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Dr. Stefano Di Carlo
Attended Università di Padova
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Dr. Stefano Di Carlo

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Via Bottai 8, Bolzano
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Stanza dei colloqui a Bolzano.
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L'entrata dello studio di Via F. Petrarca 8 a Trento
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Studio di Bolzano
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PSICOLOGO ON LINE
Dr. Stefano Di Carlo psicologo-psicoterapeuta
riceve a Bolzano Trento e Verona
www.dicarlostefano.it; cell: 3356137977

La consulenza psicologica on line avviene attraverso l'utilizzo di Skype, previo accordo. Ho voluto attivare tale servizio per venire incontro a tante persone che, per motivi di lontananza fisica e orario lavorativo, non potevano usufruire delle mie competenze. Ogni singolo colloquio on-line ha la durata di 45-50 minuti. In maniera particolare la utilizzo per consulenze di coaching con parecchie persone che non soffrono di patologie invalidanti, ma hanno bisogno di supporti psicologici per incrementare la propria autostima, per raggiungere degli obiettivi prefissati, per migliorare le loro relazioni interpersonali, per affrontare le problematiche tra genitori e figli. 
Utilizzo anche la consulenza on line per la gestione dello stress lavorativo e per annullare  l'ansia anticipatoria nel parlare in pubblico o nell'affrontare clienti e situazioni che provocano disagio.
Il mio indirizzo di Skype è: dicarlostefano
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CRISI DI COPPIA
Dr. Stefano Di Carlo psicologo-psicoterapeuta
Riceve a Bolzano, Trento e Verona
www.dicarlostefano.it ; cell: 3356137977.

Esistono diverse tipologie di coppia che frequentano gli studi di psicoterapia per risolvere i loro problemi.

Ci sono le coppie litigiose: i partners continuamente discutono per un nonnulla e si lanciano le più nefande e ignobili parole e accuse. Mentre negli ambienti lavorativi, essi manifestano un invidiabile self control, in famiglia si trasformano in lanciatori di "pesci in faccia" con reciproca insoddisfazione e senso di disorientamento.

Ci sono le coppie silenziose: difficilmente comunicano i loro bisogni-desideri e fanno fatica a scambiarsi quel calore relazionale che fonda e sostiene una relazione d'amore. Spesso il silenzio è carico di fastidio, recriminazione e rancore.

Ci sono le coppie dolorose: ci troviamo in presenza di persone che si lasciano e si riprendono in continuazione senza la capacità di risolvere i loro problemi conflittuali. Alternativamente possono prendere la decisione di separarsi definitivamente, ma che al primo squillo di telefono o al primo incontro con l'ex ci si scioglie come neve al sole e si ricomincia sulle stesse basi fragili e instabili.
Tale alternanza funge da amplificatore di emozioni distruttive e impedisce di rifarsi una nuova relazione gratificante.

Ci sono le coppie gelose: ognuno può aggrapparsi all'altro a tal punto da ritenerlo indispensabile alla propria vita e da considerarlo come un possesso psicologico da tenere lontano dagli altri, considerati come degli ipotetici concorrenti-nemici in amore. Si ha la certezza dell'affetto altrui quando lo si riesce a controllare, a viverlo come possesso assoluto; in caso contrario si vive nell'incertezza e nella continua ossessione della richiesta di conferme rigide e uniche. Nonostante tutte le rassicurazioni che ognuno tenta di dare all'altro, la sofferenza si installa nei due cuori e si fa fatica a vivere il rapporto di coppia in maniera serena e armonica

La modalità terapeutica vincente consiste nell'utilizzo della logica paradossale che permette di bloccare le manie ossessive del partner geloso; in caso contrario il voler risolvere il problema cavalcando la logica dell'oggettività e della rassicurazione, non fa altro che rimandare all'infinito la sua risoluzione ed innesca una stanchezza relazionale che può far dissolvere l'amore. Per tutte queste modalità relazionali distruttive, bisogna avere delle strategie specifiche e concrete che ne ricalchino la logica patologica e che ne invertano il senso dell'effetto, pena una probabile rottura/separazione.   
Alle coppie litigiose si fa convogliare l’aggressività in momenti e luoghi particolari, onde liberare l’intera giornata dai litigi; alle coppie silenziose si prescrive un periodo in cui ognuno abbia la possibilità di poter esplicitare il proprio dissenso/disappunto, senza per questo caricarsi a molla per poi attuare la deflagrazione; a quelle dolorose, oltre alla presa di coscienza della modalità ripetitiva e appiccicosa, si permette di attivare la propria autostima e di poggiare la propria vita su basi più solide e meno problematiche. Tutte le coppie sono aiutate a riscoprire gli aspetti gratificanti ed emancipanti del loro rapporto, altrimenti vengono aiutati a far chiarezza sulle loro modalità disfunzionali per saperne prendere le logiche decisioni.
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La stanza dei colloqui a Verona, Corso Portanuova 39.
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ADOLESCENTI DIFFICILI
(quando il cactus deve essere abbracciato)

L’ottimista vede la rosa e non le spine;
il pessimista si fissa sulle spine, dimenticandosi della rosa.
Khalil Gibran

“Una spina è una rigida protuberanza, appuntita e spesso lacerante, che fuoriesce dalla superficie di numerose piante. È bene ricordare che sia le sottili e rigide punte aghiformi dei cactus che le sporgenze più o meno grosse, carnose e acuminate di alcuni arbusti, come le rose sono tutte spine.

La presenza di spine assume valore difensivo verso gli attacchi dei predatori, ma benché, in generale, queste siano solo un meccanismo di difesa passiva, in alcune specie possono essere vuote e contenere al loro interno sostanze tossiche, urticanti o nocive che possono causare all’aggressore una sofferenza più o meno durevole se non anche una paralisi.”

Al di là della metafora, gli adolescenti e i giovani, definiti difficili, si presentano come tante spine pronte a pungere o per una costante difesa o per una voluta offesa verso gli altri. Di fronte a tutto ciò che ci punge, ci fa del male,ci offende, ci disturba, mettiamo in atto delle strategie immediate
di ripulsa, di difesa, di esclusione. Ma così facendo rischiamo di perdere delle opportunità di relazione emancipante, di crescita reciproca, di gestione della conflittualità, di prospettive educative
e innovative. Per interagire con i giovani “difficili” bisogna superare la barriera del dolore soggettivo e vedere al di là delle spine la rosa, il fusto pieno d’acqua, le funzionalità e i loro bisogni.

Se li ignori, continueranno a lasciarsi travolgere dai loro impulsi di distruggere/distruggersi; se li combatti scendi sul piano della guerra senza quartiere con il risultato di sfiancarti e di essere perdente.
In qualsiasi modo perderai, o perché sarai sconfitto dallo loro “sfacciataggine” o perché non ti curerai del loro malessere.
Abbracciare ciascun giovane che si presenta con le spine, significa non farsi irretire o bloccare nei tentativi di relazioni significative.

Spesso questi giovani si presentano con le spine per metterci alla prova, per saggiare la capacità di resistenza e di fiducia d’accordare, per difendersi da un dolore vissuto, per esprimere la rabbia di torti subiti, di frustrazioni o di illusioni svanite nel nulla. Ogni educatore, come ogni genitore, deve saper superare il dolore ineluttabile della puntura della spina e lo può fare non con la freddezza di un guanto antidolore, ma con un abbraccio caldo e metaforico che annulli le asperità e le apparenti ruvidezze.

I cactus li incontriamo nei ragazzi che mentono. Lo fanno spudoratamente e assiduamente per salvaguardare la propria immagine, la propria autostima. Se fossero sicuri dell’accoglienza non valutativa, seppur correttiva, non avrebbero alcun motivo di mentire. 

Ma essi si ritrovano e si ritagliano soltanto angoli e margini della famiglia, della scuola, del gruppo classe e si difendono con il nascondersi, il negarsi come persone, il barare. Tra di essi ci
sono quelli che mentono esibendo un sé grandioso; tentano di colpire la percezione altrui con aneddoti, storie, comportamenti da gradasso. Lo possono fare maldestramente e vistosamente, a tal punto da essere compatiti, derisi e sopportati, oppure in maniera spaccona, bullesca, fino al punto da essere perseguitati, castigati, esclusi dalle relazioni. 
 Dietro il sé grandioso si annida la paura di non poter essere stimato così come ci si percepisce; rimane un tentativo di apparire, di sbalordire, come fa il bambino povero quando accentua il tintinnio dei pochi soldi in tasca. 

Se tu ti scagli contro questi comportamenti da mentitore senza coglierne il significato recondito, rimani incastrato da queste spine e non cogli l’acqua del cactus. 

Altri ragazzi mentono per nascondere parti del loro sé, come uno spazio privato che non lo si vuole dischiudere a un altro, a un estraneo, a un giudicante. Nessuno ha loro insegnato che le parti del sé, apparentemente più fragili, contribuiscono a costruire la simpatia che emaniamo dalla nostra persona. Guai se fossimo perfetti! Saremmo antipatici e odiosi ai più. Altri, ancora, mentono per abitudine, per stile acquisito; hanno strutturato un falso sé che li induce alla bugia in maniera automatica e impulsiva.

In questo modo, essi si preservano dall’imbarazzo dell’ammissione e dalla vergogna dei loro comportamenti; non provano senso di colpa per la bugia, ma la utilizzano come difesa, come scudo protettivo da eventuali e fantasiose reprimenda.

I cactus li incontriamo nei ragazzi che rubano. I bambini piccoli quando si appropriano di oggetti, giochi, cose che non gli appartengono lo fanno proprio per soddisfare il desiderio di possesso, per esprimere senso di invidia e gelosia nei riguardi di qualche compagno che possiede tutto ciò che loro bramano e non hanno.

È una fase evolutiva della crescita dove gradualmente s’impara a saper rinunciare, a non essere più onnipotente, a non ricevere gratificazioni immediate, a saper posticipare il piacere, la soddisfazione,
a saper condividere con gli altri i propri oggetti, a saper accettare di accontentarsi di quello che si ha senza volere a tutti costi possedere la qualsiasi. È il passaggio dalla fase egocentrica a quella allocentrica, relazionale; è la fase dell’accettazione della realtà che mi circonda, rispetto al senso di onnipotenza con la quale avevo convissuto fino adesso. Per cui il rubare del bambino non ha lo stesso significato di quello di un adulto; è come se il piccolo si attardasse in questo meraviglioso mondo in cui aveva vissuto ed ora è costretto, suo malgrado, ad abbandonare per un altro dove ci sono dei limiti, delle condivisioni, delle rinunce.

Il rubare degli adolescenti ha un altro significato, più variegato e complesso. 
In alcuni può significare la difficoltà che si sperimenta a crescere e doversi basare esclusivamente sulle proprie forze, capacità ; l’appropriazione indebita di oggetti non propri li fa sentire ancora onnipotenti, rispetto a tutto ciò che non riescono a conquistarsi con il proprio sforzo, le proprie attitudini, la propria intelligenza. Così rubano motorini che non possono comprare, copiano il compito che non riescono a svolgere, si appropriano della bici più in voga che non si possono permettere. L’oggetto riempie un’assenza di capacità e rimanda indietro la fatica del “doverseli conquistare” con i propri sforzi. 
Per altri assume un significato simbolico di potenza, destrezza, forza, capacità. Ci si reputa “bravi e furbi” perché ce se n’è appropriato. L’oggetto rubato diventa, quindi, un trofeo di guerra da esibire e mostrare con orgoglio al gruppo dei pari o alla banda d’appartenenza. 

In questo modo si manifesta, anche, un’identità di genere: per i maschi la forza, la nascente virilità e la destrezza del rubare; per le ragazze il mostrare la propria femminilità con i vestiti, collane
e vari oggetti alla moda, anch’essi sottratti agli altri. Le vittime predilette dell’atto del rubare sono i figli di papà, gli “sfigati”, i ricchi, i secchioni. Sono quei compagni distanti da loro anni luce per impegno, rispetto delle regole, buona educazione. È come se si volessero vendicare di non poter o voler essere come loro, che sono apprezzati e stimati nel contesto scolastico o sociale dove vivono. Altri rubano per “partito preso” per “andare contro” qualcuno, contro chi comanda, contro l’adulto che vuole dominare.

L’importante è che, rubando, si cerca la sfida con la legge, con i rappresentanti di essa. In questa sfida c’è la gioia sadica di “farla franca”, di vedere sconfitti tutti quelli che loro non apprezzano e
combattono, perché esigenti e diversi. L’urgenza e la spinta dinamica delle motivazioni di base, annulla la capacità intellettiva di prospettarsi le conseguenze dei propri comportamenti devianti e
di saper dilazionare nel tempo la soddisfazione dei veri bisogni contro i falsi bisogni che la stessa società propina insistentemente.

Questi adolescenti sono figli e schiavi di questa madre società del benessere che se da una parte abbaglia con i sogni del piacere e delle soddisfazioni, dall’altra non ti permette di avere gli strumenti per acquistarli o per prenderne le distanze in maniera matura.

Capire le dinamiche psicologiche che spingono gli adolescenti a rubare, permette all’adulto di intervenire per placare il senso di disfatta che riempie la loro esistenza e per addolcire le loro relazioni interpersonali.

I cactus li incontriamo nei ragazzi che aggrediscono sistematicamente gli altri. Sono come dei cerberi, protesi ad abbaiare e dilaniare tutto ciò che incontrano e toccano. Il bullo, l’aggressore
sistematico tenta di presentarsi da “spaventoso” per non far emergere lo “spaventato” che è. È una maniera di affermare, con la forza fisica, la propria personalità. Solamente che questa forza fisica
la utilizza contro i più deboli, gli inermi, i pavidi e non con altri di pari età, forza, aggressività. L’educatore che riesce a far emergere tale senso di inadeguatezza e fragilità psichica, ha la possibilità di recuperare il bullo di turno e porre fine alle varie aggressioni.

I ragazzi bulli sono dei frustrati sul piano scolastico e tentano di conquistare l’ammirazione con la forza fisica o con i continui pestaggi verso i più deboli. Le bravate gli servono per scacciare il
senso di inadeguatezza in ambito scolastico e recuperare l’immagine del senso di se stesso. Ricevendo applausi, sorrisi, connivenze tacite dal pubblico degli astanti, si fregia di una considerazione che riesce a riempire quella poco positiva di studente. 

Ogni aggressione realizzata in contesti diversi, fa emergere dei significati che altrimenti verrebbero considerati solamente come comportamenti disturbanti o disturbo da condotta. Ma il bullismo o le varie aggressioni nel contesto scolastico, denotano che c’è un mancato riconoscimento come ragazzo-studente da parte degli insegnanti, dei compagni e non ultimo da se stesso. Egli si sente un “pesce fuor d’acqua” e fa di tutto per farsi notare e per debellare il senso di noia e inutilità della sua presenza. 
A casa potrebbe attuare le sue forme di aggressioni come per non subire i contraccolpi di disarmonie e separazioni dei propri genitori e lenire il suo dolore. Attira l’attenzione su di sé, pur di non subire la pesantezza della solitudine del disastro affettivo dei propri genitori. Con i pari età potrebbe essere sollecitato e sfidato a far emergere ampollosamente la propria identità virile, pena la disistima e l’incapacità a farsi valere in altre modalità e capacità al di fuori della mera brutale forza fisica. Quando un ragazzo crede di avere un solo modo per essere stimato all’interno del gruppo dei pari, degli amici, del contesto abitativo, quello di far valere la propria aggressività e
forza fisica come virilità, rischia di costruire un fantoccio di uomo inconsapevole dell’emotività, della propria dolcezza e sensibilità.

Quando le aggressioni e i pestaggi avvengono contro i barboni, le persone diversamente abili, gli stranieri, allora emerge il meccanismo psicologico della proiezione. Si scaricano su queste persone
deboli, periferiche, portatrici di qualche difficoltà, le proprie paure, i propri fallimenti, i propri fantasmi. Le tematiche persecutorie interne alla propria vita si proiettano fuori; gli aspetti di sé temuti o disprezzati si scaricano nelle figure dei più deboli, nelle minoranze come forma di non appropriazione di queste parti che ineluttabilmente farebbero soffrire. I ragazzi che si divertono a
far del male a tali persone, che deridono quelli in difficoltà, che bruciano il closchard di turno che dorme in una panchina del giardino cittadino, fanno emergere il senso di desolazione e di vuoto
che li accompagna nella vita, Sono ragazzi che hanno di bisogno di fermarsi per riflettere e prendere in mano la loro esistenza, per dare un senso ai loro giorni sempre uguali, risanando ferite e riscoprendo il caldo abbraccio di persone che li vogliono bene.

I cactus li incontriamo nei ragazzi che distruggono tutto ciò che appartiene al pubblico, agli altri e non a loro. Sono i ragazzi che camminano e rompono i vetri dei negozi, strisciano le macchine
posteggiate, tirano pietre ai lampioni della città, calpestano i fiori delle aiole che adornano le strade. Lo fanno per noia, per il gusto sadico del distruggere senza alcun motivo o causa scatenante. Essi
desiderano lasciare una traccia, un segno del loro passaggio, del loro esserci. Vogliono lanciare il messaggio che la loro presenza non è evanescente, ma concreta, precisa e vistosa.

Nell’attuare tali comportamenti devianti, essi non hanno la consapevolezza del danno arrecato, delle conseguenze legali a cui vanno incontro; lo fanno per trascuratezza, per esprimere il non senso della loro vita. Se sporcano i sedili del treno lo fanno con disinvoltura; se danneggiano un edificio lo fanno perché non appartengono a nessuno, come loro non appartengono a questa società; se sono
ripresi perché urinano per strada davanti alla gente, si arrabbiano maldestramente mandando a quel paese l’incauto passante che si era permesso di far loro notare il comportamento ineducato.

In questo modo salgono agli onori della cronaca e ottengono quella visibilità che altrimenti non avrebbero per comportamenti consoni alla norma. Mentre da una parte c’è una vena esibizionistica o aggressiva contro le “cose degli altri”, dall’altra fanno emergere delle motivazioni psicodinamiche che ci permettono di intravedere vuoti e bisogni affettivi non soddisfatti. Essi si sentono periferici,
di non appartenere al nucleo dove vivono e trascorrono le giornate, di non avere la consapevolezza del loro valore perché trascurati o abbandonati al loro destino. In queste condizioni di deprivazione affettiva e senso di appartenenza, l’adolescente grida la sua esclusione con la distruzione di tutto ciò che incontra e che maneggia. E quei pochi momenti di affettività li immortala sui muri scrivendo il proprio amore o che si è innamorati. Che bisogno ha di farlo sapere a tutti, quando gli altri pari età lo nascondono per paura o per timidezza? È un’uscita impulsiva e diversa dagli usuali comportamenti distruttivi e induce alla tenerezza per questo ulteriore grido di bisogno di normalità e affettività. Dietro ogni comportamento disturbante si trova sempre un vuoto e un bisogno affettivo. Se tali ineludibili esigenze venissero riconosciute e soddisfatte non ci sarebbero ragazzi dediti alla devianza o alla delinquenza.

“ Il primo giorno di scuola, la maestra Thompson disse una bugia alla classe, la solita bugia della stragrande maggioranza delle maestre “Cari bambini, vi voglio bene tutti allo stesso modo”. Seduto al primo banco c’era Teddy Stoddard. Era un bambino sporco, scomposto, disordinato, che non andava d’accordo con i compagni e che si alzava spesso per andare in bagno. Egli era svogliato, indisciplinato e il suo comportamento era irritante a tal punto che certe volte la maestra Thompson era tentata di punirlo con cattivi voti. In quella scuola c’era la possibilità di guardare e leggere i giudizi delle maestre precedenti, ma la maestra Thompson l’aveva sempre evitato, rimandato. Un
giorno aprì il file di Teddy e rimase di ghiaccio. L’insegnante del primo anno aveva scritto”Teddy è un bambino brillante e gioioso; lavora con impegno ed è un piacere stare con lui. Quella di secondo
anno “Teddy è uno studente eccellente ed amato dai compagni, ma è tormentato perché la sua mamma ha una malattia terminale e a casa la vita deve essere un inferno. Quella del terzo anno “La morte della mamma è stato un duro colpo e lui cerca di fare del suo meglio; se non si prendono dei provvedimenti la vita di casa inciderà negativamente anche perché il padre non dimostra interesse
verso di lui”. L’insegnante del quarto anno scrive “Tedy non mostra alcun interesse per lo studio ed è scostante; non ha amici in classe e spesso si addormenta”.

La maestra Thompson appena lesse quel file si vergognò amaramente e capì il problema di Teddy. Si rattristò ancora di più quando gli studenti le portarono i regali di Natale e quello di Teddy, confezionato in malo modo e con carta marrone del droghiere, suscitò l’ilarità degli altri compagni. Era un braccialetto di cristallo di rocca con alcune pietre mancanti e una bottiglia di profumo
piena solo per un quarto. La maestra si mise il braccialetto e si spruzzò un po’ di profumo, manifestando di gradire il dono.
Quel giorno Teddy si fermò a scuola più del solito per dire alla maestra “Oggi avete il profumo che portava mia madre!”

La maestra, rimasta da sola, si mise a piangere per un’ora intera. Da quel giorno ella smise di insegnare a leggere, scrivere e fare di conto; cominciò, invece, a insegnare ai bambini. Teddy fu molto aiutato dalla maestra e riprese a studiare con passione ed efficacia. Si diplomò, si laureò medico e considerò la maestra Thompson come la migliore insegnante della sua vita.
Un giorno la maestra ricevette una lettera dove Teddy le chiedeva di fungere da madre per accompagnarlo all’altare per sposare la propria fidanzata. La maestra non solo accettò, ma quel giorno si rimise il braccialetto e il profumo avuto in dono in quel lontano Natale. Teddy la ringraziò per aver creduto sempre in lui e per avergli mostrato che poteva fare la differenza.
“Ti sbagli Teddy, sono io che devo ringraziarti per avermi fatto capire come insegnare ai bambini e come fare la differenza!”(da Elisabeth Bilance Ballare, Three letters from Teddy, in Robert Dilts).
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Consumatore-consumato

“Una fame di cose senza speranza bracca i nostri spiriti per tutta la vita”.
R. L. Stevenson

Guardando la TV di questi giorni, si vedono masse di uomini
dei paesi in via di sviluppo deprivati dei principali e fondamentali
bisogni della vita. Si assiste a una discrepanza dei vari continenti
e delle sue popolazioni. Ci si trova davanti a dei modelli di consumismo,
tipici dell’età preindustriale.

La stragrande maggioranza di tali popolazioni, infatti, esprime
una domanda di sussistenza, con dei compagni di viaggio che
sono povertà, miseria, malattie. L’unico consumo, sufficiente a
coprire elementari bisogni fisiologici, è l’alimentazione a base di
cibi semplici e monocorali. Manca la ricercatezza, l’abbondanza
o il consumismo tipico delle nostre abitudini.

Prima della rivoluzione industriale e agli inizi del secolo, il valore
dominante era il risparmio basato sul privilegiare il lavoro e sul
contenimento dei consumi. Tutto ciò era funzionale al nascente
capitalismo, in quanto permetteva, da un lato un’accumulazione
e formazione dei grandi capitali, e dall’altro, il permanere dei
consumi a livello minimale di semplice sopravvivenza. Si viveva
in maniera parca, semplice, senza adagiarsi in ricchezze, ozio o
superfluità. Dopo la grande crisi del 1929 e con la comparsa del
grande capitalismo, si cominciò a creare una domanda di massa,
un mercato tendente a far sopravvivere il capitalismo, ad evitare i
rischi di una sovrapproduzione senza alcun consumo.

Ad arte vengono creati nuovi valori, antitetici a quelli del risparmio,
nuovi bisogni, nuove esigenze, come indispensabile premessa
per la persistenza ed espansione produttiva. Mentre prima il
risparmio era un valore, ora è il consumo che acquista significato
di valore. Oggi ciascuno si sente in “dovere sociale” di consumare,
di evitare la limitazione della spesa, pena il blocco della
produzione industriale e la crisi sociale.

Siamo entrati, in questo modo, nella società dei consumi, dove
ognuno è vittima e persecutore del sistema in cui vive; dove
ognuno vede sfumare le differenze di classe e dove ci si sente
ambiguamente consumatore-consumato.

Non è tanto importante vestirsi, ma indossare degli indumenti firmati;
non basta avere una macchina per viaggiare e spostarsi, ma
una di alta cilindrata; non è sufficiente l’uso del telefonino, ma
averne uno sempre più sofisticato. In questa spirale senza fondo,
il cittadino pensa di elevare il proprio status sociale e di ingannarsi
nel convincersi della necessità, non solo dell’oggetto d’uso,
ma di quello più reclamizzato. Il feticismo dell’oggetto d’uso
e la reificazione dei falsi bisogni, porta lentamente alla subdola
alienazione dell’uomo. Non ci si accontenta più di usufruire di
qualche cosa, ma diamo valore al suo consumo, al suo possesso.
La connotazione simbolica dell’oggetto, prende il sopravvento
sulla funzione stessa di esso. Si rischia di pensare di valere di
più, in quanto si ha più degli altri e non in quanto si è! Ma non si
può dormire sugli allori! Si deve cambiare continuamente oggetto
d’investimento del simbolismo, perché esso è continuamente
superato, svuotato di significato, di valore. 

Cade in disuso rapidamente non solo a livello fisico, ma anche a livello di proposta di consumo. La costante innovazione tecnologica, l’immissione sul mercato di nuovi oggetti, l’obsolescenza sempre più veloce di tutto ciò che usiamo, è una costante del consumo e della produzione attuale e del rapporto effimero e superficiale che l’uomo ha con gli oggetti.
 Mentre egli tende a stabilizzarsi e circondarsi di azioni, ricordi, oggetti conosciuti, a livello di utilizzo, deve sempre cambiare per essere un consumatore.
 Un chiaro esempio lo si ha con i computers e tutte le tecnologie elettroniche, dove nel giro di qualche mese, il prodotto è già obsoleto. Ma in questo modo, l’uomo manifesta il suo dramma senza fine e senza fondo, di trovarsi nell’illusione di poter riempire dei vuoti esistenziali che si porta dentro; nell’illusione di poter tacitare delle frustrazioni esistenziali.

La persona diventa,quindi, un consumatore alienato che
pone le radici per altre illusioni di consumi che possano dare un
minimo di serenità. La gente non esce da casa orientata dai bisogni,
ma solo per fare shopping, per consumare, spinta quasi da
una compulsione ludica-ricreativa, sapientemente creata e diretta
dalla produzione-distribuzione delle grandi catene commerciali.

Nella miriade di oggetti da guardare, scegliere, comprare, ognuno
si sente onnipotente e pensa di sanare eventuali sofferenze.
Ci sentiamo di possedere gli oggetti, senza accorgerci di esserne
posseduti. Viviamo,pertanto, in una società dove c’è un incremento
continuo della domanda e una propensione al consumo.

Vengono creati,perciò, dei falsi e sempre nuovi bisogni da soddisfare,
pena la morte del sistema produttivo. A una povertà del non
avere, si è sostituita una povertà dell’essere! La gente non è mai
contenta né felice di quello che ha, ed aspira a cose sempre più
nuove, diverse, più qualificanti o più edonisticamente gratificanti
a scapito di quelle socialmente utili. Alle forme tradizionali di povertà,
quali quelle dei paesi in via di sviluppo, noi manifestiamo
altre indigenze psicologiche non meno tragiche e penose. 

Mentre possediamo spasmodicamente, ci spogliamo di noi e ci riscopriamo nudi, smarriti e insoddisfatti. Le feste che celebriamo, diventano esse stesse luoghi di consumo di sostanze, di ostentazione di presenzialismo, quasi mai di relax, di gioia e serenità.
Abbiamo tutto, ma non abbiamo abbastanza per essere felici!

In questo tipo di società, di sistema, stride la povertà di popoli e
interi continenti. È arduo non farsi trascinare da codeste spinte
produttive-consumistiche; ogni fascia d’età cronologica ne è sedotta.
La réclame e la pubblicità avvincono i bambini a passare da
un gioco all’altro, da un dolciume a una bevanda; gli anziani sono
sapientemente indotti a comprare un tipo d’acqua, a mangiare un
cibo che allunghi la vita, a frequentare uno stabilimento per le
cure della salute; i giovani sono affascinati dai viaggi all’estero,
dalle mode sempre nuove ed eccentriche, dagli oggetti usa-getta;
le donne sono incantate da una serie di cosmetici che ridanno la
bellezza, dai comportamenti liberanti ed emancipanti; gli adulti
sono orientati a paragonarsi agli altri per desiderare le stesse cose
o per superarli nel possesso.

Anche i servizi sociali non ne sono immuni. Si creano ingegnosamente dei bisogni espliciti atti a mettere in moto una macchina consuma-soldi, con la buona intenzione di rispondere a delle esigenze della popolazione, ma con l’effetto paradossale di creare patologie. A forza di parlare di disturbi del comportamento alimentare, sono aumentate le ragazze bulimiche e vomitatrici; a
forza di invogliare le persone alla prevenzione delle malattie, si
è predisposto un terreno fertile per gli ipocondriaci e gli ansiosi.
Dappertutto si organizzano corsi per aiutare ogni categoria di persona, come se tutto il mondo fosse patologico!

Il lettore capirà bene che non si vuole misconoscere quanto la
scienza e la società fa per essere sensibile e disponibile ai bisogni
delle persone, ma si vuole sottolineare come, per muovere finanziamenti e falsi bisogni, si rischia di incrementare le patologie.
Noi ci auguriamo che l’uomo riporti la propria esperienza esistenziale
in un’avventura intessuta di relazioni interpersonali con la predilezione di porre in primo piano l’essere anziché l’avere, il
gustare anziché il consumare.

Dr. Stefano Di Carlo
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TERAPIA DI COPPIA

Dr. Stefano Di Carlo psicologo-psicoterapeuta
Riceve a Bolzano, Trento e Verona
cell: 3356137977; www.dicarlostefano.it

La terapia di coppia prevede l'incontro tra il terapeuta e i partner in difficoltà. Tali incontri servono per abbattere dei miti o delle presupposizioni mentali nocive, per elaborare dei vissuti soggettivi di ciascun partner, per imparare ad esprimere proficuamente bisogni e desideri, per gestire armonicamente divergenze e conflittualità, per incrementare intimità e comprensione reciproca.

Da questi fattori, si capisce bene che il difficile non è innamorarsi, ma il rimanere innamorati per tutto l'arco della vita. La partita della coppia si gioca su quest'ultimo aspetto, perché si cresce, si cambia e nessuno può rimanere fossilizzato su aspetti di personalità obsoleti. Ciascun partner, come essere vivente, è in continua evoluzione e , pertanto, in continuo cambiamento incrementato dalle molteplici esperienze che vive 

La prima cosa da abbattere è la pretesa del partner perfetto/ideale. Se ciò è utile nella prima fase dell'innamoramento, dopo rischia di essere un boomerang per la coppia, perché non permette di innamorarsi del partner reale con i suoi pregi e difetti che rendono anche simpatici.   

Un altro aspetto da correggere è l'idea che il partner deve completarci e pertanto ci si rapporta con un atteggiamento bisognoso, dipendente e insicuro. E' l'anticamera della sofferenza atroce, perché ci si scopre incapaci e si dà campo aperto all'altro per gestire a suo piacimento la nostra vita.

Un terzo aspetto da correggere è l'assunto che se ci si vuole bene non dovrebbero esistere delle divergenze e delle conflittualità. Spesso chi coltiva tale presupposizione mentale subisce sopraffazioni e sopporta fino all'inverosimile le angherie  del partner  che si reputa inattaccabile e dominante.

Un quarto aspetto da modificare è la concezione dell'amore eterno, come sentimento che deve albergare nei cuori dei partner. Questo aspetto romantico, patinato dell'amore deve lasciare lo spazio all'amore come azione giornaliera che deve supportare la vita della coppia. Il sentimento d'amore va e viene come una nuvola e non lo si può controllare, mentre le azioni d'amore da compiere sono sotto il nostro controllo e possono essere eseguite costantemente al di là di come ci si sente durante la giornata.
Nella terapia di coppia, eliminando tali presupposti inefficaci, si dà la stura ad affrontare in termini concreti tutto ciò che attualmente non soddisfa più i partner e si elaborano le strategie vincenti per dirimere conflitti, annullare gelosie possessive, ridare voce all'amore con azioni concrete, permettere ai partner di rapportarsi con l'altro in maniera adulta e completa per esprimere bisogni, soddisfare desideri e intraprendere nuove avventure esaltanti.
L'abilità e la competenza del terapeuta saprà aiutare la coppia a trovare la propria modalità affettiva utilizzando le risorse in loro possesso.
Per ulteriori approfondimenti visitare il sito www.dicarlostefano.it
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Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla. (Lao Tze)
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Sono uno psicologo-psicoterapeuta e ricevo a Bolzano, Trento e Verona.
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Ho pubblicato diversi libri sulla depressione, paure, strategie relazionali e scuola. Per approfondimenti vai su www.dicarlostefano.it
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  • Università di Padova
    Psicologia
    Laurea in Psicologia
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Male
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Occupation
Psicologo - Psicoterapeuta
Skills
Specializzato in psicoterapia Sistemica Familiare, Strategica, Gestalt, Client Centered Therapy, EMDR, Mediazione Familiare.
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