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Studio Psicologico Bortolotti Calderone
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Studio di Psicoterapia a Parma e Reggio Emilia
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Talento e bellezza. Non sono, forse, qualità che tutti vorremmo? E non potrebbe essere altrimenti, visto che le consideriamo fondamentali per riuscire nella vita.

Eppure: sono sempre i più brillanti a fare carriera? E i più belli ad avere relazioni felici?

Sentirsi autoefficaci significa essere convinti di possedere le capacità necessarie per far fronte alle nuove sfide, superare gli ostacoli, adattarsi alle diverse circostanze. Nello studio, nel lavoro, nei rapporti, intelligenza e aspetto fisico contano, ma è la fiducia nei propri mezzi a fare la differenza.
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Proprio ora, mentre stai leggendo queste poche righe, centinaia di persone in tutto il mondo stanno scoprendo di piacersi e iniziano a frequentarsi. Alcune di queste nuove coppie si scioglieranno prima ancora di nascere. Tante altre, invece, si legheranno fino a formare relazioni.

Ma i rapporti duraturi, durano? Per quale motivo restare insieme è un’impresa così complicata?

Di sicuro, per resistere, una relazione richiede dedizione, la volontà di superare assieme gli ostacoli, di porre il bene e la preservazione della coppia sopra gli egoismi personali. Un impegno che non tutti riescono a onorare, dopo che si esaurisce la chimica responsabile della passione, quella che rende insonni, ossessivi e bisognosi della continua presenza dell’altro.

Le passioni sono fugaci, le rotture dolorose: allora perché una tale ostinazione a cercare relazioni?
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Pensa a un buon filetto di manzo cucinato alla griglia, cotto al punto giusto e tagliato a fettine, adagiate una accanto all’altra. Alle patate arrosto di contorno, dorate, insaporite con rosmarino, timo e uno spicchio d’aglio. Al profumo che sale dal piatto e ti invade le narici.

Se questa prelibatezza è di tuo gradimento, può essere che ti sia venuta l’acquolina in bocca solo pensandoci. E, magari, un po’ di fame.

Ma più di una volta, di certo, ti sarà capitato anche il contrario, cioè di avvertire un improvviso “buco”allo stomaco e di avere esclamato: “Ho fame”. In quei casi il pensiero del cibo è stato la conseguenza, e non la causa, dello stimolo fisico.

Corpo e mente si condizionano a vicenda. Questo perché, il sistema nervoso, con le sue innumerevoli ramificazioni, si estende dalla sommità del capo alla punta dei piedi. In neurologia e in psicofisiologia sono chiamate afferenze le fibre nervose che, dalla periferia, conducono gli impulsi sensoriali ai centri superiori ed efferenze quelle che trasportano, in direzione opposta, i segnali per mezzo dei quali il cervello regola le funzioni corporee.

Ti stai chiedendo il perché di questa introduzione sul cibo in una pagina che tratta d’ansia? Ebbene, nell’ansia si verifica la stessa influenza “a due vie” fra mente e corpo.
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Nevicate abbondanti, lunghi periodi di siccità, improvvise migrazioni degli animali da branco. Chissà in quali e quante carestie devono essersi trovati i nostri antichi progenitori che, per centinaia di migliaia di anni, hanno vissuto da raccoglitori, nutrendosi di frutti spontanei e di verdure selvatiche. E da cacciatori.

Ma la fame aguzza l’ingegno e così, all’incirca 10.000 anni fa, in diverse parti del mondo si sono sviluppati l’allevamento del bestiame e l’agricoltura, invenzioni grazie alle quali, da allora, abbiamo potuto disporre di frutta, di verdura e di carne senza più dover confidare nella clemenza della natura, né girovagare inseguendo gli spostamenti delle prede.
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In un’epoca in cui la qualità delle persone si misura in base ai successi raggiunti, la sete d’approvazione è un valore e il tempo una merce da vendere o comprare, poco o nessuno spazio è lasciato al silenzio, alla lentezza, all’inattività, alla solitudine.

Scadenze, obblighi, impegni. Fretta di vedere, di fare, di ottenere. L’inquietudine è il sintomo più evidente dell’atteggiamento collettivo del quale siamo tutti portatori, ciascuno nella propria individualità; è la naturale conseguenza di un modo convulso e insoddisfatto di intendere l’esistenza.
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Ricordi quando avevi diciotto anni? Da adolescente, anche per te sarà stato importante fare scelte che fossero solo tue, distinguerti dagli altri, dai tuoi genitori. Almeno una volta avrai pur detto, “Non diventerò mai come loro!”.

Come individui abbiamo bisogno di trovare un’identità che ci renda unici. Sviluppiamo, così, nostri interessi, modi di fare e di essere. Lo sai bene se, al momento di scegliere la facoltà alla quale iscriverti, hai agito contro i pareri altrui o se hai portato avanti di nascosto una relazione con qualcuno che i tuoi genitori proprio non sopportavano.
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La mente umana somiglia più a un elaboratore di informazioni che a una macchina fotografica. I giudizi, le convinzioni, le previsioni sul futuro, il ricordo di esperienze passate: ogni tuo atto mentale è uno sforzo per dare un significato alla realtà, per comprenderla.

Sei in coda in un ufficio postale e a un tratto, dinnanzi a te, due persone iniziano a discutere; è perché una ha cercando di passare avanti? Oppure si sono provocate a vicenda, innervosite per la lunga attesa? O magari si conoscevano già e hanno vecchie questioni in sospeso? La risposta non è scontata. Tutte le spiegazioni che ti dai, in fondo, sono soggettive e dipendono dal tuo stile cognitivo.
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Accade in modo continuo, perfino in questo momento: la materia di cui sei fatto sta cambiando.

Ogni dodici mesi, circa il 95% degli atomi che costituiscono il tuo corpo vengono sostituiti da altri; ogni giorno, dentro di te, muoiono e nascono fino a 100 miliardi di cellule. Letteralmente, non sei lo stesso organismo che eri un tempo. Eppure, di certo, senti di essere la stessa persona.
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La mente umana è alla continua ricerca di connessioni, di schemi. Migliaia di anni fa i nostri antenati, notando come le alte temperature generassero il fuoco, hanno imparato a riprodurlo e, in seguito, a servirsene. Per combattere il freddo, difendersi dai predatori, cuocere la carne e renderla più digeribile.

La straordinaria capacità di stabilire rapporti di causa-effetto che, come specie, ci ha garantito un vantaggio rispetto alle altre, è spinta da un’implacabile ansia di controllo la quale, a sua volta, risponde al bisogno di sentirsi protetti.
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Se sali su un mezzo pubblico e ti guardi attorno noterai ovunque sguardi fissi sugli smartphone. Ripeti questo semplice esperimento dal dentista o dal medico e vedrai la stessa scena. Si potrebbe obiettare: qual è la novità? In passato treni e sale d’aspetto erano pieni di gente “ipnotizzata” da riviste e giornali… il web è solo l’ultimo e più moderno espediente per tenersi impegnati e, intanto, informarsi.
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