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Carlotta Fiammenghi
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Nel Murakami di Norwegian Wood (Tokyo Blues), la forza della fragilità non è solo un ossimoro, ma una filosofia e un insegnamento: ci sono personaggi fragili, e personaggi che imparano ad essere forti, sullo sfondo di una fragilità che è presentata come la vera essenza dell’esperienza umana. Anche la trama è debole in questo libro, perché volutamente poco intrecciata; è la trama di una vita umana, come è là fuori, senza l’abbellimento dei romanzi e soprattutto senza la caratteristica finalità, così ineluttabile per un cantastorie ma così irraggiungibile per un essere umano. Murakami insegna non solo a vedere il romanticismo delle piccole cose: Murakami sente il romanticismo delle piccole cose, e mostra ai suoi lettori come viverlo.
Con Murakami ho imparato una cosa che ai miei occhi di adolescente era sfuggita, un errore che la mia sensibilità di adulta non aveva ancora corretto: la sofferenza non dà diritto a chi la prova di lamentarsi, ma dà il dovere a chi ne è testimone di rafforzarsi per curarla. Watanabe sembra circondato da persone alle quali la vita ha riservato solo fragilità e sofferenze, quasi lo si potrebbe accusare di esserne inesorabilmente attratto; di conseguenza? È colpito da suicidi di persone che ha amato e da cui è stato improvvisamente abbandonato. Se decidesse di ritirarsi nel suo guscio scoprirebbe una bolla mediocre e senza scossoni; invece decide di usare le sue forze per raccogliere i fili delle vite di Naoko, di Reiko e di Midori, e provare a tenere in piedi le loro marionette. Watanabe non è una persona mediocre, ma il nucleo attorno a cui diverse vite tragiche ruotano: qui Murakami insegna la forza della piccolezza, un messaggio tanto tipicamente giapponese quanto universalmente condivisibile. Forse alcune persone, che si dicono fortunate, a cui la vita ha risparmiato tragedie che ha invece profuso ad altri, possono considerarsi investite di una missione di salvataggio. Forse l’umanità non si divide in fortunati e sfortunati, felici e depressi, forti e fragili, ma solo in rocce e acqua: la roccia deve provare ad arginare l’acqua, laddove l’acqua deve provare a non erodere la roccia.
Norwegian Wood manca stranamente di passaggi onirici; è, invece, estremamente sensuale e sessuale. Uno dei romanzi più sessualmente espliciti di Murakami, mostra come il corpo sia un elemento chiave della felicità, e come un buon rapporto con l’orgasmo proprio ed altrui possa salvare da molti buchi neri. Murakami mostra come l’orgasmo sia gioia, in un libro pieno di amarezza; di nuovo, la soluzione alla depressione sta nell’aggrapparsi alle persone, anche letteralmente, prendendone i fianchi e i sospiri. L’atto sessuale, come l’esistenza umana, ha una doppia faccia: può essere fonte di felicità ancor prima che della vita stessa, ma può anche essere dolore, imposizione, sensazione di sottomissione e violazione. I due poli si guardano e si confrontano costantemente e il risultato del confronto è sulle spalle di chi si aggrappa a cosa in quel momento. Credo che questo romanzo sulla vita sia così pieno di descrizioni sessuali perché in qualche modo il sesso è qui metafora della vita.
Non stupisce che la canzone Norwegian Wood, dei Beatles, che dà il titolo al romanzo sia, oltre che il racconto di una relazione enigmatica fra un ragazzo e una ragazza, anche l’incontro di diverse culture, l’occidentale e l’asiatica (si tratta, infatti, del primo esempio di una canzone occidentale in cui venga utilizzato un sitar). Si tratta infatti di capolavori artistici che nascono dalla sensibilità di un autore, ma che hanno le potenzialità per raggiungere chiunque.

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