per una villa in ottime condizioni (dati Agenzia del territorio).
Ecco quindi una seconda domanda che il sindaco Pirozzi potrebbe porre al capo dipartimento Curcio, ma anche al ministro dell’Economia, Gian Carlo Padoan: lo Stato può pagare una casa di legno provvisoria in proporzione il 28 per cento in più di una villa di lusso?
Stando così le cifre, è difficile ricavare benefici dalla gara d’appalto organizzata attraverso Consip, la centrale acquisti del ministero dell’Economia. Il valore della fornitura stabilito da Consip per la prenotazione preventiva di diciottomila “soluzioni abitative in emergenza” è infatti di un miliardo e 188 milioni di euro: i contratti, firmati il 25 maggio di quest’anno e suddivisi in tre lotti, sono stati vinti da aziende legate alla Lega Coop, riunite intorno al “Consorzio nazionale servizi” di Bologna, lo stesso attraverso cui l’imprenditore romano arrestato, Salvatore Buzzi, si era garantito alcuni appalti di “mafia Capitale”.
Ad Amatrice fornitura, trasporto e montaggio di ciascuna Sae, così sono state rinominate le casette di legno, ci costerà 66 mila euro Iva esclusa, più i costi di esproprio dei terreni, le opere di urbanizzazione, gli allacciamenti, eventuali urgenze. Perfino più del prezzo stabilito in Abruzzo dalla Protezione civile di Bertolaso. Perché nella cifra del 2009 l’Iva era compresa: 68mila 559 euro per ciascuna delle 3.473 casette, allora chiamate Map.
I costi di oggi condizionano inesorabilmente il nostro futuro. E soprattutto il domani degli sfollati. Come hanno evidenziato sia la Commissione di controllo sui bilanci Ue sia la Corte dei conti europea, ogni spesa inutile, eccessiva o fuori norma durante le emergenze sottrae importanti risorse economiche alla ricostruzione e alla prevenzione dei disastri. Concetti che il capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, e il suo vice, Angelo Borrelli, certamente conoscono. Curcio per essere stato dal 2007 al 2008 responsabile della segreteria personale di Guido Bertolaso e dal 2008 al 2012 capo dell’ufficio gestione delle emergenze. Borrelli per aver ricoperto dal 2003 al 2010, sempre sotto la direzione di Bertolaso, gli incarichi di coordinatore dell’ufficio amministrazione e finanza, dell’ufficio bilancio e risorse umane e poi dell’ufficio amministrazione e bilancio. Ma anche per aver firmato, il 25 maggio scorso, i tre contratti sulle casette che impegnano lo Stato con le Coop per i prossimi sei anni in caso di calamità per un miliardo e 188 milioni. Ed è una spesa che non si esaurisce con la firma.
Le case prefabbricate scelte da Curcio e Borrelli e dai loro consiglieri tecnici provocano uno strascico di costi incontrollabili, come il terremoto 2009 in Abruzzo insegna: dagli indennizzi per gli espropri dei terreni alla spesa per le piattaforme di cemento armato su cui costruire i quartieri di legno, dalle opere urbanistiche definitive all’inutile distruzione di territorio. Fino alla desertificazione dei paesi. Con gli interventi imposti dalla Protezione civile a L’Aquila e in provincia, migliaia di sfollati sono stati trasferiti su terreni isolati. E i centri storici si sono spopolati. Anzi, sono finite le risorse che avrebbero dovuto stimolarne la ricostruzione e l’orologio non si è più mosso dall’ora della scossa. In altre parole, le casette provvisorie sono diventate definitive. Ed è proprio quanto sostiene la Commissione Ue per il controllo dei bilanci. Così è scritto nella relazione del 2013: mette sotto accusa l’uso dei 493,8 milioni del fondo europeo di solidarietà nella costruzione dei condomini in cartongesso del progetto “Case”, perché si tratta di opere definitive e non di emergenza, e delle casette di legno “Map”, per la scarsa qualità dei materiali forniti, in alcuni casi tossici, e gli errori di realizzazione che hanno già provocato qualche incendio.
Ad Amatrice e dintorni gli abitanti rischiano lo stesso destino. Perché sulla carta l’epoca di Bertolaso è terminata. Ma Curcio e Borrelli continuano in buona fede ad applicare i suoi piani. Modelli che servivano da vetrina al governo di Silvio Berlusconi. E ancora oggi obbligheranno lo Stato ad affrontare costi altrimenti evitabili. A cominciare dai trasferimenti in albergo sollecitati in questi giorni in vista dell’inverno, fino al “contributo di autonoma sistemazione”: 600 euro al mese a famiglia, somma che nei paesi risparmiati dal terremoto nelle province di Rieti e Ascoli equivale al canone mensile per affittare non uno ma contemporaneamente tre appartamenti di 80 metri quadri (dati Agenzia del territorio).
L’alternativa praticabile è ancora scritta nei fascicoli sul terremoto 1997, depositati negli archivi delle amministrazioni regionali di Umbria e Marche e negli armadi romani della Protezione civile. Un protocollo applicato più volte dal dipartimento allora guidato dal vulcanologo Franco Barberi. E subito stravolto con l’arrivo di Bertolaso. A differenza di quanto è avvenuto in Abruzzo, è un modello totalmente in linea con le direttive di impiego dei fondi di solidarietà dell’Unione europea che dal 2002 a oggi (Amatrice esclusa) ha stanziato per le calamità italiane un miliardo e 246 milioni (di cui 493,8 in Abruzzo e 670,2 in Emilia per il terremoto 2012). È il record europeo: la Germania, seconda, si è fermata a 610,9 milioni.
Nell’emergenza Umbria-Marche il 26 settembre ’97, la magnitudo della scossa più forte fu di 6,1, non molto superiore all’intensità del 24 agosto ad Amatrice. «Anche se il numero delle vittime si fermò a undici, avevamo ventimila sfollati», ricorda Piero Moscardini, allora coordinatore del centro operativo misto di Nocera Umbra. Una vita trascorsa nei vigili del fuoco, poi nella Protezione civile nazionale e una voce sempre critica del modello Bertolaso: «In appena tre mesi a Nocera furono predisposte 37 aree su cui furono posizionati 126 moduli sociali e 941 moduli abitativi per 852 famiglie e un totale di 2.132 persone. Lo stesso fecero gli altri Comuni. Tutti sistemati in tre mesi, non in sette. E se consideriamo l’intero territorio coinvolto dai crolli, bastarono quarantacinque giorni per togliere dalle tende le prime tremila persone. Più di quante oggi attendono una sistemazione nell’area di Amatrice. Vorrei sottolineare il periodo: quarantacinque giorni. Se non mi crede, ecco qua lo stato dei lavori all’11 novembre 1997», conclude Moscardini e mostra la tabella.
La rapidità di intervento di quella Protezione civile era dovuta all’impiego di moduli abitativi trasportabili come container: piccoli appartamenti mobili e riutilizzabili che non richiedevano espropri, varianti al piano regolatore, permessi a costruire o piattaforme in cemento armato. Conclusa l’emergenza, le aree occupate ritornavano al loro impiego precedente: parcheggi, campi sportivi, terreni coltivati. Invece lo staff di Bertolaso se ne liberò dandone qualcuno alle Regioni e lasciando marcire migliaia di moduli nel deposito dell’esercito a Capua, in provincia di Caserta. Oggi l’evoluzione nella produzione mette a disposizione case mobili su ruote: si parte da dodicimila euro a chalet per strutture pronte all’uso in 48 ore. Una soluzione contemplata dalla legge, che affida alla Protezione civile soltanto opere provvisorie. Ma non dai protocolli del dipartimento nazionale.
La confusione in materia è evidente sul sito istituzionale: «È possibile realizzare moduli abitativi con struttura prefabbricata in cemento armato?», chiede un imprenditore in merito alla fornitura delle casette di legno. «La struttura portante potrà essere realizzata in qualunque materiale scelto dal fornitore... Si conferma pertanto la possibilità di realizzare i moduli abitativi con struttura prefabbricata in cemento armato», risponde il dipartimento, esponendo gli sfollati a qualunque materiale, scelto da chi vende e non da chi compra: quindi anche polistirolo, gommapiuma, truciolare scadente, esattamente come a L’Aquila. Mentre il cemento armato provvisorio proposto per Amatrice è un ossimoro strutturale ancora ignorato dalla normativa edilizia. Basta una visita a San Giuliano di Puglia, paese della strage di bambini nella scuola crollata con la scossa del 2002, per verificare cosa succede alle case di legno provvisoriamente fisse: usciti gli sfollati, cadono a pezzi perché costerebbe troppo smontarle e rimetterle a disposizione per una nuova emergenza.
Sempre seguendo il modello Bertolaso, sui conti pubblici già provati dal disastro si abbatte poi il cataclisma degli espropri. In Abruzzo per far posto a “Map” e “Case”, le ordinanze di protezione civile hanno requisito 24mila particelle catastali caricando sui cittadini un costo aggiuntivo di 215 milioni. Tre anni dopo il terremoto, gli interessi legali sugli indennizzi non ancora pagati facevano lievitare la spesa al ritmo di 700 mila euro al mese. Un regalo alla Curia e ai latifondisti aquilani, proprietari di terreni agricoli pagati dallo Stato come fossero edificabili. Ma non è bastato ad aumentare la guardia.
Il report interno della Protezione civile “Assistenza alla popolazione - ore 12 del 21 settembre 2016”, informa che per 2.672 sfollati alloggiati in tenda nelle quattro regioni interessate e 967 volontari in servizio sono tuttora allestiti 7.467 posti: cioè un totale di 3.828 letti fantasma. È comprensibile che nelle prime ore si muovano più forze del necessario: ma dopo un mese dal 24 agosto è giustificabile che la Protezione civile le lasci sul posto, con i relativi costi per le indennità di missione? Il record è della Regione Lazio: 558 volontari con rimborsi di circa 103 euro al giorno a persona per appena 796 ospiti alloggiati su 2.045 posti tenda. Quasi un assistente per ogni assistito.
Saremo pure indietro nella prevenzione antisismica: ma nello spreco di soldi pubblici, non ci batte nessuno.
Articolo di Fabrizio Gatti, 3 ottobre 2016
http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/10/03/news/amatrice-la-ricostruzione-sulla-via-dello-spreco-1.284789

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#Zagrebelsky è stato chiarissimo a spiegare perché al #referendum del 4 dicembre 2016 sarà meglio votare NO.
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Dovrebbero togliere il voto ad alcune persone. Non si può affidare il futuro di una nazione a degli incompetenti o a persone plagiate.
Si potrebbero fare delle semplici domande per testare la preparazione di chi vuole votare, se non si è preparati non si può votare su quell'argomento.
Non è un caso che le persone più istruite in UK hanno votato per rimanere nell'unione europea. Ora anche loro subiranno le conseguenze negative di questo voto.
Spero che almeno sia da monito per i vari populisti.

Onde Gravitazionali for Dummies
by +Luca Perri

1,3 miliardi di anni fa, dopo un bel balletto a spirale, un buco nero (una cosa invisibile perché risucchia tutto, luce compresa) la cui massa era 29 volte quella del Sole si è "fuso" con uno di 36 volte la massa solare. Tutto questo ha dato origine ad un bucone rotante di 62 masse solari. Ma 29+36=65, quindi che fine ha fatto la massa rimanente? È stata convertita, in una frazione di secondo, in onde gravitazionali. Immaginando lo spazio-tempo come l'acqua di uno stagno, il processo è stato simile alla formazione di increspature circolari sulla superficie a seguito della caduta di un sasso. Solo che stavolta il processo ha avuto un picco la cui potenza era 50 volte quella di tutte le stelle dell'Universo visibile.
- 100 anni fa, nel 1916, un sociopatico dall'aspetto simpatico e tutto sommato intelligente, tale Albert Einstein, pubblica una teoria all'apparenza astrusa ed insensata. Fra le altre cose, prevede che la luce possa essere influenzata dalla gravità, spianando la strada verso la nascita dell'idea di buco nero. La teoria prevede inoltre l'esistenza di onde gravitazionali, capaci di deformare lo spazio-tempo. Non solo: le sue equazioni ne descrivono per bene il comportamento. Un po' come se io prevedessi che il lardo di Colonnata curerà il cancro, e vi dicessi anche nello specifico in che modo. Io sono esperto di suini tanto quanto Einstein lo era di fisica, quindi secondo me dovreste fidarvi della mia previsione e basta. So però che non lo farete, e vorrete verificarlo, prima di regalarmi la gloria e la fama eterna. Anche i fisici non si fidarono di Albert. Grazie al cielo, la Scienza funziona così. Se però un consiglio lo volete accettare, il lardo è tutta salute.
- Nei decenni successivi, le varie buffe previsioni di Einstein vengono tutte verificate, a parte sta cosa delle onde gravitazionali. Allora sono anni che ci fidiamo di Einstein senza avere un qualcosa di certo al 100%? Posto che nella Scienza le certezze non esistono, in realtà quella teoria ci ha portato ai satelliti, ai cellulari, ai laser e a qualche fonte di energia (pure a una bomba, ma quella è mica colpa di Albert...), quindi diciamo che era abbastanza affidabile. Il problema è che le deformazioni da misurare per verificare le onde gravitazionali hanno dimensioni di frazioni di un atomo (frazioni minuscole di un atomo) e vanno misurate con strumenti enormi e complicatissimi.
Sempre negli stessi decenni, gli scienziati provano a verificare l'esistenza dei buchi neri, e qualche metodo indiretto lo trovano pure. Ma dannazione, sono neri. E lo spazio pure. Si avanza l'idea che possano esistere dei buchi neri rotanti e anche sistemi di due (binari) o più buchi. Ma indovinate un po'? Anche tutta sta roba è nera.
- 32 anni fa, nel 1984, tali Rainer Weiss e Kip Thorne (quello che ha spiegato a Nolan come fare il buco nero di Interstellar e prendersi un premio Oscar per gli effetti speciali) decidono di fondare LIGO, un progetto per costruire due rivelatori di onde gravitazionali da 4 km di lato.
- 14 anni fa, nel 2002, si inizia a costruire queste due orecchie per mettersi all'ascolto del cosmo. Ci vorranno due anni per far partire la versione di prova degli aggeggi. LIGO verrà poi spento per 7 anni, in modo che 1000 scienziati possano potenziarlo e dare vita ad Advanced LIGO.
- 5 mesi fa, il 14 settembre 2015, proprio nei giorni in cui si accendeva Advanced LIGO, le due orecchie hanno captato un segnale. Un'onda gravitazionale prodotta 1,3 miliardi di anni prima e che, proprio in quel momento, stiracchiava la Terra. Quando si dice il tempismo con la C maiuscola! Poiché, si diceva, nella Scienza fidarsi è bene ma col cavolo che lo faccio, gli scienziati frenano gli entusiasmi e si analizzano per bene i dati per mesi, giorno e notte, prima di dire cose smentibili e fare figure barbine tipo dire che i neutrini sono più veloci della luce mentre percorrono un tunnel sottovuoto che collega le orecchie di un ministro della Repubblica.
- Ieri, 11 febbraio 2016, durante una conferenza in diretta mondiale, 5 persone hanno mandato in visibilio migliaia di fisici nel mondo, facendo quelli che ce l'hanno più lungo degli altri, l'interferometro. Ci sta, io sarei stato molto meno composto.
Dunque, ricapitolando, in un colpo solo abbiamo:
1) l'esistenza provata delle onde gravitazionali;
2) la conferma sperimentale dei sistemi binari di buchi neri;
3) la conferma che i buchi neri possono fondersi;
4) la prova dell'esistenza dei buchi neri rotanti;
5) un tizio dalla barba improbabile che, dopo essersi preso un Oscar, si prenderà un Nobel.
Ora, se davvero non cogliete la poesia di tutto ciò e il motivo della nostra gioia, se davvero pensate che sia tutta un'inutile perdita di tempo e soldi, se davvero tutto ciò che vi viene in mente non è un "Poffarbacco che puffata puffosissima!" ma un "Ma a me cosa serve?", beh, mi spiace davvero per voi.

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