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Kuphasael Thorosan
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«Sono qui!» disse il Discepolo
Il Maestro affermò: «io sono lì!»
«Se fossi lì?» domandò il Discepolo
Il Maestro rispose: «io sarei qui!».
«Se non mi muovessi da qui?» esclamò il Discepolo.
Il Maestro replicò: «io rimarrei lì!»
«Se ci incontrassimo a metà strada?» propose il Discepolo
Il Maestro chiese: «Perché dovrei?»
«Perché io sono qui e tu sei lì!» [Kuphasael Thorosan]

«Cosa è?»

Se dici è vera: sbagli.
Se dici è falsa: sbagli.
Se dici è sia vera e sia falsa: sbagli.
Se dici è sia non vera e sia non falsa: sbagli.

Non è importante cosa dici o cosa non dici.
È importante chi dice, chi non dice.

Dopo, neanche chi dice o chi non dice. [Kuphasael Thorosan]

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Se qualcuno, mostrandoti una palla (o un qualsiasi altro oggetto) ti chiedesse: «cosa è?». Hai sette possibili forme di risposta:
1. il silenzio;
2. ricacciare la domanda nella mente dalla quale è scaturita, alla maniera dei Maestri Zen;
3. raccontare una “storiella” oppure citare una “poesia”, magari scegliendola dal vasto repertorio della letteratura Sufi;
4. emettere un suono;
5. assumere una determinata “postura” del corpo o delle mani (un sorriso a volte è sufficiente);
6. disegnare un simbolo o indicare un archebolo;
7. rispondere in forma positiva, affermando che è Atma, Brahma, Zero, Punto, Dio, Allah.
Il richiedente forse sarà soddisfatto, forse no; comunque sia, gli hai semplicemente indicato che “qualsiasi cosa è esattamente ciò che è”. D’altro canto, cosa mai potrebbe essere?
Trenta bastonate per me, un sorriso per te! [Tratto da K.T., Infinito, Zero, Punto, Uno http://www.archetipisimboli.com/libro-1-rosso-bagliori-di-verita/parte-i-si-infinito-zero-punto-uno ]

Si era nella notte dei tempi, e Dio era ancora immensamente piccolo.
Quella sera i suoi genitori, il Signore e la Signora Padreterno, erano stati invitati ad una festa in maschera da Manitù. Per animare un poco la serata si erano vestiti da cow-boy, perché a quelle feste ci si annoiava molto: ogni due valzer c’era una danza della pioggia!
Il piccolo Dio doveva restare solo a casa. «Ho paura» aveva detto.
«Alla tua età?» aveva risposto il papà. «Hai quasi un miliardo di anni … Sei un uomo oramai!»
«Cos’è un uomo?» aveva chiesto Dio.
«Boh?» avevano risposto i genitori, ed erano usciti.
Ora il piccolo Dio era nel suo lettino con gli occhi sbarrati. Nel buio, perché la luce non c’era, e col triangolo sul comodino, non perché aveva forato, ma perché a dormire col triangolo in testa si bucava il cuscino. Dopo tre millenni che tentava di dormire, si alzò per andare in cucina. Ma la cucina non c’era, il frigo non c’era, la televisione non c’era … Non c’era nulla, ma proprio nulla di nulla: infatti era il nulla assoluto.
Allora il piccolo Dio prese le formine e andò in giardino a creare. Tutti in famiglia erano molto creativi: papà Padreterno lavorava in pubblicità e aveva creato le gomme che non si attaccano ai denti. Ed ecco che il piccolo Dio creò la luce. La fece dodici ore sì e dodici ore no, perché il papà gli aveva detto: «Poi la bolletta la pago io!». E, dopo la luce, creò acqua, gas e telefono.
Poi creò delle palle e le appese immobili nel cielo. Poi le fece girare, e subito fu un gran giramento di palle. [“Genesi” in Giobbe Covatta, Parola di Giobbe]
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