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Stefania Antonelli
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Con il cappotto ancora intriso dalla nebbia di Milano, le gote rosse dal freddo e una valigia pesante aspetto che le scale mobili mi mostrino di Parigi il primo squarcio di cielo, se un cielo vuoto poi c’è.
Cupole, punte d’acciaio, facciate e portali gotici riempiono e si conquistano sguardi distratti.
Parigi si mostra femmina senza pudori.
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I libri mi hanno salvata molte volte.

Mi hanno salvata dai brutti regali, perché se i tuoi parenti sanno che sei una lettrice andranno sempre sul sicuro.
Mi hanno salvata dalla solitudine, dal pensare, dal pensare troppo.
Mi hanno salvata dalla nostalgia dell’italiano, quando ero all’estero; e delle altre lingue, quando ero in Italia.
Mi hanno salvata dalle notti insonni, dalle domeniche d’inverno, dalle tristezze quotidiane e anche, per fortuna, da quelle più sporadiche.


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Trovo molto difficile cominciare una storia partendo dall’immaginazione. L’ispirazione, o lampo di genio, mi arriva molto raramente. Il più delle volte è una battaglia con la mia testa: la voglia di raccontare è lì, a un passo, ma la strada per arrivarci è piuttosto tortuosa. Così lascio perdere e poi mi pento poi ci ripenso e ci riprovo ma alla fine mollo. La storia e i protagonisti giusti arriveranno, mi dico, inutile sforzarsi a scrivere su impressioni, parole e sentimenti che poi, quasi certamente, non interesseranno a nessuno.

Poi però ci ricasco. C’è qualcosa che mi sale da dentro e arriva fino alla punta delle dita. La conosco, la riconosco, è come una calamita avvicinata alla porta di un frigorifero: la puoi tenere lontana ma lei là vorrà attaccarsi. Così cedo. E riprendo la penna e riapro il mio quaderno e mi rimetto a scrivere...
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Dieci anni fa avevo sedici anni. E quando Grosso segnò l’ultimo rigore spiazzando Barthez, nonostante io non fossi una tifosa e il calcio mi sembrasse solo uno sport banale e una bella e buona fissa maschile, sentii un’esplosione di gioia scoppiarmi nello stomaco e cominciai a urlare, a gridare, a correre e forse persino a piangere e ci stringemmo tutti, ci abbracciammo, cantammo il “pop o po popo po” dei The White Stripes a squarciagola e vidi che intorno a me era felicità vera, salti di gioia, bagni nella fontana, lacrime e baci, unione. Chi erano i “bulli”, “i grandi”, gli “altri”, chi erano i “nuovi”, gli “sfigati”, “i nobili” e “i plebei”? La vittoria aveva sciolto i dispiaceri, accorciato le distanze, aveva fatto fare passi da gigante a coppie impacciate, aveva dato il via a un secondo carnevale. Poi salimmo sull’ape car del papà di un amico e girammo le strade con le bandiere tricolore, le magliette svolazzati, le gocce sulla fronte e sembrava un grande compleanno, era festa nazionale.
Dieci anni fa avevo sedici anni e cominciai ad amare il calcio e ad amare sempre più il mio Paese. Oggi, che di anni ne ho 26, ho seguito gli europei con lo stesso entusiasmo di allora, esultando sul balcone per i gol di Pellé e le parate di Buffon, cantando l’inno con gli amici, saltando sul divano. Ma avrei voluto vincere. Sì, arrivare in finale e vincere, perché quella foto mi ha ricordato le emozioni di quel giorno, quel 9 luglio 2006 in cui, per una volta, siamo stati tutti italiani e fratelli per una cosa semplice e pura come una vittoria a pallone. Quella foto mi ha ricordato che “niente si ripete” ma che non si deve mai smettere di sperare che accada, nemmeno all’ultimo minuto.

#mondiali2006 #9luglio2006   #ItaliaFrancia  
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Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.
Sì, è proprio così, un sempre nel mai.

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio. #libri #recensioni #leleganzadelriccio #citazioni  
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