SUO FIGLIO HA BISOGNO DEL NEUROPSICHIATRA

Oggi pomeriggio è arrivato allo spazio giochi un nuovo bimbo di quasi tre anni, accompagnato da mamma e papà.
I genitori si sono dimostrati subito ansiosi, tanto che all'inizio mi sono sentita un po' sotto pressione perché temevo di essere sotto severo giudizio. Dopo un pochino, però, essi mi hanno portato incontro il loro vissuto e ho potuto così comprendere alcune dinamiche e soprattutto dare un senso alla loro rigidità.
Voglio raccontare quanto ho sentito e percepito da loro perché credo meriti delle riflessioni. Ovviamente è importante partire dal presupposto che io stessa posso essere un filtro tale per cui le informazioni non si rivelino perfettamente conformi alla realtà, ma, non volendo puntare il dito su alcuno, credo che ciò non sia rilevante in relazione allo scopo di questo articolo.
Per rendere meglio il quadro bisogna dire che il bimbo, che chiamerò Giuseppe, era stato presentato dai genitori stessi alla coordinatrice del nostro spazio come un bambino fisicamente più grande dei coetanei e molto nel movimento. Queste erano inoltre le uniche informazioni giunte a noi educatrici e in effetti Giuseppe si dimostra come descritto.
I genitori, prima della fine dell'incontro fanno cenno di voler andare via. Mi avvicino cercando di capire cosa li spinga ad andarsene prima del tempo e ciò stimola il racconto che qui cercherò di riassumere (per onor di cronaca alla fine sono andati via mezzora dopo la chiusura).
Mi dicono che Giuseppe è stato inserito in un asilo nido e che, il secondo giorno di inserimento, è stato loro chiesto di andare via un pochino prima perché le educatrici hanno bisogno di fare una riunione per discutere dell'aggressività del piccolo. Successivamente viene indetta una riunione con i genitori degli altri bambini iscritti, proprio per trattare lo stesso argomento, riunione a cui mamma e papà di Giuseppe chiedono di poter partecipare, in modo da avere spunti e opinioni per aiutare loro figlio, data effettivamente la sua tendenza a utilizzare molto la corporeità per esprimersi (pur quanto sappia esprimersi verbalmente in maniera abbastanza chiara). La richiesta viene negata, con la scusa che i genitori non sarebbero così in grado di parlare liberamente in merito a Giuseppe ed eventualmente sfogarsi.
La frequenza del nido da parte del piccolo è discontinua, sia per la richiesta dei genitori di iscrizione per soli tre giorni a settimana, sia per malattie di Giuseppe. Ad ogni modo le educatrici dicono che il bimbo è aggressivo e che la modalità utilizzata per contenerlo è quella di mandarlo a sedersi in un angolo a pensare, dopo aver portato il ghiaccio all'eventuale bambino spintonato e avergli fatto una carezza chiedendo scusa. Noto infatti che Giuseppe, allo spazio giochi, va spesso a rintanarsi sotto i cavalletti coperti da un telo e la mamma mi dice che quello è il suo modo per andare a pensare. Mi racconta che il figlio ha iniziato a balbettare e che a volte a casa si da le sberle in testa dicendo di essere cattivo. Sottolinea poi che ha tentato di trasmettergli l'idea dell'asilo come di un luogo di gioco e divertimento, ma Giuseppe ha risposto che lui non vuole andare a pensare. La mamma racconta inoltre che, oltre ad averlo sentito bestemmiare, un giorno lo ha sentito dire una cosa come: "È colpa mia, questa è la mia vita, questo è il mio corpo!".
Per concludere le educatrici hanno affermato che il bambino è cognitivamente indietro sei mesi rispetto ai suoi coetanei, in quanto non sa relazionarsi, non fa giochi simbolici e non sta in attenzione su un'attività più di venti minuti, perciò consigliano un percorso di neuropsichiatria.

(Giuseppe oggi, allo spazio giochi, ha spinto un bambino più piccolo - la mamma ha detto che con i piccoli diventa sempre nervoso - e poco dopo si è inserito in un gioco con mamme e bimbi - tra cui il bimbo che aveva fatto cadere - in maniera pacata e attenta. Mi si è rivolto in modo irruente, correndomi incontro e dicendo qualcosa di poco chiaro sul fuoco che aveva finto di accendere con i tronchetti di diverse dimensioni che abbiamo a disposizione. Intono un " l'acqua l'ha spento bum, l'acqua l'ha spento bum", lui ripete e, mentre tutti i genitori cantano, lui continua il suo gioco. Ad un certo punto comincia a correre, fermandosi di tanto in tanto ad osservare la lana cardata sul tavolo, per poi ripartire. Strappo dei pezzetti di lana cardata e gli faccio vedere come volano, soffiandoci sopra. Lo faccio sedere e lui passa qualche minuto a fare questo nuovo gioco, ridendo.
Dopo la merenda chiede a me e al papà di salire sul suo treno: i cavalletti sono la locomotiva e i tavoli i vagoni. In alternativa, essendo il tavolo apparecchiato, metto delle sedie una dietro l'altra e costruisco un treno, che lui replica alla fine dell'incontro.
Nel girotondo finale partecipa con attenzione a tutte le canzoncine e ai giochi.)

Ora, mi domando: abbiamo forse uno schema di come un bambino debba comportarsi a questa o quella età e quando non lo fa lo consideriamo meno intelligente o abile? È utile e giusto che ad un bambino di neanche tre anni si chieda di mettersi fermo a pensare? Quale significato può avere questo per lui? Ha un senso? È giusto utilizzare per ogni bambino lo stesso modo di fermare atteggiamenti sbagliati o pericolosi? A tre anni è logico dar spiegazioni del perché una cosa sia giusta o meno (considerando che un bimbo di quell'età non ha idea di cosa sia il prima o il dopo o il concetto di azione-reazione)? O è l'autorevolezza, intrisa d'amore, del genitore a stabilire cosa sia bene o male, come punto fermo?
Per contrastare il "sono cattivo" è utile dire "tu sei bravo" o sono il gesto e il dire nell'azione "io ci sono, ti vedo, condivido con te un fare", che possono cambiare le dinamiche?
La scuola non starà cercando di costruire bambini facili, tutti uguali, etichettando le diversità come problemi ai quali fare una diagnosi, per poi curarle? Se l'ambiente cambiasse e l'attenzione, la cura e l'amore fossero strumenti in mano degli educatori, non cambierebbero le dinamiche stesse? Vogliamo bambini capaci di fare questo e quello in base alla loro età e basta o vogliamo anche bambini felici, che saranno poi uomini pieni di sogni, aspettativa verso la vita, passione per le cose e autostima?
I genitori hanno bisogno di diagnosi che etichettino il loro bambino o di un aiuto a trovare strategie idonee per aiutarlo a trovare la propria strada? Quando la diagnosi è utile e quando affrettata e invalidante?


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