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iBrain
Ieri comodamente seduto in un divano ho chiacchierato a lungo (face to face) con un amico del post dedicato al plagiarismo. Mi raccontava del suo Professore di Latino e Greco e del suo modo del tutto personale di combattere il plagiarismo.

Non so quanti di voi si ricordano dei temi dedicati alla letteratura e della "necessità" di esprimere piuttosto pomposamente le caratteristiche del testo letterario che ci costringevano ad "analizzare".

Rosario mi raccontava dell'originale modalità con cui quel professore correggeva i temi all'inizio dell'anno scolastico. A quell'epoca non c'era internet e per quanto la fama del professore fosse notevole, i nuovi studenti non credevano a tutto quel che si diceva di quel cervello:
Il professore si limitava a utilizzare pezzo per pezzo il testo e a segnalare "la fonte" da cui quelle parole erano tratte:
- Paragrafo 1: Autore, libro, pagina, data di pubblicazione
- Paragrafo 2: Autore, libro, pagina, data di pubblicazione
- etc.
Un massacro.

Se avete la fortuna di frequentare persone come Rosario, conoscerete ancora oggi bene la differenza che c'è tra "Brain" e "iBrain". Il professore di Latino e Greco non aveva un iBrain, aveva sviluppato un particolare tipo di memoria associativa che gli permetteva di recuperare un particolare paragrafo attraverso percorsi sicuramente meno efficienti dell'algoritmo di google, ma molto umani e fatti di sensazioni, odori, ricordi, che l'iBrain di oggi tende rapidamente a perdere.

Le persone "digitalmente evolute" (noi tutti) abbiamo ormai un "iBrain".
La descrizione delle modalità con cui il cervello cambia rapidamente sotto l'influsso della tecnologia è stata fatta solo da pochi anni e raccontata molto bene da due brillanti neuroscientist americani autori di un libro (ancora oggi) molto piacevole da leggere. Quasi un romanzo.

Il libro si chiama "iBrain: Surviving the Technological Alteration of the Modern Mind", gli autori sono Gary Small e Gigi Vorgan (il libro è facilmente recuperabile su Amazon).

Se non sbaglio proprio Gary Small era stato il primo ad introdurre il termine di "digital natives" in contrapposizione a "digital immigrants".

Il libro però non è una delle tante crociate anti-tecnologiche che si leggevano a quell'epoca (per datare storicamente il suo debutto pensate all'epoca in cui Grillo distruggeva i computer). Il libro è soltanto una disamina rigorosa delle conoscenze scientifiche (che a quell'epoca si avevano già) delle modalità con cui cambia il cervello umano sotto l'influsso della tecnologia.

Non una crociata però: per capirlo subito e convincere gli scettici alla lettura bastava (basta) leggere la dedica ai figli che fanno gli autori: "This book is dedicated to Rachel and Harry, our own Digital Natives, and all the future brains of the world."

La mia generazione ha la fortuna di poter parlare ancora oggi con persone dotate di Brain e non ancora di iBrain. Nella mia esperienza personale nella Comunità di pratica WEBM.org ho avuto l'occasione di conoscere persone "digitalmente evolute" che disprezzano "chi non è ancora dotato" di iBrain.

Anche la più recente letteratura medica sulle Comunità di Pratica definisce chi usa ancora il proprio Brain invece dell'iBrain un problema.

Per me (per noi) le cose non sono andate nella stessa maniera.
La ricchezza principale della nostra esperienza è venuta fuori proprio dagli incontri face to face, dal blended learning, etc: i silenti digitali sono davvero un problema solo se le Comunità di pratica non si attrezzano adeguatamente per affrontare la realtà delle cose, ed in realtà il problema vero sono le persone che si considerano "digitalmente evolute" e disprezzano chi ha "soltanto" un vecchio ed efficiente Brain sulle proprie spalle.

Le uniche amiche e gli unici amici che mi sono rimasti tra quanti hanno abbandonato (e per varie ragioni) la nostra comunità di pratica erano (e sono) dotate di Brain e non di iBrain.

Con molta probabilità mi leggeranno solo gli iBrain (in realtà non so davvero se lo faranno fin qui) e allora colgo l'occasione al volo per un piccolo consiglio in nome dell'amicizia di un tempo: "non perdete il paragrafo del libro dedicato al TECHNO-BRAIN BURNOUT e alle differenze sostanziali con il MULTITASKING BRAIN".

Gli effetti del TECHNO-BRAIN BURNOUT sono davvero devastanti sulla "percezione della realtà". Le persone "digitalmente evolute" dovrebbero preoccuparsi di questo piuttosto che disprezzare chi è dotato soltanto di Brain...
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giuseppe lixia's profile photosalvo fedele's profile photo
3 comments
 
anche il mio professore di greco era una persona di straordinaria cultura e intelligenza, che mi ha fatto amare la sua materia come nessun altro professore, neppure all'universita'. Ricordo ancora brani interi in greco che ogni tanto mi recito, per tenere in allenamento il mio "brain" visto che "l'ibrain" non e' molto sviluppato.
Per la verita' neppure il brain...
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...piu' avanti negli anni ho avuto la fortuna di incontrare un altro maestro, palermitano, che mi ha molto aiutato a dotarmi di un "ibrain", seppure rudimentale.
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