Profile cover photo
Profile photo
Roma Sapiens
4 followers -
Quel giorno lì
Quel giorno lì

4 followers
About
Communities and Collections
View all
Posts

Post has attachment
NOTE di REGIA dell’OPERA TEATRALE: PURGATORIO di ARIEL DORFMAN (2006)

Perché sempre si riparte da un essere umano di fronte a un altro essere umano, sempre incomincia da lì, in teatro e nella vita, sempre si incomincia da lì.
L’essenziale, pensai, era evitare di creare un antagonista buono e l’altro cattivo, evitare la tentazione di trovare una risposta facile.
Volevo che entrambi i personaggi si interrogassero simultaneamente e si guarissero l’un l’altro, fossero il terapeuta per la liberazione dell’altro e anche per i possibili significati della dannazione dell’uno o dell’altra, entrambi i guardiani simultanei del cielo e dell’inferno.
La sfida estetica era trovare un modo di creare una svolta nel tempo teatrale in cui un tale slittamento di identità non risultasse artificioso, permettendomi di giocare col pubblico nello stesso modo in cui ognuno dei miei protagonisti gioca con l’altro, si nasconde da lui, da lei, da entrambi.
Fin dall’inizio sapevo chiaramente che questi due stavano recitando l’uno per l’altro. In un certo senso, volevo scoprire se loro (o ognuno di noi, certo), riuscivano ad andare oltre la maschera della recitazione e guardare profondamente nell’anima dell’altro, il che non significa semplicemente recitare-per-l’altro.
Il doppio (multiplo) interrogativo/tentativo è un modo di disintegrare la personalità degli attori, strappando via i veli del loro ego.
Recitando, tutti noi, a nascondino, registrando indirettamente, forse mettendo alla prova, la nostra umanità.
Un divertimento reso più urgente dall’importanza dei dilemmi che stavo mettendo in scena.
Purgatorio, di fatto, può essere considerato il sequel emotivo e intellettuale di “La Morte e la Fanciulla”, esplorando più a fondo alcune delle domande aperte da Paulina Salas nella mia prima pièce, cercando di andare oltre quelle domande:
Ci può essere perdono e riconciliazione se abbiamo commesso azioni mostruose?
Come possiamo riuscire a pentirci di questi delitti senza distruggere la nostra stessa identità, la base fondante del nostro passato, in particolare le azioni di ieri che ci hanno trasformato in quello che siamo oggi? E se il pentimento non bastasse? Dopotutto, come facciamo a sapere se qualcuno è davvero pronto a espiare o sta solo fingendo?
E che succede se l’unica persona che possiede la chiave della mia salvezza è la persona che io ho ferito di più al mondo?
Era quest’ultima domanda che volevo esplorare principalmente, perché avrebbe fornito la chiave per trovare l’identità dei personaggi.
Appena cominciai ad accompagnare quell’uomo e quella donna nel loro viaggio, mi chiesi perché stavano negando il loro passato non solo l’un l’altra ma anche a me, quali crimini imperdonabili potevano aver commesso l’uno contro l’altra.
Qual è la cosa peggiore che una donna può fare a un uomo? E un uomo a una donna? E poco a poco mi arrivò la risposta, estrassi il segreto del loro rimorso, chi potevano essere stati da vivi, chi erano adesso: Giasone e Medea.
Dissi a me stesso ecco chi sono, catturati in Purgatorio, ognuno offrendo all’altro la promessa dell’oblio, della salvezza, la minaccia di eterno tormento e di eterna domanda.
Ma non solo quelle due figure mitiche a cui avevo girato intorno come un cacciatore per anni, non solo un modo di trasferire in modo nuovo, forse fruttuoso, i classici nel nostro tempo.
La loro storia risuonava anche degli echi di altri guerrieri, che si sono sempre avventurati in viaggi di conquista, gli echi delle donne indigene che li avevano aspettati su una costa lontana.

Li evocavo come un conquistatore, come Cortés e la sua amante e interprete, La Malinche; volevo evocare i numerosi incontri carnali e intellettuali che hanno popolato la storia, pieni di astuzia e sesso e fascino per l’esotico straniero, che hanno fatto nascere, come i denti del dragone che spuntano dalla terra i bambini del nostro mondo di oggi.
Così li ho lasciati piangere sulla spalla dell’altro, i miei protagonisti, li ho lasciati cercare una riconciliazione, immaginarsi come perdonare quello che avevano fatto o forse scoprire che non c’è soluzione, non c’è modo di uscire dal labirinto, il che è proprio il significato della tragedia ai nostri tempi. Perché in fin dei conti, anche se “Purgatorio” parla di un uomo e di una donna che vissero e si parlarono migliaia di anni fa, è soprattutto una storia per la nostra epoca,e, più specificamente, un’epoca segnata dal disastro dell’11 settembre. (Ancora una volta la Politica, che entra sul palcoscenico dalla porta posteriore!)
Questa pièce ci chiede come dovremmo reagire, quando siamo stati devastati da un’offesa irreparabile, ci sfida a chiederci quali sono le nostre personali prese di posizione riguardo alla realtà, rivela come è facile passare dal ruolo di vittima a quello di accusatore, da vittima a invasore, da carnefice a vittima.
E la mia speranza era che, in tempi in cui il nostro pianeta e la nostra specie affrontano terribili problematiche di colpe e massacri, quando l’orrore fatto a noi ieri suscita il terrore che infliggeremo ad altri domani, la mia speranza era che questa pièce potesse almeno porre la domanda su come superare la sequenza infinita della colpa e della rabbia.
Se una tale liberazione fosse realizzabile non dipendeva, lo sapevo, dalle mie speranze, dai miei progetti, nemmeno dal mio talento. Io mi stavo concentrando su quell’uomo e quella donna in quella stanza e sugli uomini e le donne che li guardano dalle infinite stanze clonate di ogni teatro: sono loro che decideranno se saremo condannati o redenti. Se un giorno riusciremo a spezzare finalmente il cerchio di odio e punizione.
Perché “Purgatorio”, fondamentalmente, parla della verità.
Cosa ci può essere di più urgente che trovare un modo di fidarci uno dell’altro, fidarci del nostro improbabile nemico, l’amato che ci ha ferito, cosa ci può essere di più urgente in questo nostro mondo contaminato dalla violenza, dalla paura e dal tradimento?
Photo
Add a comment...

Post has attachment

Post has attachment

Post has attachment

Post has attachment

Post has attachment
Il mio amico don Enzo Branno, oggi Parroco della SS. Ascensione a Chiaia, diceva: la vita è uno stupendo ricamo che ci è dato vedere soltanto al rovescio: un inestricabile e disordinato groviglio di fili colorati. Bellissima metafora, che ci consente di parlare e scrivere ancora – e qui non si tratta di surfing o di link a http://www.romasapiens.it bensì di approfondimento (senza fine) – di Edipo a Colono, ancora di social network, di Socrate e Gesù, di Europa, de senectute, di Mel Gibson, di noi, dell’Io, di coscienza dell'Io. E di ascoltare un ispiratissimo Jazz Pat Metheny Group che interpreta: Imaginary day. L’unica forma di narcisismo che infatti riusciamo a tollerare è quello dei Grandi talenti, i quali riescono nella difficilissima impresa di incantare il pubblico: di essere empatici, cosa che è assolutamente negata all'Io narcisistico. Ma forse questa è la differenza tra narcisi ed istrioni, non molto chiara per la verità nei manuali di psichiatria (e nei “congressi di psicopatologia”). Eppure quanta autentica ritrosia e umiltà traspaiono mentre i singoli nomi dei musicisti vengono annunciati dal leader del gruppo e la folla è in tripudio!

In questo meandro poco accessibile e poco cliccato di Roma Sapiens, dopo una premessa volutamente depistante e successiva alla pubblicazione dei vari articoli, viene chiaramente svelato (chi di voi se n’è accorto?) il fil rouge che unisce le pagine di Roma Sapiens, il vero tema trattato, il nocciolo della questione, la verità insomma.

Roma Sapiens si propone nel web come fucina di idee; non è una rivista scientifica con relativo Comitato Accademico, autorizzazioni del Tribunale, refert et interest. Ma ogni ricerca deve necessariamente iniziare dalle idee e in molti Congressi internazionali e Riviste anche a larga diffusione, le idee innovative e le nuove ermeneutiche mancano o sono un tantino debolucce; questo lo sanno bene soprattutto gli studenti che ci chiedono sempre più frequentemente di stralciare brani da Roma Sapiens per usarli come argomenti delle loro tesi di Laurea. L’ostacolo non siamo noi (il nostro assenso c’è) bensì i loro stessi Relatori che, non riconoscendo alcun circuito accademico di riferimento relativo al nostro sito, sconsigliano i candidati dal riportare estrapolazioni da Roma Sapiens, considerandole di dubbia provenienza o di mancata validazione scientifica. Salvo poi a rubacchiare qua e là qualche spunto, senza menzionarci.

Il concetto su cui basiamo questo ottavo numero di Roma Sapiens è vieppiù scientifico/filosofico: è il passaggio, a causa di un incidente evolutivo, dalla mente bicamerale a una nuova strutturazione della coscienza dell’Io. Di questo non ne parla Roma Sapiens, bensì il Prof. Romolo Rossi, che cita a sua volta Julian Jaynes, il quale, ne: “Il crollo della mente bicamerale” sostiene che la coscienza dell’Io è assai recente: teoria che lui prende – pur essendo neurofisiologo e psicologo – non dalla neurofisiologia, ma addirittura dai linguisti e dai letterati, citando Omero.

Una sorta di filosofia di vita – se non un vero e proprio pensiero – trapela dai nostri scritti. Prendete ad esempio questo stralcio dell’articolo del Prof. Giovanni Curcio: “la prova profonda di integrità morale di Socrate è valida ancora oggi: la Legge è giusta e quindi, anche se gli uomini l’applicano male, è sbagliato infrangerla. Si può ben affermare che Socrate rifiuta totalmente il compromesso, inteso in senso negativo quale degenerazione e corruzione dei propri principi morali. Socrate, che sapeva di non sapere, esaminava coloro i quali passavano per sapienti: i politici anzitutto, poi i letterati, i professionisti e i tecnici e disvelava che non erano tali e che volevano solo sembrarlo, agli altri e a sé stessi. Gli interessava che i governanti, per essere morali, fossero competenti. Diffidava della folla. E lo diceva apertamente. Non voleva essere maestro di nessuno, ma conversare, interrogare, e rispondere a tutti, ricchi o poveri (parole recenti di Papa Francesco)”.

Ci ispira e ci piace divulgare questo paradigma forte, dalle radici profonde. Le nostre "aggiunte" si propongono di rendere comprensibili concetti teorici astrusi (ved. “Il mio Io”: senectute, confini e limiti del Sé, l’Io filosofico e la coscienza morale) collegandoli e arricchendoli ove possibile, con le scienze umanistiche in generale e con citazioni di Autori contemporanei di narrativa (ved. Murakami e il suo libro Norwegian wood). Sì, il progetto è molto ambizioso, checché ne dica il mondo accademico.
Photo
Add a comment...

Post has attachment
C'è una generale confusione nell'attribuire una univoca e credibile identità al kamikaze; per farlo è necessario interpretare (ma spetta proprio a noi?) gesti e comportamenti di persone appartenenti a una cultura percepita come lontana, retriva e spietata. O forse sarebbe meglio guardare, con occhi del sociologo, a fasce di popolazione emarginata e non integrata nella società europea, di più recente costituzione?
Come in un gioco ad incastro, anzi in un rompicapo da incastro, l’identità del kamikaze e quella delle sue vittime sono parti che si sostengono reciprocamente, contribuendo alla solidità dell’intera struttura. Tentiamo allora di smontare completamente per poi riassemblare i nodi che costituiscono l’astruso rompicapo. Sia l'assemblaggio che lo smontaggio sono molto difficili, come nel noto gioco della pietra molare, perché i pezzi non sono così facili da separare. E poi perché non si tratta affatto di un gioco.
Il mio illustre collega psichiatra Vittorino Andreoli afferma che la società odierna occidentale sta perdendo i suoi valori lasciandosi sopraffare dalla cultura del nemico. Sono stati consumati, se non distrutti, alcuni principi, che erano alla base della nostra civiltà, che nasce in Grecia ed evolve nel Cristianesimo. Oggi domina la cultura del nemico. La superficialità porta l'identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. “Questa è una regressione antropologica perché conduce dritto alle pulsioni”, dice Andreoli.
Serve un nemico? Eccone decine nelle banlieue francesi, i quartieri poveri attorno alle grandi città dove è nata e cresciuta una generazione di emarginati, arrabbiati, culturalmente diversi dal resto della Francia. O a Bruxelles, dove il 20% della popolazione è di religione musulmana. Un intero quartiere - Molenbeek - è "sottoposto alla Sharia". A tutti gli angoli della strada un cartello giallo con scritta nera avverte che ci si trova in una "Sharia controlled zone".
Purtroppo il nostro gioco ad incastro evidenzia - come in uno stress test - un'identità europea poco edificante, basata sull'egoismo e l'utilitarismo delle politiche dei respingimenti, la de-responsabilizzazione alla brexit, ma anche sullo sfruttamento del lavoro minorile per abbattere il costo del lavoro, a spese di popolazioni extraeuropee povere e stremate da fame, guerre e calamità; per fare profitto non si guarda in faccia a nessuno! (Qualcuno ha letto Brick Road di Monica Ali, per farsi un'idea del Bangladesh?); affiora il panico impotente, la paralisi motoria, dietro una siepe, durante una tragica spaghettata con irruzione di terroristi; moglie abbandonata a un tragico destino (mentre Faraaz il musulmano muore accanto alle sue amiche); pecche e gravi leggerezze nell'organizzazione della sicurezza (controlli doganali dopo il Bataclan, camion dei gelati a Nizza); bagnanti che affollano la spiaggia il giorno dopo la carneficina; intenzionalità degli insulti razzisti e omicidi preterintenzionali (qui la moglie definita "scimmia" viene difesa, fino alla morte, ma anche questa volta il gesto eroico non è di un occidentale). L'assassino è occidentale, anzi italiano. Filo spinato ai confini, sospensione di Shengen, bombardamenti in Siria, alla cieca.
Questo il lato inerme, debole, fiacco, pauroso del carattere degli europei. Altro che "crociati"! Ma non v'è dubbio che nella coscienza di ciascuno di noi siano bene impressi i principi enunciati, ironia della sorte, nella Carta di Nizza.

http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf
Photo
Add a comment...

Post has attachment
SOCIAL NETWORK

Le parole di un post su Facebook si riducono a soli 140 caratteri su Twitter per poi diventare soltanto un muto selfie su Instagram. Non conta più il Colosseo che abbiamo alle spalle, conta il fatto che siamo noi – sono io! – al Colosseo (o al mare). Viene dato sempre più spazio alla immaginazione di chi guarda, di chi controlla, di chi sbircia. O meglio, ci resta la sola immaginazione quando la sintesi diventa estrema. Le relazioni si riducono a ben poca cosa, fino ad annullarsi, a diventare pura esibizione di stralci di corpi inanellati da piercing e decorati da tattoo. L’erotismo è taboo. La fascinazione una chimera affidata a coloratissime nails. Qualcuno cade nella trappola e promette complimenti e aperitivi, ma riceve in cambio solo insulti e indignazione. Chi guarda è l’uomo, chi si mostra è la donna. Ma questa vecchia regola vale ancora? Per certi versi no perché ci sono uomini (muscolosi) che si esibiscono per attrarre altri uomini e anche fighters dai proclami deliranti. Forse le foto degli animali ingentiliscono il panorama, quelle dei cuccioli specialmente, presenti a migliaia. E quelle dei fiori. E quelle del cibo.

Ma il limite resta la cerchia di amici (fino a cinquemila, poi si diventa fan page) con la sola eccezione di Instagram dove la diffusione è teoricamente senza limiti, da capogiro, ma anonima, una goccia nel mare. Eppure questi strumenti sono popolarissimi, dunque rispondono a qualche malcelato istinto di perdersi e confondersi con la massa. Con la scusa dell’esibizionismo! Oppure, come dice l’esperto in informatica Tullio Aragona, i fruitori degli “asocial network” sono paragonabili a galline in gabbia che vedono il cibo e le loro uova scorrere su un nastro trasportatore. Il cibo e le uova sono la pubblicità di cui è infarcito ogni raggruppamento di post su Facebook, la gallina dalle uova d’oro.

Quale sarà il futuro dei social? Forse il seguente decalogo delinea i prossimi scenari.

Emancipazione dei social network www.romasapiens.it

1. Il virtuale che cede il passo al reale
2. La spinta all’azione al posto di una fruizione passiva
3. Lo scoprire cosa c’è oltre la “cerchia” di amici
4. Lo svelare intenzioni più che fotografare situazioni
5. La promozione di nuove modalità di approccio relazionale
6. La condivisione di interessi comuni
7. La possibilità di ricercare aspetti inesplorati e segreti della nostra personalità
8. Lo scambio anche interculturale di informazioni
9. La capacità di “cogliere al volo” e riconoscere spinte emotive che conducono alle passioni
10. L’educazione alla tolleranza, almeno per quel che riguarda gli stili di vita altrui
Photo
Add a comment...

Post has attachment
UNA GIORNATA PARTICOLARE
di Gianpiero Dramisino
Mai citazione fu più azzeccata. Il costernato cassiere del Supercinema Modernissimo quasi si scusa con noi per la sala completamente vuota e le luci spente, lasciandosi scappare: “oggi è una… Giornata particolare”. È il venerdì prima delle elezioni amministrative 2016 a Cosenza, ma potrebbe essere benissimo il 6 maggio del 1938 quando la Roma fascista è accorsa alla Stazione Ostiense per festeggiare l'arrivo di Hitler in visita a Mussolini. Il film di Ettore Scola si svolge interamente in un caseggiato popolare, dove hanno un breve e casuale incontro d’amore Antonietta (Sophia Loren), donna semplice, dedita alla casa, ai figli e al marito ma succube di un ruolo che le ha svuotato l’anima e Gabriele (Marcello Mastroianni), ex annunciatore radiofonico perseguitato perché antifascista e omosessuale.
Ho voluto giocare sull’equivoco, raccontando un po' la trama del film di Scola, perchè il cinema, si sa, conta sull’immedesimazione degli spettatori, ma il film che io e Gabriella, unici presenti in sala, ci accingiamo a vedere è di Paolo Virzì (novello Scola?) e si intitola: “La pazza gioia”. Narra della bravata di due pazienti di una casa di accoglienza per malati mentali. Doppia immedesimazione, essendo io Psichiatra e lei Psicologa, ma la pazza gioia vera è fuori dal cinema, dove si tengono più comizi elettorali in contemporanea. Come dire: LA PIAZZA GIOIA.
Un astuto signore, seduto al bar di Piazza Kennedy, ha messo “di sguincio” la sedia del suo tavolino in modo tale da sentire tre comizi contemporaneamente (e mangiare quattro pasticcini alla crema): tralasciando questi ultimi, i comizi sono tre per davvero: uno da un palco allestito alla Salita di Pagliaro, uno a Piazza Scura e il terzo a Piazza 11 Settembre. Chi conosce Cosenza sa che non sto esagerando e che l’operazione è tecnicamente possibile. Tra l’altro gli oratori dicono tutti le stesse cose, dunque è possibile ascoltarli in quadrifonia, mangiando i pasticcini e certificando la propria presenza a tutti i comizi elettorali della città. Il quarto comizio, per la verità, è un po' distante, proprio davanti al Cinema vuoto. Peccato, perché il passaggio che abbiamo colto prima di entrare frettolosamente nella sala cinematografica era un richiamo piuttosto ardito a Giacomo Mancini.
https://youtu.be/ikcsQBz8q4g
Add a comment...
Wait while more posts are being loaded