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Stefania Mola
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Lavorare è una questione di dignità, di indipendenza, di "senso" che dà forma al proprio tempo e al suo tra/scorrere.

A volte il lavoro pesa, condiziona, sfianca, ma la sua "necessità" giustifica persino il sacrificio, pareggiando comunque il rapporto costi/benefici.

A volte il lavoro riguarda qualcosa che si ama profondamente, finendo per coincidere con ciò che si è, con il modo in cui si occupa il proprio posto nel mondo, in cui ci si esprime attraverso le parole o la gestualità. Con il modo in cui si pensa, in cui ci si mette in relazione con i propri simili, con il modo in cui si progetta il futuro o si ricompone la propria storia.

Nel momento in cui mi convinco che il lavoro – nodo di ragioni ed energie fondamentali per l’equilibrio di una persona – sia tutto questo (e molto altro ancora), essere privati del lavoro è qualcosa che assomiglia molto a un lutto: una situazione in cui alla gravità della perdita si somma quella specie di "senso di colpa" per essere sopravvissuti.

Essere privati del proprio lavoro è una violenza senza attenuanti.
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«Stai sotto la neve. Ho bisogno di parlarti…» dice uno dei protagonisti di La neve se ne frega di Luciano Ligabue, romanzo distopico che ho letto ormai tanti anni fa e mi torna in mente in queste ore stordite, ovattate e senza margini.

La neve che cade, naturale, morbida, avvolgente, "democratica", se ne frega di tutti i paradisi artificiali (il web in primis), irrompe nel nostro quotidiano apparentemente perfetto, sconvolge progetti e intenzioni.

Arriva inaspettata sui nostri pixel e sul nostro etere, sveglia i sensi e il torpore, cambia le nostre percezioni. Interferisce con ciò che altrimenti sarebbe ossessivamente sotto controllo: è l'unica cosa che sa di vero (che è vera).

Fa venir voglia di scavare, ricordare, sovvertire, eludere, e parlarsi – perché no? – laddove non era previsto cedere all'abbandono, in barba alla fretta e alla presunta mancanza di tempo (il nostro alibi perfetto quando non abbiamo voglia di metterci in gioco).

Benvenuta, neve.
La neve se ne frega
La neve se ne frega
lafeltrinelli.it
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La fiducia incondizionata in un nuovo inizio... certo.
Ha ancora senso la parola possibilità?
Per oggi, in ogni caso, l'urgenza è quella di decomprimermi, di deflagrare appena sarà possibile, se riuscirò ad avere anche solo cinque minuti di assoluta solitudine.
A breve distanza da me un leggerissimo velo di aghi di ghiaccio ha fatto brillare per qualche ora le campagne, abito impalpabile e prezioso di una festa che non riesce a decollare. Mi sarebbe piaciuto esserci, perdendomi in una contemplazione svuotata d'ogni altra complicazione e complessità. Io e la lentezza della neve, io e la sua incongruità qui a sud, a restituire ai sensi echi di altrovi e vite lontanissime. Sono dannatissimi giorni, quelli tra la fine e l'inizio, caricati di aspettative e ruoli che non mancano di sferrare il loro affondo su ogni fragilità. Mentre tutti s'agitano, si affannano, si rincorrono, attestando socialmente la loro presenza ovunque e comunque ma evitando accuratamente di accorgersi della paurosa solitudine certificata dalla loro stessa smania.
Ha ancora senso la parola possibilità?
Ognuno tra i miei auspicabili interlocutori ha già i suoi problemi per sopportare la prossimità delle mie ansie e Babbo Natale – a quanto pare – ha concluso il suo giro e appeso le renne al chiodo.

*

E non era una stupida, sapeva quel che voleva. Solamente voleva delle cose impossibili.
(Cesare Pavese, La luna e i falò)
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« Essa menina, essa mulher, essa senhora / Em que esbarro a toda hora / No espelho casual / É feita de sombra e tanta luz / De tanta lama e tanta cruz / Que acha tudo natural …»
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L'amore è come un dono degli dèi che si muove sulle ali del vento sempre inafferrabile e sempre inseguito; l'amore non è mai là dove lo cerchiamo e vola via da dove lo crediamo. Proprio per questo e dell'amore e degli dèi dobbiamo imparare a fare senza.

(Pier Vittorio Tondelli, Pao Pao)
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Per tutti, La donna senza paura di quel grande che è Eduardo Galeano:

«Ci sono criminali che proclamano, così pieni di sé, "l’ho uccisa perché era mia". Così, come se niente fosse. Come se si trattasse di una questione di buon senso, equa per la giustizia e per il diritto alla proprietà privata, che rende l’uomo padrone delle donne.
Però nessuno, nessuno, nemmeno il più macho dei super-machi ha il coraggio di dire "l’ho ammazzata per paura".
Perché dopo tutto la paura della donna della violenza maschile è lo specchio della paura dell’uomo della donna senza paura».
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Ma la malinconia ci rivela come in essa la musica trascini con sé motivi di acuta sofferenza; e questo perché il suo ascolto richiama alla memoria le ore trascorse in una Stimmung, in uno stato d’animo, di perduta serenità.

(Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, 2011)
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«The electorate has, in its plurality, decided to live in Trump’s world of vanity, hate, arrogance, untruth, and recklessness, his disdain for democratic norms, is a fact that will lead, inevitably, to all manner of national decline and suffering».

Noi in Italia da tempo votiamo di pancia "il meno peggio", ma anche stavolta l'America – nella scelta del peggio – ha dimostrato di essere come sempre un passo avanti. Peccato che non sono solo affari loro, in questa tragedia. 😡
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Incredibile ma vero... dopo quindici anni: una coincidenza da brivido.
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