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Cattia Salto
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Il gruppo Old Blind Dogs nasce nell’ultima decade del 1900 in un periodo musicale di contaminazioni e fusion, non solo musica tradizionale scozzese ma anche melodie dalla Galizia e Bretagna oltre a qualche composizione propria.
Loro vivono nell’Aberdeenshire e prediligono le percussioni un po’ afro e le sonorità blues: niente bodhran dunque o batteria ma conga e djembè di Fraser Stone.
E proprio questa loro caratteristica che li distingue dalle altre formazioni folk scozzesi, il repertorio di antiche ballate del nord-est della Scozia cantate in dialetto. Varie le line-up con elemento propulsore del gruppo, la sua anima, il violinista Jonny Hardie, d’impostazione classica ma dal cuore folk, che suona anche all’occorrenza chitarra, mandolino e bouzouki (e canta).
Il gruppo vince nel 2004 e nel 2007 il prestigioso Scots Trad Music Awards come folk band dell’anno.

Play live (2007) è il nono album la registrazione live del loro tour del 2004 negli Stati Uniti e Canada: l’album racchiude i pezzi migliori della band e la grinta live del gruppo.

La voce del gruppo è stata dal 1990 al 1999 Ian F. Benzie a cui subentra Jim Malcolm (una voce calda, morbida e vellutata, dagli accenti blues) e il gruppo si assesta in una formazione di quintetto con l’aggiunta della cornamusa
Nel 2007 Jim abbandona il gruppo e nonostante venissero dati per spacciati gli Old Blind Dogs proseguono l’attività restando definitivamente un quartetto, significativo l’album del dopo Jimmy intitolato “Four on the Floor”

CAMERA CON VISTA

Nell’ultimo cd (il tredicesimo uscito in primavera 2017 e da ascoltare tutto qui) accanto a Jonny Hardie Aaron Jones (attivo già dal 2003 con il bouzouki e voce ), Ali Hutton (cornamusa, whistles nella formazione dal 2008), e una percussione/batteria rock con la new entry di Donald Hay (tra i più ricercati percussionisti sulle scene folk scozzesi e più in generale inglesi) . Il Cd, dopo sei anni da “Wherever Yet May Be”, s’intitola “Room with a view” e in copertina (foto di Archie MacFarlane) campeggia tra erica e felci, il rudere di un caminetto in pietra accanto a cui viene ricreato un salottino stile vecchia Scozia con l’immancabile bottiglia di whisky : 9 tracce di tutto rispetto per lo più strumentali (l’unico difetto del Cd è essere troppo breve), coinvolgenti sia nei set di danza che nelle melodie, e la morbida fusione di quattro “vecchi” talenti musicali, saranno anche ciechi questi cani ma sanno benissimo quale direzione prendere!
Beviamo alla salute degli Old Blind Dogs!

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Il gruppo scozzese (dalle parti di Glasgow) degli Ossian prende il nome dal leggendario bardo di Scozia, si fonda nel 1976 per dare vita a una miscela acustica raffinata ma piena di grinta (il cosiddetto drive tanto osannato nella musica rock): eppure rimarrà sempre una formazione acustica di musica tradizionale scozzese; la formazione è capitanata dai fratelli William e George Jackson (Billy arpa bardica, uillean pipes, whistle – George chitarra, cittern, violino, whistle, flauto) affiancati dal violino, mandolino, violoncello di John Martin (che fu anche membro dei Tannahill Weavers) e dalla voce solista, chitarra, whistle, dulcimer di Billy Ross. Quando Ross se ne andò subentrò Tony Cuffe (1981) e qualche anno più tardi il quartetto divenne un quintetto con l’aggiunta del pipaiolo Iain MacDonald (cornamuse, flauto, whistle).
Gli Ossian hanno sempre eseguito dell’ottima musica tradizionale scozzese anche se negli anni 70 era la musica tradizionale irlandese ad andare di moda! Il primo tour negli Stati Uniti (e sono finiti anche in Alaska) arriva nel 1983, ma cinque anni più tardi il gruppo si scioglie e i componenti prendono altre strade.
Tutti eccellenti polistrumentisti e cantanti, abili tessitori di trame sonore ricche e preziose sulle melodie della tradizione con un approccio quasi cameristico: canti in gaelico e in dialetto scozzese (in specie di Robert Burns), set da danza e slow air.
La loro musica ha influenzato una generazione di musicisti.

LA RIFONDAZIONE

Ci fu una rifondazione nel 1997 con Billy Jackson e Billy Ross che si portò dietro Iain MacInnes (smallpipes, whistle) e Stuart Morison (violino, cittern) con i quali aveva formato un trio pochi anni prima, sigillata dall’uscita dall’album “The Carrying Stream” e anche se il nuovo gruppo non è mai stato ufficialmente sciolto non è più al momento in attività.

ASCOLTA ST. KILDA WEDDING

WILLIAM JACKSON
La formazione classica di Billy lo porta a un progetto ambizioso quello di comporre musica per una “folk orchestra” composta cioè da musicisti tradizionali e classici. Pubblica ben tre album The Wellpark Suite (1985), A Scottish Island (1998) e Duan Albanach (2003). Nella sua lunga carriera come arpista gira in tour per l’Europa (è venuto diverse volta anche in Italia) e il Nord America. Ha rispolverato anche le sue origini irlandesi (i nonni venivano dal Donegal) spaziando così tra le musiche tradizionali di Scozia e Irlanda.

TONY CUFFE
Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1988 si dedica all’insegnamento e alla carriera solistica, nel 1994 esce l’album “When first I went to Caledonia”, – la Caledonia non è la Scozia bensì la Nuova Scozia (Canada)- in cui sfodera tutte le sue doti d’interprete, compositore e polistrumentista; Tony è rinomato per il suo tocco chitarristico, suona l’arpa con le corde di metallo che si è costruito da solo e una decina circa di strumenti. E’ stato anche coinvolto nel progetto di Fred Freeman “The Complete Song of Robert Burns” (vol I )Muore nel 2001 vinto dal cancro. Un altro cd esce postumo dal titolo “Sae Will We Yet” (2003)

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La canzone “Talking with my Father” scritta da Dougie McLean è pubblicata nell’album “Who am I” del 2001 questa volta con l’arrangiamento musicale, si sentono fraseggi di violoncello (Kevin McCrae), un lieve accenno di cornamusa (Graham Mulholland) sul riff delle chitarre e una base di percussioni soft/ tastiere in cui ci ha messo lo zampino Jamie MacLean (il figlio di Dougie)

In questo posto dove il cuore della vita rimbomba
in questo posto dove il tempo ancora ci appartiene
in questo posto di armonia e meraviglia
e di valori non veniali che appagano

(In this place where life’s heart thunders
In this place where time holds still
In this place of harmony and wonder
And values not of gold fulfill)

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Il nome gaelico (gallo cedrone) esprime simbolicamente qualcosa di raro e prezioso, il canto in gaelico dal cuore (rocce e acqua) delle Highlands, le isole Ebridi.
l gruppo scozzese fondatosi agli inizi degli anni 80 ha diffuso con le sue registrazioni moltissimi canti in gaelico delle Highlands arrangiandoli in un alchemico equilibrio tra tradizione e sonorità contemporanee, accostando i più tipici strumenti acustici della tradizione musicale scozzese ai sintetizzatori e al basso elettrico.
Sono acclamati come la formazione più rappresentativa del moderno suono gaelico di Scozia diventati un icona con l’album Beautiful Wasteland (1997).

Ma incomincio dalle origini, il trio sui banchi di scuola di Taynuilt vicino a Oban (a un centinaio di chilometri da Glasgow), Karen Matherson (voce), Donald Shaw (organetto e tastiere) e Marc Duff (flauto dolce, whistle) diventa un sestetto (violino, bouzouki-chitarra e basso elettrico) incide il primo album autoprodotto nel 1984 dal titolo Cascade. L’anno successivo vincono il Pan Celtic Festival in Irlanda e passano alla Green Linnet e al lancio in America: una frenetica attività concertistica li porta da un estremo all’altro del globo e al secondo disco Crosswinds (1987 ) . Ma è con l’album Sidewaulk che siglano il loro primo capolavoro (1989) da ascoltare tutto nella playlist di Caledonian Music qui nella formazione è entrato Mànus Lunny (chitarra e bouzouki), le atmosfere si fanno eteree ma mai stucchevoli, i set di dance tune sono incalzanti, i brani in gaelico si scolpiscono graniticamente nella memoria, basti citare la wauliking song Alasdair Mhic Cholla Ghasda riprodotta in un’infinità di celtic compilations. Il successo viene bissato con il successivo album “Delirium” (1991) che ne celebra la popolarità internazionale, osannati dalla critica come i “Clannad scozzesi” (due gli hits “Coisich A’ Ruin‘ e “Breisleach” finiti in Tv, il secondo come spot ad una nota marca di whisky)

Poi il gruppo occhieggia al pop e smarrisce un po’ la sua strada finchè nel 1997 esce “Beautiful Wasteland“: un pregevole equilibrio tra celtic e world music con rifiniture techno, subito assunto dalla critica come esempio perfetto di global celtic o world celtic music; alcuni ritocchi nella formazione, le percussioni sono ampliate con l’arrivo di David “Chimp” Robertson che supporta Wilf Taylor, Michael McGoldrick è al flauto, whistle e uillieann pipes.
Con “Nàdurra” (2000) il gruppo sembrano voler però ritornare sui propri passi e poi esce “Choice Language” (2003) con una robusta sezione ritmica (Che Beresford batteria, David ‘Chimp’ Robertson percussioni e Ewen Vernal basso), con Karen e Donald , Mànus Lunny, Michael McGoldrick e Charlie McKerron violino, che per me è il loro disco più maturo, la loro cifra stilistica sublimata.

IL CANTO DEL CIGNO

Passano cinque anni e registrano “Roses and Tears” all’apparenza il loro canto del cigno .. e poi nel 2013 esce “At The Heart Of It All”, sono passati 30 anni dal loro primo cd e loro festeggiano invitando degli special guess dell’odierna scena scozzese e ritornano a dare concerti ospiti dei principali festivals internazionali: che classe!!

Nel blog Terre Celtiche seguendo il tag Capercaillie

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Caledonia di Dougie McLean
testo tradotto da Cattia Salto*
I
Non so se si vede
quanto mi abbiano cambiato
questa manciata di giorni in cui ho avuto paura di perdermi.
Così ho raccontato vecchie storie, cantato canzoni
che mi fanno pensare da dove vengo,
ed ecco perché sembro
così distante oggi
CORO
Fatti dire che ti amo,
che ti penso tutto il tempo
Caledonia, tu mi chiami
e ora tornerò a casa.
Ma se dovessi diventare un estraneo (per te) devi sapere che ciò mi renderebbe ancora più triste,
Caledonia sei stata (per me) tutto quello
di cui avevo bisogno.
II
Me ne sono andato e ho continuato a spostarmi,
ho risolto le questioni che avevo bisogno di risolvere,
perso gli amici che avevo bisogno di perdere
e trovati altri sulla via,
ho baciato le ragazze e le ho lasciate piangendo;
sogni rubati, si, non lo nego,
ho viaggiato lontano con la coscienza che volava,
da qualche parte con il vento
III
Adesso che sono seduto qui davanti al fuoco, la stanza vuota, le voci della foresta, le fiamme non salgono più verso l’alto, si sono smorzate e spente.
Ma sono convinto che la porta sia aperta
e so che cosa farò domani
quando si stringeranno le mani, e pioveranno baci,
poi sparirò

I
I don’t know if you can see
The changes that have come over me (1)
In these last few days I’ve been afraid
That I might drift away (2)
So I’ve been telling old stories, singing songs
That make me think about where I came from
And that’s the reason why I seem
So far away today
CHORUS
Oh, but let me tell you that I love you
That I think about you all the time
Caledonia you’re calling me
And now I’m going home
If I should become a stranger
You know that it would make me more than sad (3)
Caledonia’s been everything
I’ve ever had (4)
II
I have moved and I’ve kept on moving
Proved the points that I needed proving
Lost the friends that I needed losing
Found others on the way(5)
I have kissed the ladies and left them crying(6)
Stolen dreams yes there’s no denying
I have travelled far with conscience flying
Somewhere with the wind
III(7)
Now I’m sitting here before the fire
The empty room, the forest choir
The flames that could not get any higher
They’ve withered now they’ve gone
But I’m steady thinking my way is clear (8)
And I know what I will do tomorrow(9)
When the hands are shaken and the kisses flow
Then I will disappear

NOTE
* nella traduzione ho voluto mantenere l’ambiguità sul nome Caledonia, donna/terra amata
1) letteralmente “i cambiamenti che mi hanno raggiunto”
2) la parola drift racchiude il senso di lasciarsi andare nella corrente, lasciarsi trascinare e con away assume significato di disperdersi, perdere il contatto con la realtà e con le persone, qui il senso è aver paura di perdere le proprie radici
3) “più che triste”: l’autore dichiara di sentirsi non solo triste o malinconico ma di provare un sentimento struggente (il parallelismo va al termine “blue” il miscuglio di tristezza e malinconia) una nostalgia, lo abbiamo già visto nel “richiamo del mare” (sea longing) qui è la struggente nostalgia della terra
4) letteralmente “la Caledonia è stata tutto ciò che ho mai avuto” e questo è un forte senso di appartenenza, di identificazione con/nella terra d’origine (o del cuore)
5) Alan Roberts suonatore di chitarra e banjo, con cui incide un paio di album (Caledonia e Plant Life) lascia la carriera di musicista nel 1980 e ritorna in Scozia nel Perthshire. E’morto all’età di 54 anni a Glasgow
6) nelle variazioni diventa “I have tried and kept on trying” (e ho cercato e continuato a cercare)
7) la strofa si riferisce al momento contingente in cui Dougie ha scritto la canzone come ebbe a spiegare lui stesso “I was in my early 20s and had been busking around with some Irish guys. I was genuinely homesick. I’d always lived in Perthshire. I played it to the guys when I got back to the youth hostel where we were staying and that was the final straw – we all went home the next day.” (tratto da qui) descrive l’ultima sera prima del rientro in Scozia ma si presta ad essere intesa come una metafora della vita
8) letteralmente “la via sia sgombera, pulita”, ma mi piace di più la metafora della porta aperta
9) In una recente intervista alla domanda “Progetti per il futuro” Dougie McLean risponde ““I spent time in Northern Australia and the indigenous people there don’t have a word for the future. They think it’s arrogant to presume we’ll be around tomorrow and I kind of agree.“ Let’s just say I like to live in the present.”

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Il Bardo di Scozia, figlio di contadini del Sud, studioso autodidatta, divenne famoso all’età di 27 anni, poco dopo la pubblicazione della sua prima opera di poesia dal titolo “Peoms chiefly in the scottish dialect” (in italiano “Poesie scritte soprattutto in dialetto scozzese”) – nota anche come “The Kilmarnock Edition” .

Il 1786 fu l’anno cruciale per Burns: la pubblicazione del libro per pagare l’imbarco verso la Giamaica alla ricerca di fortuna, gli portò un inaspettato successo, e gli amici lo persuasero ad andare, un dì di fine novembre, ad Edimburgo per far conoscere il suo talento nella capitale. continua
All’epoca Burns parlava già correttamente in francese, conosceva il latino, aveva letto quasi tutti i testi dei più famosi scrittori dell’epoca oltre a Shakespeare, Milton e Dryden. Intelligente e arguto, dall’umorismo satirico, anticonformista, franco e diretto, un genio creativo dall’aspetto piacente, affascinava uomini e donne per i suoi modi e la sua personalità.
Spesso assillato dai problemi economici, dedicò la sua vita alla raccolta e alla composizione di canzoni e arie della tradizione, a dissetarsi con il buon whisky e ad amoreggiare con le belle donne.
Robert Burns è considerato un pioniere della moderna etnomusicologia, tra i primi raccoglitori di folklore che si mise ad annotare anche la musica; nelle raccolte di versi da lui compilate mise canti popolari da lui raccolti assieme a composizioni in anglo-scozzese (Scots) da lui stesso composte sul loro modello, ma fu piuttosto onesto nel distinguere le parti! Per la precisione il linguaggio utilizzato da Burns fu una sua “creazione”, un linguaggio dialettale “colto” che non è mai esistito nella realtà, anche se voleva imitare la voce del popolino.
Gli scozzesi a buon titolo lo considerano il loro poeta nazionale, e nel dibattito d’inizio del XXI secolo per l’adozione di un nuovo inno è proprio Scots wha hae, un antico brano raccolto da Burns e risalente forse alle guerre di Braveheart, quello che si contende la palma con il Flower of Scotland dei tifosi di calcio e di rugby!

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Sulla melodia tradizionale “When she came ben she bobbed” troviamo un testo ammiccante a una illecita liaison, rivisitato da Robert Burns nello “Scots Musical Museum” del 1792.
La versione però con cui viene ancora cantata è quella di Lady Nairne che la riscrisse nel 1810 circola titolandola “The Laird o’ Cockpen”
La melodia “When she came ben she bobbed” è reputata d’epoca rinascimentale, anche se la troviamo come tablatura per liuto nel Manoscritto Balcarres (1690)
Il testo si commenta da solo (dopo aver decifrato il dialetto scozzese)
ASCOLTA Ian Bruce in Alloway Tales, 1999

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Sto svanendo John
come i cumuli di neve al disgelo, John
verso la Terra dei puri di cuore.
Non c’è dolore là, John
nè freddo nè affanni, John
il tempo è sempre bello,
nella Terra dei puri di cuore.
(I’m wearin’ awa’ (1), John (2);
Like snaw-wreaths in thaw, John
to the land o’ the leal (3).
There’s nae sorrow there, John;
There’s neither cauld nor care, John
The day is aye fair,
in the land o’ the leal.)
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