Profile

Cover photo
Oscar Mancini
Works at Me Stesso
Lives in Mogliano Veneto, 31021 Italia
4,861 views
AboutPostsPhotosVideos

Stream

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
 
 
Il nostro nuovo logo!
 ·  Translate
1
Add a comment...

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
 
giulia mancini
 ·  Translate
1
Add a comment...

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
1
Add a comment...

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
 
 
Il nostro nuovo logo!
 ·  Translate
1
Add a comment...

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
 
4. Movimenti e istituzioni in Veneto
Data di pubblicazione: 28.09.2012


Autore: Mancini, Oscar



L'esperienza di mobilitazione civica in Veneto, raccontata e commentata nella prima edizione dei seminari della scuola di eddyburg


Come si spiega il successo dei referendum contro il nucleare e per l’acqua bene comune nonostante l’ostilità dei partiti della maggioranza berlusconiana, l’iniziale indifferenza del maggior partito di opposizione e il silenzio di MediaRai?
Si spiega solo se si considera il ruolo avuto dalla mobilitazione sociale, cioè degli “attori” che l’hanno determinata.
L’osservatorio Demos di Ilvo Diamanti ci ha detto che oltre un quarto dei votanti ha fatto campagna elettorale.
Tanti se si pensa che si è trattato di una campagna totalmente autofinanziata.
Tanti se li si compara con le campagne elettorali tradizionali.
Tanti se si pensa agli stereotipi che vorrebbero la società amorfa e conformista.
Chi sono dunque i nuovi protagonisti di questo impegno politico che è stato capace di plasmare il senso comune?
Sulla base della mia diretta esperienza, penso che essi vadano ricercati innanzitutto in quella galassia di comitati, movimenti e associazioni, pezzi di sindacato, gruppi di cittadinanza attiva laici e cattolici, che hanno dato vita a una vertenzialità diffusa in difesa di beni comuni come reazione collettiva ai modelli sociali del neoliberismo, fondati sulla mercificazione della natura, del lavoro e delle relazioni sociali.
Un caleidoscopio di frammenti colorati pieni di energia, di soggetti sociali a forte radicamento territoriale che stentano a mettersi stabilmente in rete perché gelosi della propria autonomia, che hanno però trovato negli obiettivi unificanti del referendum le ragioni di un impegno comune.
In parte si tratta di soggetti nuovi. Non è un caso che essi sorgano e si sviluppino nella stagione della dissoluzione del partito di massa, nell’epoca della crisi dei partiti e più in generale di tutte le forme di rappresentanza. Essi sono allo stesso tempo l’altra faccia della crisi della rappresentanza politica e sociale e una nuova e interessante forma di partecipazione politica.
Sarebbero linfa vitale per partiti che volessero rinnovarsi e invece, troppo spesso, i partiti rimangono arroccati in una ritualità che mima, con scarso successo, la passata grandezza, aspettando, come il saggio cinese, che ogni inquietudine si spenga per riprendere il controllo delle decisioni e il monopolio della scena.
Non si spiega altrimenti come i referendum di giugno 2011 siano stati rapidamente archiviati complice la crisi economica e sociale e la sua conformistica rappresentazione.
Nella mia esperienza – di questo mi è stato chiesto di parlare – i movimenti che nascono su base locale via via che maturano esperienze di lotta non rimangono chiusi dentro la prigione che tiene lontani dai grandi problemi nazionali e internazionali, ma diventano il mezzo per rileggere in modo nuovo e ravvicinato il rapporto tra i cittadini e la politica, un metodo induttivo per metterne alla prova la qualità.
Il movimento contro il piano di cementificazione del Veneto.
E’ il caso del movimento contro il PTRC ovvero il piano di cementificazione del Veneto. Nato come movimento contro il PTCP di Venezia si estende rapidamente su scala veneta quando diventa noto il disegno complessivo della giunta Galan: un sistema centrato sullo sviluppo della rete autostradale, come forma di privatizzazione della rete stradale attraverso il projet financing e di utilizzazione intensiva delle aree circostanti i caselli per le varie new town volute dagli immobiliaristi.
Attraverso un vasto lavoro di approfondimento dei contenuti del piano siamo riusciti a disvelare il vero carattere del PTRC della Giunta Galan: nient’altro che il lasciapassare per tutti i progetti degli immobiliaristi. Facendo interagire saperi esperti e saperi sociali un gruppo di urbanisti, di sindacalisti, di esperti di altre discipline coordinato dal Prof Edoardo Salzano ha prodotto un articolato documento critico e propositivo dal programmatico titolo “Per un altro Veneto” presentato in decine d’incontri e assemblee pubbliche e in un’affollata due giorni regionale a Forte Marghera, ai bordi della laguna. Un documento sottoscritto nel 2009 da oltre 120 comitati, associazioni, Camere del Lavoro che ha generato oltre 14000 osservazioni firmate da migliaia di cittadini.
Una serie di affollate audizioni in Consiglio Regionale sono state l’occasione per stringere alleanze con le associazioni degli agricoltori e dei commercianti. Un accordo tra la rete dei comitati e delle associazioni con i partiti di opposizione e le controdeduzioni alle osservazioni che non sono riuscite a convincere neppure una parte dei consiglieri della maggioranza hanno spinto il PTRC su un binario morto.
Quello che doveva essere il fiore all’occhiello della giunta Galan è appassito prima del tempo. Ma ovviamente gli immobiliaristi non demordono e premono per realizzare quel piano affossato pezzo per pezzo. Nel frattempo però cresce l’opposizione coinvolgendo in modo inedito anche associazioni imprenditoriali e sindacali che il Presidente Zaia, dopo aver spudoratamente dato via libera a Veneto city, Tessera city, alla torre di Cardin e alla Pedemontana cerca adesso di rabbonire proclamando “Ora basta case e cemento”, aprendo un dibattito anche all’interno della sua stessa giunta. Se son rose, fioriranno. Una sola certezza: non staremo a guardare, nonostante la difficoltà di tenere vivo un movimento su scala regionale. Tuttavia i comitati si aggregano per obiettivi: nascono così, per esempio, il Coordinamento interprovinciale No Pedemontana e quello nazionale contro Romea commerciale.
Quel che in questa sede mi preme sottolineare è che quando gli obiettivi sono unificanti nessuno rimane prigioniero del proprio particulare ma colloca la propria battaglia territoriale dentro un quadro più generale.
Fermiamo il carbone.
Lo dimostra anche il movimento “Fermiamo il Carbone”. Ai ventisei milioni di Italiani che nel referendum non hanno solo detto no al nucleare, ma hanno chiesto un futuro energetico diverso, il Governo Berlusconi ha risposto con un “piano carbone” che prevede circa 10 miliardi di euro d’investimenti pubblici e privati. Oltre alla centrale di Porto Tolle nel Delta del Po ci sono, infatti,
Vado Ligure e La Spezia, Saline Ioniche e Rossano Calabro. Il Governo si è mosso quindi su una linea del tutto opposta a quella degli obblighi vincolanti che la UE assegna per il 2020 a ogni Paese membro, primo fra tutti la riduzione del 20% delle emissioni di CO2. Scelte obbligate dallo sconvolgimento climatico in atto. La siccità di questa estate che ha investito ampie porzioni del pianeta si è incaricata ancora una volta di smentire gli scettici.
“Ci alimenteremo la centrale di Porto Tolle”. Con questa promessa venne ottenuto dieci anni fa il consenso per il grande rigassificatore alle bocche del Po. L’impianto di rigassificazione è da tempo in esercizio, ma per la centrale di Camerini-Polesine (Porto Tolle) l’Enel presenta una “riconversione” a carbone, il peggior combustibile fossile: un impianto a ciclo “supercritico”, notevolmente peggiore di uno a gas di pari potenza. Anche sulla base di questo confronto il Consiglio di Stato dà ragione ai ricorrenti come ci ricorda Massimo Scalia.
E’ maggio dell’anno scorso. Associazioni ambientaliste, comitati locali, pescatori, operatori turistici celebrano la vittoria, ma nel giro di qualche settimana il Governo corre ai ripari:gli basta estendere “ad aziendam” la prassi delle leggi “ad personam”, e così il 16 luglio scorso diventa legge l’obbrobrio giuridico-ambientale che esclude dalla VIA per le riconversioni il confronto tra i diversi tipi di combustibile per alimentare una centrale!
E’ uno sprone per lo zelante Zaia. A tambur battente cambia la legge istitutiva del parco. Già, perché, fatto unico in Europa, l’impianto a carbone dovrebbe sorgere in un parco regionale, quello del Delta del Po. Un’area delicatissima e stupenda per ricchezza di biotopi e per incantevoli paesaggi. Dietro Zaia in consiglio regionale la “cavalleria pesante” del PDL e della Lega, si oppongono solo Rifondazione, SEL e IDV, mentre il PD, spronato da un deputato locale “carbonaro”, non trova di meglio che astenersi. Prendono invece le distanze gli Ecodem di Padova.
Dall’altra sponda del Po la musica è diversa. Il Consiglio regionale dell’Emilia Romagna vota a larghissima maggioranza una mozione contro il carbone di Porto Tolle.
Intanto procede l’azione della magistratura. Dopo la condanna in cassazione di alcuni dirigenti locali dell’ENEL, la Procura di Rovigo chiama in giudizio i massimi responsabili nazionali dell’ente elettrico, a seguito degli impressionanti dati sanitari emersi dall’indagine epidemiologica condotta dall’Istituto Tumori di Milano. Altro che problema locale! Gli inquinanti emessi per decenni da Porto Tolle, ormai sospesa dall’esercizio, hanno coinvolto mezza pianura padana.
La mobilitazione dei comitati locali e delle associazioni raggiunge un primo significativo momento nazionale. Ad Adria, il 29 ottobre scorso, migliaia di cittadini sfilano dietro lo striscione “Delta Bene Comune” collegati, col grande schermo sulla piazza, ai protagonisti delle battaglie di tutti gli altri siti. Il video della manifestazione dove si mescolano le bandiere dei comitati, delle associazioni ambientaliste, della FIOM e dei tre partiti che si sono schierati scorre su You tube e su Repubblica on line.
Si parla, ormai quasi apertamente, di un possibile disinteresse dell’Enel al progetto di Porto Tolle. Con i costi previsti e in presenza di una producibilità elettrica nazionale doppia rispetto alla domanda di punta non è meglio rinunciare all’investimento? Una sola certezza: continuare nella mobilitazione e nelle azioni, per demotivare per davvero l’Enel e vincere a Porto Tolle è la migliore risposta al “piano carbone”.
Il caso di Porto Tolle è significativo perché mette in luce da un lato, la capacità del movimento di connettere gli elementi vitali di Empedocle –aria, acqua, terra, fuoco/energia fino ad assumere il
tema degli sconvolgimenti climatici e dall’altro, istituzioni incuranti della salute dei cittadini e dell’ambiente e piegate agli interessi dei grandi gruppi energetici.
Il movimento No Dal Molin
Infine racconterò brevemente il caso più noto: il movimento No Dal Molin. Nato per impedire la cementificazione dell’ultima area verde di Vicenza, sviluppa rapidamente una straordinaria capacità di connettere tre temi: quello della difesa del territorio cioè dello spazio sociale e ambientale come bene comune; quello della democrazia intesa come volontà di non delegare le scelte sul proprio territorio e il grande tema della pace intesa come ripudio della guerra secondo il dettato costituzionale.
Nella tarda primavera del 2006 scopriamo che il sindaco berlusconiano e la leghista presidente della provincia, da tempo trattano segretamente con Berlusconi e l’ambasciata l’insediamento di una nuova mega base americana nel cuore di quartieri residenziali, a due chilometri in linea d’aria dalla Basilica palladiana e in un territorio già pesantemente militarizzato. La CGIL innesca il movimento. Scegliamo una partenza sottotono per non connotare politicamente il movimento ed essere subito marchiati dall’infamante accusa di antiamericanismo che puntualmente ci affibbia il Giornale di Vicenza. Si mette in moto una valanga: 500 manifestanti in luglio, 1500 in agosto, 10.000 in ottobre, 30.000 il 2 dicembre 2006, 150.000 il 17 febbraio 2007 e poi tante altre lotte.
Cresce nel tempo lo schieramento dei parlamentari che sostengono la nostra azione fino a raggiungere il numero di 150. Nel corso dei mesi il nuovo governo di centro sinistra aveva alimentato grandi aspettative tra i cittadini.
Prodi incalzato da un gruppo di parlamentari della sua maggioranza aveva dichiarato di fronte al Parlamento la volontà di “riconsiderare complessivamente” la scelta del governo Berlusconi. Il ministro Parisi aveva ripetutamente sostenuto che nessuna intesa formale era stata sottoscritta con il governo americano e che nessuna decisione sarebbe stata assunta contro il parere della comunità locale alla quale chiedeva di esprimersi attraverso referendum.
Grandi erano le aspettative alimentate dal nuovo corso della politica estera. Era stato mantenuto l’impegno del ritiro delle nostre truppe dall’Iraq e sembrava affermarsi una nuova visione che metteva al centro l’Europa per mettere fine all’unilateralismo degli USA.
Poi è giunto inaspettato l’editto di Bucarest. Prodi, dalla capitale rumena, derubrica a questione urbanistica e amministrativa il tema della mega-base, dunque di competenza dell’amministrazione comunale che aveva già dato disco verde. Incalzato dai giornalisti aggiunge: “qualcuno aveva parlato di referendum”. Quello sconosciuto era il suo ministro della difesa. Un altro sconosciuto, il segretario del maggior partito di maggioranza, l’aveva rilanciato poche ore prima dagli schermi televisivi.
Dunque: in parlamento il governo di centro sinistra non ha i numeri della sua maggioranza per approvare la richiesta americana e così rinvia alla comunità locale l’onere di decidere attraverso un referendum che l’amministrazione cittadina di centro destra non vuole indire perché è sicura di perderlo. E così provvede l’ambasciatore americano: cala improvvisamente a Vicenza, mette in riga l’establishment, scende a Roma e incontra in rapida successione un preoccupato D’Alema e il Presidente Napolitano. Poche ore dopo arriva l’editto di Bucarest. La sera stessa 10.000 persone occupano la stazione ferroviaria e il movimento continuerà a battersi nei mesi successivi. Date le condizioni l’esito era scontato. Due i risultati raggiunti. Il primo, modesto, è stato di natura urbanistica: lo spostamento della base da est a ovest e la realizzazione a fianco della base di un
parco cittadino, il parco della pace. Il secondo, dai più inaspettato, la vittoria del centro sinistra alle elezioni comunali dell’aprile 2008 premiando un candidato sindaco che era stato a fianco del movimento. Egli, mantenendo le promesse, promuove una consultazione popolare per dar voce alla cittadinanza. Ma la stessa viene annullata dal Consiglio di Stato quattro giorni prima del suo svolgimento. Di fronte all’ennesimo atto di arroganza, più di diecimila persone scendono in piazza la sera stessa convocando una consultazione autogestita.
Decine di gazebo vengono allestiti da centinaia di volontari per il voto. Code interminabili colorano fin dal primo mattino la giornata di democrazia e riscatto della comunità berica. Alla chiusura dei seggi si conteranno quasi venticinque mila votanti, il 95% dei quali si esprime contro la realizzazione della nuova base americana.
È una prova inappellabile di democrazia e partecipazione alla quale gli statunitensi, che si definiscono amici di Vicenza ed esportatori di democrazia, rispondono nel febbraio 2009 aprendo il cantiere per la realizzazione della nuova base.
Ma non riescono ad impedire quello che è il lascito più duraturo del movimento, il più significativo: aver risvegliato una città. Il movimento infatti ha prodotto una crescita culturale e sedimentato un voglia di partecipazione, di protagonismo sociale e politico prima sconosciuta che ancora oggi è viva ed operante, come potrà testimoniare tra poco Danilo Andriollo.
Conclusioni.
Queste esperienze di lotta ci raccontano la capacità dei movimenti d’innestare fermenti politici e culturali in grado assumere, nelle fasi più mature, un rilievo nazionale, di mandare un messaggio potenzialmente universale come avviene quando il tema del territorio s’intreccia e si connette con quello della pace e degli sconvolgimenti climatici. Altro che fenomeno Nimby!
Interpretazione questa, tesa a delegittimazione le rivendicazioni popolari. Chi si batte per la difesa del proprio territorio diventa un «intruso» nel dibattito politico e civico, presentato come incapace di una visione generale e pertanto va messo fuori gioco, ridotto al silenzio, ignorato. Naturalmente la qualità dei movimenti dipende anche dalla capacità delle forze culturalmente e politicamente più mature di stare in un rapporto positivo con essi rispettandone i tempi di maturazione.
Alle lotte ambientaliste viene spesso strumentalmente contrapposto il tema del lavoro. Il saccheggio del territorio e la compromissione della salute come prezzo da pagare per difendere l’occupazione. E’ accaduto nel caso di Vicenza e in Riviera del Brenta. Accade a Porto Tolle e a Venezia così come a Taranto. Tale contrapposizione può essere superata solo se si acquisisce la consapevolezza che lo sfruttamento dell’uomo sulla natura è l’altra faccia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo dalla quale ne consegue la ricerca di una diversa ragione dello sviluppo. Un discorso ecologico non può essere disgiunto da un discorso sociale e viceversa. Per questo, per esempio, nel caso di Porto Tolle abbiamo dimostrato, senza essere smentiti, che investendo la stessa cifra nelle rinnovabili si potrebbero creare un numero di posti di lavoro venti volte superiore.
E’ l’obiettivo assunto dalla Fiom in piazza con gli ambientalisti. Offrire alternative di lavoro pulito è un compito ineludibile per unire il “rosso” e il “verde” come non si stanca di ricordarci Alberto Asor Rosa.
Certamente nei casi che vi ho brevemente raccontato le istituzioni hanno dato cattiva prova di se e questo scollamento non promette nulla di buono per la democrazia. Ciò accade quando le istituzioni, anziché assolvere ai loro insostituibili compiti di rappresentanza, si propongono come
attori principali e protagonisti dei conflitti. Quando la politica non funziona più come spazio di mediazione in cui vengono assunte e recepite le istanze dei cittadini.
Dalla vicenda Dal Molin in particolare sorge spontaneo un interrogativo. Che il potere stia altrove? Che non risieda cioè nel Parlamento eletto a suffragio universale? Che l’Italia sia un paese a sovranità limitata?
Forse devono averlo pensato anche quelle cinque deputate della maggioranza prodiana che dopo aver condotto senza successo la propria battaglia nel parlamento nazionale decidono di volare a Washinton per tentare di convincere i rappresentanti del Congresso americano a desistere dalle loro richieste.
Del resto, negli ultimi tempi, non abbiamo forse tutti scoperto che in Europa comanda Berlino?
E più in generale che la sovranità popolare è stata sostituita dalla dittatura dei cosiddetti mercati ovvero del capitale industriale/finanziario? Non sta forse qui la causa più profonda della crisi dei partiti e della democrazia rappresentativa? Non è forse maturo il tempo per la sinistra di assumere la dimensione dell’Europa politica e sociale? E più in generale di un nuovo internazionalismo? Ecco perché il tema della multiscalarità dei problemi è un tema ineludibile. La vicenda referendaria dimostra che quando i problemi vengono affrontati alla scala giusta vale la massima di Gandhi: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. 
 ·  Translate
1
Add a comment...

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
 
 
Omaggio a un grande sindacalista
di OSCAR MANCINI   01 Maggio 2013

Il ricordo di un sindacalista, Nazareno (Neno) Coldagelli,  e un racconto di momenti importanti della nostra storia: la lotta alla Marzotto di Vicenza, che aprì il “68” italiano, e quella a Porto Marghera,  che fu alla base degli sforzi per il risanamento della città. Soprattutto una testimonianza di ciò che intelligenza critica e dedizione morale possono fare quando incontrano la volontà di riscatto degli sfruttati.
Ho di fronte a me la foto di Neno all’ultima manifestazione nazionale della FIOM a Roma. Gli sono accanto. Intorno a noi tante bandiere rosse. Sono quelle della FIOM di Vicenza. Vicenza, ancora Vicenza, la terra che entrambi abbiamo frequentato, seppur con qualche scansione temporale, nell’«età dell’oro». 

NENO A VICENZA. 

L’esperienza vicentina, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, fu decisiva nella formazione di quella straordinaria figura di uomo e di dirigente sindacale che è stata Neno Coldagelli. A Vicenza – egli scrive – “diventai sindacalista a tutti gli effetti”. E, aggiunge: “La vicenda della Marzotto è quella che più mi ha segnato”. Più volte abbiamo parlato nel corso degli anni di questo storico, duro scontro di classe, lungamente preparato, evento anticipatore dell’autunno caldo. Tutt’altro che una “Jacquerie” come finalmente riconoscono la maggior parte degli storici. Neno rivendica la “giustezza e la lungimiranza” delle scelte compiute allora e ne attribuisce gran parte del merito al suo amico Ermenegildo Palmieri, che considera “il protagonista assoluto della lotta”. Ho riconosciuto in questo scritto lo stile attraverso cui Neno si relazionava anche con noi, allora giovani dirigenti sindacali promossi a ruoli di grande responsabilità già nei primissimi anni settanta. Era appena stato eletto segretario generale della Camera del Lavoro di Venezia, ma abitava ancora a Vicenza con la famiglia, quando lo conobbi nel gennaio del 1972. Veniva nella piccola sede della Camera del Lavoro in Contrà Corpus Domini, forse per terminare il passaggio di consegne a Gildo. 
Anche lui, come me, era venuto da fuori e comprese subito il mio stato d’animo determinato dalla durezza dell’impatto che subivo con una realtà in cui il predominio della DC era così pervasivo della cultura dominante e del sistema di potere. Ciò mi appariva in contraddizione con il “mito”, che per anni avevo coltivato, di quella classe operaia che aveva prodotto “l’avvenimento topico del Sessantotto”. Devo a lui la comprensione dell’assenza di un rapporto diretto tra combattività operaia e coscienza politica. In breve tempo anch’io compresi che a contrastare quell’egemonia “non c’era una pattuglia di disperati e vinti ma una CGIL e un PCI che imponevano uno stile e una capacità di combattimento attiva e intransigente, una martellante presenza sul campo, particolarmente nella fabbrica” che richiedevano una dedizione assoluta e totalizzante alla causa.

L’ambiente nel quale avemmo il privilegio di essere inseriti era un luogo di unificazione generazionale, profondamente plasmato da questi uomini tenaci e combattivi e da un gruppo dirigente solidale e coeso che aveva nel Partito la sponda dell’ingraiano Romano Carotti con il quale Neno “si trova a proprio agio” ma ciò non lo metteva ovviamente al riparo né dagli strali che gli riserva Cossutta né dalle raccomandazioni alla prudenza che ripetutamente venivano da una parte della CGIL Nazionale. Già, perché Neno è figlio della “sinistra sindacale” della quale – scrive Giuseppe Pupillo – “Coldagelli e Palmieri sono stati interpreti intelligenti e dinamici” conferendo alla CGIL Vicentina “una vivacità che difficilmente si ritrova negli anni successivi”.

Sono gli anni del superamento delle Commissioni Interne sostituite dal “Sindacato dei Consigli” e dell’unità sindacale costruita “dal basso”. E’ questa una storia di successi che dimostra che si può essere radicali nell’impostazione, coraggiosamente innovatori nelle scelte politiche, ma non minoritari. Al contrario, Neno e Gildo dimostrano, in quegli anni cruciali, che una CGIL di assoluta minoranza dentro “la sagrestia d’Italia” può diventare - e diventa- egemone nelle scelte delle politiche sindacali e crescere anche dal punto di vista organizzativo. 

A questa impostazione culturale Neno rimase profondamente legato per tutta la sua vita. Ne è testimonianza anche la bella lettera che mi ha inviato il 18 settembre del 2008 per commentare con acutezza e molta generosità “La statua nella polvere”, il libro da me curato sulle lotte operaie del sessantotto a Valdagno. Nel suo denso scritto s’interroga sulle ragioni della scomparsa dei Consigli dei Delegati. Non considera esauriente l’analisi contenuta nella lunga citazione di Bruno Trentin che nel ’98 ne attribuisce sostanzialmente le cause alla loro burocratizzazione, per il venir meno del faticoso esercizio della democrazia. “Parole sante” scrive Neno, ma si chiede “è solo questo?” Egli ci propone la seguente riflessione:

“ La forza originaria del Consiglio dei delegati risiedeva certo nella democrazia, ma si nutriva di una politica sindacale di grande spessore che, per dirla in soldoni, aveva al suo centro la contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro esercitata sul campo dal delegato di gruppo omogeneo, effettivo strumento di democrazia e di rinnovamento del sindacato. La mia convinzione è che la democrazia è stata sovrastata dalla burocrazia quando è venuta a meno quella politica e gli ambiti della contrattazione si sono sempre più risolti in termini quantitativi. Nella crisi dei Consigli ha naturalmente concorso la fine della fase fordista e l’inizio degli effetti della globalizzazione. Dentro questo quadro oggettivo va però anche collocata la responsabilità soggettiva della CGIL, dalla politica dell’EUR agli accordi del ‘92/’93, che hanno definitivamente ossificato il concetto di contrattazione. E qui purtroppo c’entra anche Bruno”. 

Dalla sua bella e ricca testimonianza sul quinquennio vicentino emerge la conferma di come sia esistita una relazione dialettica tra le “istanze della base” e l’intelligenza politica dei suoi dirigenti ( che egli con il “suo caratteristico understatement” attribuisce solo agli altri), tra “spontaneità operaia” e comportamenti soggettivi dei quadri dirigenti e la loro totale dedizione alla causa. 

E’ senza dubbio vero che in quella fase il mercato del lavoro fa lievitare il potere contrattuale; che l’ideologia del benessere e del miracolo economico contribuiscono a legittimare richieste e aspettative; che il clima politico nel mondo stava mutando. Ma tutto ciò non basta a spiegare la riscossa operaia e un ciclo così prolungato di lotta che non ha paragoni in Europa: il maggio francese durò “l’espace du un matin”. Vi contribuisce il fatto che, come scrive Asor Rosa, “solo in Italia – solo in Italia in tutto il mondo – movimento operaio e movimento studentesco crebbero solidalmente, tendendosi la mano”.

Vi contribuisce fortemente la tenacia del sindacato di classe nel partire dall’interesse concreto senza smarrire la visione politica. Al suo interno vi ha un ruolo decisivo quella “sinistra sindacale” che faceva capo alla “FIOM e a Garavini” a cui Neno s’ispirava e si sentiva di appartenere. “Una minoranza”, egli ci dice “da testimone diretto”, perché “settori importanti” del sindacato assumono “molto burocraticamente” i Consigli dei Delegati anche quando essi “straripano”. Vi contribuisce l’esperienza di lotta dei sopravvissuti nuclei operai rimasti fedeli ai valori anticapitalisti e antifascisti che Neno incontrerà nelle due principali fabbriche metalmeccaniche: la Pellizzari di Arzignano e le Smalterie di Bassano. Vi contribuisce la scelta di puntare su una forma di contrattazione articolata incentrata sulla “contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro” che si traduceva in “una politica rivendicativa che poneva al centro i problemi degli organici, dei carichi di lavoro, degli orari e dei turni, della difesa della salute, con una presenza martellante di fronte alle fabbriche”.

Questo racconta Neno parlando simpaticamente del “leggendario” suo amico Palmieri che, nelle calure estive “non aveva il tempo di cambiare le gomme da neve” e “soffiando e sbuffando intorno al ciclostile, sfornava migliaia di volantini al giorno che distribuiva la mattina successiva davanti alle fabbriche Marzotto e Lanerossi che da sole allora occupavano ventimila persone.” Volantini che parlavano delle specifiche condizioni di lavoro in quella determinata fabbrica precedentemente scandagliate attraverso il metodo dell’ “inchiesta operaia” creando così coscienza collettiva.Volantini che indicano la strada da seguire nella contrattazione attraverso la conquista del diritto di tutti i lavoratori di “eleggere su scheda bianca i comitati di reparto”. Volantini che in alcune occasioni si trasformano in schede referendum per ottenere un consenso di massa alla proclamazione dello sciopero indetto dalla sola CGIL.
“Questa iniziativa” – racconta Piero Fortunato – “riesce a ribaltare i rapporti di forza con il padrone e gli altri sindacati proprio mantenendo legami con la condizione operaia e promuovendo la partecipazione operaia alle scelte per cambiarla”. Una linea questa – commenterà molti anni dopo Neno - che “non è una banale versione operaista allora in voga in Italia. Centrale non è il salario, ma la conquista di elementi di potere e di democrazia all’interno dei luoghi di lavoro”. Essa richiedeva aggiungo io una concezione dell’unità sindacale come conquista dal “basso”, nella lotta, con la partecipazione e il protagonismo di tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti. Una concezione processuale dell’unità che non esclude confronti anche aspri, che passa attraverso un travaglio, una capacità di legittimarsi attraverso la verifica del mandato dei lavoratori organizzati e non organizzati, salvaguardando il pluralismo culturale.

NENO A VENEZIA 

Quando Neno giunge a Venezia nel dicembre del 1971, trova una situazione di forte tensione sociale e di effervescenza sindacale. I lavoratori della SAVA in lotta contro la chiusura della fabbrica avevano piantato la tenda in piazza Ferretto. A novembre c’era stato lo sciopero generale, il quarto, che aveva riguardato tutta la provincia. Il 2 dicembre una cinquantina di operai della Montedison e dell’impresa Fochi venivano intossicati dal fosgene, il micidiale gas usato nella prima guerra mondiale. Non perde tempo. Si butta nella lotta. Già il 9 gennaio organizza una manifestazione antifascista intorno alla tenda della SAVA alla quale partecipano operai e studenti. Il 24 è insieme agli operai della SAVA che occupano il Municipio di Mestre. Lo stesso giorno viene chiusa un’altra fabbrica, l’Allumina. Immediata è la reazione: il giorno dopo è sciopero generale dell’industria con assemblea generale al capannone del Petrochimico che Neno conclude. Questo ciclo di lotte si compie con l’accordo del 10 febbraio che prevede la garanzia dei livelli di occupazione attraverso l’intervento delle Partecipazioni Statali nelle due fabbriche di alluminio. Nel frattempo si susseguono le fughe di fosgene che intossicano i lavoratori del Petrolchimico e delle imprese d’appalto. Le lotte riescono in modo eccellente ma Neno ne coglie il limite: tra queste e la pratica possibilità di prefigurare un qualche elemento di “diverso sviluppo” la distanza è grande. Quello che manca è un progetto di riordino dei settori industriali, di unificazione delle lotte e degli obiettivi.

Non bastano gli scioperi generali per tenere saldamente insieme l’aristocrazia operaia del Petrolchimico, “i quadristi che controllano cicli complessi”, con la “rude razza pagana” dei meccanici e degli edili, con “i negri di Porto Marghera” delle imprese d’appalto che costruiscono il Petrolchimico2 ed effettuano “ i lavori più pesanti e pericolosi” nella manutenzione degli impianti, esponendosi alle fughe di fosgene. Questi ultimi costituiscono un cospicuo “serbatoio mobile di manodopera” a basso costo e ad altissima flessibilità e precarietà. Al cospetto di una classe operaia differenziata serve una piattaforma unificante. Essa viene costruita in progress. Innanzitutto si punta al reimpiego dei lavoratori delle imprese - licenziati in seguito alla conclusione della costruzione del Petrolchimico 2 - nei lavori di manutenzione e d’investimento tesi a salvaguardare la salute e la sicurezza che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto saldarsi con le lotte per il rinnovo del contratto nazionale dei chimici che prendono avvio con lo sciopero dell’8 giugno e si concludono a ottobre, dopo quasi 100 ore di duri scioperi articolati. L’esito non è però ritenuto soddisfacente dai lavoratori. Infatti, le assemblee della Montefibre e del Petrolchimico respingono l’accordo nazionale. Questo esito rafforza in Neno la convinzione che salute, qualità del lavoro, inquadramenti professionali, orari e occupazione devono saldarsi. Per questo imposta una piattaforma sulla salute che successivamente si tradurrà nel felice slogan “fermata, risanamento, riavvio” degli impianti pericolosi e nocivi.

Una piattaforma salute si rende urgente se si considera che dal dicembre 1971 al novembre 1973 si registra una lunga e tragica sequenza di fughe di gas “41 casi, con 1000 operai colpiti di cui 133 ricoverati in ospedale” tanto che nel gennaio del 73 l’ispettorato del lavoro aveva adottato il sorprendente provvedimento secondo cui “tutti i dipendenti delle 205 aziende operanti a Porto Marghera(..) dovranno essere muniti di maschera individuale respiratoria”. Un’assemblea dei delegati, lo stesso giorno, respinge indignata il provvedimento. Il 12 gennaio del 73, gli operai sfilano indossando polemicamente le maschere antigas durante una grande manifestazione a Mestre (e un’altra a Venezia). Neno Coldagelli, durante il comizio conclusivo in Piazza Ferretto rilancerà la battuta subito circolata nelle fabbriche: “È più conveniente per gli industriali mettere le maschere ai lavoratori che alle ciminiere!” 
 
Ma non basta. La classe operaia di Porto Marghera per svolgere un ruolo egemone (in senso gramsciano), per essere “classe dirigente”, deve rappresentare “l’interesse generale”. Ecco allora che si propone di allargare il tema: dalla fabbrica alla società. Senza dimenticare però mai l’insegnamento di Sergio Garavini: mantenere saldamente le radici in fabbrica è essenziale perché “nessuna classe operaia sconfitta in fabbrica potrà mai battersi per le riforme sociali”. Con questa consapevolezza imposta la piattaforma territoriale.

LA LEGGE SPECIALE 

Solo nel 1973, sette anni dopo la drammatica alluvione del novembre 1966, fu approvata, dopo una lunghissima e faticosa discussione in parlamento, sulla stampa, nel sindacato, la legge speciale per la “salvaguardia” e la “vitalità socioeconomica” della città e della sua laguna. Schematizzando potremmo dire che le esigenze della tutela prevalevano alla scala nazionale e internazionale mentre la vitalità raccoglieva il consenso di quasi tutte le forze politiche e sindacali veneziane. Tra i temi più discussi all’interno del movimento sindacale vi erano quelli della portualità e della cosiddetta “terza zona industriale”, circa quattromila ettari, nella laguna Sud di Porto Marghera, assurta a simbolo della prospettiva di gigantismo industriale perseguita a Venezia negli anni Sessanta. 

Ancora nel dicembre 71, la DC e la giunta comunale neocentrista tentano di sfruttare a proprio favore la chiusura della SAVA per denunciare “le smanie vincolistiche” con la connivenza intenzionale o oggettiva dei “nemici della terza zona”. La DC tenta in tal modo di rompere l’unità sindacale e la rete dei rapporti che si stanno tessendo “a sinistra” con l’obiettivo di unificare in una sola piattaforma le critiche al modello di sviluppo imperniato sull’espansione fisica di Porto Marghera, che muovono a partire dalla contestazione operaia all’organizzazione del lavoro, dei ritmi, della nocività e infine dalle preoccupazioni di tutela degli equilibri idrogeologici, ambientali, di assetto territoriale. 

Il tentativo democristiano di riegemonizzare la CISL non passa, grazie anche al ruolo crescente assunto al suo interno dalla FIM CISL di Bruno Geromin. Così la Federazione CGIL,CISL,UIL scende in campo il 14 ottobre del ’72 con un corteo da Mestre a San Marco, contro una pessima legge speciale appena approvata dal Senato “con i voti dei fascisti” e l’opposizione del PSI. Da quel momento è un susseguirsi di scioperi articolati per categoria fino al grande e memorabile evento. 

E’ il 21 febbraio del 1973 quando a Venezia è sciopero generale di tutta la provincia contro quella pessima legge speciale e a sostegno della vertenza territoriale. Scrivono le cronache: “Un corteo enorme attraversa per due ore una città paralizzata e raggiunge Piazza San Marco, dove parla Luciano Lama, davanti a 40.000 persone, in una delle più grandi manifestazioni mai effettuate a Venezia”. 

Si trattò di un momento decisivo nella storia del movimento sindacale: da un’impostazione fortemente operaista ad una visione che collega “fabbrica e società” fino ad assumere il tema delle alleanze. Non dimentichiamo che a quello sciopero aderì persino la Confesercenti. Se si tiene conto che fino a qualche anno prima “l’acculturata classe operaia del Petrolchimico” era egemonizzata da Potere Operaio si comprende il salto qualitativo. Gli sviluppi politici che seguirono negli anni successivi, la felice scelta di Gianni Pellicani, autorevole vicesindaco di Venezia, di nominare Vezio De Lucia a segretario del comprensorio per il piano urbanistico, portarono alla eliminazione della “terza zona” imponendo di restituire la parte già imbonita “alla libera espansione delle maree”. 

Ma questi frutti matureranno solo nel ’75. Tornando a quel cruciale 1973, di grande interesse è la sua relazione al Congresso della Camera del Lavoro, il 24 maggio, al Capannone del Petrolchimico. La novità che egli propone consiste nel tentativo “di uscire dalla dicotomia tra lotte aziendali e grandi manifestazioni per obiettivi generali” come si definiva allora la strategia delle riforme che sarà definitivamente sancita al congresso nazionale di Bari. I tempi sono maturi per “aprire una vertenza sul territorio” partendo dall’ambiente per “risalire a una prospettiva di riassetto del polo, degli insediamenti urbani, dei servizi sociali”. Solo con quest’articolazione – prosegue – sarà possibile far vivere “ la battaglia per le riforme, da quella sanitaria a quella della casa, dei trasporti, dei servizi.” Quello che immagina e propone è un complesso sistema di livelli negoziali coerenti tra di loro che partendo dai luoghi di lavoro risalgono via via su “per li rami” fino agli obiettivi “più generali” che riconducono alla necessità di “dare uno sbocco politico” alle lotte. Ne affida la gestione al “Consiglio intercategoriale di zona”, che nelle intenzioni sarebbe dovuto diventare il secondo livello unitario del sindacato. Di questo si parlava a Bari nelle sei giornate di congresso nazionale della CGIL che anch’io, allora giovane dirigente dei tessili di Vicenza, ho avuto il privilegio di vivere intensamente, con Gildo e Neno, con Sergio Garavini che era il nostro autorevole punto di riferimento. Nel suo intervento Neno invita il congresso ad “approfondire meglio le ragioni della stasi del movimento, delle difficoltà di articolazione del movimento con obiettivi concreti a livello territoriale e settoriale”. Ne individua le cause nella mancata continuità” tra “le piattaforme rivendicative contrattuali e gli obiettivi più generali per l’occupazione, lo sviluppo e il Mezzogiorno”. Suona come critica, fatta come sempre con molto garbo, all’impostazione della relazione di Luciano Lama. Egli infatti avverte “la necessità di non scindere la proposta politica da un grande movimento di massa che ne costituisca il segno politico” che va costruito subito con “l’obiettivo di una risposta immediata e non episodica contro l’attacco al potere d’acquisto dei salari scatenato attraverso la manovra inflazionistica”. Inoltre invita a far marciare la strategia delle riforme rimettendola con i piedi saldamente a terra, perseguendo “obiettivi concreti” individuando priorità nei consumi sociali a partire “dall’esigenza di rilanciare sin da ora l’obiettivo della gratuità dei libri di testo nella scuola dell’obbligo”.

Dieci anni dopo, quando anch’io, appena eletto segretario generale aggiunto della Camera del Lavoro di Venezia, mi proposi l’obiettivo di riportare le manifestazioni nel cuore di Venezia chiesi consigli a Neno. Complice la grande nevicata del 16 dicembre del 1983, non fui altrettanto fortunato. Ma , questa è un’altra storia. Quello che però a distanza di così tanto era ancora vivo era la “vertenza territoriale Venezia” che da quel 1973 diventa un riferimento costante dell’iniziativa del sindacato veneziano, nella quale confluiscono tutte le spinte rivendicative. Il tempo l’aveva certamente logorata, perché ne erano venuti a meno molti dei presupposti su cui era nata, ma non cancellata. 

Questo lascito politico fu importante anche per mantenere un filo unitario dopo la drammatica rottura del 14 febbraio 1984. Per continuare nelle lotte di Porto Marghera ma anche sviluppare la nostra iniziativa per la “salvaguardia” di Venezia e della sua laguna. Per tutelare, come dicemmo finalmente qualche anno dopo, “la città più moderna del mondo”.
 ·  Translate
1
Add a comment...

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
 
Omaggio a un grande sindacalista
di OSCAR MANCINI   01 Maggio 2013

Il ricordo di un sindacalista, Nazareno (Neno) Coldagelli,  e un racconto di momenti importanti della nostra storia: la lotta alla Marzotto di Vicenza, che aprì il “68” italiano, e quella a Porto Marghera,  che fu alla base degli sforzi per il risanamento della città. Soprattutto una testimonianza di ciò che intelligenza critica e dedizione morale possono fare quando incontrano la volontà di riscatto degli sfruttati.
Ho di fronte a me la foto di Neno all’ultima manifestazione nazionale della FIOM a Roma. Gli sono accanto. Intorno a noi tante bandiere rosse. Sono quelle della FIOM di Vicenza. Vicenza, ancora Vicenza, la terra che entrambi abbiamo frequentato, seppur con qualche scansione temporale, nell’«età dell’oro». 

NENO A VICENZA. 

L’esperienza vicentina, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, fu decisiva nella formazione di quella straordinaria figura di uomo e di dirigente sindacale che è stata Neno Coldagelli. A Vicenza – egli scrive – “diventai sindacalista a tutti gli effetti”. E, aggiunge: “La vicenda della Marzotto è quella che più mi ha segnato”. Più volte abbiamo parlato nel corso degli anni di questo storico, duro scontro di classe, lungamente preparato, evento anticipatore dell’autunno caldo. Tutt’altro che una “Jacquerie” come finalmente riconoscono la maggior parte degli storici. Neno rivendica la “giustezza e la lungimiranza” delle scelte compiute allora e ne attribuisce gran parte del merito al suo amico Ermenegildo Palmieri, che considera “il protagonista assoluto della lotta”. Ho riconosciuto in questo scritto lo stile attraverso cui Neno si relazionava anche con noi, allora giovani dirigenti sindacali promossi a ruoli di grande responsabilità già nei primissimi anni settanta. Era appena stato eletto segretario generale della Camera del Lavoro di Venezia, ma abitava ancora a Vicenza con la famiglia, quando lo conobbi nel gennaio del 1972. Veniva nella piccola sede della Camera del Lavoro in Contrà Corpus Domini, forse per terminare il passaggio di consegne a Gildo. 
Anche lui, come me, era venuto da fuori e comprese subito il mio stato d’animo determinato dalla durezza dell’impatto che subivo con una realtà in cui il predominio della DC era così pervasivo della cultura dominante e del sistema di potere. Ciò mi appariva in contraddizione con il “mito”, che per anni avevo coltivato, di quella classe operaia che aveva prodotto “l’avvenimento topico del Sessantotto”. Devo a lui la comprensione dell’assenza di un rapporto diretto tra combattività operaia e coscienza politica. In breve tempo anch’io compresi che a contrastare quell’egemonia “non c’era una pattuglia di disperati e vinti ma una CGIL e un PCI che imponevano uno stile e una capacità di combattimento attiva e intransigente, una martellante presenza sul campo, particolarmente nella fabbrica” che richiedevano una dedizione assoluta e totalizzante alla causa.

L’ambiente nel quale avemmo il privilegio di essere inseriti era un luogo di unificazione generazionale, profondamente plasmato da questi uomini tenaci e combattivi e da un gruppo dirigente solidale e coeso che aveva nel Partito la sponda dell’ingraiano Romano Carotti con il quale Neno “si trova a proprio agio” ma ciò non lo metteva ovviamente al riparo né dagli strali che gli riserva Cossutta né dalle raccomandazioni alla prudenza che ripetutamente venivano da una parte della CGIL Nazionale. Già, perché Neno è figlio della “sinistra sindacale” della quale – scrive Giuseppe Pupillo – “Coldagelli e Palmieri sono stati interpreti intelligenti e dinamici” conferendo alla CGIL Vicentina “una vivacità che difficilmente si ritrova negli anni successivi”.

Sono gli anni del superamento delle Commissioni Interne sostituite dal “Sindacato dei Consigli” e dell’unità sindacale costruita “dal basso”. E’ questa una storia di successi che dimostra che si può essere radicali nell’impostazione, coraggiosamente innovatori nelle scelte politiche, ma non minoritari. Al contrario, Neno e Gildo dimostrano, in quegli anni cruciali, che una CGIL di assoluta minoranza dentro “la sagrestia d’Italia” può diventare - e diventa- egemone nelle scelte delle politiche sindacali e crescere anche dal punto di vista organizzativo. 

A questa impostazione culturale Neno rimase profondamente legato per tutta la sua vita. Ne è testimonianza anche la bella lettera che mi ha inviato il 18 settembre del 2008 per commentare con acutezza e molta generosità “La statua nella polvere”, il libro da me curato sulle lotte operaie del sessantotto a Valdagno. Nel suo denso scritto s’interroga sulle ragioni della scomparsa dei Consigli dei Delegati. Non considera esauriente l’analisi contenuta nella lunga citazione di Bruno Trentin che nel ’98 ne attribuisce sostanzialmente le cause alla loro burocratizzazione, per il venir meno del faticoso esercizio della democrazia. “Parole sante” scrive Neno, ma si chiede “è solo questo?” Egli ci propone la seguente riflessione:

“ La forza originaria del Consiglio dei delegati risiedeva certo nella democrazia, ma si nutriva di una politica sindacale di grande spessore che, per dirla in soldoni, aveva al suo centro la contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro esercitata sul campo dal delegato di gruppo omogeneo, effettivo strumento di democrazia e di rinnovamento del sindacato. La mia convinzione è che la democrazia è stata sovrastata dalla burocrazia quando è venuta a meno quella politica e gli ambiti della contrattazione si sono sempre più risolti in termini quantitativi. Nella crisi dei Consigli ha naturalmente concorso la fine della fase fordista e l’inizio degli effetti della globalizzazione. Dentro questo quadro oggettivo va però anche collocata la responsabilità soggettiva della CGIL, dalla politica dell’EUR agli accordi del ‘92/’93, che hanno definitivamente ossificato il concetto di contrattazione. E qui purtroppo c’entra anche Bruno”. 

Dalla sua bella e ricca testimonianza sul quinquennio vicentino emerge la conferma di come sia esistita una relazione dialettica tra le “istanze della base” e l’intelligenza politica dei suoi dirigenti ( che egli con il “suo caratteristico understatement” attribuisce solo agli altri), tra “spontaneità operaia” e comportamenti soggettivi dei quadri dirigenti e la loro totale dedizione alla causa. 

E’ senza dubbio vero che in quella fase il mercato del lavoro fa lievitare il potere contrattuale; che l’ideologia del benessere e del miracolo economico contribuiscono a legittimare richieste e aspettative; che il clima politico nel mondo stava mutando. Ma tutto ciò non basta a spiegare la riscossa operaia e un ciclo così prolungato di lotta che non ha paragoni in Europa: il maggio francese durò “l’espace du un matin”. Vi contribuisce il fatto che, come scrive Asor Rosa, “solo in Italia – solo in Italia in tutto il mondo – movimento operaio e movimento studentesco crebbero solidalmente, tendendosi la mano”.

Vi contribuisce fortemente la tenacia del sindacato di classe nel partire dall’interesse concreto senza smarrire la visione politica. Al suo interno vi ha un ruolo decisivo quella “sinistra sindacale” che faceva capo alla “FIOM e a Garavini” a cui Neno s’ispirava e si sentiva di appartenere. “Una minoranza”, egli ci dice “da testimone diretto”, perché “settori importanti” del sindacato assumono “molto burocraticamente” i Consigli dei Delegati anche quando essi “straripano”. Vi contribuisce l’esperienza di lotta dei sopravvissuti nuclei operai rimasti fedeli ai valori anticapitalisti e antifascisti che Neno incontrerà nelle due principali fabbriche metalmeccaniche: la Pellizzari di Arzignano e le Smalterie di Bassano. Vi contribuisce la scelta di puntare su una forma di contrattazione articolata incentrata sulla “contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro” che si traduceva in “una politica rivendicativa che poneva al centro i problemi degli organici, dei carichi di lavoro, degli orari e dei turni, della difesa della salute, con una presenza martellante di fronte alle fabbriche”.

Questo racconta Neno parlando simpaticamente del “leggendario” suo amico Palmieri che, nelle calure estive “non aveva il tempo di cambiare le gomme da neve” e “soffiando e sbuffando intorno al ciclostile, sfornava migliaia di volantini al giorno che distribuiva la mattina successiva davanti alle fabbriche Marzotto e Lanerossi che da sole allora occupavano ventimila persone.” Volantini che parlavano delle specifiche condizioni di lavoro in quella determinata fabbrica precedentemente scandagliate attraverso il metodo dell’ “inchiesta operaia” creando così coscienza collettiva.Volantini che indicano la strada da seguire nella contrattazione attraverso la conquista del diritto di tutti i lavoratori di “eleggere su scheda bianca i comitati di reparto”. Volantini che in alcune occasioni si trasformano in schede referendum per ottenere un consenso di massa alla proclamazione dello sciopero indetto dalla sola CGIL.
“Questa iniziativa” – racconta Piero Fortunato – “riesce a ribaltare i rapporti di forza con il padrone e gli altri sindacati proprio mantenendo legami con la condizione operaia e promuovendo la partecipazione operaia alle scelte per cambiarla”. Una linea questa – commenterà molti anni dopo Neno - che “non è una banale versione operaista allora in voga in Italia. Centrale non è il salario, ma la conquista di elementi di potere e di democrazia all’interno dei luoghi di lavoro”. Essa richiedeva aggiungo io una concezione dell’unità sindacale come conquista dal “basso”, nella lotta, con la partecipazione e il protagonismo di tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti. Una concezione processuale dell’unità che non esclude confronti anche aspri, che passa attraverso un travaglio, una capacità di legittimarsi attraverso la verifica del mandato dei lavoratori organizzati e non organizzati, salvaguardando il pluralismo culturale.

NENO A VENEZIA 

Quando Neno giunge a Venezia nel dicembre del 1971, trova una situazione di forte tensione sociale e di effervescenza sindacale. I lavoratori della SAVA in lotta contro la chiusura della fabbrica avevano piantato la tenda in piazza Ferretto. A novembre c’era stato lo sciopero generale, il quarto, che aveva riguardato tutta la provincia. Il 2 dicembre una cinquantina di operai della Montedison e dell’impresa Fochi venivano intossicati dal fosgene, il micidiale gas usato nella prima guerra mondiale. Non perde tempo. Si butta nella lotta. Già il 9 gennaio organizza una manifestazione antifascista intorno alla tenda della SAVA alla quale partecipano operai e studenti. Il 24 è insieme agli operai della SAVA che occupano il Municipio di Mestre. Lo stesso giorno viene chiusa un’altra fabbrica, l’Allumina. Immediata è la reazione: il giorno dopo è sciopero generale dell’industria con assemblea generale al capannone del Petrochimico che Neno conclude. Questo ciclo di lotte si compie con l’accordo del 10 febbraio che prevede la garanzia dei livelli di occupazione attraverso l’intervento delle Partecipazioni Statali nelle due fabbriche di alluminio. Nel frattempo si susseguono le fughe di fosgene che intossicano i lavoratori del Petrolchimico e delle imprese d’appalto. Le lotte riescono in modo eccellente ma Neno ne coglie il limite: tra queste e la pratica possibilità di prefigurare un qualche elemento di “diverso sviluppo” la distanza è grande. Quello che manca è un progetto di riordino dei settori industriali, di unificazione delle lotte e degli obiettivi.

Non bastano gli scioperi generali per tenere saldamente insieme l’aristocrazia operaia del Petrolchimico, “i quadristi che controllano cicli complessi”, con la “rude razza pagana” dei meccanici e degli edili, con “i negri di Porto Marghera” delle imprese d’appalto che costruiscono il Petrolchimico2 ed effettuano “ i lavori più pesanti e pericolosi” nella manutenzione degli impianti, esponendosi alle fughe di fosgene. Questi ultimi costituiscono un cospicuo “serbatoio mobile di manodopera” a basso costo e ad altissima flessibilità e precarietà. Al cospetto di una classe operaia differenziata serve una piattaforma unificante. Essa viene costruita in progress. Innanzitutto si punta al reimpiego dei lavoratori delle imprese - licenziati in seguito alla conclusione della costruzione del Petrolchimico 2 - nei lavori di manutenzione e d’investimento tesi a salvaguardare la salute e la sicurezza che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto saldarsi con le lotte per il rinnovo del contratto nazionale dei chimici che prendono avvio con lo sciopero dell’8 giugno e si concludono a ottobre, dopo quasi 100 ore di duri scioperi articolati. L’esito non è però ritenuto soddisfacente dai lavoratori. Infatti, le assemblee della Montefibre e del Petrolchimico respingono l’accordo nazionale. Questo esito rafforza in Neno la convinzione che salute, qualità del lavoro, inquadramenti professionali, orari e occupazione devono saldarsi. Per questo imposta una piattaforma sulla salute che successivamente si tradurrà nel felice slogan “fermata, risanamento, riavvio” degli impianti pericolosi e nocivi.

Una piattaforma salute si rende urgente se si considera che dal dicembre 1971 al novembre 1973 si registra una lunga e tragica sequenza di fughe di gas “41 casi, con 1000 operai colpiti di cui 133 ricoverati in ospedale” tanto che nel gennaio del 73 l’ispettorato del lavoro aveva adottato il sorprendente provvedimento secondo cui “tutti i dipendenti delle 205 aziende operanti a Porto Marghera(..) dovranno essere muniti di maschera individuale respiratoria”. Un’assemblea dei delegati, lo stesso giorno, respinge indignata il provvedimento. Il 12 gennaio del 73, gli operai sfilano indossando polemicamente le maschere antigas durante una grande manifestazione a Mestre (e un’altra a Venezia). Neno Coldagelli, durante il comizio conclusivo in Piazza Ferretto rilancerà la battuta subito circolata nelle fabbriche: “È più conveniente per gli industriali mettere le maschere ai lavoratori che alle ciminiere!” 
 
Ma non basta. La classe operaia di Porto Marghera per svolgere un ruolo egemone (in senso gramsciano), per essere “classe dirigente”, deve rappresentare “l’interesse generale”. Ecco allora che si propone di allargare il tema: dalla fabbrica alla società. Senza dimenticare però mai l’insegnamento di Sergio Garavini: mantenere saldamente le radici in fabbrica è essenziale perché “nessuna classe operaia sconfitta in fabbrica potrà mai battersi per le riforme sociali”. Con questa consapevolezza imposta la piattaforma territoriale.

LA LEGGE SPECIALE 

Solo nel 1973, sette anni dopo la drammatica alluvione del novembre 1966, fu approvata, dopo una lunghissima e faticosa discussione in parlamento, sulla stampa, nel sindacato, la legge speciale per la “salvaguardia” e la “vitalità socioeconomica” della città e della sua laguna. Schematizzando potremmo dire che le esigenze della tutela prevalevano alla scala nazionale e internazionale mentre la vitalità raccoglieva il consenso di quasi tutte le forze politiche e sindacali veneziane. Tra i temi più discussi all’interno del movimento sindacale vi erano quelli della portualità e della cosiddetta “terza zona industriale”, circa quattromila ettari, nella laguna Sud di Porto Marghera, assurta a simbolo della prospettiva di gigantismo industriale perseguita a Venezia negli anni Sessanta. 

Ancora nel dicembre 71, la DC e la giunta comunale neocentrista tentano di sfruttare a proprio favore la chiusura della SAVA per denunciare “le smanie vincolistiche” con la connivenza intenzionale o oggettiva dei “nemici della terza zona”. La DC tenta in tal modo di rompere l’unità sindacale e la rete dei rapporti che si stanno tessendo “a sinistra” con l’obiettivo di unificare in una sola piattaforma le critiche al modello di sviluppo imperniato sull’espansione fisica di Porto Marghera, che muovono a partire dalla contestazione operaia all’organizzazione del lavoro, dei ritmi, della nocività e infine dalle preoccupazioni di tutela degli equilibri idrogeologici, ambientali, di assetto territoriale. 

Il tentativo democristiano di riegemonizzare la CISL non passa, grazie anche al ruolo crescente assunto al suo interno dalla FIM CISL di Bruno Geromin. Così la Federazione CGIL,CISL,UIL scende in campo il 14 ottobre del ’72 con un corteo da Mestre a San Marco, contro una pessima legge speciale appena approvata dal Senato “con i voti dei fascisti” e l’opposizione del PSI. Da quel momento è un susseguirsi di scioperi articolati per categoria fino al grande e memorabile evento. 

E’ il 21 febbraio del 1973 quando a Venezia è sciopero generale di tutta la provincia contro quella pessima legge speciale e a sostegno della vertenza territoriale. Scrivono le cronache: “Un corteo enorme attraversa per due ore una città paralizzata e raggiunge Piazza San Marco, dove parla Luciano Lama, davanti a 40.000 persone, in una delle più grandi manifestazioni mai effettuate a Venezia”. 

Si trattò di un momento decisivo nella storia del movimento sindacale: da un’impostazione fortemente operaista ad una visione che collega “fabbrica e società” fino ad assumere il tema delle alleanze. Non dimentichiamo che a quello sciopero aderì persino la Confesercenti. Se si tiene conto che fino a qualche anno prima “l’acculturata classe operaia del Petrolchimico” era egemonizzata da Potere Operaio si comprende il salto qualitativo. Gli sviluppi politici che seguirono negli anni successivi, la felice scelta di Gianni Pellicani, autorevole vicesindaco di Venezia, di nominare Vezio De Lucia a segretario del comprensorio per il piano urbanistico, portarono alla eliminazione della “terza zona” imponendo di restituire la parte già imbonita “alla libera espansione delle maree”. 

Ma questi frutti matureranno solo nel ’75. Tornando a quel cruciale 1973, di grande interesse è la sua relazione al Congresso della Camera del Lavoro, il 24 maggio, al Capannone del Petrolchimico. La novità che egli propone consiste nel tentativo “di uscire dalla dicotomia tra lotte aziendali e grandi manifestazioni per obiettivi generali” come si definiva allora la strategia delle riforme che sarà definitivamente sancita al congresso nazionale di Bari. I tempi sono maturi per “aprire una vertenza sul territorio” partendo dall’ambiente per “risalire a una prospettiva di riassetto del polo, degli insediamenti urbani, dei servizi sociali”. Solo con quest’articolazione – prosegue – sarà possibile far vivere “ la battaglia per le riforme, da quella sanitaria a quella della casa, dei trasporti, dei servizi.” Quello che immagina e propone è un complesso sistema di livelli negoziali coerenti tra di loro che partendo dai luoghi di lavoro risalgono via via su “per li rami” fino agli obiettivi “più generali” che riconducono alla necessità di “dare uno sbocco politico” alle lotte. Ne affida la gestione al “Consiglio intercategoriale di zona”, che nelle intenzioni sarebbe dovuto diventare il secondo livello unitario del sindacato. Di questo si parlava a Bari nelle sei giornate di congresso nazionale della CGIL che anch’io, allora giovane dirigente dei tessili di Vicenza, ho avuto il privilegio di vivere intensamente, con Gildo e Neno, con Sergio Garavini che era il nostro autorevole punto di riferimento. Nel suo intervento Neno invita il congresso ad “approfondire meglio le ragioni della stasi del movimento, delle difficoltà di articolazione del movimento con obiettivi concreti a livello territoriale e settoriale”. Ne individua le cause nella mancata continuità” tra “le piattaforme rivendicative contrattuali e gli obiettivi più generali per l’occupazione, lo sviluppo e il Mezzogiorno”. Suona come critica, fatta come sempre con molto garbo, all’impostazione della relazione di Luciano Lama. Egli infatti avverte “la necessità di non scindere la proposta politica da un grande movimento di massa che ne costituisca il segno politico” che va costruito subito con “l’obiettivo di una risposta immediata e non episodica contro l’attacco al potere d’acquisto dei salari scatenato attraverso la manovra inflazionistica”. Inoltre invita a far marciare la strategia delle riforme rimettendola con i piedi saldamente a terra, perseguendo “obiettivi concreti” individuando priorità nei consumi sociali a partire “dall’esigenza di rilanciare sin da ora l’obiettivo della gratuità dei libri di testo nella scuola dell’obbligo”.

Dieci anni dopo, quando anch’io, appena eletto segretario generale aggiunto della Camera del Lavoro di Venezia, mi proposi l’obiettivo di riportare le manifestazioni nel cuore di Venezia chiesi consigli a Neno. Complice la grande nevicata del 16 dicembre del 1983, non fui altrettanto fortunato. Ma , questa è un’altra storia. Quello che però a distanza di così tanto era ancora vivo era la “vertenza territoriale Venezia” che da quel 1973 diventa un riferimento costante dell’iniziativa del sindacato veneziano, nella quale confluiscono tutte le spinte rivendicative. Il tempo l’aveva certamente logorata, perché ne erano venuti a meno molti dei presupposti su cui era nata, ma non cancellata. 

Questo lascito politico fu importante anche per mantenere un filo unitario dopo la drammatica rottura del 14 febbraio 1984. Per continuare nelle lotte di Porto Marghera ma anche sviluppare la nostra iniziativa per la “salvaguardia” di Venezia e della sua laguna. Per tutelare, come dicemmo finalmente qualche anno dopo, “la città più moderna del mondo”.
 ·  Translate
1
1
Oscar Mancini's profile photo
Add a comment...

Oscar Mancini

Shared publicly  - 
1
Add a comment...
Places
Map of the places this user has livedMap of the places this user has livedMap of the places this user has lived
Currently
Mogliano Veneto, 31021 Italia
Contact Information
Home
Email
Work
Employment
  • Me Stesso
    Presidente Regionale Si Rinnovabili No Nucleare, present
Basic Information
Gender
Male
Links