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Ivano Eberini
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Un uomo stupido con dei piedi perfetti. Biochimico computazionale. Bevitore di camomilla. Socialogo.
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Tempo fa vi ho racontato che scrivo un editoriale di comunicazione, intitolato #LivingRoom, su una bella rivista che si chiama IFarma, dedicata ai professionisti della salute.
In accordo con il Direttore responsabile, Laura Benfenati, ho deciso che per dare maggior visibilità a quello che scrivo ripubblicandolo anche sui social.
Maggiori informazioni sulla rivista, che a mio avviso è davvero di grande qualità e che presenta gli avvenimenti del settore farmaceutico da un punto di vista autorevole e originale, le trovate qui sotto.
Intanto condivido con voi l’ultimo mio contributo pubblicato e, andando a ritroso, nei prossimi giorni vi proporrò quelli precedenti.
È bello per una persona che fa ricerca e didattica a tempo pieno come me, totalmente all’interno della Facoltà di Scienze del Farmaco UniMi, trovare un momento per fermarsi a riflettere, dal punto di vista della comunicazione, sui fatti più significativi. Dico questo molto consapevole del fatto che i nostri laureati, qualunuqe percorso lavorativo scelgano, avranno un'importante mission comunicativa. Trovo innovativa l’idea del Direttore di dedicare una pagina a questi temi su un periodco di settore e direi che è la prima volta che capita nel nostro Paese. Spero soltanto di esserne all’altezza.
Finita l’introduzione, vi lascio con il pezzo e spero che lo troverete interessante.
Questioni di privacy
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avreivoluto.com
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Quando ero piccolo, la mia famiglia non se la passava economicamente proprio benissimo. Dopo la nascita di mio fratello, mia mamma aveva lasciato il lavoro per stare a casa a prendersi cura di noi. Vivevamo in quattro con lo stipendio di mio papà, che faceva il disegnatore tecnico in una multinazionale tedesca.
Non ci siamo mai potuti permettere vacanze se non da ospiti, niente vestiti di marca nel periodo dell’adolescenza in cui a Milano andava di moda fare i paninari, niente vagonate di regali a Natale, ma di solito qualcosa, un unico gioco, con cui giocare insieme, io e mio fratello.
Perché questa premessa? Perché proprio in quel contesto si inserisce il luna park. Un posto che mi ha sempre affascinato tantissimo e che mi rendevo conto poteva gravare sul bilancio mensile che mia mamma faceva quadrare comprando il fustagno per farci i pantaloni e la lana per i maglioni.
Comunque a me piaceva tantissimo andare al luna park. La prima volta che ci siamo stati, mio fratello dopo pochi minuti si è fracassato la testa contro un vetro della casa di cristallo, convinto di aver trovato l’uscita. Un dramma.
La seconda volta mi ricordo di averlo minacciato prima, sibilandogli all’orecchio, che se mi avesse rovinato la gita l’avrei fatto sparire per sempre.
Quella volta andò meglio, anche perché c’era mia zia, la gemella di mio papà, che tendenzialmente era mia alleata e mi aiutava a realizzare i miei piani con grande complicità.
Quella volta è stata l’unica, fino poi all’età adulta, in cui ho passato del tempo alle giostre. E mi ricordo pochissimo, perché era tutto talmente eccitante che le cose di affastellavano e si sovrapponevano una sull’altra, senza lasciare un ricordo nitido di quella giornata.
Mi ricordo l’attrazione e la paura che mi faceva l’idea di entrare nel tunnel degli orrori e ricordo mio zio Tino che faceva lo scemo con la sciarpa legata sugli occhi, per non vedere i mostri.
Il luna park non c’entra nulla, ma ho avuto una bella infanzia, in cui non mi è mancato niente di importante e ho imparato a dare il giusto valore, il giusto peso alle cose.
Però mi sono ammalato di luna park. Ho sempre sentito un’inspiegabile sensazione di malinconia, come se non poter provare tutte le attrazioni fosse per quel bambino una mancanza. Vai a capire tu perché il Moncler non era importante, ma il giro sul tagadà sì.
Così, quando ho portato Chihuahua al luna park per la prima volta, l’immedesimazione è stata davvero troppo forte e gli ho fatto fare così tanti giri sulle giostre che si è addormentato sul trenino e l’ho riportato a casa in braccio.
Mentre tornavo a casa mi sentivo stupidamente soddisfatto. Non vedevo l’ora che si svegliasse per sentire i suoi commenti sulle giostre.
Poche ore fa, Chihuahua mi ha detto che il luna park del lago è tornato. Mi ha detto che ricorda quei sabati in cui andavamo al luna park come alcuni dei momenti più felici e divertenti della sua infanzia.
Così adesso saliamo in macchina e andiamo al luna park a vedere se, durante questi ultimi anni in cui la nostra vita è tanto cambiata, quel posto è rimasto com’era.
Secondo me c’è ancora quel piccolo Ivano che amava andare sulla nave pirata. Si era nascosto per paura di tutto il dolore degli ultimi anni, ma Chihuahua l’ha stanato e ora vuole lo zucchero filato.
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La volatilità del contenuto in questo caso ha due ragioni di essere: permette un minor impegno da parte di chi propone i contenuti, attestandone però la presenza, e al contempo forza psicologicamente al continuo rientro sui social una fetta di popolazione molto destabilizzata dalla paura di poter restare esclusa da chissà quali eventi imperdibili.
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Ne avevamo già parlato tempo fa, ma vorrei tornare sulla questione della #comunicazione associata agli interventi vaccinali e sulla percezione dei rischi dell’uso di #vaccini nell’opinione pubblica.

Nel 2014 su Pediatrics, che è la rivista ufficiale dell’Accademia Americana dei Medici Pediatri, è stato pubblicato un lavoro che ha studiato in dettaglio le reazioni di un gruppo di genitori di bambini in età pediatrica indotte dall’esposizione ad alcuni specifici interventi educativi.

In questo articolo viene descritto un esperimento (un trial randomizzato) svolto per capire quale effetto abbiano messaggi a favore dei vaccini su genitori con diversa predisposizione. Sono stati selezionati 1759 genitori, divisi in quattro gruppi, a cui è stato somministrato uno tra quattro differenti interventi educativi:
1. informazioni sul fatto che il vaccino trivalente (morbillo-parotite-rosolia) non causa autismo
2. un blocco di testo che parla dei pericoli delle malattie per cui il trivalente dà protezione
3. immagini di bambini affetti dalle malattie che vengono prevenute dal trivalente
4. un raccontro drammatico su un bambino quasi morto di morbillo.
I risultati mi hanno stupito.

Nessuno dei 4 interventi educativi ha fatto aumentare il numero di genitori decisi a vaccinare i figli. Presentare prove scientifiche a proposito del fatto che non esiste un rapporto di causa-effetto tra vaccino trivalente e autismo è una strategia efficace per aumentare la consapevolezza su questo argomento, ma, quasi incredibilmente, fa diminuire la volontà di vaccinare i figli nel gruppo di genitori meno favorevoli alle vaccinazioni. Mostrare ai genitori dello studio alcune immagini di bambini malati di morbillo, parotite o rosolia fa aumentare la convinzione che vi sia un collegamento tra vaccini ed autismo. Per concludere, il racconto del bambino gravemente malato ha aumentato la convinzione che i vaccini possano avere gravi effetti collaterali.

Cosa ci insegna questo studio? Che anche una comunicazione accurata a proposito dell’efficacia e della sicurezza dei vaccini non riesce a far cambiare idea ai genitori dello studio in merito all’opportunità di vaccinare i figli.
Nonostante questo risultato poco incoraggiante, continuerò a parlare con voi di vaccini, di biochimica, di farmaci nel modo più chiaro e onesto possibile, nella speranza di scoprire che esiste un modo efficace di raccontare come stanno realmente le cose.

Nyhan et al. Pediatrics, 2014, 133 (4):1-8
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Sui meccanismi con cui l'herpes virus 1 riesce a farsi un baffo delle nostre difese e, dopo averci infettati, a restare con noi per l'intera durata della nostra vita.
Le cellule infettate dai virus, i quali riescono a prendere il controllo della loro macchina biosintetica per replicarsi, spesso seguono la via della morte programmata (apoptosi). In questo modo si sottraggono al controllo virale e riducono le possibilità di replicazione dei virus stessi. L'apoptosi delle cellule è spesso controllata da alcune proteine specifiche con nomi curiosi, tra cui TGF beta-1 e SMAD3.
Il virus dell'herpes possiede un gene che si chiama LAT (latency associated transcript). Questo gene produce un RNA che non è in grado di dare origine ad una proteina, come sanno fare i classici RNA messaggeri, ma che è capace di riconoscere alcuni RNA messaggeri e di distruggerli, attraverso un meccanismo complesso. Gli RNA con questa funzione di degradazione di altri RNA, e quindi capaci di ridurre la concentrazione delle proteine che da questi ultimi derivano, si chiamano micro-RNA (mi-RNA).
Ecco, il virus dell'herpes produce un mi-RNA in grado di riconoscere e distruggere gli RNA messaggeri che danno origine proprio a TGF beta-1 e SMAD3. L'assenza di queste proteine non permette alle cellule infettate di completare il programma di autodistruzione e quindi non muoiono. Inoltre questo mi-RNA, non essendo una proteina, elude con maggior facilità il sistema immunitario e non induce produzione di anticorpi.
In questo modo il virus riesce ad "entrare in letargo" nelle cellule infettate, senza venire riconosciuto dal sistema immunitario e sarà pronto a riattivarsi in un momento in cui l'organismo è più debole.
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Proviamo a parlare qualche minuto di comunicazione del fallimento?
È un tema negletto per chi si occupa di comunicazione, ma è qualcosa con cui dobbiamo imparare tutti a fare i conti, perché comunicare in maniera onesta e responsabile è un dovere nei confronti dell'opinione pubblica, dei cittadini.
Generalizzando un po', ma senza allontanarci molto dal vero, possiamo dire che la gran parte della comunicazione che passa attraverso i media classici, sia che segua un percorso squisitamente informativo o uno promozionale, non ha mai amato confrontarsi molto con la tematica fallimento. Gli imprenditori di cui ci raccontano i giornali o le trasmissioni radio-televisive sono eleganti, intelligenti e scaltri. Le modelle che acquistano la crema antirughe hanno tutte meno di vent'anni e una pelle perfetta, ovviamente senza rughe, altrimenti si tratta di Jane Fonda. Il politico, a cui venga concesso tempo sui media per raccontarci le promesse che concretizzerà nel caso in cui venga eletto, sembra sempre avere la soluzione semplice a problemi chiari, che poi si rivelano disastri ingestibili.
La comunicazione seleziona le storie da raccontare, il registro comunicativo da usare e le eventuali omissioni utili a dare all'opinione pubblica ciò che questa si aspetta.
Dieci anni fa, ad esempio, Berlusconi disse in televisione che il cancro oggi non sarebbe più stato un problema, mentre questa rimane una dolorosa realtà, con cui molti di noi debbono fare i conti quotidianamente.
Ovviamente, assecondare l'opinione pubblica, delineando un mondo irreale attraverso la selezione preferenziale dei successi e l'omissione dei fallimenti, pone le basi per possibili incomprensioni, contro le quali, presto o tardi, si finisce per scontrarsi.
Questo discorso vale, a maggior ragione, per la comunicazione scientifica e la disseminazione dei risultati della ricerca. Le principali testate giornalistiche, le trasmissioni televisive e i media minori dedicano pochissimo spazio a temi scientifici, nonostante siano molto rilevanti per la qualità della vita dei cittadini e per lo sviluppo economico del paese. I giornalisti, in maniera comprensibile, privilegiano le storie di successo, le scoperte grandiose e il punto di vista dei super-scienziati, dimenticando di raccontare che la ricerca è fatta di fatica, di frustrazione, di sforzo, spesso seguito dal fallimento. Anche le agenzie di finanziamento paiono spesso più preoccupate di finanziare ricerche che porteranno a un risultato certo, piuttosto che incentivare progetti più rischiosi, ma innovativi, che potrebbero portare grandi benefici alla società.
Credo che il ruolo dei ricercatori, dal punto di vista comunicativo, si possa e si debba differenziare significativamente da quello delle figure tipiche, che operano nei media classici. Mi immagino una comunicazione che non dipenda strettamente dai modi, dai tempi e dai vincoli formali dei vecchi media, ma che decida i propri modi e tempi, servendosi prevalentemente delle nuove tecnologie e dei nuovi media. In questo nuovo paradigma comunicativo bidirezionale, in cui il ricevente dell'atto comunicativo ha anche la possibilità di diventare parte attiva della discussione, il ricercatore può trovare i tempi giusti per una comunicazione continua, di buon livello e lontana dai sensazionalismi, che non fanno bene alla percezione della scienza. Con il tempo, abbiamo il dovere di imparare a comunicare il nostro lavoro quotidiano all'opinione pubblica, in modo che nessuno possa pensare che sia facile o che i risultati che abbiamo ottenuto fino ad ora siano sufficienti. Dobbiamo far passare il concetto che fare ricerca è faticoso e che, dietro al racconto di un successo descritto dai giornali o dalla televisione, spesso ci sono storie lunghe, faticose, piene di ostacoli e costellate di difficoltà quotidiane. Raccontando la nostra quotidianità, le nostre frustrazioni, i nostri fallimenti e ovviamente anche i nostri successi, riusciremo a trasmettere un'idea più realistica e decisamente più umana dei ricercatori. Col tempo potremmo riuscire a far capire a chi ci legge o ci ascolta che lavoriamo per il bene della società e che abbiamo anche bisogno del loro aiuto, del loro sostegno, del loro supporto e forse anche del loro affetto, per non scoraggiarci e per poter raggiungere i risultati che ci siamo prefissati con determinazione. Comunicando i nostri piccoli e grandi fallimenti e condividendoli con i cittadini in maniera onesta e trasparente, senza rappresentazioni artefatte, riusciremo a far capire la reale importanza della ricerca e il costo in che si nasconde dietro ai successi. Spiegheremo al maggior numero possibile di persone che questo paese ha bisogno di grandi investimenti in ricerca, perché non esiste modo migliore di investire le nostre risorse. E insegneremo ai giovani che nella vita non si può essere sempre vincenti. Chi sostiene il contrario mente e chi vince una volta, a meno che non sia molto molto fortunato, ha già perso almeno altre cento volte.
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Vi ricordate lo spiacevole fail di ‪#‎Melegatti‬ di tre mesi fa? A distanza di un po’ di tempo, con la collaborazione di +Nicola Carmignani, vi presentiamo un’analisi dei fatti e della situazione oggi.
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