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EMERGENCY
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Dal 1994 abbiamo curato oltre 8 milioni di persone in 17 paesi. Bene e gratis.
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Seguiamo le notizie da Manchester con grande apprensione.
Mentre aspettiamo gli aggiornamenti, pensiamo che sofferenza e paura siano uguali dappertutto, da Manchester a Mosul, da Aleppo a Kabul. Le vittime, soprattutto, sono uguali dappertutto: uomini, donne e bambini, famiglie.
Questa spirale di violenza non si ferma, dobbiamo interromperla noi, evitando ogni strumentalizzazione e abbandonando questa logica di guerra finché siamo in tempo.
Davanti a questo massacro, rinnoviamo con ancora maggior convinzione il nostro impegno per curare le vittime e praticare diritti, l’unico antidoto alla violenza che conosciamo.

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“Il primo ricordo che ho è il risveglio, qualche giorno dopo l’esplosione, nel letto del Centro. Credevo fosse buio, non riuscivo a capire dove fossi né cosa fosse successo. Mia sorella Shirin era con me. Le ho chiesto uno specchio. Non riuscivo a riconoscermi. Avevo solo 12 anni e pensavo che il mio braccio sarebbe ricresciuto”.

Sono passati diciotto anni da quel giorno di ottobre in cui ha perso un braccio, un occhio e l’udito da un orecchio a causa di un'esplosione. Shino ci racconta che viene da Pris, un villaggio di ventidue famiglie vicino ad Halabja, la città diventata simbolo della resistenza curda contro il repressivo regime iracheno.

“Ero a casa ad aiutare mia madre con le faccende domestiche. Sono andata in cortile per prendere un secchio e ho visto un oggetto che sembrava un caricabatterie, mi sono chinata per raccoglierlo ed è esploso”. Da lì è iniziata la corsa che ha condotto Shino fino al nostro Centro di Sulaimaniya.

Dopo mesi di ricovero l'abbiamo dimessa, ma il percorso verso la guarigione è stato lungo e complesso tra operazioni, applicazione di protesi e fisioterapia. “Una volta tornata a casa sono riuscita a finire la scuola, ma non ho trovato un lavoro. Quando ho saputo che EMERGENCY organizza corsi di formazione professionale per i pazienti, mi sono subito iscritta al corso di sartoria. Mi sono esercitata a lungo a usare le forbici con la mano sinistra e ho già imparato a usare la macchina da cucire, ho realizzato una gonna e un pigiama. Seguirò il corso per cinque mesi, poi EMERGENCY mi aiuterà ad avviare una mia attività”.

Nessuna guerra causa solo ferite visibili: ci sono anche quelle invisibili, le più difficili da sanare. Shino a volte sente ancora le dita, le sembra di avere ancora il braccio, ha l’impulso di muoverlo ma poi realizza. Non può trovare un senso a quello che le è successo, può solo provare a riportare la paura e la sofferenza a una dimensione accettabile.

Mentre parliamo, la televisione trasmette le immagini del conflitto a Mosul. Shino non vuole guardarle. “Odio la guerra, odio le esplosioni. Quando le forbici mi cadono per terra, ho ancora un sussulto. La guerra mi ha privato di tante cose”.

-- Rossella, dall'Iraq
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"Intanto questo è un ospedale: vuol dire che è un luogo ospitale. Aperto a tutti, tutti quelli che ne hanno bisogno". Gino Strada spiega così il senso del Centro “Salam” e di tutti i nostri progetti nel reportage di la Repubblica.

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Il 20 maggio EMERGENCY parteciperà alla marcia per l’accoglienza a #Milano.

Soprattutto dopo le polemiche e le strumentalizzazioni di questi giorni sui salvataggi in mare, dobbiamo tornare a parlare di accoglienza e integrazione e farle diventare un impegno concreto. Migliaia di persone che fuggono da guerra e miseria vedono nell’Europa, prima ancora che nel nostro Paese, una via di salvezza, ma per raggiungerla sono costrette ad attraversare il Mediterraneo, mettendo a rischio la propria vita, o restano bloccate alle frontiere europee.
Abbiamo due possibilità: costruire muri e chiudere frontiere sapendo che chi è disperato troverà comunque il modo di oltrepassarle oppure lavorare perché la loro accoglienza si trasformi in un’occasione di sviluppo per tutti.

Solo creando accessi sicuri all’Europa e definendo un processo che renda legale la presenza dei migranti in Europa potremo governare l’immigrazione e smettere di averne paura. Pace, uguaglianza e solidarietà – i principi su cui è nata l’Europa – sono possibili.

Quale scelta fare dipende da noi.

#versoil20maggio #20maggiosenzamuri
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Oggi è il nostro compleanno: 23 anni! Vogliamo condividere questo giorno con tutti voi: amici, sostenitori, con i nostri volontari che ci dedicano tempo e energie, con lo staff che ogni giorno lavora per rendere concreto il diritto alla cura per tutti.
Dal 1994 a oggi abbiamo curato oltre 8 milioni di persone: un risultato che abbiamo raggiunto anche grazie all’aiuto di tutti voi. Grazie!

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Per la #festadellamamma ti portiamo nella Valle del Panshir, in Afghanistan. GUARDA IL VIDEO integrale e fai un regalo alle mamme del Panshir: sostieni il Centro di maternità di EMERGENCY su https://goo.gl/HXhEu2

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Valle del Panshir, Afghanistan. In una zona con uno dei tassi di mortalità più alti al mondo, le ginecologhe e le ostetriche del nostro Centro di maternità, ogni giorno, monitorano la gravidanza di 150 donne e aiutano a nascere oltre 15 bambini.
Fra pochi giorni è la festa della mamma: aiuta anche tu le madri e le future madri della Valle del Panshir, sostieni il Centro su https://goo.gl/YVxa9Y

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"Ma lo sanno chi sono i pazienti di Emergency? Tra le vittime di guerra, uno su tre è un bambino, oltre il 90 per cento sono civili. Comunque sì: noi curiamo tutti. Il medico è un medico, non un poliziotto, un giudice o un boia. Non è una scelta, è un dovere: curare tutti, con eguale scrupolo e impegno. Se non lo fai, commetti un reato. In un pronto soccorso italiano o in un ospedale in Africa, un medico non ha 'nemici', l’unico nemico è la malattia. E non è un’invenzione di Emergency: è la base dell’etica medica.
Le polemiche sono iniziate dopo la diffusione di notizie secondo cui alcune ong potrebbero avere rapporti con gli scafisti.
Se ci sono comportamenti poco puliti, che si chiariscano. Ma c’è stato invece un attacco alle ong in generale, denigrando persone che passano la loro vita a salvare la gente in mare, a curarla nei campi profughi o quando arriva in Italia".

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Dopo tutte le parole di questi giorni, vogliamo ribadire una sola cosa: curiamo chiunque ne abbia bisogno, senza discriminazioni.
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"Fra un paio d'ore arriverà un'ambulanza con a bordo una bambina sola: è l'unica sopravvissuta della sua famiglia". Questa è la prima chiamata della giornata che ha ricevuto Michela, la nostra coordinatrice medica. Poco prima di pranzo sentiamo le sirene avvicinarsi all'Emergency Hospital di Erbil. Insieme a lei arriva un'altra bambina, gravemente ferita alle gambe, ma accompagnata dalla madre. Sarah e Maria, le nostre infermiere del pronto soccorso, prestano subito le prime cure.
Si chiama Fatima e un bombardamento ho distrutto la sua casa a Mosul Ovest uccidendo i suoi genitori e tutti e tre i suoi fratelli. È ferita alle braccia e all'addome, ma non è in pericolo di vita.
Nel pomeriggio abbiamo iniziato le operazioni per il ricongiungimento familiare, sperando di poter trovare uno zio o una zia che possa occuparsi di lei. Fatima non è più sola e resterà con noi finché non troveremo un suo parente o una sistemazione che possa garantirle un futuro.
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