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Einaudi Bologna
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Baldassarre Castiglione
Lettere famigliari e diplomatiche

Per la prima volta raccolto l'intero corpus epistolare di un uomo che fu al centro delle questioni culturali, artistiche e politiche nei primi, decisivi decenni del Cinquecento.
Castiglione era, insieme al suo amico Bembo, il maggior punto di riferimento per la letteratura del suo tempo. Dettava le tendenze e i canoni del gusto: con il suo Cortegiano aveva fornito un insuperato modello di stile (la «sprezzatura», cioè l’elegante disinvoltura, l’ironia) e di ideologia (esaltazione della corte ispirata agli ideali umanistici). Ma Castiglione era anche il piú influente esperto d’arte. Poteva lanciare un pittore e sancirne il sucesso, come avvenne con il suo pupillo Raffaello, o influenzarne lo stile attraverso precise committenze. Se la storia del Rinascimento è studiata soprattutto come storia dell’arte, le Lettere sono uno snodo imprescindibile. L’autore mantovano ebbe importanti ruoli politici. Delicatissimo l’ultimo suo incarico, quello di nunzio apostolico presso la corte di Carlo V a Madrid, proprio negli anni che portarono al Sacco di Roma. Un’ultima notazione va fatta per sottolineare l’importanza delle lettere dal punto di vista linguistico. Negli anni di Castiglione, Bembo stava cercando di imporre la sua «invenzione» di un italiano esemplato sui classici del Trecento. Castiglione, almeno all’inizio, la pensava diversamente preferendo un italiano piú naturale, piú «moderno», piú influenzato dalle parlate ragionali. Queste lettere, soprattutto quelle famigliari, sono uno straordinario esempio di quale forza espressiva avesse il volgare, e forse ci fanno rimpiangere che il modello bembesco si sia poi imposto in tutta Italia per molti secoli. L’edizione completa delle Lettere esce ora finalmente dopo molti anni di lavoro, minuziosi controlli degli autografi e delle trascrizioni conservate negli archivi italiani e spagnoli, e con un fondamentale apparato di note.

Il «buon christiano e bon italiano», come si legge nella summa autobiografica alla madre, che, davanti alla "fuga" di Federico da Pavia, si era posto un deprecante interrogativo: «E come diavolo non sono io obligato a dire che è falso, quel falso, che se fosse creduto per vero, potrebbe far tanto disordine?», tre mesi dopo il sacco (25 agosto) confessa a Vittoria Colonna di arrendersi alla sconnessione degli eventi, dichiara la propria difficoltà a parametrare la storia: «Hora che le calamità intervenute sono tanto grandi, che quasi come universal diluvio hanno fatte le miserie d'ognuno eguali, pare che a tutti sia licito e forse debito, scordarsi d'ogni cosa passata, et aprire gli occhi, e almen uscir della ignoranza humana insino a quel termine, che la nostra imbecillità ci concede: che è il conoscere, che niuna cosa sapemo, et il piú delle volte quello che a noi par vero, è falso, et per contrario quello che ci par falso è vero». Il rispetto della verità, dunque di sé stesso, rende ora doverosa per Castiglione, dalla condizione non di sconfitto ma di accusato, una autoapologia. Alla strumentazione difensiva e offensiva si era appellato Carlo V, per ribattere la violenza inquisitoria del breve papale del 23 giugno 1526: all'imperatore aveva prestato la penna Alfonso Valdés, e i sussulti riformatori avevano diffuso il testo a stampa in Europa, dalla Spagna alla Germania, alle Fiandre. Castiglione deve ora rispondere, privatamente, alle accuse di Clemente VII e della corte romana, giustificare il mancato preannuncio della tragedia che loro non avevano saputo impedire. Sentirsi ripetere che «questi disordini siano passati con molta colpa mia» obbliga la replica al papa e indirettamente all'imperatore, dove le giuste ragioni si rafforzano nella sofferenza razionale prima che cristiana per le calunnie, accettate per il bene della cristianità lacerata: «Vero è che la raggione vorrebe che poi ch'io vego la S.tà V., mio unico S.re e Vicario di Christo in terra, supportar con forte animo et pacientemente una tanto grave calamità non havendola meritata, io anchor supportassi senza dolermi questo dispiacere, il qual a rispetto del suo è picolissimo, ma alla imbecillità dell'animo piú pesa il minimo che alla prudentia e virtuosa fortezza del suo lo infinito. E cosí spero che quella grandezza di cuore accompagnata dal socorso divino aiutarà V. S.tà tanto che vincerà questa procellosa tempesta di fortuna, e viverà molt'anni con molta gloria e tranquilità, a servitio de Dio e benefitio de' christiani, come suoi devoti servitori desiderano». Qui, dove non finiva ma si interrompeva, anche per le occorrenze dispersive - ci si augura contingenti - degli archivi, incompiuta la nunziatura, i felici ritrovamenti dovuti a Francesco Di Teodoro hanno inserito notizie essenziali: nella lettera alla madre del 15 settembre 1527 (come ribadirà in quella del 28 dicembre 1528, quaranta giorni prima della morte) il conte Baldassarre Castiglione sintetizza lo spirito e l'alta ambizione della sua azione in Spagna: è alla madre che voleva dire e si sentiva di dire la propria verità politica e diplomatica, e a lei affidava, perché la trasmettesse ai figli e ai posteri, l'amara ma non rassegnata difesa del proprio nome: «circa al dispiacer mio della ruina de Roma, la qual cosa, anchorch'io mi sforzi passarla con minor affanno ch'io posso, pur holla sentita e sentola nel core, e Dio sa quante volte la ho veduta in aere e preditta e scritta, ancorché poco me sia stato creduto: bisogna haver patientia».
dall'Introduzione di Angelo Stella
 
Baldesar Castiglione (Mantova 1478- Toledo 1529) fu uomo di corte a Mantova, Urbino, Roma e Madrid. Scrisse carmi latini e rime volgari. Il libro del Cortegiano ebbe una larghissima fortuna in tutta l'Europa del XVI secolo e si è tramandato fino a noi come una delle opere piú importanti del Rinascimento.
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Peter Brown
Il riscatto dell'anima
Aldilà e ricchezza nel primo cristianesimo occidentale
 
Quando e perché i cristiani cominciarono a credere che l'uso del denaro potesse unire i vivi e i morti ripercuotendosi sul destino dell'anima nell'aldilà?
Il modo in cui i cristiani consideravano il destino dell'anima nell'aldilà subí una radicale e rivoluzionaria mutazione tra la fine del mondo antico e l'inizio del Medioevo, cioè tra il 250 e il 650 d.C. Peter Brown descrive come questo cambiamento abbia trasformato il rapporto istituzionale della Chiesa con il denaro e posto le basi al suo dominio della società medievale d'Occidente. Secondo la dottrina cristiana delle origini i vivi e i morti erano ugualmente peccatori, bisognosi gli uni degli altri per ottenere «il riscatto dell'anima». Le intercessioni devote dei vivi potevano dunque determinare il diverso destino, tra paradiso o inferno, delle anime dei defunti. Nel III secolo, il denaro cominciò dunque a giocare un ruolo decisivo: i cristiani benestanti iniziarono a far uso di pratiche devozionali sempre piú raffinate per mettere in salvo la propria anima e quella dei loro cari: assicurandosi sepolture in luoghi privilegiati e facendo ricche donazioni alla Chiesa. A partire dal VII secolo, in Europa cominciarono a proliferare sontuosi monasteri e cappelle funerarie che attraverso lo splendore dei marmi rendevano visibile le qualità cristiane dei morti piú facoltosi, come se una parte del tesoro immaginato in cielo fosse ricaduto sulla terra. In relazione alla crescente influenza del denaro, la dottrina della Chiesa sulla vita dopo la morte da argomento speculativo si trasformò in qualcosa di molto piú concreto. L'uso della ricchezza personale per cercare di raggiungere la salvezza dell'anima, oltre ad alimentare sbalorditive dimostrazioni di generosità, scatenò accesi dibattiti, destinati a protrarsi per secoli, sul significato e l'uso appropriato della ricchezza come anello di congiunzione tra cielo e terra, vivi e morti.
 
Di Peter Brown, professore emerito di Storia alla Princeton University, Einaudi ha pubblicato: Il mondo tardo antico. Da Marco Aurelio a Maometto (1974), Religione e società nell'età di sant'Agostino (1975), Il culto dei santi. L'origine e la diffusione di una nuova religiosità (1983 e 2002), La società e il sacro nella tarda antichità (1988), Il corpo e la società. Uomini, donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo (1992 e 2010), Il filosofo e il monaco: due scelte tardoantiche (1993), Genesi della tarda antichità (2001), Agostino d'lppona (2005 e 2013) e Per la cruna di un ago. La ricchezza, la caduta di Roma e lo sviluppo del cristianesimo, 350-550 d.C. (2014).
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La Cina
Curatore dell' opera: Maurizio Scarpari

Vol. I* - Preistoria e origini della civiltà cinese
Vol. I** - Dall'età del bronzo all' Impero Han
Vol. II - L' età imperiale dai Tre Regni ai Qing
Vol. III - Verso la modernità

OPERA COMPLETA 3 Voll. 4 tomi in offerta a € 330,00
con il CONTO APERTO EINAUDI a € 20,00 al mese.
http://www.einaudibologna.it/s…/25-conto-aperto-einaudi.html
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François-René de Chateaubriand
Memorie d'oltretomba

Un libro mito. Il testamento spirituale di un uomo e di un'epoca.
La vita privata di Chateaubriand, dall'infanzia alla vecchiaia, si intreccia con gli avvenimenti storici ai quali ha assistito, dalla Rivoluzione all'avvento di Napoleone, alla Restaurazione. Il tono malinconico è quello di un uomo giunto al termine del suo percorso, ma anche quello di chi vede il mondo, il suo mondo, che sta cambiando radicalmente, sotto la spinta inesorabile della modernità.
Torna in un'edizione riveduta e corretta l'opera che fece esclamare a Victor Hugo «O sarò Chateaubriand, oppure non sarò nulla». Memorie d'oltretomba racconta una vita, quella dell'autore, che coincide con una parte decisiva della storia della Francia, la fine dell'Ancien Régime, passando attraverso la Rivoluzione e la parabola di Napoleone. Nelle pagine di Chateaubriand la storia diventa memoria, i ritratti dei grandi nomi sono filtrati dallo sguardo dell'autore: i protagonisti dell'odiata Rivoluzione, che aveva mandato sulla ghigliottina il suo mondo, sono tutti, da Danton a Robespierre passando per Mirabeau e Marat, belve mostruose, a volte dotate di zampe unghiute e spesso assetate di sangue; Napoleone, detestato e ammirato allo stesso tempo, dà vita a pagine di straordinaria eloquenza e leggibilità, paragonate dalla critica a quelle di Tolstoj in Guerra e pace: La pietà di Chateaubriand per il corpo morente di Bonaparte è un esempio di quella che l'autore dimostra per i vinti, dopo averli spesso odiati come vincitori. La monumentale opera di Chateaubriand ha influenzato non solo il romanticismo francese, di cui è unanimemente considerato il caposcuola, ma l'intera letteratura francese, da Marcel Proust a Jean-Paul Sartre fino a Louis-Ferdinand Céline, che in fuga a Baden-Baden prima dell'esilio in Danimarca chiese a Karl Epting se fosse possibile fargli recapitare proprio le Memorie d'oltretomba.
 
Di François-René de Chateaubriand (1768-1848), scrittore, viaggiatore, soldato, pubblicista e ministro francese è nota la travagliata relazione con Napoleone, cui dedicò la seconda edizione del Il genio del cristianesimo (1802). Durante la Restaurazione svolse una intensa attività politica. Per essersi rifiutato di collaborare con Luigi Filippo, perché fedele ai Borboni, subí persecuzioni e il carcere. Tra le sue opere, oltre alle Memorie d'oltretomba (1848-50), sono da ricordare: Atala (1801), René (1805) e la Vita di Rancé (1844).
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John Eliot Gardiner
La musica nel castello del cielo
Un ritratto di Johann Sebastian Bach

Johann Sebastian Bach è uno dei compositori piú enigmatici e complessi della storia della musica. Gardiner fin da giovanissimo ha eseguito e studiato l'opera di Bach e oggi è uno dei suoi piú rinomati interpreti. I frutti della sua lunga esperienza come direttore, si distillano in questo libro per farci comprendere e apprezzare non solo alcune delle piú importanti composizioni bachiane, ma anche tutto quanto è possibile oggi sapere sull'uomo che le scrisse.
«Dobbiamo sfatare una volta per tutte l'idea che Bach sia stato, nella sua vita personale e professionale, una sorta di pietra di paragone, il «quinto evangelista» dei suoi compatrioti ottocenteschi, l'incarnazione vivente dell'intensa fede religiosa e della «presenza reale» che la sua musica sembrava trasmettere. Riconoscendone la fragilità e le imperfezioni, molto meno antipatiche di quelle di Mozart o di Wagner, non solo Bach diventa piú interessante come persona rispetto al vecchio esempio della leggenda, ma ci permette anche di vedere la sua umanità filtrare attraverso la musica, la quale a sua volta è molto piú coinvolgente quando comprendiamo che è stata composta da qualcuno che, come tutti gli esseri umani, ha sperimentato il dolore, la rabbia e il dubbio in prima persona. E questa è una delle caratteristiche ricorrenti che conferiscono autorità suprema alla sua musica».
 
John Eliot Gardiner è un direttore d'orchestra di fama mondiale, interprete non solo della musica barocca ma dell'intero repertorio classico. Ha fondato il Monteverdi Choir and Orchestra, l'Orchestre de l'Opéra de Lyon, gli English Baroque Soloists e l'Orchestre Révolutionnaire et Romantique. Ha lavorato con le piú importanti orchestre, e diretto nei piú importanti teatri del mondo. Vive in una fattoria del Dorset in Inghilterra. Per Einaudi ha pubblicato La musica nel castello del cielo (2015).
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Chiara Frugoni
Quale Francesco?
Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi

In un volume splendidamente illustrato, Chiara Frugoni, la piú accreditata studiosa di Francesco e di iconologia francescana, offre, oltre a un'inedita chiave interpretativa dell'intera Basilica superiore, una straordinaria galleria di nuovi particolari visivi finora sfuggiti agli studiosi, di cui fornisce, di volta in volta, l'esauriente spiegazione.
Il libro analizza tutti gli affreschi della Basilica superiore dimostrando che il programma fu concepito in maniera unitaria: gli episodi dell'Apocalisse e storie degli apostoli, dipinti da Cimabue nell'abside, dialogano con quelli, di circa una decina d'anni dopo, della controfacciata, di cui è proposta una spiegazione inedita. Importante è un dettaglio: nella Predica agli uccelli le colombe scese ad ascoltare Francesco risalgono in cielo e si trasformano nelle nuvole dell'Ascensione di Cristo. L'Ordine francescano è, secondo fonti pseudo-gioachimite, un Ordine «colombino» e proprio la voce di Gioacchino da Fiore, soprattutto mediante le opere che gli furono attribuite, diventa, attraverso il prudente filtro di Bonaventura, il cardine dell'identità francescana. Il santo, come voleva lo pseudo-Gioacchino, è cosí identificato, per l'inaudito miracolo delle stimmate, con l'apocalittico Angelo del sesto sigillo, dipinto da Cimabue nell'abside. Ed ecco un'altra novità: il ciclo francescano ha come fonte, oltre la Legenda maior di Bonaventura, un'altra sua opera, le Collationes in Hexaëmeron. Francesco, nelle Collationes, è il prototipo di un Ordine perfetto, puramente contemplativo, che si realizzerà però quando la Chiesa sarà divenuta anch'essa del tutto contemplativa. Veniva cosí sanato il contrasto fra gli ideali di strettissima povertà voluti dal santo e quelli, molto diversi, dei frati del tempo delle storie francescane (1288-92 circa), che potevano lecitamente vivere in bei conventi, studiare e insegnare, perché si preparavano all'attuazione del piano divino. Negli affreschi Francesco, a piedi nudi e con la barba, in preghiera e in contemplazione, è accanto ai confratelli dediti invece alla vita attiva, con i sandali, accuratamente rasati, perché ormai tutti chierici. Nell'abside però già si mescolano agli eletti ai piedi del trono di Cristo e Maria. Oltre alla novità della chiave interpretativa molti sono i particolari rintracciati e spiegati, per esempio l'aquila dipinta da Cimabue, quella che svetta sul fastoso San Damiano, la passerella della porta urbana che sta per cadere e i diavoli in caricatura nella scena dell'Estasi. Viene anche spiegato il soggetto del monocromo della colonna coclide che chiude l'ultimo episodio delle storie di Francesco, con l'esotico corteo di cammelli e di pagani che si lega agli adiacenti episodi dell'Apocalisse di Cimabue. Al lettore, il piacere di continuare la scoperta delle novità.



Chiara Frugoni ha insegnato Storia medievale all'Università di Pisa, Roma e Parigi. Ha pubblicato numerosi saggi sulla figura di san Francesco, tra cui: Francesco e l'invenzione delle stimmate («ET Saggi», premio Viareggio per la saggistica 1994), Vita di un uomo: Francesco d'Assisi («ET Saggi») e Storia di Chiara e Francesco (Frontiere 2011). Presso Einaudi ha inoltre pubblicato: La Cappella degli Scrovegni di Giotto («ET Saggi» 2005), La cattedrale e il battistero di Parma («ET Saggi» 2007) e L'affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni («Saggi» 2008), La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo («Saggi» 2010), Le storie di San Francesco. Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi («ET Saggi» 2010) e Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi («Grandi Opere» 2015). Tra i suoi libri: Storia di un giorno in una città medioevale (Laterza 1997); Mille e non piú mille. Viaggio fra le paure di fine millennio, con Georges Duby (Rizzoli 1999); Due papi per un giubileo. Celestino V, Bonifacio VIII e il primo Anno Santo (Rizzoli 2000); Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali (Laterza 2001); Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino (Laterza 2003); Una solitudine abitata: Chiara d'Assisi (Laterza 2006). I suoi libri sono tradotti nelle principali lingue europee, oltre che in giapponese e in coreano.
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Timothy Brook
Il cappello di Vermeer
Il Seicento e la nascita del mondo globalizzato

Dietro all'enigmatico titolo di questo libro si celano otto storie affascinanti, otto viaggi intorno al mondo intrapresi a partire da sette quadri (cinque di Vermeer, uno di Hendrik van der Burch e uno di Leonaert Bramer) e da un piatto di ceramica del Museo di Delft. A un primo sguardo, queste opere d'arte raffigurano soltanto intimità domestiche, in realtà possono raccontare anche gli avventurosi viaggi che misero in contatto l'Olanda del secolo d'oro con le terre d'Oltremare, mostrandoci l'entità degli scambi culturali e commerciali tra Oriente e Occidente, che segnano l'inizio della nostra epoca globale.
Timothy Brook ci invita a leggere in modo diverso le opere di Vermeer, non come farebbe uno studioso d'arte, attento all'uso della luce e dei colori, bensí come uno storico che attira la nostra attenzione su un dettaglio, un oggetto, una figura per poi allargare lo sguardo sul vasto e mutevole mondo del XVII secolo. Cosí, la ciotola con della frutta rovesciata su un tappeto turco che vediamo in Donna che legge una lettera ci trasporta verso le rotte commerciali dell'ambita porcellana bianca e blu cinese; mentre il sontuoso cappello del galante Ufficiale e ragazza che ride ci conduce in Canada, dove gli esploratori europei ottenevano dai nativi americani pelli di castoro in cambio di armi. Quelle pelli finanziarono i viaggi dei marinai che cercavano nuove rotte per la Cina. E proprio lí, con l'argento estratto in Perú, gli europei comprarono in gran quantità quelle porcellane che tante volte compaiono nei quadri della pittura olandese dell'epoca. Come scrisse Cartesio, nel Seicento Amsterdam era «un inventario del possibile». Questo libro illustra nei dettagli la ricchezza e le implicazioni di tale inventario, dimostrando come il fatto di avere a disposizione «tutte le merci e le cose curiose desiderabili» abbia ridisegnato il mondo moderno fino a prefigurare il nostro.

«Cosa vediamo? Un soldato vestito in modo vistoso con una tunica color rosso scarlatto, di una grandezza esagerata, che corteggia una bellissima ragazza. Anche se potrebbe sembrare molto particolare, il contenuto della scena rappresenta efficacemente l'epoca in cui Vermeer lo dipinse, visto che mostra quelle che erano, in generale, le regole alle quali gli uomini dovevano attenersi per corteggiare le giovani della buona società olandese intorno alla fine degli anni Cinquanta del Seicento. Pochi decenni prima, gli ufficiali non avevano occasione di intrattenersi a parlare, in questo modo, con donne dell'alta società. I costumi dell'epoca non tolleravano che lo spasimante e la corteggiata si incontrassero in un luogo privato. Ai tempi di Vermeer le regole del corteggiamento mutarono, almeno nelle città olandesi. Le belle maniere sostituiscono l'audacia e la risolutezza militari come armi vincenti per conquistare una ragazza. La galanteria è ora la "moneta" con la quale si conquista una donna, e l'ambiente domestico il nuovo "teatro" in cui si mette in scena la tensione fra i sessi ... Per i soldati che presero parte alla lunga guerra di indipendenza contro la Spagna le donne potevano essere semplicemente un "bottino di guerra", ma quel tempo era finito. Forse è per questo che nel dipinto Vermeer appende La nuova topografia esatta dell'Olanda e della Frisia sulla parete dietro all'ufficiale e alla ragazza ... La "porta" che attraversiamo in questo dipinto, tuttavia, non ha a che fare con la mappa, ma con il cappello, grazie al quale percorriamo un corridoio che ci conduce in un altro mondo, in un luogo chiamato Crown Point sul lago Champlain nella mattina del 30 luglio 1609»

Timothy Brook, eminente sinologo, insegna alla University of British Columbia di Vancouver ed è professore onorario all'East China Normal University di Shanghai. Ha scritto e curato piú di una dozzina di libri, tra i quali ricordiamo: The Confusions of Pleasure. Commerce and Culture in Ming China (1998), The Troubled Empire. China in the Yuan and Ming Dynasties (2010) e Mr Selden's Map of China. The spice trade, a lost chart & the South China Sea (2014). Ha inoltre diretto una monumentale storia della Cina imperiale in sei volumi (2007-2010). Il cappello di Vermeer (Einaudi, 2015) ha vinto il Mark Lynton History Prize 2009.
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Civiltà e religione degli Aztechi - i Meridiani classici dello spirito

Curatori: L. Pranzetti , A. Lupo

Civiltà e religione degli Aztechi

Una vasta raccolta commentata dì documenti grazie ai quali sono ricostruite le origini e le concezioni, la vita sociale e l'espansione politica di un popolo che rivelò agli Spagnoli sbarcati nel 1519, una prosperità, una potenza e una raffinatezza paragonabili a quelle dei maggiori stati europei. La prima parte del volume mette in luce i presupposti della mentalità e delle vicende degli aztechi, e la loro concezione del cosmo. La seconda presenta la vita quotidiana governata dalla politica, da feste e cerimonie religiose, dai sofisticati meccanismi di un doppio calendario solare e rituale, da una severa istruzione e da un'economia cui contribuivano i pesanti tributi dei popoli assoggettati. Su questa società dinamica e fiorente nei commerci, nei lavori agricoli e nell'artigianato (oreficeria, arte piumaria e tessitura) si abbatte l'apocalisse portata da Cortés, che è il tema della terza parte. Nei testi tramandati l'assedio della capitale Tenochtitlan e la fine eroica dei suoi difensori assumono un sapore quasi omerico. Dalle prime testimonianze della conquista del Messico (1519-1529), attraverso quelle della storiografia ufficiale, dei difensori degli indios, dei missionari, delle nuove élites indigene e meticce, delle storie universali, i testi presentati giungono fino a "La Hìstoria antigua de México" (1780- 1781), in cui il gesuita messicano Francisco Clavijero assume come proprio il passato indigeno.
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Timothy Brook
Il cappello di Vermeer
Il Seicento e la nascita del mondo globalizzato

Dietro all'enigmatico titolo di questo libro si celano otto storie affascinanti, otto viaggi intorno al mondo intrapresi a partire da sette quadri (cinque di Vermeer, uno di Hendrik van der Burch e uno di Leonaert Bramer) e da un piatto di ceramica del Museo di Delft. A un primo sguardo, queste opere d'arte raffigurano soltanto intimità domestiche, in realtà possono raccontare anche gli avventurosi viaggi che misero in contatto l'Olanda del secolo d'oro con le terre d'Oltremare, mostrandoci l'entità degli scambi culturali e commerciali tra Oriente e Occidente, che segnano l'inizio della nostra epoca globale.
Timothy Brook ci invita a leggere in modo diverso le opere di Vermeer, non come farebbe uno studioso d'arte, attento all'uso della luce e dei colori, bensí come uno storico che attira la nostra attenzione su un dettaglio, un oggetto, una figura per poi allargare lo sguardo sul vasto e mutevole mondo del XVII secolo. Cosí, la ciotola con della frutta rovesciata su un tappeto turco che vediamo in Donna che legge una lettera ci trasporta verso le rotte commerciali dell'ambita porcellana bianca e blu cinese; mentre il sontuoso cappello del galante Ufficiale e ragazza che ride ci conduce in Canada, dove gli esploratori europei ottenevano dai nativi americani pelli di castoro in cambio di armi. Quelle pelli finanziarono i viaggi dei marinai che cercavano nuove rotte per la Cina. E proprio lí, con l'argento estratto in Perú, gli europei comprarono in gran quantità quelle porcellane che tante volte compaiono nei quadri della pittura olandese dell'epoca. Come scrisse Cartesio, nel Seicento Amsterdam era «un inventario del possibile». Questo libro illustra nei dettagli la ricchezza e le implicazioni di tale inventario, dimostrando come il fatto di avere a disposizione «tutte le merci e le cose curiose desiderabili» abbia ridisegnato il mondo moderno fino a prefigurare il nostro.

«Cosa vediamo? Un soldato vestito in modo vistoso con una tunica color rosso scarlatto, di una grandezza esagerata, che corteggia una bellissima ragazza. Anche se potrebbe sembrare molto particolare, il contenuto della scena rappresenta efficacemente l'epoca in cui Vermeer lo dipinse, visto che mostra quelle che erano, in generale, le regole alle quali gli uomini dovevano attenersi per corteggiare le giovani della buona società olandese intorno alla fine degli anni Cinquanta del Seicento. Pochi decenni prima, gli ufficiali non avevano occasione di intrattenersi a parlare, in questo modo, con donne dell'alta società. I costumi dell'epoca non tolleravano che lo spasimante e la corteggiata si incontrassero in un luogo privato. Ai tempi di Vermeer le regole del corteggiamento mutarono, almeno nelle città olandesi. Le belle maniere sostituiscono l'audacia e la risolutezza militari come armi vincenti per conquistare una ragazza. La galanteria è ora la "moneta" con la quale si conquista una donna, e l'ambiente domestico il nuovo "teatro" in cui si mette in scena la tensione fra i sessi ... Per i soldati che presero parte alla lunga guerra di indipendenza contro la Spagna le donne potevano essere semplicemente un "bottino di guerra", ma quel tempo era finito. Forse è per questo che nel dipinto Vermeer appende La nuova topografia esatta dell'Olanda e della Frisia sulla parete dietro all'ufficiale e alla ragazza ... La "porta" che attraversiamo in questo dipinto, tuttavia, non ha a che fare con la mappa, ma con il cappello, grazie al quale percorriamo un corridoio che ci conduce in un altro mondo, in un luogo chiamato Crown Point sul lago Champlain nella mattina del 30 luglio 1609»

Timothy Brook, eminente sinologo, insegna alla University of British Columbia di Vancouver ed è professore onorario all'East China Normal University di Shanghai. Ha scritto e curato piú di una dozzina di libri, tra i quali ricordiamo: The Confusions of Pleasure. Commerce and Culture in Ming China (1998), The Troubled Empire. China in the Yuan and Ming Dynasties (2010) e Mr Selden's Map of China. The spice trade, a lost chart & the South China Sea (2014). Ha inoltre diretto una monumentale storia della Cina imperiale in sei volumi (2007-2010). Il cappello di Vermeer (Einaudi, 2015) ha vinto il Mark Lynton History Prize 2009.
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Alex Shoumatoff
Leggende del deserto americano

Dai miti di fondazione dei nativi, alle leggendarie figure del Far West. Dalle instancabili corse del road runner (il Bip Bip di Willy il Coyote), alla piccantezza mozzafiato dei jalapeños e dei piquín usati dagli indiani per tenere lontani gli spiriti maligni. Dal sogno del coast to coast, alla scoperta della cruenta realtà della coltivazione e del traffico di papaveri e marijuana. Un viaggio appassionante per riportare alla luce gli innumerevoli segreti di una terra primordiale, aspra e selvaggia. Un affresco sfaccettato, di volta in volta violento, commovente e umano, per raccontare un territorio ben delimitato dalla geografia ma, soprattutto, un luogo dell'immaginario dove piú che in qualsiasi altro la terra assomiglia all'oceano.
Il deserto è una terra aspra e selvaggia. Nel deserto americano i rumori umani lasciano subito il posto ai saltelli del ratto canguro, allo strisciare obliquo del crotalo ceraste, allo zampettare del road runner (il Bip Bip dei cartoni animati), che dopo aver divorato il serpente si aggira baldanzoso per giorni con la coda del crotalo che ancora spunta dal becco. Con Leggende del deserto americano, frutto di una ricerca durata una vita, Alex Shoumatoff ci accompagna alla scoperta degli innumerevoli segreti nascosti in questa regione primordiale e leggendaria. Cosí, ci ritroviamo immersi nelle atmosfere che gli appassionati dei fumetti di Tex e dei film western conoscono bene: le distese del Mojave, del deserto dipinto, del Canyon del Muerto, di Fort Wingate. Ritroviamo le lotte dei navajo, ancora oggi indomiti e impegnati a difendersi dalle prepotenze degli anglos, e quelle per la difesa dell'acqua, bene prezioso minacciato dall'avidità di grandi città come Phoenix o Denver, desertiche e ricche di campi da golf. Ripercorriamo i viaggi e gli scontri fra coloni spagnoli e indiani, con la ricerca leggendaria e sanguinosa delle sette città d'oro di Cíbola, e conosciamo da vicino le tradizioni degli indiani tarahumara, consumatori di peyote e instancabili corridori, che praticano lo sport tradizionale del rajalipame, una corsa a staffetta su distanze fino a centocinquanta chilometri, da percorrere spingendo a calci una palla di legno duro. E proprio andando alla ricerca dei tarahumara, Shoumatoff ha modo di imbattersi nell'inizio dell'escalation di violenza legata al traffico di droga, e nell'inquietante distesa di aerei militari abbandonati nel deserto nei pressi di Tucson - quella tratteggiata da Don DeLillo in Underworld - che fa scoprire l'esistenza di Los Alamos, la base del progetto Manhattan per la realizzazione della bomba atomica e centro per cinquant'anni di esperimenti nucleari perniciosi per tutto il Sudovest americano. Ma questo libro è anche un viaggio sensoriale: si sente sulla pelle il caldo torrido e implacabile del deserto dove sopravvivono crotali, topi e cactus, mentre gli sventurati che vi si addentrano finiscono disidratati e agonizzanti, e si gusta la piccantezza mozzafiato e ardente dei peperoncini - jalapeños, chiltepin, piquín e di innumerevoli altre varietà - capaci di creare dipendenza e usati dagli indiani per tenere lontani gli spiriti maligni. Il risultato è un viaggio affascinante in un luogo dell'immaginario alieno e insieme familiare.

Alex Shoumatoff, nato nel 1946, è scrittore e giornalista che ha dedicato la sua carriera a esplorare le regioni piú remote del pianeta e a conoscere le diversità delle culture, come testimonia il suo sito dispatchesfromthevanishingworld.com. Per Einaudi ha pubblicato Leggende del deserto americano (Frontiere, 2015).
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