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Roberto Ferri
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Un film di Marco Bellocchio. Con Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Filippo Timi, Lidiya Liberman, Fausto Russo Alesi.

Bobbio, ieri, Federico, uomo d'arme a cavallo, bussa alla porta di un convento per riabilitare la memoria di Fabrizio, il fratello sacerdote morto suicida. Del gesto estremo è accusata Benedetta, una giovane suora che secondo l'Inquisizione lo avrebbe amato, sedotto e condotto alla follia. Ma la vendetta di Federico volge presto in desiderio. Refrattaria al pentimento e agita dal piacere, Benedetta è condannata alla prigione perpetua e murata viva in una cella del convento. 'Graziata' trent'anni dopo da Federico, diventato cardinale, Benedetta incrocerà di nuovo il suo sguardo, piombandolo a terra. Bobbio, oggi. Federico, sedicente ispettore del Ministero, bussa al medesimo convento. Lo accompagna un miliardario russo che vorrebbe acquistare l'antico complesso. Apparentemente abbandonato ai capricci delle stagioni e all'incuria del comune, il convento è abitato da un enigmatico conte, che ha abbandonato i vivi per i redivivi. Coniuge 'estinto' di una vedova (in)consolabile, il conte lascia la sua cella di notte e attraversa il paese interrogando amici e nemici sullo 'stato delle cose'. Cose che cambiano sotto la spinta del 'nuovo'.
Enigmatico, svincolato e sfuggente, Sangue del mio sangue è un film che affronta la Storia e (ancora una volta) la biografia del suo autore attraverso una declinazione libera, una rielaborazione del materiale narrativo sganciata da qualsiasi aderenza o fedeltà. Traslocato di nuovo il suo cinema a Bobbio, estensione di un corpo individuale, familiare e sociale in procinto di esplodere ieri e di 'risolversi' oggi, Marco Bellocchio non è mai pago di sperimentare e di sperimentarsi, andando contro o rivedendo il sé che era. Sangue del mio sangue porta addosso i segni di questo lavoro paziente e faticoso di messa in discussione, sprigionando un'energia abbagliante, una sintesi di rigore, semplicità, essenzialità, movimento, fisica, chimica, storia, filosofia, mistero. 
Per Bellocchio le immagini veramente vive nascono dal passato dimenticato e trasformato dalla nostra fantasia interna, che combina la vicenda di una monaca 'manzoniana', accusata di stregoneria nell'Italia del '600, con un lutto personale già drammatizzato ne Gli occhi, la bocca, un fratello morto per amore accende il desiderio erotico (e di vendetta) del sopravvissuto. Ambientato in una realtà indeterminata, in cui fluttuano situazioni contemporanee e squarci antichi resi anonimi dalla collocazione notturna ma esaltati da una fotografia che emerge i volti dal buio, Sangue del mio sangue è rapito dalla visione di un movimento e sedotto da una presenza femminile (Lidiya Liberman). Un femminile che ha funzione di anima, di chi, con buona pace dei tribunali inquisitori, può condurre alla luce, fuori dal buio delle costrizioni e degli schemi in cui è imprigionato (idealmente) Federico e viene imprigionata (letteralmente) Benedetta. 
Come fu per La visione del sabba, Sangue del mio sangue suggerisce la strega come emblema della femminilità irriducibile agli schemi del potere maschile e poi si lascia sopraffare dalla forza delle immagini, magnetiche, ardenti e vere padrone del film. Perché Bellocchio, dentro uno spazio patologico dove la geografia finisce per coincidere con la psicologia sociale, torna al fiume, alla fonte, alle origini della vita, là dove le immagini si sono formate per la prima volta davanti ai suoi occhi. E nello spazio domestico, nel piccolo borgo che delineava nei suoi protagonisti un itinerario ripetitivo e un orizzonte bloccato, il suo Federico si libera del complesso armamentario di intelletto e pregiudizio, per lasciarsi trascinare dalla 'strega', partecipare delle sue visioni, del passato che attraversa indenne. Richiamo affettivo e sessuale irresistibile, Benedetta ha il 'passo' della Gradiva (L'ora di religione), che schianta l'inquisitore e rade al suolo l'orrore, imponendo grazia e bellezza. 
Ambientato tra due epoche e 'interrotto' dal progresso (la statale 45) come il Ponte Gobbo, Sangue del mio sangue deflagra nel capitolo contemporaneo il campo di tensioni immanenti alla provincia e al provincialismo italiano. In quel sistema di tensioni familiari e sociali, Bellocchio accomoda figli e fratelli, attori professionisti e non per continuare una diagnosi su quella cellula territoriale imprescindibile, espressione di un modo di vivere e di concepire il rapporto tra il qui e l'altrove. Lungo il fiume, dentro inquadrature che scavano nella memoria e piani che affiorano un'intensità violenta, il cavaliere sonnambulo di Pier Giorgio Bellocchio incarna un'idea di battaglia, piuttosto che la battaglia, secondo un principio di economia radicale che fa eco alla regia paterna alla ricerca incessante di una forma di pace interiore.

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