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Rita Monna
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Rita Monna

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Il Don Chisciotte, disegno di Angel Boligán...
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Rita Monna

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La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia. 
Ennio Flaiano - Un marziano a Roma

https://youtu.be/kbgfPqRp_3I
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Rita Monna

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Epepe di Ferenc Karinthy

L'umanità in regalo per lettori sagaci
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Rita Monna

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The origin (and extinction) of species.
"Avvi tuttora delle specie che sembrano trovarsi in tale stato di deterioramento e di decadenza, che si direbbe non essere gran fatto lontano il momento in cui cesseranno di esistere."
Giovanni Battista Brocchi - 1814

Fonte immagine: La settimana enigmistica
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ruggero mornelli's profile photo
 
Mai dire mai.
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Rita Monna

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Nostri figli, nipoti, assenti digitali
Sono nativi digitali, non mangiano cibo vero da una settimana si ingozzano e riempiono di roba che non riconoscono se non per "buono". Ogni 30-40 secondi mollano una posata e toccano il telefono, se non parli non parlano se cerchi di fare conversazione non ascoltano o reagiscono disorientati in forte ritardo. Finito il pasto non sbarazzano, si siedono in disparte con il grande fratello prensile in mano. La vita che gli esempliamo è in gran parte una farsa e loro non assentono, ne sono assenti.
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nino marta's profile photo
 
l'attività secolare di rincoglionimento sociale dei media è in continua evoluzione
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Rita Monna

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Non sapete rompere un uovo? Nessun problema da adesso c'è EZ Cracker:

"ed è osservata in questa circostanza medesima quella lenta e graduata progressione con cui suol essere preparata la distruzione degli individui. E siccome questi non passano ad un tratto dal vigore della vita allo stato di morte, ma vi si dispongono a poco a poco con l’indebolimento successivo delle loro fisiche facoltà, così per gradi insensibili si avvicinano le specie al loro annientamento: la vitalità va scemando, la virtù prolifica infievolisce, meno energica è la forza di sviluppo, quindi di età in età sempre più deboli e fiacche riescono le complessioni, più limitata è la fecondità e la moltiplicazione, l’accrescimento stentato; finché è giunto il termine fatale in cui l’embrione, incapace di stendersi e di svilupparsi, abbandona quasi sull’istante quell’esile principio di vita che lo anima appena, e tutto muore con lui.
Avvi tuttora delle specie che sembrano trovarsi in tale stato di deterioramento e di decadenza, che si direbbe non essere gran fatto lontano il momento in cui cesseranno di esistere. "

Giovanni Battista Brocchi - “Conchiologia fossile subapennina” - 1814
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Michael Brunetti's profile photo
 
Ma è fantastico!! dove posso trovarlo? Sei tu che lo importi in Italia? WOW
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Rita Monna

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Borges, come viaggiare nell'inferno con una Diavel:

Non ho letto (nessuno ha letto) tutti i commenti alla Commedia, ma ho l’impressione che, nel caso del famoso verso 75 del penultimo canto dell’Inferno, abbiano creato un problema che nasce da una confusione tra arte e realtà. In quel verso Ugolino da Pisa, dopo aver raccontato la morte dei figli nel Carcere della Fame, dice che la fame poté più che il dolore («Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno»). Da questo rimprovero devo escludere i commentatori antichi, per i quali il verso non è problematico, visto che tutti interpretano che non il dolore ma la fame poté uccidere Ugolino. Allo stesso modo intende Geoffrey Chaucer nel grossolano riassunto dell’episodio intercalato nel ciclo di Canterbury.

Riconsideriamo la scena. Nel fondo glaciale del nono cerchio, Ugolino rode infinitamente la nuca di Ruggieri degli Ubaldini e si pulisce la bocca sanguinaria con i capelli del reprobo. Solleva la bocca, non il viso, dal feroce pasto e narra che Ruggieri lo ha tradito e incarcerato insieme ai figli. Attraverso l’angusta finestra della cella ha visto crescere e decrescere molte lune, fino alla notte in cui ha sognato che Ruggieri, con famelici mastini, cacciava sul fianco d’una montagna un lupo e i suoi lupacchiotti. All’alba sente i colpi del martello che spranga la porta della torre. Passano un giorno e una notte, in silenzio. Ugolino, spinto dal dolore, si morde le mani; i figli credono che lo faccia per fame e gli offrono la loro carne, che lui stesso ha generato. Tra il quinto e il sesto giorno li vede morire, ad uno ad uno. Poi diventa cieco e parla con i suoi morti e piange e li tasta nell’ombra; poi la fame poté più che il dolore.

Ho detto quale significato danno a questo passo i primi commentatori. Così spiega Rambaldi da Imola nel XIV secolo: « come dicesse che la fame sconfisse colui che tanto dolore non aveva potuto vincere e uccidere». Tra i moderni condividono tale opinione Francesco Torraca, Guido Vitali e Tommaso Casini. Il primo vede nelle parole di Ugolino stupore e rimorso; l’ultimo aggiunge: « moderni interpreti hanno invece fantasticato che Ugolino finisse cibandosi della carne dei figliuoli, che è contrario alla ragione della natura e della storia», e considera inutile la controversia. Benedetto Croce la pensa come lui e sostiene che delle due interpretazioni la più coerente e verosimile è quella tradizionale. Bianchi, molto ragionevolmente, glossa: «Altri intendono che Ugolino mangiò la carne dei suoi figli, interpretazione improbabile ma che non è lecito scartare ». Luigi Pietrobono (sul cui parere tornerò) dice che il verso è volutamente misterioso.

Prima di intervenire, a mia volta, nell’ « inutile controversia», voglio soffermarmi un istante sull’offerta unanime dei figli. Questi pregano il padre di riprendere quelle carni da lui stesso generate:

…tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia.

Immagino che siffatte parole debbano causare un disagio sempre maggiore in chi le ammira. De Sanctis (Storia della letteratura italiana, IX) riflette sull’imprevista congiunzione cli immagini eterogenee; D’Ovidio riconosce che « quest’espressione gagliarda e concettosa di un impeto filiale quasi incatena ogni libertà di critica». Quanto a me, penso che quella scena costituisca una delle rare falsità presenti nella Commedia. La giudico meno degna di quest’opera che della penna di Malvezzi o della venerazione di Gracián. Dante, mi dico, non poté non avvertirne la falsità, peraltro aggravata dal modo corale in cui i quattro bambini offrono, tutti assieme, il famelico convito. Qualcuno insinuerà che siamo di fronte a una menzogna di Ugolino, concepita per giustificare (per suggerire) il crimine commesso.

Il problema storico se Ugolino della Gherardesca abbia esercitato nei primi giorni di febbraio del 1289 il cannibalismo è, evidentemente, insolubile. Il problema estetico o letterario è di tutt’altra natura. Lo si può enunciare così: Dante ha voluto che pensassimo che Ugolino (l’Ugolino del suo Inferno, non quello storico) abbia mangiato la carne dei suoi figli? Arrischierei questa risposta: Dante ha voluto non che lo pensassimo, ma che lo sospettassimo (1). L’incertezza è parte del suo disegno. Ugolino rode il cranio dell’arcivescovo; Ugolino sogna cani dalle zanne aguzze che dilaniano i fianchi del lupo («… e con l’agute scane / mi parea lor veder fender li fianchi»). Ugolino, spinto dal dolore, si morde la mani; Ugolino sente che i figli gli offrono inverosimilmente la loro carne; Ugolino, pronunciato l’ambiguo verso, torna a rodere il cranio dell’arcivescovo. Tali atti suggeriscono o simboleggiano il fatto atroce. Assolvono a una duplice funzione: li crediamo parte del racconto e sono profezie.

Robert Luis Stevenson (Ethical Studies, 110) osserva che i personaggi di un libro sono filze di parole; a questo, per quanto blasfemo possa sembrarci, si riducono Achille e Peer Gynt, Robinson Crusoe e don Chisciotte. A questo anche i potenti che ressero la terra: una serie di parole è Alessandro e un’altra Attila. Di Ugolino dobbiamo dire che è una trama verbale, che consiste di una trentina di terzine. Dobbiamo includere in quella trama l’idea di cannibalismo? Dobbiamo sospettarla, ripeto, con incertezza e timore. Negare o affermare il mostruoso delitto di Ugolino è meno tremendo che intravederlo.

L’asserzione « un libro è le parole che lo compongono » rischia di sembrare un assioma banale. Eppure, siamo tutti propensi a credere che vi sia una forma separabile dal contenuto e che dieci minuti di dialogo con Henry James ci rivelerebbero il «vero » tema del Giro di vite. Penso che non sia così; penso che di Ugolino Dante non abbia mai saputo molto più di quanto non dicano le sue terzine. Schopenhauer ha dichiarato che il primo volume della sua opera capitale consiste di un solo pensiero e che non aveva trovato un modo più breve per trasmetterlo. Dante, al contrario, direbbe che quanto ha immaginato di Ugolino sta tutto nelle controverse terzine.

Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte a più alternative opta per una di esse ed elimina e perde le altre; non è così nell’ambiguo tempo dell’arte, che assomiglia a quello della speranza o a quello dell’oblio. Amleto, in quel particolare tempo, è assennato ed è pazzo (2). Nella tenebra della sua Torre della Fame, Ugolino divora e non divora gli amati cadaveri, e questa oscillante imprecisione, questa incertezza è la strana materia di cui è fatto. Così, con due possibili agonie, lo ha sognato Dante e così lo sogneranno le generazioni future.

Da "nove saggi danteschi" - “Il falso problema di Ugolino”
J.L. Borges
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(1) Luigi Pietrobono osserva (Inferno, p. 47) « che il digiuno non afferma la colpa di Ugolino, ma la lascia indovinare senza scapito dell’arte o del rigore storico. Basta che la giudichiamo possibile».

(2) A titolo di curiosità vanno ricordate due ambiguità famose. La prima, « la sangrienta luna » di Quevedo, che è al tempo stesso quella dei campi di battaglia e quella della bandiera ottomana; la seconda, la «mortal moon» del sonetto 107 di Shakespeare, che è la luna del cielo e la Regina Vergine.

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Rita Monna

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"vita di merda" - disegno di Andrea Pazienza che illustra la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto. 
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Rita Monna

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A parte Elia Kazan e Bernardo Bertolucci, iI regista migliore con il quale ho lavorato è stato Gillo Pontecorvo, anche se siamo stati sul punto di ammazzarci. Nel 1968 ha diretto un film che praticamente quasi nessuno ha visto. In origine iI titolo era Queimada!, ma in molti paesi fu distribuito con il titolo Burn! Il mio ruolo era quello di una spia inglese, sir William Walker, che simboleggiava tutte le malefatte perpetrate dalle potenze europee nei confronti delle loro colonie nel corso del diciannovesimo secolo. I parallelismi con il Vietnam erano diversi e il film affrontava il tema universale della sfruttamento dei deboli. In quel film credo di aver offerto la mia migliore interpretazione, ma ben poche persone andarono a vederlo. 
Gillo aveva diretto un film che mi era piaciuto molto, La battaglia di Algeri, ed era uno dei pochi cineasti di valore che conoscessi.É un uomo dotato di un grandissimo talento, ma nel periodo trascorso insieme abbiamo litigato quasi sempre. Siamo rimasti sei mesi in Colombia, perlopiù a Cartagena, una città tropicale dal clima molto umido, situata a circa undici gradi dall'Equatore e, secondo me, non lantana dalla porta dell'inferno. La temperatura superava quasi sempre i 40 gradi e l'umidità rendeva il set simile a un bagno turco. Gillo iniziò Ie riprese dalla finestra di una stanza piccolissima, presumibilmente la cella di una prigione di un vecchio forte, riprendendo dall'alto un cortile nel quale un prigioniero veniva garrottato. Mi stupii moltissimo vedendo che Gillo, nonostante iI caldo, indossava un cappotto invernale lungo e pesante. Considerando anche che i proiettori erano accesi, in quella stanza dovevano esserci più di 50 gradi. Ma lui continuo a girare ripresa dopo ripresa senza mai levarselo. 
"Scusa Gillo", esclamai alla fine perché tieni addosso quel cappotto così pesante?» Era fradicio di sudore. «Gillo, perché non te lo togli?» 
Scrollò le spalle, si rialzò il bavero e, dopo essersi guardato intorno, rispose in francese: «Sento qualche brivido, non so perché. Ho paura di prendermi un raffreddore». 
«Ma quel cappotto non ti aiuterà di certo. Se ti stai ammalando, non ha senso indebolirsi ancor di più perdendo tutti quei liquidi) 
«Andrà tutto benissimo», rispose, voltandosi da un'altra parte. 
Mi avvicinai allora a uno dei tecnici. «A meno che non gli stia venendo un'influenza, si comporta in un modo davvero strano. Finirà per debilitarsi e per svenire se continua a sudare troppo. 
Durante la pausa successiva, Gillo uscì all'aperto e notai che sotto il cappotto indossava un paio di calzoncini da bagno azzurri. Che strano accostamento, pensai: costume da bagno e cappotto con questo caldo? Mentre lo osservavo, vidi che prendeva una manciata di piccoli oggetti da una tasca e li infilava nell'altra. Mi avvicinai a lui, chiedendo: «Che cosa sono?» 
«Tu credi nella buona sorte?» 
«Vuoi dire iI destino?» 
«La buona sorte, la fortuna. 
«Non so», risposi, «immagino di sì. In alcuni giorni ti senti fortunato, in altri no. 
Infilo la mano in tasca e ne estrasse un oggettino di plastica che somigliava a un peperoncino rosso. «Che cos'e questo?» gli chiesi. «Un piccolo portafortuna. Toccalo», mi invito Gillo, soggiungendo poi che avrebbe portato fortuna al film. 
Lo accontentai e gli chiesi da dove veniva il suo portafortuna. 
«Dall'Italia»
«Quanto costano questi portafortuna?» 
«Niente.» Affondo nuovamente la mano in tasca ed estrasse una 
dozzina di peperoncini, poi me ne porse uno. Sembro molto felice del fatto che l'avessi accettato e disse che questo avrebbe aiutato il film ad avere successo. 
Da allora ho avuto modo di conoscere altri italiani che non vanno da nessuna parte senza i loro portafortuna in tasca, ma Gillo era di una superstizione assolutamente folle. Uno dei suoi amici mi racconto che indossava sempre quel cappotto quando iniziava le riprese di un nuovo film e pretendeva ogni volta che lo stesso assistente comparisse in quella ripresa indossando sempre 
lo stesso paio di scarpe da tennis. Era lui l'uomo che veniva strangolato nella prima scena e le scarpe da tennis erano state pitturate di nero per farle sembrare un paio di stivali. Mi spiegarono poi che non bisognava mai chiedere qualcosa a Gillo di giovedì perché, se doveva rifiutartelo, questo gli avrebbe portato sfortuna. 
 Inoltre, non ammetteva che nei suoi film comparisse il viola, anzi, quel colore non doveva nemmeno essere presente nelle vicinanze, perché era convinto che portasse iella. La sua ossessione per il viola non aveva davvero limiti; se avesse potuto, l'avrebbe cancellato anche da un tramonto estivo. 
Gillo era un uomo di bell'aspetto, capelli neri e splendidi occhi azzurri, e proveniva da una famiglia che aveva ottenuto diversi riconoscimenti; uno dei suoi fratelli, mi aveva raccontato, aveva vinto il premio Stalin per la Pace, a un altro era stato assegnato un Nobel, e sua sorella era missionaria in Africa. 
A parte tutte le sue superstizioni, Gillo sapeva come dirigere gli attori. Dato che io non parlavo italiano e lui parlava poco l'inglese, comunicavamo perlopiù in francese, anche se molto spesso il nostro linguaggio non era verbale; quando recitavo in una scena, mi si avvicinava e indicava con un breve cenno «un po' meno» oppure «un po' di più». Aveva sempre ragione, anche se non sempre sapeva come stimolarmi per ottenere il massimo. Era certamente un buon cineasta, ma anche un regista molto rigido che cercava di costringermi a recitare la parte esattamente come la vedeva lui, e spesso non mi trovavo d'accordo con le sue richieste. Lui vedeva tutto da un'ottica marxista; la maggior parte dei suoi collaboratori pensava che quella dottrina rappresentasse la risposta a tutti i problemi del mondo, e alcuni di loro erano individui alquanto sinistri sicuramente erano molto utili a Gillo, ma a me non piacevano gran che. A volte le battute che voleva farmi recitare sembravano tratte direttamente dal Manifesto Comunista e io non ce la facevo proprio a pronunciarle; di conseguenza usava molti trucchi. Se non ci trovavamo d'accordo, fingeva di cedere ma poi, dopo aver gridato «stop», teneva accesa la cinepresa sperando di riuscire a farmi fare quello che non volevo. Per esempio, in una scena il copione prevedeva che brindassi a Evaristo Marquez, l'attore che interpretava il ruolo di un capo rivoluzionario e che rappresentava il personaggio opposto al mio, l'eroe del film, ma Gillo non voleva che, dopo il brindisi, bevessi dal bicchiere; avrei dovuto versare il liquido a terra, in segno di disprezzo, mentre invece Evaristo beveva. Mi sembrava che quel gesto, in quel momento, non fosse coerente con il mio personaggio e rifiutai quindi di farlo; io intendevo veramente brindare alla salute del rivoluzionario. Gillo mi lasciò fare come volevo, ma una volta terminata la scena lasciò accesa la cinepresa e mi filmò mentre versavo a terra il liquido convinto che le riprese fossero terminate. Solo assistendo al film mi resi conto che aveva utilizzato quella parte di pellicola. 
Durante un'altra sequenza, visto che faceva molto cal do, indossavo soltanto un paio di pantaloncini e una giacca perché ero inquadrato dalla vita in su; Gillo voleva che dicessi qualcosa che a me non andava bene e mi fece ripetere la scena innumerevoli volte, pensando che alla fine avrei ceduto e avrei acconsentito a fare ciò che mi chiedeva. Dopo almeno una decina di volte, mi resi conto di come stavano le cose e chiesi al truccatore di andare a prendermi uno sgabello. Me lo legai al fondoschiena e continuai a recitare a modo mio, accomodandomi sullo sgabello fra una ripresa e l'altra e fingendo di leggere il Wall Street Journal, giornale che Gillo detestava considerandolo il simbolo del male. Dopo aver ripetuto la scena innumerevoli volte, alla fine cedette; ce l'avevo fatta. 
La maggior parte delle nostre discussioni vertevano sull'interpretazione del mio personaggio e della storia, ma ci capitava anche di litigare per altri motivi. Gillo aveva ingaggiato come comparse diversi colombiani neri che dovevano fare la parte degli schiavi dei rivoluzionari, e io avevo notato che il cibo che ricevevano era diverse da quello servito agli europei e agli americani. Dato che non mi sembrava nemmeno commestibile, gliene parlai. 
«E quello che piace a loro», mi aveva risposto. «Mangiano sempre questa roba.» 
Ma uno dei tecnici mi spiego che, in realtà, Gillo stava cercando di risparmiare e il cibo per i neri costava meno. Venni poi a sapere che anche la paga per le comparse di colore era inferiore a quella dei bianchi e, quando gli chiesi spiegazioni, mi rispose che, in caso contrario, i bianchi si sarebbero ribellati. 
«Aspetta un momento. Questo film tratta appunto di come i bianchi hanno sfruttato i neri.» 
Gillo si dichiaro perfettamente d'accordo ma disse che ormai non poteva rimangiarsi tutto; secondo lui, il fine giustificava i mezzi. 
«Benissimo, allora io me ne torno a casa», esclamai. «Non posso accettare una cosa del genere.» 
Raggiunsi l'aeroporto di Barranquilla e stavo per salire su un aereo diretto a Los Angeles, quando Gillo mi fece raggiungere da un suo incaricato, promettendo di equiparare sia la paga sia il cibo. 
Girare quel film fu davvero un'esperienza incredibile. Quelli fumavano una varietà di marijuana molto forte chiamata Colombiana Rossa, e i tecnici erano quasi sempre fuori di testa. Non so perché, ma il fatto che girassimo un film a Cartagena attiro moltissime donne dal Brasile. Se ne presentarono a dozzine, perlopiù ragazze ricche e di buona famiglia, desiderose di dormire con chiunque. Alcune mi dissero che, una volta tornate a casa, si sarebbero recate da un chirurgo plastico che avrebbe ricucito il loro imene; in questo modo, il giorno che si fossero sposate, avrebbero fatto credere ai propri mariti di essere vergini. I medici di Rio devono aver guadagnato un bel po' di soldi con quel film. 
La mia tregua con Gillo non duro a lungo. Sebbene avesse aumentato la paga alle comparse di colore e, per qualche tempo, gli avesse anche offerto cibo migliore, dopo pochi giorni scoprii che, ancora una volta, la loro alimentazione era più scadente di quella degli europei che partecipavano al film. Stavamo girando alcune scene in un villaggio molto povero abitato da neri; le case avevano pareti di sterpi e pavimenti di fango, e il ventre dei bambini era terribilmente gonfio. Si trattava del luogo ideale per le sequenze che dovevamo girare, ma vedere quella miseria spezzava veramente il cuore. «Non puoi dar da mangiare dei rifiuti a questa gente», mi lamentai con Gillo. Questa volta mi ignorò del tutto, quindi convinsi tutto il personale ad accatastare in piramidi il proprio cibo davanti alla cinepresa e a rifiutarsi di riprendere il lavoro. Furioso, Gillo venne da me accompagnato dalla sua banda di delinquenti. «Credo di aver capito che non sei soddisfatto del 
cibo.» «Proprio così!» «Che cosa vuoi per pranzo?» «Champagne», risposi, «e caviale. Vorrei qualcosa di decente e vorrei che mi fosse servito in modo adeguato.» 
Non so dove Gillo riuscì a trovare un ristorante che provvide a farmi arrivare il pasto direttamente sui set, insieme con due camerieri in giacca rossa e sparato, con il tovagliolo appoggiato sui braccio. Dopo che avevano apparecchiato la tavola con tovaglia, argenteria e candele, mi avvicinai dicendo: «No, le candele non devono stare là, devono stare qui, e le forchette vanno messe dall'altra parte del piatto». Poi toccai la bottiglia di champagne e feci notare che non era abbastanza fredda. «Sara meglio che la lasciate ancora un po' nel ghiaccio.» Continuai a lamentarmi per come era stata apparecchiata la tavola, mentre i tecnici e gli abitanti del villaggio se ne stavano tutti intorno a osservare la scena con le braccia incrociate. Ai loro occhi dovevo apparire come il classico esempio del capitalista viziato. Gillo mandò un fotografo pubblicitario perché scattasse delle istantanee e raggruppò alcuni indigeni in modo che facessero da sfondo alle foto. Quando tutto fu perfettamente sistemato, scelsi tra la folla i bambini più poveri, più malati e dall'aspetto più triste che riuscii a trovare e gli servii il pranzo. La folla applaudì, ma per quanto riguardava il mio rapporto con Gillo, la situazione peggiorò ulteriormente. Mentre noi continuavamo a litigare, sorsero altri problemi: uno del tecnici, a cui era affidato un incarico chiave per la realizzazione del film, ebbe un infarto e morì; all'operatore venne un orzaiolo e questo gli impedì di filmare le scene; la temperatura si alzò ulteriormente e noi ci ritrovammo a lavorare per molte ore con il rischio di prenderci un'insolazione. Le poche regole sindacali in vigore venivano applicate ancora meno che negli Stati Uniti e tutti quanti avevano i nervi a fior di pelle. Io trovavo anche molto buffo il fatto che un marxista convinto riuscisse tanto facilmente a sfruttare i propri collaboratori. Oltretutto, la superstizione di Gillo non aveva più limiti. Se qualcuno versava del sale, doveva correre intorno al tavolo gettando altro sale sui pavimento seguendo esattamente le indicazioni di Gillo; se invece era il vino a cadere sulla tavola, il colpevole doveva inzuppare un dito nel vino e bagnare ogni commensale dietro le orecchie. Era triste e allo stesso tempo comico. Cominciai a comportarmi in modo da irritare Gillo, chiedendogli dei favori il giovedì, indossando abiti viola e passando sotto le scale; una volta aprii la porta della mia roulotte, proiettai la luce riflessa in uno specchio contro di lui, poi gridai: «Salve, Gillo, buongiorno», dopodiché ruppi lo specchio. Per Gillo rompere uno specchio era come invitare il diavolo a entrare nella tua vita. Un giorno, durante il pranzo, alzò il bicchiere ed esclamò: Salute». Mentre tutti bevevano, io sollevai il bicchiere e poi, con gesto intenzionale, versai il liquido a terra, cosa che per Gillo rappresentava il peggiore degli insulti. La cosa lo fece andare su tutte le furie e poco tempo dopo minacciò addirittura di spararmi. Si procurò una pistola e se la infilò nella cintura; a mia volta, io mi armai di un coltello. Anni prima, avevo imparato a lanciare coltelli ed ero piuttosto preciso nei lanci fino a circa cinque metri, quindi, a volte tiravo fuori il coltello e lo lanciavo con tutte Ie forze contro una parete o un cartellone poco lontano da lui. Gillo rabbrividiva leggermente, portava la mano alla cintura e l'appoggiava sUll'impugnatura della pistola fissandomi con sguardo deciso per farmi capire che anche lui era pronto al duello. 
Un giorno, mentre stavamo litigando come al solito sull'interpretazione del film, mi misi a urlare con quanta voce avevo in gola: «Mi stai divorando come una colonia di formiche ... mi stai divorando come una colonia di formiche». In quel momento non mi rendevo nemmeno conto che quelle parole stavano uscendo dalla mia bocca. Fece un balzo tremendo. Un altro giorno, arrivammo quasi a prenderci a pugni per via di una scena nella quale quattro bambini neri, mezzo nudi, dovevano trascinare verso casa, per seppellirlo, il corpo decapitato del padre, l'uomo che era stato garrottato nella prima sequenza. Gillo aveva filmato parte della scena durante la mattinata, poi c'era stata la pausa per il pranzo. Quando ritornai sui set, lui non era ancora arrivato e la costumista teneva uno dei bambini in braccio.  
«Che cosa gJi e successo?» chiesi. 
«Sta male.» 
«Che cos'ha?» 
«A pranzo ha vomitato un verme e deve avere la febbre molto alta.» 
«E allora che cosa ci fa ancora qui? Dov'è il medico?» 
La donna aveva risposto che, secondo Gillo, il bambino doveva terminare la scena, altrimenti si sarebbe dovuto cercare un altro bambino e ripetere tutte le scene filmate la mattina. 
«Ma sa che il bambino e malato?» 
«Sì.» 
Telefonai a un dottore chiedendogli di raggiungerci suI set il più presto possibile. «Prenda la mia macchina e porti subito questo ragazzino all'ospedale», gli dissi appena lo vidi arrivare. 
Quando Gillo tornò dalla pausa del pranzo, era più infuriato di me perché avevo mandato via il bambino. Eravamo sul punto di azzuffarci, e solo il fatto che fosse più basso di me mi impedì di prenderlo a pugni. Diversi giorni dopo, non potendo più sopportare ne Gillo ne il calore, decisi che avevo bisogno di un periodo di riposo. La gente cadeva come mosche per le malattie o per la spossatezza. Raggiunsi Barranquilla in auto e presi un aereo per Los Angeles alle quattro del mattino. Un paio di giorni dopo mi arrivò una lettera molto dura da parte dei produttori nella quale si diceva che avevo violato il contratto e che, se non fossi tornato subito in Colombia, mi avrebbero fatto causa. Risposi pretendendo delle scuse immediate per le loro accuse senza senso (in realtà assolutamente fondate) e aggiungendo che era fuori discussione che potessi tornare dopo essere stato insultato in quel modo; ne andava della mia reputazione professionale. Sapevo che le minacce dei produttori erano assolutamente prive di valore perché già da molto tempo avevo capito che, una volta iniziato il film, l'attore si trova con il coltello dalla parte del manico; e impensabile abbandonare il progetto perché ormai e stato speso troppo denaro, e anche se c'e la possibilità di vincere, ci vorrebbero degli anni prima di definire la controversia, e questo vorrebbe dire che tutto il denaro investito e ormai andato perso. Se sa come comportarsi, in questi casi l'attore pub sempre riuscire a farla franca. Molti sono troppo intimoriti per reagire, ma questo non era il mio caso. 
Dopo cinque giorni di riposo e una lettera di scuse, spiegai ai produttori che avrei portato a termine il film ma solo se le riprese fossero continuate nel Nord Africa, dove l'ambiente era migliore e il territorio molto simile alla Colombia. Accettarono le mie condizioni ma mi chiesero di tornare in Sud America ancora per qualche ripresa. Io non avevo alcun desiderio di ritornare in quel paese, ma accettai. Mi prenotarono un volo della Delta Airlines che da Los Angeles mi avrebbe condotto a New Orleans, e una coincidenza per Barranquilla. Quando all'aeroporto internazionale di Los Angeles salii sull'aereo, chiesi a una hostess: «Siamo sicuri che questa è il volo per l'Avana?» 
La ragazza aprì la porta della cabina di pilotaggio e informò il capitano: «C'e qui un tizio che vuole sapere se andiamo all'Avana». 
«Fallo scendere dall'aereo, e se non se ne va digli che nel giro di un paio di minuti faremo arrivare qui I'FBl.» 
«Vi prego», esclamai, «sono tremendamente stanco.» 
La hostess, che non mi aveva riconosciuto, mi sibilò: «Fuori di qui, amico». 
Ero felicissimo perché non avevo alcuna fretta di tornare in Colombia e mi lanciai giù dalla scaletta a tutta velocità verso la sala d'attesa. Mentre superavo di corsa il banco del check-in, uno dei rappresentanti della compagnia aerea mi grido: «C'e qualcosa che non va, signor Brando?» 
«No», risposi, senza fiato, «e solo che mi sembrano un po' nervosi e non voglio avere altri problemi o preoccupazioni durante il volo.» Poi fuggii come una gazzella, sapendo che il funzionario avrebbe telefonato al pilota dicendo: «Avete appena cacciato dall'aereo un divo del cinema». E infatti, mentre cercavo di superare il bancone della biglietteria, trovai un funzionario che mi stava aspettando. «Ci dispiace moltissimo, signor Brando. Non sapevamo che era lei. La preghiamo di accettare le nostre scuse e di tornare sull'aereo. Stanno aspettando solo lei.» 
«No, non adesso», risposi. «Sono terribilmente sconvolto. Gia volare mi rende sempre nervoso, e se quel pilota è tanto agitato, non penso che mi sentirei sicuro a volare con lui...» 
L'episodio fin1 sui giornali e la compagnia aerea mi porse le sue scuse ma, visto che non vi era alcun volo da New Orleans a Barranquilla per altri tre giorni, questo avrebbe significato un prolungamento delle mie vacanze. Purtroppo, noleggiarono un aereo speciale che mi venne a prendere a New Orleans e che mi riporto in Colombia dopo solo due giorni. 
Comunque, nonostante tutto, Gillo e stato uno dei registi più sensibili e meticolosi con i quali ho mai lavorato. È questo quello che mi ha impedito di abbandonare il set; al di là della tensione e delle liti, provavo per lui un profondissimo rispetto. In seguito, desiderando fare un film sulla battaglia di Wounded Knee, e stato lui il primo regista al quale ho pensato. 

Marlon Brando - "La mia vita" (Capitolo 46) - 1995
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Rita Monna

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Animazione "uomo" di +Steve Cutts 
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Dei media vecchi e nuovi

Estratto
Un disegno si diffonde perchè è legittimato da segni e spiegazioni, sono gli effetti dell'addestramento e del controllo istituzionale che sta spingendo verso l'uso della rete, una strategia estinguente, la natura s'è rotta e se ne frega, E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei (Giacomo Leopardi - Dialogo della Natura e di un Islandese)

Testo
L’immagine sotto è proposta in due versioni, a sinistra originale e a destra con spiegazioni sovrapposte.
La versione originale è di dominio pubblico da decenni, l'altra ha poche ore e sta diventando un meme, che secondo il biologo Richard Dawkins è “qualunque unità di informazione comportamentale, un'idea, una credenza, un'usanza, o una lezione” che si trasmette da un essere umano all'altro, dei geni “culturali” che come quelli del DNA si riproducono. Cosa ha sbloccato questa immagine che se ne stava tranquilla da anni? Un cerchio rosso e una scritta che evidenzia il fare distorto dei media? Sì! Un solo cerchio rosso e una scritta influenzano autorevolmente l’interpretazione di milioni di persone, un meme che ha le sue origini nell’addestramento istituzionale che ammaestra all’imitazione pavloviana dei meme di stato e costruisce a forza di giaculatorie mitraglianti la mediocrità sciatta dell’omologazione globale, distruggendo il respiro, la libertà e la diversità singolare. Sono secoli che il potere raffina questi mezzi per un controllo sempre più diretto e la rete è l’ultimo di questi mezzi.
Questo periodo di innamoramento libero e adolescenziale della rete libera, sta lanciando internet verso l’uso universale, poi controllare sarà semplice come scrivere su una tastiera.
All’inizio erano i pulpiti, poi le televisioni, oggi internet, la globalizzazione è quella del controllo, con una sola novità, fino ad ora si è trattato di uomini spietati che controllano uomini timorati e con qualche miliardo di morti tra genocidi di genie indomabili, guerre e povertà provocate, è sempre andato tutto alla grande, adesso la natura s’è rotta del nostro breve smarrimento, se ne frega dei media vecchi e nuovi e della specie umana, e non è l’unica.
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Rita Monna

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"...l'unica forma di governo che garantisca qualcosa cos'è? la democrazia senz'altro è la più accettabile paradossalmente se ne occupa Cioran molto bene ma vi domando io cosa garantisce la democrazia che una dittatura non possa garantire? certo garantisce qualcosa ma lo sapete qual è garantisce la invivibilità della vita non risolve la vita chi sceglie la democrazia chi sceglie la libertà sceglie il deserto se la democrazia fosse mai libertà ma la democrazia non è niente è mera demagogia ma qualora noi meritassimo una libertà dovrebbe essere l'affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro..." (CB)

Fonte vignetta:La settimana enigmistica
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Basic Information
Gender
Female
Story
Introduction

Tutto quello che non sopporto ha un nome.

Non sopporto i vecchi. La loro bava. Le loro lamentele. La loro inutilità.

Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. La loro dipendenza.

I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. La loro aneddotica esasperata.

La centralità dei loro racconti. Il loro disprezzo verso le generazioni successive.

Ma non sopporto neanche le generazioni successive.

Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere in autobus.

Non sopporto i giovani. La loro arroganza. La loro ostentazione di forza e gioventù.

La prosopopea dell'invincibilità eroica dei giovani è patetica.

Non sopporto i giovani impertinenti che non cedono il posto ai vecchi in autobus.

Non sopporto i teppisti. Le loro risate improvvise, scosciate ed inutili.

Il loro disprezzo verso il prossimo diverso. Ancor più insopportabili i giovani buoni, responsabili e

generosi. Tutto volontariato e preghiera. Tanta educazione e tanta morte. Nei loro cuori e nelle loro

teste.

Non sopporto i bambini capricciosi e autoreferenziali e i loro genitori ossessivi e referenziali solo

verso i bambini. Non sopporto i bambini che urlano e che piangono.

E quelli silenziosi mi inquietano, dunque non li sopporto. Non sopporto i lavoratori e i disoccupati

e l'ostentazione melliflua e spregiudicata della loro sfortuna divina.

Che divina non è. Solo mancanza di impegno.

Ma come sopportare quelli tutti dediti alla lotta, alla rivendicazione, al comizio facile e al sudore

diffuso sotto l'ascella? Impossibile sopportarli.

Non sopporto i manager. E non c'è bisogno nemmeno di spiegare il perché. Non sopporto i piccolo

borghesi, chiusi a guscio nel loro mondo stronzo. Alla guida della loro vita, la paura. La paura di

tutto ciò che non rientra in quel piccolo guscio. E quindi snob, senza conoscere neanche il

significato della parola.

Non sopporto i fidanzati, poiché ingombrano.

Non sopporto le fidanzate, poiché intervengono.

Non sopporto quelli di ampie vedute, tolleranti e spregiudicati.

Sempre corretti. Sempre perfetti. Sempre ineccepibili.

Tutto consentito, tranne l'omicidio.

Li critichi e loro ti ringraziano della critica. Li disprezzi e loro ti ringraziano bonariamente.

Insomma, mettono in difficoltà.

Perché boicottano la cattiveria.

Quindi, sono insopportabili.

Ti chiedono: "Come stai?" e vogliono saperlo veramente. Uno choc. Ma sotto l'interesse

disinteressato, da qualche parte, covano coltellate.

Ma non sopporto neanche quelli che non ti mettono mai in difficoltà. Sempre ubbidienti e

rassicuranti. Fedeli e ruffiani.

Non sopporto i giocatori di biliardo, i soprannomi, gli indecisi, i non fumatori, lo smog e l'aria

buona, i rappresentanti, di commercio, la pizza al taglio, i convenevoli, i cornetti con la cioccolata, i

falò, gli agenti di cambio, i parati a fiori, il commercio equo e solidale, il disordine, gli

ambientalisti, il senso civico, i gatti, i topi, le bevande analcoliche, le citofonate inaspettate, le

telefonate lunghe, coloro che dicono che un bicchiere di vino al giorno fa bene, coloro che fingono

di dimenticare il tuo nome, coloro che per difendersi dicono di essere dei professionisti, i compagni

di scuola che dopo trent'anni ti incontrano e ti chiamano per cognome, gli anziani che non perdono

mai occasione per ricordarti che loro hanno fatto la Resistenza, i figli sprovvisti che non hanno

nulla da fare e decidono di aprire una galleria d'arte, gli ex comunisti che perdono la testa per la

musica brasiliana, gli svampiti che dicono "intrigante", i modaioli che dicono "figata" e derivati, gli

sdolcinati che dicono bellino carino stupendo, gli ecumenici che chiamano tutti "amore", certe

bellezze che dicono "ti adoro", i fortunati che suonano ad orecchio, i finti disattenti che quando parli

non ascoltano, i superiori che giudicano, le femministe, i pendolari, i dolcificanti, gli stilisti, i

registi, le autoradio, i ballerini, i politici, gli scarponi da sci, gli adolescenti, i sottosegretari, le rime,

i cantanti rock attempati coi jeans attillati, gli scrittori boriosi e seriosi, i parenti, i fiori, i biondi, gli

inchini, le mensole, gli intellettuali, gli artisti di strada, le meduse, i maghi, i vip, gli stupratori, i

pedofili, tutti i circensi, gli operatori culturali, gli assistenti sociali, i divertimenti, gli amanti degli

animali, le cravatte, le risate finte, i provinciali, gli aliscafi, i collezionisti tutti, un gradino più in su

quelli di orologi, tutti gli hobby, i medici, i pazienti, il jazz, la pubblicità, i costruttori, le mamme,

gli spettatori di basket, tutti gli attori e tutte le attrici, la video arte, i luna park, gli sperimentalisti di

tutti i tipi, le zuppe, la pittura contemporanea, gli artigiani anziani nella loro bottega, i chitarristi

dilettanti, le statue nelle piazze, il baciamano, le beauty farm, i filosofi di bell'aspetto, le piscine con

troppo cloro, le alghe, i ladri, le anoressiche, le vacanze, le lettere d'amore, i preti e i chierichetti, le

supposte, la musica etnica, i finti rivoluzionari, le telline, i panda, l'acne, i percussionisti, le docce

con le tende, le voglie, i calli, i soprammobili, i nei, i vegetariani, i vedutisti, i cosmetici, i cantanti

lirici, i parigini, i pullover a collo alto, la musica al ristorante, le feste, i meeting, le case col

panorama, gli inglesismi, i neologismi, i figli di papà, i figli d'arte, i figli dei ricchi, i figli degli altri,

i musei, i sindaci dei comuni, tutti gli assessori, i manifestanti, la poesia, i salumieri, i gioiellieri, gli

antifurti, le catenine d'oro giallo, i leader, i gregari, le prostitute, le persone troppo basse o troppo

alte, i funerali, i peli, i telefonini, la burocrazia, le installazioni, le automobili di tutte le cilindrate, i

portachiavi, i cantautori, i giapponesi, i dirigenti, i razzisti e i tolleranti, i ciechi, la fòrmica, il rame,

l'ottone, il bambù, i cuochi in televisione, la folla, le creme abbronzanti, le lobby, gli slang, le

macchie, le mantenute, le cornucopie, i balbuzienti, i giovani vecchi e i vecchi giovani, gli snob, i

radicai chic, la chirurgia estetica, le tangenziali, le piante, i mocassini, i settari, i presentatori

televisivi, i nobili, i fili che si attorcigliano, le vallette, i comici, i giocatori di golf, la fantascienza, i

veterinari, le modelle, i rifugiati politici, gli ottusi, le spiagge bianchissime, le religioni

improvvisate e i loro seguaci, le mattonelle di seconda scelta, i testardi, i critici di professione, le

coppie lui giovane lei matura e viceversa, i maturi, tutte le persone col cappello, tutte le persone con

gli occhiali da sole, le lampade abbronzanti, gli incendi, i braccialetti, i raccomandati, i militari, i

tennisti scapestrati, i faziosi e i tifosi, i profumi da tabaccaio, i matrimoni, le barzellette, la prima

comunione, i massoni, la messa, coloro che fischiano, coloro che cantano all'improvviso, i rutti, gli

eroinomani, i Lions club, i cocainomani, i Rotary club, il turismo sessuale, il turismo, coloro che

detestano il turismo e dicono che loro sono "viaggiatori", coloro che parlano "per esperienza",

coloro che non hanno esperienza e vogliono parlare lo stesso, chi sa stare al mondo, le maestre

elementari, i malati di riunioni, i malati in generale, gli infermieri con gli zoccoli, ma perché devono

portare gli zoccoli?

Non sopporto i timidi, i logorroici, i finti misteriosi, i goffi, gli svampiti, gli estrosi, i vezzosi, i

pazzi, i geni, gli eroi, i sicuri di sé, i silenziosi, i valorosi, i meditabondi, i presuntuosi, i maleducati,

i coscienziosi, gli imprevedibili, i comprensivi, gli attenti, gli umili, gli esperti, gli appassionati, gli

ampollosi, gli eterni sorpresi, gli equi, gli inconcludenti, gli ermetici, i battutisti, i cinici, i paurosi, i

tracagnotti, i litigiosi, i superbi, i flemmatici, i millantatori, i preziosi, i vigorosi, i tragici, gli

svogliati, gli insicuri, i dubbiosi, i disincantati, i meravigliati, i vincenti, gli avari, i dimessi, i

trascurati, gli sdolcinati, i lamentosi, i lagnosi, i capricciosi, i viziati, i rumorosi, gli untuosi, i

bruschi, e tutti quelli che socializzano con relativa facilità.

Non sopporto la nostalgia, la normalità, la cattiveria, l'iperattività, la bulimia, la gentilezza, la

malinconia, la mestizia, l'intelligenza e la stupidità, la tracotanza, la rassegnazione, la vergogna,

l'arroganza, la simpatia, il doppiogiochismo, il menefreghismo, l'abuso di potere, l'inettitudine, la

sportività, la bontà d'animo, la religiosità, l'ostentazione, la curiosità e l'indifferenza, la messa in

scena, la realtà, la colpa, il minimalismo, la sobrietà e l'eccesso, la genericità, la falsità, la

responsabilità, la spensieratezza, l'eccitazione, la saggezza, la determinazione, l'autocompiacimento,

l'irresponsabilità, la correttezza, l'aridità, la serietà e la frivolezza, la pomposità, la necessarietà, la

miseria umana, la compassione, la tetraggine, la prevedibilità, l'incoscienza, la capziosità, la

rapidità, l'oscurità, la negligenza, la lentezza, la medietà, la velocità, l'ineluttabilità, l'esibizionismo,

l'entusiasmo, la sciatteria, la virtuosità, il dilettantismo, il professionismo, il decisionismo,

l'automobilismo, l'autonomia, la dipendenza, l'eleganza e la felicità.

Non sopporto niente e nessuno.

Neanche me stesso. Soprattutto me stesso.

Solo una cosa sopporto.

La sfumatura.

Prefazione del maestro Mimmo Repetto al racconto "hanno tutti ragione" di Paolo Sorrentino

 

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